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Un giorno a Istanbul

Un giorno a Istanbul

I luoghi,le persone,la lingua. I sapori,gli usi e i costumi. I colori, il Sultano e il suo mondo, le meraviglie del Bosforo. E’ indescrivibile quanto la città sia avvolta dalle mille tonalità. Dall’azzurro al rosso porpora. Ecco Istanbul. Un luogo con una storia molto lunga e per questo motivo è una città piena di cultura. Il segno di questa si vede per le strade,sugli edifici, ma soprattutto nelle moschee. Affascinanti e davvero numerose. Ognuna ha i suoi minareti da cui, cinque volte al giorno, c’è il richiamo alla preghiera: il Muezzin ovvero la persona che, con un canto,richiama i fedeli in ogni dove. All’interno delle moschee è vietato indossare le scarpe, a causa del fatto che i pavimenti sono ricoperti di tappeti e durante la preghiera è vietato scattare foto. Le donne,inoltre,devono coprirsi il capo nascondendo per bene i capelli con sciarpe o foulard.

Nelle moschee più grandi, l’ingresso è separato per i turisti in modo da non disturbare la preghiera dei fedeli. La Moschea Blu costituisce quello che è il luogo per eccellenza della città,luogo di raduno per le carovane di pellegrini in partenza per la Mecca. Qui, le persone  hanno la gentilezza tipica della gente di queste parti dietro la carnagione olivastra, lunghi baffi e uno sguardo intenso che parla già da solo. Ma chi attira davvero la curiosità sono quegli uomini che in qualche locale sono intenti a conversare, vestiti decisamente demodè e ogni tanto inalano dal narghilè, avvolti da fumi di tabacco aromatizzato ai frutti. Sembra un quadro questa scena. Naturale, serena e coinvolgente. Guardi e ti convinci di appartenere a questo contesto, tra sorrisi e tratti somatici, profumi di dolci al miele o di spezie.

Spostandomi verso il centro con Mustafà, il mio personale tassista a completa disposizione per tutto il tour, arrivo alla bellissima Basilica di Santa Sofia e all’immenso Palazzo del Topkapi, prima residenza imperiale del regno del Sultano Maometto II.  All’interno dell’Harem del Palazzo si respira ancora quella sensazione di intrigo e mistero. Dalla Stanza dei Tesori, la cui terrazza si affaccia sul Bosforo, è possibile godere del panorama dal lato Asiatico della città.

Resta qualcosa tuttavia che non dimenticherò mai, la sua vera bellezza: il sontuoso Bazar di Istanbul. Un enorme mercato coperto, quasi una piccola città, dove si mescolano culture e lingue. Questo dedalo presenta numerosi accessi collegati da una fitta rete di strade. Ci troviamo all’improvviso in un altro mondo governato da caos più totale: forti odori, cianfrusaglie,gioielli, tappeti, lampade magiche…forse anche il mago dai tre desideri! Un armonioso andirivieni di gente, sotto le volte ornate di disegni geometrici e floreali.

Questa è Istanbul: l’odore di spezie misto fumo, il venditore ambulante che urla per attirare l’attenzione dei passanti mentre spinge il suo carretto su cui vende di tutto: castagne, pannocchie di granoturco e simit (ciambella di pane ricoperta di semi di sesamo). Ma è anche il passaggio di una ragazza turca con la maglia altezza ombelico, viso truccato e pantaloni a vita bassa, che cammina accanto a una donna interamente coperta dall’abito lungo che segue,a distanza, il marito barbuto con il berretto aderente al capo e un Tasbeeh nella mano. Un miscuglio sociale che si fonde quasi in maniera naturale, che ti entra nel cuore e da cui non andrai mai via neanche quando sarai a migliaia di chilometri di distanza. Una città contesa armoniosamente tra Europa e Medioriente. Come essere in due posti contemporaneamente. Due mondi completamenti diversi ma in perfetto accordo tra loro.

Martina Picciallo

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

[In copertina: Elisabeth Moss nei panni di June, protagonista della serie. Foto da arstechnica.com]

Adattamento cinematografico del best seller internazionale Il racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Antwood, The Handmaid’s Tale è una storia ambientato nel distretto di Gilead, un neo Stato a regime totalitario situato indicativamente nella zona orientale degli Stati Uniti. La dimensione spazio-temporale, la medesima in cui il mondo occidentale si definisce libero e si proclama autosufficiente, viene stravolta da un manipolo di fondamentalisti armati, che si dichiara in linea con il ritorno agli antichi valori biblici, imponendo il rispetto delle regole con le armi.  

