Brando Benifei: “Abbiamo bisogno dello stesso coraggio e determinazione di Altiero Spinelli”

Brando Benifei: “Abbiamo bisogno dello stesso coraggio e determinazione di Altiero Spinelli”

Brando Benifei è un giovanissimo del Partito Democratico ormai alla seconda legislatura nel Parlamento europeo, è stato eletto capodelegazione del PD al Parlamento europeo dal 22 luglio 2019. È anche il parlamentare più giovane della delegazione italiana del gruppo Socialisti e Democratici.

Brando dalle ultime attività social notiamo che lei è davvero attivo politicamente: era presente a Torino al congresso dei Giovani Democratici Piemonte, a Narni per la campagna elettorale per le regionali in Umbria ed è appena rientrato da Taiwan per una visita istituzionale. Com’è andata a Taiwan e di che cosa si è occupato?

«Noi come parlamentari europei abbiamo a disposizione alcune settimane “verdi”, cioè senza attività parlamentare, da poter dedicare ad attività sul territorio o internazionali o anche per riposarci. Nel mio caso nell’unica prevista quest’anno ho scelto di partecipare alla visita organizzata dalla nostra delegazione UE a Taiwan. Una delegazione informale perché Taiwan non è uno stato riconosciuto dall’UE e i Paesi membri perché, come noto, è uno stato che ha un contenzioso sulla sua stessa esistenza con la Repubblica Popolare Cinese. 

Attraverso il Parlamento europeo possiamo visitare questo paese per conoscere le organizzazioni politiche parlamentari, il parlamento e il suo governo e la società civile. Lo scopo è quello di favorire una comprensione reciproca e uno scambio di informazioni. Uno dei temi discussi è stato quello dei futuri accordi commerciali con la Cina continentale, sull’avanzamento eventuale di questi in cooperazione con l’UE e anche con Taiwan. 

C’è ovviamente un dibattito in corso riguardo ad alcune tensioni per la natura politica di Taiwan: non riconosciuto come stato indipendente ma con una situazione di fatto; analoga al Kosovo non riconosciuto dalla Spagna mentre per altri Paesi europei si. La realtà taiwanese osserva attentamente le recenti pressioni politiche su Hong Kong, come vediamo dalle proteste, che gode di una speciale autonomia all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Non sappiamo se a Taiwan manterranno sempre lo status quo oppure se c’è da aspettarsi un’involuzione aggressiva militare cinese o un tentativo di isolamento. 

Quindi un paese interessante che fino agli anni 80 viveva sotto l’autorità militare e che dopo la fine della guerra fredda è progredito verso un sistema democratico pluripartitico con magistratura autonoma e una stampa libera. È l’unico paese asiatico che riconosce i matrimoni omosessuali, dove c’è libertà di organizzazione sindacale e quindi anche un mondo di organizzazioni giovanili attive attente alle attività di partecipazione democratica e di formazione politica.

Il modello democratico taiwanese è circondato da paesi con forme di governo autoritarie o in cui la democrazia si sta deteriorando; penso alle Filippine di Duterte che governa con metodi sanguinari, violenti e autoritari. Taiwan ha un’industria tecnologica e dell’innovazione forte ed è quindi molto interessante la cooperazione scientifica, culturale e economica sviluppata con l’UE. Questo era uno degli obiettivi dell’incontro e che ci ha permesso di approfondire i rapporti. E io che sono appassionato al tema dello sviluppo della società civile ho preso contatti con alcune organizzazioni giovanili studentesche con cui abbiamo fatto diverse discussioni, anche per portarle in attività qui in Europa».

Siamo in un periodo davvero denso di aperte sfide internazionali. Partendo temporalmente da gennaio 2019 solo per indicarne qualcuna abbiamo: Maduro e Guaidò in Venezuela; Francia e Italia in Libia; tensioni commerciali USA; Turchia in Siria contro i curdi. Tutte questioni di cui lei stesso si è occupato, tra l’altro in alcuni casi rivolgendosi a un’aula semi deserta. Viene spontaneo chiedersi se è l’Europa di fronte a queste questioni si riconferma un gigante economico e nano politico o se in realtà i suoi sforzi sono poco visibili?

«Intanto una postilla sull’aula: spesso è poco affollata perché il meccanismo dei lavori, che è discutibile e riformabile, attualmente prevede moltissime riunioni di commissioni, gruppi di lavoro, di negoziati sui file delle leggi e incontri che si svolgono in parallelo della plenaria. Tranne che per alcune sedute particolarmente fondamentali in realtà i dibattiti in generale sono seguiti da coloro che seguono l’argomento e che vogliono intervenire e quindi capita spesso che in aula ci siano meno partecipanti. Non è una bellissima immagine ma ha un motivo. Stiamo discutendo sulla riorganizzazione del metodo delle attività per ridurre questa incidenza.

