– Potremmo essere davanti ad una tazza di caffè, ma date le distanze, lo immagineremo virtualmente posato su di un tavolo altrettanto virtuale.
Ma chi è Gianfranco Claudione e perché ha avvertito l’esigenza di creare la pagina Zibaldone Letterario (un raccoglitore di splendide citazioni e poesie di autori classici e non solo, poiché ospita le parole di scrittori inediti, come ad esempio la sottoscritta, nda)?

Ho 52 anni e insegno italiano e latino al liceo classico “Zingarelli” di Cerignola. Insegnare, stare a contatto con i giovani, a volte è faticoso, ma mi piace, mi diverte. Come dico spesso ai miei studenti, vengo pagato per fare qualcosa che mi diverte, penso quindi di essere un uomo davvero fortunato, e auguro la stessa fortuna a ciascuno di loro. Zibaldone Letterario nasce in un momento un po’ particolare della mia vita, in cui avvertivo profondamente un bisogno di autenticità, di ritrovare l’essenza delle cose, cose semplici ma vere, solide, su cui valesse la pena investire tempo ed energie. E’ un bisogno di bellezza, anche. Ecco, bellezza e verità non potevo che trovarle nella poesia, nei versi di quelli che sono stati i compagni di viaggio della mia esistenza, che l’hanno guidata e confortata, inquadrandola in un universo che sovrasta la prospettiva angusta dell’esistenza individuale e, proprio per questo, a volte l’hanno anche resa molto più interessante di quanto, nella sua ordinarietà, potesse apparire. Perché scopri che molti tuoi pensieri e sentimenti sono sostanzialmente gli stessi che i poeti hanno espresso nei loro versi, o fatto vivere ai loro personaggi, ed è un po’ come aver vissuto come loro, no? Di qui il progetto dello Zibaldone, che ha anche l’ambizione di offrire una piccola isola di bellezza e di autenticità (naturalmente non è l’unica) in un mondo social dominato dall’apparenza, dalla fatua ostentazione di sé, dalla superficialità, dal cattivo gusto, dal consumismo della parola e delle emozioni.

– Poniamo di dover dividere in due blocchi distinti tutti gli abitanti di questo splendido contenitore chiamato Terra: lettori e scrittori.
Cosa crede che vogliano oggi i lettori, specie quelli più giovani con cui lei è a contatto quotidianamente, dagli scrittori e dai loro libri? Cercano risposte, domande, riflessi di sé stessi o nuove verità fuori dagli schemi? E, in base all’andatura della letteratura contemporanea, alle tematiche scelte e al tipo di scrittura utilizzati, cosa chiedono, cosa cercano invece gli scrittori nei lettori?

È difficile dare una risposta a questa domanda perché oggi, in tempi di scolarizzazione di massa, l’universo dei lettori è molto più variegato ed eterogeneo che nel passato, quando la lettura era un’attività molto più selettiva. Penso però che in un libro il lettore di oggi, come del resto quello di tutti i tempi, cerchi innanzitutto il piacere della lettura. Si legge per ascoltare una bella storia, per vivere un’avventura, per provare sensazioni, passioni, sentimenti, per fare una bella esperienza. E questo è bello e piacevole, perché altrimenti, come avverte Michel Houellebecq, «ci si deve accontentare della vita». Leggere, insomma, salva dalla trappola dell’ordinario, dalla bruttezza mediocre della vita reale. Tuttavia non è solo questo, perché leggere apre alla mente e all’anima mondi sconosciuti, dischiude prospettive inedite, propone chiavi di interpretazione, punti di vista. Leggere è sempre un’esplorazione della realtà, un’esplorazione esistenziale, un viaggio di conoscenza. La letteratura è finzione, una sostanziale menzogna, ma è una menzogna che dice la verità, che getta una fascio di luce sulla realtà. Non a caso Calvino afferma che «il discorso sulla letteratura è sempre uno: è il discorso sulla realtà del mondo, sulla regola segreta, il disegno, il ritmo della vita». E credo che, anche inconsapevolmente, il lettore cerchi anche e soprattutto questo: risposte, conferme, smentite. Il lettore cerca sempre se stesso, e qualche volta si trova anche. Il problema è che oggi il libro è una merce, e in quanto tale è sottoposta alle leggi del consumismo, che moltiplica un’offerta culturale spesso banale, scontata, ruffiana. Sono libri che, come lo yogurt, hanno una scadenza breve, non sono permanenza, ma brusio, rumore di fondo. Naturalmente la scuola ha il compito di orientare il giovane lettore nel supermarket editoriale, ma dubito fortemente che ne abbia la capacità. Quanto allo scrittore, a mio parere cerca nella scrittura la stessa cosa del lettore: se stesso.