The Handmaid’s tale, vincitore di ben otto Emmy awards nell’agosto 2017, accompagna per mano lo spettatore in una realtà distopica, popolata da un fantasma in carne ed ossa: il Regime. 
Abbattutosi come un violento tornado su una società occidentale open mindedesso impone alle poche donne rimaste indenni dalla piaga dell’infertilità di mettere al mondo creature senza il loro consenso, allontanandole dal contesto famigliare e addestrandole ad un fuorviante training educativo. Perversa e anacronistica è la giustificazione fornita dalla dura lex: come nell’Antico Testamento Giacobbe si unì a Bila, schiava fertile di sua moglie Rachele, perché gli desse un figlio, così le ancelle si trovano in stato di completo asservimento, premio di un capriccio bestiale. Sed lex 

La serie tv dà voce alla storia di June, divenuta Of-Fred (Elisabeth Moss), una giovane donna, privata del suo nome e asservita ad ancella di Fred Waterford (Joseph Fiennes), un facoltoso Comandante di Gilead. In questa terrificante società, le ancelle e le mogli dei ricchi dirigenti di partito sono definitivamente private di qualsiasi tipo di libertà: non possono leggere, non possiedono denaro, non vestono che una divisa, spersonalizzante e anonima, non prendono decisioni e non sono libere di uscire di casa se non sotto scorta.  

Non esattamente adatta ai deboli di cuore, la regia di Reed Morano sferza un pugno direttamente nello stomaco, non si serve di mezzi termini e inquadra in lunghi campi le impiccagioni e in primissimi piani le espressioni di terrore. Sistematicamente, all’apice della tensione e della suspance, decide di realizzare ciò che lo spettatore più teme. E lo fa magistralmente ingrigendo e addensando i toni della fotografia che si mostra, invece, più soffice e luminosa quando la protagonista si esercita costantemente al ricordo dei suoi affetti più cari, strappatigli su una strada fredda e pericolosa di Maccarthiana memoria. La cura estetica e il contouring cromatico, che ne derivano, rispecchiano pure la consuetudine del sistema propagandistico del Regime: la purezza e la semplicità esteriori intendono seppellire le brutalità nascoste tra maniere candide e diabolicamente gentili.  

The Handmaid’s Tale è, tra gli altri, un capolavoro di sceneggiatura: parallelamente allo straniamento di ambienti, alla circuizione di circostanze e alle manifestazioni di violenze la cui visione dello spettatore è sottoposta, c’è il coraggio di June. L’ancella non si piega alle lusinghe della stupidità. Si stupisce delle indicibili angherie a cui le compagne sono sottoposte, concede che le sia fatta violenza, ingoia l’amarezza delle ingiustizie, ma mai dispera. È, infatti, la sua voce fuoricampo che consola lo spettatore e lo guida fino all’ultima puntata della stagione che, con un finale aperto e volutamente sospeso, preconizza una rivincita e un “ritorno all’ordine” nel futuro.   


Agnese Lovecchio

Scrivere è come trovarsi da soli su un mondo di Avatar

Scrivere è come trovarsi da soli su un mondo di Avatar

Mentre stavo studiando (ossia sbattendo la testa su un saggio di Walter Benjamin, provando ad afferrare qualcosa), ho capito una grande, piccola, verità.

Per me scrivere è come trovarsi da soli sul mondo di Avatar. Ve lo ricordate? Anche studiare, certo, per lo meno uno studio attivo, non mnemonico, ma soprattutto scrivere, un processo che possa definirsi creativo.

Sei sul mondo di Avatar, ora mi sfugge il nome, e sei da solo. Gli avatar sono le idee; tutto ciò che li circonda, quel fantastico mondo pieno di fulgori al neon, lunghe foglie che brillano nella luce della luna, animali fantastici dei colori dell’arcobaleno, tutte queste cose sono il contorno, il magico mondo delle parole, dove le idee vivono e dove spesso si nascondono. Un meraviglioso e incomprensibile mondo fatto di parole.

E tu sei solo. È vero, hai con te il tuo fucile e indossi la tua tuta mimetica, come i soldati del film, ma lo scontro è impari: le armi non sono quelle adatte, quel mondo non è casa tua e per il poco che lo conosci ti è ostile. Ostile, sì, perché non vogliono proprio venirti alla mente – mentre sei su quella pagina bianca, mentre sei su quel passo difficile di quell’ancor più difficile autore, che tu non sarai mai e poi mai – quelle idee, ti snobbano, sono sdegnate nell’offrirsi a te.