Sicuramente l’UE è un gigante economico e un abbastanza nano politico. La politica estera comune dell’Unione rientra in uno schema di unanimità fra gli Stati membri. Federica Mogherini ha potuto svolgere un ruolo importante, oggi purtroppo altamente fragilizzato dagli ultimi eventi ma che per molti anni è stato molto solido. Basti pensare al completamento e il mantenimento in piedi dell’accordo sul nucleare iraniano. In questo caso è stato fatto un comune lavoro di negoziazione diplomatico. Quello dell’alto rappresentante è stato un mandato denso. 

In generale l’Unione ci appare spesso molto frammentata, divisa tra interessi nazionali contrapposti e dove una sintesi comune è difficoltosa quando invece oggi si richiede unanimità di vedute per poter prendere delle posizioni comuni. Quello di rivedere il metodo decisionale dell’Unione sulla politica estera sarà un tema di discussione per i prossimi anni.

Sarà utile magari costruire alleanze variabili, delle strutture di integrazione rafforzata con alcuni paesi su alcuni temi che hanno un’attinenza con la politica estera. Può essere sul tema migratorio come su quello della difesa. Io credo che sia importante immaginare formazioni differenziate perché forse con tutti e 28/27 non si riesce a fare tutto. Si può immaginare una differenziazione che può essere un passaggio verso una politica estera comune decisa meno farraginosa meno lenta e difficoltosa di come è oggi.

Aggiungo che oggi attraverso alcuni strumenti di politica collaterale alla politica estera l’UE fa già una sua politica estera comune parallela. Ne è un esempio la politica commerciale che fa l’UE. La politica commerciale è pienamente comunitaria e in mano agli organismi dell’UE. Non c’è più oggi la possibilità per gli Stati membri singolarmente di fare accordi commerciali da soli, e questo spostamento sul piano comunitario della competenza a trattare la politica commerciale ha provocato alcune conseguenze.

Adesso il Parlamento europeo è un codecisore, cioè oltre ad avere una decisione a maggioranza sull’argomento commerciale e avere questa competenza trasferita a livello comunitario, il Parlamento europeo è un codecisore. 

Cosa porta a questo? Riporto la mia esperienza diretta nella scorsa legislatura: sono stato relatore dell’accordo commerciale con l’Uzbekistan sul cotone. Con paesi di media o piccola caratura internazionale come l’Uzbekistan, paese di media rilevanza, l’UE quando è unita fa sentire molto la sua forza commerciale e con questa può perseguire obiettivi politici. 

I governi europei volevano sorvolare un po’ sul tema del lavoro minorile per la raccolta del cotone, molto diffuso in Uzbekistan, su cui il Parlamento europeo ha imposto uno stop all’accordo fintanto che non ci fosse una soluzione. Dopo che il Parlamento europeo ha bloccato per 3 anni con questa motivazione l’accordo è stato fatto un lavoro con: noi del Parlamento europeo e la Commissione, con la supervisione dell’ONU e dell’Organizzazione internazionale del lavoro. 

Sono state fatte operazioni di monitoraggio, io stesso sono stato in Uzbekistan, dove abbiamo perseguito e ottenuto con risultato misurabili, la eradicazione con quasi cancellazione del lavoro minorile in quel paese. Questo è stato possibile attraverso il meccanismo di “carota e bastone”, realizzato con l’utilizzo della competenza esclusiva comunitaria sul fronte della politica commerciale.

Abbiamo quindi perseguito una politica di diritti di lavoro; dei diritti umani e diritti dell’infanzia attraverso competenze politiche commerciali, dove c’è una maggior forza dell’azione comune tra i Paesi membri rispetto alla politica estera su cui in generale prevalgono limiti procedurali e di interesse rispetto a paesi, più restii a una vera condivisione, che in parte è comprensibile.

In fondo la politica estera di paesi come la Finlandia e Cipro e Portogallo si può capire che sia diversa, quando si parla della Russia, della Turchia o sud-america. Ovviamente per le loro specifiche storie, ed è chiaro che questo ha un peso che non si può cancellare in maniera ingenua. Dicendo: “dovremmo avere una politica estera comune” si fa un lavoro di approssimazione che non tiene conto che, probabilmente, servono dei compromessi.