– A partire dalla fine dell’800 e, ancor di più al termine dei due conflitti mondiali, gli scrittori hanno cominciato ad avvertire un potente distacco dalla Natura, intesa quasi in senso divino, il che ha portato ad una sempre maggiore disgregazione dell’Io degli autori, fino alla loro “morte” nelle opere, lasciando il senso e l’unità dei loro scritti interamente nelle mani dei lettori, fenomeno che ha raggiunto l’apice con lo strutturalismo ed il formalismo e con la scrittura di autori quali Calvino (specie nella sua ultima fase, nda), Gadda.
Data la sua esperienza personale di lettore, è riuscito a cogliere gli interrogativi esistenziali più ossessivi e martellanti di questi anni? Come stanno raccontando la società odierna gli scrittori?

La vicinanza temporale e la sterminata offerta editoriale rende veramente arduo, se non impossibile, anche solo tentare di cogliere linee d’insieme nella produzione letteraria degli ultimi decenni. Del resto non sono certo un critico e il mio punto di vista di semplice lettore non può che risultare, necessariamente, parziale ed estemporaneo. In linea molto generale mi sembra di percepire da un lato il senso di un’esistenza dominata dal caso e dall’insensatezza, di fronte alla quale si pone il problema del “che fare?”; dall’altro la propensione introspettiva, l’indagine di sé, soprattutto nella lirica; da un altro ancora l’attenzione verso la condizione giovanile, specialmente adolescenziale. Pensando ai miei studenti, mi limito intenzionalmente ad alcuni esempi di autori “commerciali”, seppur dignitosi nella scrittura, e perciò di facile approccio per il lettore neofita: Alessandro Baricco, con le sue vicende surreali e i suoi personaggi sopra le righe, ma dalla scrittura morbida e rotonda, ammaliante; Alda Merini, nella quale l’analisi introspettiva si esprime in versi dalla fulminante icasticità e assume spesso l’aspetto di una dolorosa catabasi infernale; Enrico Brizzi e il suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di formazione che risente di modelli come Il giovane Holden di Salinger e Sulla strada di Kerouac, forse un po’ datato (è del 1994) ma ancora attuale nei temi, e dal linguaggio fresco e a quei tempi spiazzante.

– Negli anni ’80 Montale profetizzò l’impossibilità di una poesia sublime o “alta”. Io non riesco del tutto a dissentire, e mi sovviene un poeta italiano contemporaneo come Guido Catalano (che peraltro io adoro), che adotta uno stile semplice e tematiche quotidiane.
Lei cosa ne pensa? Siamo davvero vivendo anni grigi, senza alcuna punta di “genio sublime”? Forse questo abbassamento di standard ed aspettative è imputabile al sempre più cospicuo utilizzo di social networks deformanti e dispersivi, in cui le immagini dominano incontrastate e dove la voce talentuosa si disperde nel rumore?

Accostare Guido Catalano (che pure ospito spesso nel mio Zibaldone e che approfitto di questa occasione per ringraziare della gentile concessione alla pubblicazione) a Montale mi sembra forse un tantino azzardato. Battute a parte, difficile non concordare con Montale. Del resto già Baudelaire, nei Fiori del male, ormai quasi due secoli fa, parlava di perdita dell’aureola. Non è il caso, qui, di ricostruire le cause del fenomeno, estremamente complesso. Mi limito a dire che non ho nessuna nostalgia per la poesia sublime, che implica il rischio detestabile dell’enfasi retorica e celebrativa: si pensi a certa orrenda produzione di Carducci, Pascoli o D’Annunzio, che non a caso è uscita dal canone letterario scolastico, e giustamente. Del resto, stile semplice e tematiche quotidiane non è detto che diano vita a una poesia necessariamente “facile” o disimpegnata. Ad ogni modo, viviamo in un mondo prosaico e volgare, dove domina il cattivo gusto, il kitsch: basta accendere la tv o aprire Facebook per rendersene conto. Se in passato la poesia selezionava rigorosamente il repertorio del poetabile, la sfida, oggi, consiste nel tentare di rinvenire frammenti di bellezza nel caos informe e prosaico del mondo. La bellezza dell’ordinario, del normale, del quotidiano, insomma dove non te l’aspetti, pezzi d’azzurro tra le cimase, come ne I limoni di Montale. Tra l’altro, anche se non sono assolutamente un fotografo, è il senso di un altro mio piccolo progetto su Instagram, “_mimimalia_”, nato con le stesse motivazioni e finalità dello Zibaldone. Cercare la bellezza inaspettata nell’ordinario, senza cedere allo scetticismo e alla sfiducia: forse è (anche) da qui che si può partire per costruire un mondo più a misura d’uomo.

E con queste parole speriamo di avervi dato degli ottimi spunti per affrontare questa Domenica e per cercare (e trovare, nel migliore dei casi) negli angoli sperduti o familiari il vostro personalissimo momento di bellezza.

Author: Silvia Fortunato

Silvia, studentessa di lettere moderne a Bologna. Dissemino parole per ritrovare la strada.

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