Sei solo un misero umano, peccatore, imperfetto, un infiltrato in quel paradiso di perfezione. Poco importa che tu le scorga, nella bellissima, struggente vegetazione, luminescenti e sinuose, aggraziate e agili. È questione di un attimo: incroci con loro lo sguardo, ti distrai, un guizzo e sono fuggite. Disperse nella foresta di parole di quel libro (che sia quello che stai studiando o sia il tuo, ancora da scrivere, poco importa). Una volta che l’hai persa di vista, un’idea non ti viene più; per te non esiste più. Ti affanni spesso per ritrovarla, ti alzi, provi a fumare una sigaretta, fai quattro passi fuori, bevi un bicchiere. Ma alla fine non c’è verso, così bella e perfetta come l’avevi scorta non l’avrai più, puoi togliertelo dalla testa. L’hai perduta.

E anche nel fortunatissimo caso in cui tu sia così abile nel riuscire a intrappolarne una, non credere che tu abbia fatto un grande affare. Tu le rivolgi la parola, ma lei parla una lingua a te sconosciuta. È  ferita dalla tua violenza, sta languendo fra le tue braccia; e oltretutto non conosci i suoi costumi, venite da due mondi diversi, non sapete neanche come comunicare. E non importa se lei è giovane e bellissima – perché si sa che le idee sono splendide finché stanno nel loro iperuranico mondo. È debole. Debole, debolissima, può sopravvivere solo là, a casa sua, nel suo mondo, non resisterebbe neanche un giorno in astronave, se volessi portarla via. È solo un’idea, in fondo.

E tu stai là, con quella buona idea appena carpita, intrappolata nel tuo cervello, sfregiata dalla tua prepotenza, e non sai cosa farne. Finché non ti viene in mente una cosa, la soluzione. Sei tu che devi cambiare. Sei tu che devi divenire come lei, pian piano, poco alla volta. Sei tu che devi abbandonare armi e mimetica e addentrarti nudo, come quelle, nel loro mondo. Devi divenire puro ragionamento, cristallina astrazione. Solo così, imparando i loro costumi, mangiando, dormendo, vivendo con loro, puoi anche solo sperare di farne qualcosa, di quell’idea. E finalmente, dopo molto molto tempo, infine congiungerti, in un atto erotico pansessuale universale con il mondo delle idee, tu stesso pura idea, con la tua mente perduta, abbandonata ormai ogni volontà di prassi. Dopo questo magico amplesso, la mattina dopo ti sveglierai e quell’idea non sarà più solo un’idea, ma avrà già messo radici. In una sola notte si sarà trasformata in qualcosa di forte, alta con una sequoia che sfiora il tetto del cielo, potente come gli antichi eroi della mitologia greca, con i suoi filamenti che entrano dentro le viscere della terra.

Allora potrai servirtene per la guerra. Perché una guerra ci sarà, eccome. E sarà fra il tuo vecchio mondo e il nuovo. Sarà combattuta coi i vecchi compagni, i colleghi, gli amici, quelli rimasti sulla terra. Perché qualsiasi rapporto umano che non sia di facciata, che non si limiti a una mera pacca sulle spalle per ogni cosa che fai, implica il processo critico, con all’interno il suo processo distruttivo. E devi metterti in testa che tutti, ma proprio tutti, cercheranno di distruggerla la tua idea. Certo, prima proveranno a capirla, poi tenteranno di studiarla, ma poi, comunque vada, la devono distruggere. Non importa che siano i tuoi professori, i tuoi amici o la tua ragazza. Farla a pezzi è il loro compito. Il mondo – il nostro mondo – altro non è che una continua nascita e distruzione di idee.

Ma qui – e la storia cambia un bel po’ rispetto al film – non dovete immaginarvi navicelle spaziali, bombe al napalm, foreste distrutte. Non sarà una guerra sanguinosa, piena di cadaveri e dolore. È una guerra di idee, una guerra gentile. Fatta di diverbi accesi, certo, ma anche di risate al bar con gli amici, di discussioni di tesi, di presentazioni di libri, di convegni.

È una guerra che fa bene al mondo, quella delle idee. Magari fossero tutte così.

Umberto Tattarini (Con questo scritto l’autore comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

George Best: nomen omen

George Best: nomen omen

Il secondo personaggio di questa rubrica non è da considerarsi esattamente un Underdog. Best non ha niente in meno agli altri, anzi. La sua fiamma, però, ha bruciato cosi ardentemente da essersi spenta in un attimo.