Ma non si può neppure lasciare le cose come stanno oggi, dove indubbiamente la politica estera comune vive una situazione di stallo quando capita di fare alcune scelte di grande politica. L’UE in Siria è stata la più tempestiva riguardo agli aiuti umanitari e ma sulla capacità di dare una risposta per ricostruire il paese e le sue istituzioni ha avuto un ruolo ancillare, rispetto a USA, Iran, Turchia e Russia, arrivando in ritardo».

Pensando alle ultime vicende politiche europee che coinvolgono i suoi cittadini, dai gilet gialli in Francia, la Brexit, i sentimenti indipendentisti di Scozia e Catalogna o la fiducia nell’uomo forte (Salvini, Orban). Il filo conduttore che lega questi fenomeni è il sovranismo. Fatta eccezione per alcune frange dei movimenti indipendentisti, tutti questi sono polarizzati in senso opposto all’Europa. Come pensa che debba muoversi l’europa per far fronte a questo fenomeno e come lo sta affrontando adesso?

«Io penso si debba fare una pulizia lessicale secondo me il sovranismo è un termine fuorviante. La sovranità nazionale oggi è indubbiamente erosa dai fenomeni di globalizzazione, la trasformazione del mondo intorno a noi e della crescita di grandi paesi continente. Una situazione che noi vediamo evolvere in questi anni in maniera rapida che ha portato verso lo sviluppo di una finanza difficile da regolare, una evasione fiscale transnazionale sempre più complessa da affrontare e a fenomeni come cambiamento climatico e le grandi migrazioni. 

Tutte queste cose hanno portato a un’effettiva erosione della sovranità nazionale e alla conseguente difficoltà per gli Stati nazione europei, piccoli medi rispetto al globo, di elaborare una risposta all’altezza della dimensione dei problemi.  

Con una UE con bilancio modesto e con un deficit di capacità decisionale sulla fiscalità e sulla politica estera ci ritroviamo a fenomeni di questo tipo. Abbiamo poi una risposta sbagliata dei “sovranisti” che non coltivano una vera ambizione per la costruzione di sovranità, che è una cosa positiva, ma si tratta di una vecchia risposta nazionalista. Illudendoci sul fatto che nel mondo, com’è oggi, questa risposta possa riuscire a dare una scossa per un recupero di sovranità.

Un’impostazione del tipo “noi ci chiudiamo, stiamo per i fatti nostri, stiamo chiusi per riuscire a recuperare così la capacità di intervento dove oggi siamo scoperti” è in realtà un’illusione e una romantica immaginazione di un mondo che non esiste e che si possa difendere dalle cose chiudendosi.

Serve invece costruire una vera sovranità democratica più forte, che oggi è fragile, perché l’UE fa fatica sui diversi fronti già citati ad avere uno sguardo di orizzonte di medio termine. Ne abbiamo bisogno perché questa è l’unica possibilità per dare una risposta vera ai problemi reali che ci sono nel gestire un mondo sempre più complesso e per fronteggiare le disuguaglianze che sono esplose negli ultimi 10 anni di crisi economica sociale democratica in Europa. 

L’UE e il suo progetto com’è oggi è arrivato a un esaurimento di funzione ma la risposta non può essere lo smantellamento dell’integrazione che adesso c’è, serve farla salire di livello, di forza e sviluppo attraverso un rafforzamento dell’integrazione comunitaria, ovviamente attraverso una maggiore democratizzazione dei processi. 

Io credo che questa sia una risposta sensata e che può dare concretezza alla ricerca di un’identità e risposte di senso che ci sono dietro la deriva nazionalista. Abbiamo bisogno di appassionare le persone a un progetto che dia un senso e una appartenenza.

Lo stato nazione come lo conosciamo, messo da solo rischia di apparire oggi come una cosa di cui non ci si riesca più a fidare. Come un’entità che si difende in maniera semplicistica e romantica ma senza poi sapere e capire come ridargli un senso vero per difendere le persone e dare loro protezione. 

Oggi bisogna dimostrare che stando insieme in maniera convinta con più forza si può dare una risposta a questi bisogni attraverso una costruzione comune. Una federazione. Io sono molto netto e penso che serva una federazione europea. Una federazione leggera, diversa da altri progetti federali conosciuti nella storia.

Abbiamo bisogno della costruzione di un’organizzazione dove sui grandi temi e questioni si apra davvero a un fronte comune per stare all’altezza delle sfide e dei contesti che oggi abbiamo nel mondo. Dobbiamo difendere questo modello unico europeo, unico, della congiunzione di democrazia e stato sociale. 