 

Tributo a George Best dei supporters del Manchester United, 10 anni dopo la morte.

 

É il 1961 quando al campo di allenamento del Manchester United, Matt Busby, l’allora allenatore della prima squadra, riceve un telegramma da tale Bob Bishop. Bishop, che è l’osservatore irlandese per il Manchester, sa quello che tutti sanno. Busby cerca un riscatto dopo la tragedia del 1958, dove per un incidente aereo durante la tourneè europea tutti i ragazzi della prima squadra, tranne due giocatori e lo stesso Busby, sono morti. Il telegramma è lapidario: “Credo di aver trovato un genio: sono sicuro che questo ragazzo ti farà vincere la Coppa dei Campioni”.

George Best è allora solo un quindicenne della zona protestante di Belfast, una città da sempre divisa e che, per quanto le guide Lonely Planet si sforzino di farla sembrare una città interessante, è una citta operaia e tra le capitali meno visitabili di questo continente.

Georgie, come lo chiamano tutti fin da quando a 12 mesi ha iniziato a palleggiare, è un ragazzo mingherlino. Non supera il metro e settanta, ma ha per sempre cambiato la storia del gioco.

Veloce, imprevedibile, geniale, inafferrabile. Si tratta, per molti, del primo giocatore realmente moderno della storia del calcio.

(George Best a 18 anni nella sua prima partita con lo United, 1964, da Pinterest)

 

Il 1965, è uno dei suoi anni migliori. È solo diciannovenne quando segna contro il Benfica una magnifica doppietta nei quarti di finale di ritorno di Coppa Campioni. Busby, forte della vittoria all’andata negli spogliatoi avvisa i giocatori di voler impostare una partita difensiva. Lo ascolteranno 10 titolari su 11. Ovviamente il numero 7, no. Segna subito il primo gol di testa. L’altro, è una giocata alla Maradona ante litteram. Best prende palla a centrocampo, gol.

E’ la partita che gli cambierà la vita. 

Le 2 pregevoli segntature, realizzate entrambe nel primo quarto d’ora di gioco, gli valgono il titolo di “Quinto Beatle”. Perché questo soprannome? È il 1965, e quattro ragazzi di Liverpool stanno cambiando anche loro, per sempre, la storia della musica. George aveva le stesse basette, gli stessi capelli lunghi e giocava come I Beatles: diverso, nuovo, come mai nessuno aveva visto prima. Tutto questo in un’Inghilterra che stava completamente resettando il suo way of living, staccandosi dal buio della Grande Guerra e rendendosi conto di poter cambiare le cose, per la prima volta si poteva iniziare davvero ad essere felici.

L’anno dopo è ormai la punta di diamante dei “Busby Boys”, ed è pronto per fare il grande salto.

La notorietà lo spinge ad una vita d’eccessi che non riesce ad gestire. Ha in particolare una predilezione per la bottiglia. C’è un enzima, la Gamma GT, che a seconda di quanto è alto, rivela problemi al fegato. In generale si può dire che più il fegato è danneggiato, più la gamma GT è elevata. Diventa critico quando supera gli 80: quello dell’irlandese, a un certo punto superava i 900. Best ha sempre vissuto con l’obiettivo di tenere alto il suo cognome, ed essere il migliore di tutti. Non andava via dal bar se non era quello che aveva bevuto di più, non era contento se non aveva nel suo letto la donna più bella di tutte. 

Gesù para, ma Best segna sul rimbalzo: la consacrazione

Best è l’incarnazione sportiva della beat generation: la “rottura” degli schemi classici, il vivere veloce, senza limiti. Oltre il massimo, in un volo di Icaro che ti trascina verso il baratro.

Sul rettangolo di gioco il leitmotiv era più o meno quello: imbastiva una gara col suo diretto marcatore, fino a che lo stesso non veniva umiliato da una serie di dribbling e contro dribbling al limite della strafottenza. Meglio fare un esempio: 1976, Irlanda del Nord-Olanda. E’ l’Olanda di Cruyff. Best è in pieno declino. A 5 minuti dall’inizio della partita, Best prende palla, salta un centrocampista ma non va verso la porta. Torna indietro perchè vuole il duello con Cruyff: finta di corpo, gli lascia passare la palla in mezzo alle gambe e poi calcia via il pallone. Cruyff si gira e Best gli dice una frase da showman assoluto: “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo”. Il segreto di Best sta tutto nelle anche, nell’utilizzo del corpo che disorienta totalmente il difensore. Era troppo più forte degli altri, e tutti lo perdonavano.

Ma è il 1968 l’anno d’oro della carriera di Georgie. È il miglior giocatore della First DIvision, pur non vincendo il titolo. Ma riesce a portare lo United sul tetto d’Europa grazie ad un 4-1 in finale col Benfica. La partita è tesissima. È il secondo tempo supplementare quando le squadre sono ancora saldamente in parità sul risultato di 1-1. 3 minuti dopo l’inizio dell’ultimo quarto d’ora di gioco, Best si trova davanti al portiere Jose Henrique, lo dribbla con una finta e, a porta sguarnita, insacca. È il punto più alto della carriera di George. Qualche mese dopo, a Parigi, France Football gli consegnerà un premio a coronamento della sua splendida annata: Best, a soli 22 anni, è Pallone d’Oro.

(George Best riceve il Pallone d’Oro all’Old Trafford. Da sinistra, Max Urbini, caporedattore di France Football, Bobby Charlton, George Best, Sir Matt Busby e Denis Law, da tumblr)

Il vero George Best finisce qui. Dei 15 anni successivi non vale la pena parlarne, non gli rendono onore. Busby si ritira dalla panchina dopo aver raggiunto il suo obiettivo. E lo seguono Denis Law e Bobby Charlton, i “Busby Boys” . Best non sarà mai più lo stesso, manca a molte più partite di quelle che gioca e per 15 anni gira il mondo alla ricerca di un equilibrio che non troverà mai.

Nel mezzo, un paio di Miss Mondo, fiumi di alcool, qualche rissa e tanto, tanto talento sprecato.

In fondo, però, George non sarebbe mai entrato nella leggenda se non avesse avuto una vita cosi sregolata e piena di eccessi. Disse in un’intervista: “Se fossi nato brutto, probabilmente non avreste mai sentito parlare di Pelé” . Se te ne esci così, non puoi non essere considerato uno dei più grandi aforisti della storia contemporanea.

Ha 59 anni quando muore per il suo fegato, spappolato dall’alcool. Chiama il News of the World, uno dei maggiori tabloid inglesi, ed esprime il suo ultimo desiderio: “Mettete in prima pagina una mia foto con su scritto “Don’t die like me”, è il mio ultimo monito prima di lasciarvi”. Per insegnarci, ancora una volta, che l’alcool non è la risposta.

 

Se mai doveste – non ve lo auguro – atterrare all’aeroporto di Belfast, alzate la testa. Vedrete il nome di George Best. Pensate a questa storia. La storia di un enorme talento risucchiato dalle sue stesse manie autodistruttive.

George è stato più di tutti la personalità che ha rappresentato l’Irlanda del Nord nello sport. E la gente del posto è solita uscirsene, parlando di lui, con questo motto:

“Maradona good, Pelé better… Georgie BEST!”

Giocano con la lingua della terra d’Albione, i nord-irlandesi, ma il senso è uno.

Best è un giocatore che non si è mai più rivisto, né prima né dopo.

(George Best con la maglia dell’Irlanda, via the Daily Mail)

Vincenzo Matarrese

Walter Somma

Steven Bradbury, the last man standing

Steven Bradbury, the last man standing

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

(Woody Allen, Matchpoint)

La prima storia che mi è venuta in mente quando ho pensato a questa rubrica è forse quella che, nell’immaginario collettivo della mia generazione, è il simbolo di quanto il fattore C nello sport sia essenziale. È difficile ammettere quanto la Dea bendata sia una forza cosi influente sulle nostre vite e sugli eventi che ci circondano, perché per sua natura l’uomo tende a classificare le cose in maniera razionale cestinando gli “shock terms”, quei fattori casuali che potrebbero, in un modo o nell’altro, ribaltare il risultato.

L’Underdog di oggi è Steven Bradbury, lo short tracker australiano che, contro ogni pronostico della vigilia, ha vinto l’oro olimpico alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.

(Il podio iridato di short track alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Steven Bradbury è al centro con la medaglia d’oro)

Magari il nome non vi dirà niente, ma per rendervi conto della portata dell’impresa, potremmo paragonare la vittoria dell’australiano alle probabilità di vittoria di un’utilitaria a Montecarlo, in un Gran Premio di Formula 1. Ha letteralmente dell’incredibile. L’evento di per sé è straordinario, e io non sono qui per parlarvi della gara, di cui lascio il video, con annesso un’epocale racconto in chiave ironica della Gialappa’s Band.