Non lo abbiamo da nessun’altra parte nel mondo e io credo che, nonostante i suoi acciacchi e limiti sul fronte democratico e stato sociale, valga comunque la pena che sia difeso nei suoi principi, che oggi sono minoritari ormai nel mondo. Siamo in una situazione in cui questo modello è sotto attacco da altri modelli politici, sociali, politici e economici diversi dal nostro e in aperta competizione come quello della Cina, USA, Russia. 

Oggi serve ritrovare una forza per difendere questo modello. Credo sia qualcosa di cui non dico andare fieri, che non vuol dire niente, ma di cui non dobbiamo dimenticarci che non è scontato nel resto del mondo».

L’ex segretario Matteo Renzi ha lasciato il partito democratico parlando di “Scissione Consensuale”. Questo nuovo soggetto ITALIA VIVA è un progetto aperto alle nuove generazioni, lei che idea si è fatto? Glielo chiedo perché sembra un partito che ambisce ad attrarre nuovi giovani e lei sembrerebbe un target potenziale.

«Io penso che Renzi abbia sbagliato anche perché ha consumato una reputazione positiva che aveva anche nel mondo progressista europeo. Era considerato un leader che, seppur con tante contraddizioni e limiti discutibili, aveva fatto battaglie in Europa per politiche umane, economiche, vicine alle ragioni della crescita sviluppo ed equità. 

Godeva di una buona reputazione anche nel mondo della sinistra europea, dove invece questa rottura è apparsa come la volontà di indebolire per ragioni di egoismo personale il governo che aveva mandato via Salvini e aveva aperto la speranza di un ruolo utile dell’Italia forte in Europa per riformare l’UE e dare una spinta verso una direzione giusta. 

Nessuno capisce bene cosa sia Italia Viva se non un veicolo oggi di una ambizione personale. Io mi auguro che continui a dare un contributo utile di riflessione tematica sui temi oggetto dell’azione di governo ma credo che nel complesso sia stata una impresa politica più dannosa che altro. Ma dannosa per lo stesso Matteo Renzi che è apparso come un politico alla ricerca di una ribalta per la perdita del ruolo di Primo Ministro e di segretario di un grande partito ricercando un proprio protagonismo.

Viene vista come una mossa poco seria da moltissimi osservatori, anche in europa, e vorrei sottolineare che l’effetto concreto della natura sul piano europeo è nullo. In Europa a nessuno interessa questa scissione. Perché ha prodotto che un collega ha deciso di aderire e rispetto la sua scelta, ma a parte questo la rottura nei palazzi romani non ha alcun rilievo né per l’UE né per il mondo politico europeo. Con questa mossa Renzi di fatto si è eclissato. Scompare dalla geografia perché ha creato un partitino le cui sorti sono considerate diciamo evanescenti e comunque di scarsa importanza per la politica europea.

Il collega è rimasto nei S&D?

«Si e sono contento se la nostra famiglia politica mantiene la sua consistenza in Parlamento, anche se va detto che ad oggi Italia Viva ancora non sappiamo dove si collocherà».

Lei è un giovanissimo del Partito Democratico a cui ha aderito nel 2007. È stato coordinatore provinciale dei Giovani Democratici, in questa legislatura europea è stato il 1° dei candidati liguri; 1° fra gli uomini deputati uscenti nel nord-est e dal 22 luglio è capo delegazione del gruppo PD al Parlamento europeo.  Nel gennaio 2016 la rivista americana FORBES la indicava come uno dei trenta giovani politici più influenti in Europa. Inoltre, a marzo del 2018 è stato premiato come miglior eurodeputato dell’anno (MEP Awards) nella categoria “Lavoro e Affari Sociali”, grazie al suo impegno per l’occupazione giovanile.

Come nasce questa sua passione politica? E chi è la personalità che l’ha ispirata maggiormente, se c’è?

«La mia passione per l’Europa nasce da molti fattori, ma il momento più importante di sviluppo è quando a 19 anni ho visitato il Parlamento europeo con un’organizzazione politica di cui facevo parte, la Sinistra Giovanile. Al tempo il capo delegazione di sinistra che ho incontrato era Nicola Zingaretti, che oggi è il segretario del PD. Oggi quel capo delegazione sono io, ho l’onore di questa “eredità storica”, mentre prima di me c’erano Patrizia Toia e David Sassoli, l’attuale presidente del Parlamento europeo.