La storia di Steven Bradbury parte da lontano, lontanissimo. Letteralmente bisogna andare dall’altra parte del mondo.

Steven John Bradbury nasce a Sydney, Australia nell’ottobre del 1973. Sydney, climaticamente, non è esattamente il posto migliore per praticare sport invernali. Perché Steve abbia deciso di iniziare a fare short track- la specialità per cui è diventato famoso – non ci è dato saperlo, ma questa è stata la scelta che gli ha cambiato la vita.  

Lo short track è uno sport relativamente vecchio, è l’equivalente invernale del ciclismo su pista, i pattinatori circumnavigano una pista lunga circa 100 metri che non è divisa in corsie. La disciplina, che solo dall’edizione di Albertville del 1992 è sport olimpico, è per questo tra le più spettacolari ma soprattutto tra le più pericolose. Steve, nonostante l’atipicità della sua scelta, si dimostra uno short tracker niente male, infatti a 18 anni è già nella storia come parte del quartetto vincente della coppa del mondo di short tracking, si tratta della prima medaglia iridata della nazionale australiana in uno sport invernale.

Ai giochi Olimpici del 1992 la nazionale australiana si presenta come nazione da battere, ma nelle semifinali uno staffettista perde il testimone: questo li condanna al quarto posto, insufficiente per raggiungere la finale. Primo colpo di sfortuna.

Ai giochi di Lillehammer del 1994, il nostro underdog ci riprova e finalmente è nel quartetto che vince la prima storica medaglia dell’Australia ai giochi olimpici invernali, un bronzo!

(La squadra Olimpica australiana di short track nel 1994, Bradbury è il secondo a destra in piedi)

La notizia, per quanto magnifica, raggiunge gli australiani che allo short track danno l’importanza dell’intervallo tra il surf e la doccia per la rientrata in acqua e quindi l’impresa canadese della squadra australiana passa un po’ in sordina. Non è sfortuna, ma la riconoscenza latita. Ma il vero plot twist di questa trama arriva qualche mese più tardi, quando, durante una tappa della coppa del mondo a Montreal, Mirko Vuillermin, talento valdostano, gli trancia l’arteria femorale.

Se recisa, l’arteria femorale può provocare la morte per dissanguamento nell’arco di 3/ 4 minuti. In 2, Steve perde 4 litri di sangue.

Sente la fine vicina. Ma se la cava con 111 (!) punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione. Secondo, enorme colpo di sfortuna.

Nonostante tutto, torna a pattinare, con un misto di forza d’animo e incoscienza proprio di chi ama il suo sport.

Nel 2000 durante un allenamento, per evitare un compagno che stava scivolando, sbatte la testa contro le barriere e si rompe 2 vertebre. I medici gli impiantano 4 viti e gli dicono che probabilmente la sua carriera è finita. E’ il terzo colpo di sfortuna, di fronte a questo però lui è determinato. Vuole la medaglia individuale.

Si allena 2 anni.

A Salt Lake City, Utah, in piena terra dei mormoni, però lo attendono i migliori interpreti della specialità. Il resto è storia. La gara finisce come avete avuto modo di vedere, e non è un caso se adesso gli australiani hanno coniato l’espressione “do a Bradbury” per indicare un risultato sconvolgentemente al di fuori delle aspettative.

È sconvolto anche lui, e infatti non sa se esultare o meno. Perciò fa la cosa più naturale possibile, alza il braccio, in segno di vittoria. Mi piace pensare che tutto quello che ha passato, i momenti difficili, anche solo per un istante, se li sia lasciati alle spalle, come gli avversari, che tutto ciò che possono fare è guardarlo dal basso tagliere il traguardo.

Steve si ritirerà immediatamente dopo l’oro, e intraprenderà, con scarsi risultati, una carriera automobilistica. Ora Steve va in giro a raccontare la sua splendida storia, e dicono sia anche un discreto mattatore alle feste a cui partecipa. Chiunque probabilmente fa quindi un errore enorme, quando si ferma a giudicare Steven Bradbury nel minuto e 29 secondi più fortunati della sua vita. Integrate il tutto mettendoci dentro il decennio di sofferenze e situazioni storte che lo hanno portato a quel momento. È forse quello che gli ha permesso di rimanere in piedi quando gli altri sono caduti.

Grazie Steve, quindi, per averci insegnato che la fortuna esiste.

Ma anche che siamo uomini, e dobbiamo lavorare ogni giorno per crearcela.

Vincenzo Matarrese

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