Io li quando feci quella visita rimasi colpito perché la sede principale del Parlamento europeo a Bruxelles era intitolata a un italiano. Altiero Spinelli. lo è ancora oggi. Mi sono appassionato e mi sono studiato la figura di Spinelli e tuttora mi ispira e mi affascina. 

Il Manifesto di Ventotene scritto da confinato antifascista a Ventotene è ancora un testo profetico perché parla di questioni migratorie, innovazione tecnologica, cambiamenti climatici, con capacità di previsione delle sfide che l’Europa avrebbe avuto dopo la seconda guerra mondiale che in quel momento era ancora una realtà purtroppo per chi scriveva a quei tempi. Avrebbe avuto queste sfide da affrontare soltanto se fosse stata unita». 

È stato anche membro del Parlamento europeo.

«Si lo è stato negli anni 80 è stato anche un parlamentare che ha saputo sfidare i governi europei nel dare seguito a una vera costruzione più integrata e dare un ruolo più forte al Parlamento europeo».

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Le strade di Istanbul e di Ankara appaiono avvolte in un’atmosfera surreale, una stasi silenziosa ben lontana da come si presentarono ai miei occhi, appena cinque anni fa: solari, allegre, concitate, gravide di riscatto. Ci mancavo dai tempi dei fatti di Gezi, ed era palpabile e subitanea la trasformazione a cui s’erano sottoposti i due centri urbani che da sempre animano la vita politica della Turchia. Faccio scalo a Istanbul dove incontro un gruppo di vecchi amici dalle facce stanche, in un pub semi-deserto nel quartiere di Kadıköy. «Sono cambiate tante, troppe cose da quando sei andato via», provano a spiegarmi quell’aria tetra, rassegnata: «è dal colpo di stato dello scorso luglio che nessuno ha più voglia di uscire, non ci si sente più tanto al sicuro per strada». Il giorno dopo raggiungo la capitale Ankara, una città anonima piena di palazzoni nuovi, grattacieli e mastodontici edifici governativi che mi ricordano le Sette Sorelle di Mosca. A due passi da Kızılay incontro Barış Yıldırım, giornalista turco-curdo, scrittore e attivista, una persona estremamente attenta alle dinamiche politiche del suo paese.

Provo a chiedergli conto di cosa stesse diventando la Turchia, che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza cruciale da un punto di vista geopolitico, è rimbalzata ripetutamente sui media di mezzo mondo per questioni interne che spaziano tra il controverso e l’eclatante. Terremoti politici i cui effetti dimostrano di avere un raggio a gettito lungo, capaci di condizionare sia l’Europa che il Medio Oriente. Il prossimo 16 aprile, i cittadini turchi sono chiamati a votare per un referendum costituzionale, la cui rigida dicotomia sì / no potrebbe compromettere seriamente gli equilibri del paese e dell’area tutta. Ho chiesto a Barış di fare maggiore chiarezza.

Cosa esattamente si andrà a votare il prossimo 16 aprile?

Con il referendum viene chiesto ai turchi di accettare o rifiutare la bozza di alcune riforme costituzionali. Come spesso accade in Turchia, vengono accorpati più punti da sottoporre al voto. Si tratta nella maggior parte dei casi di punti irrilevanti, alcuni necessari, ma nella bozza sono presenti diversi articoli nascosti che possono portare a cambiamenti cruciali per la vita politica del paese, e ovviamente in maniera negativa. Se tali modifiche passassero, non avremo più un primo ministro ma una repubblica presidenziale nelle mani di Erdoğan. Si tratta di concedergli parecchi poteri che includerebbero la continuazione dello stato di emergenza, l’influenza sulla magistratura, e il “rinnovo” della legge elettorale, che in sostanza significherebbe l’eliminazione sistematica dei parlamentari non graditi al Presidente. Formalmente in Turchia abbiamo ancora un Presidente della Repubblica, e non “Il Presidente”. Ma la situazione dal post-golpe in poi ha già assunto gli aspetti che sono previsti dalla riforma costituzionale: il presidente Erdoğan in sostanza ha già tutti i poteri nelle sue mani; e ciò che è de facto e contro legge oggi diventerà de jure e legale domani se vincesse il sì.

Com’è percepito il referendum dall’opinione pubblica? Quali le speranze, quali i timori?

Il paese appare fortemente polarizzato: da una parte, la maggioranza dei sostenitori dell’AKP (ma non tutti) ritengono che l’unica soluzione per risollevare le sorti del paese sia quella di fornire ulteriori poteri al loro leader indiscusso Recep Tayyip Erdoğan, per non precipitare nel baratro; dall’altra, c’è una metà della popolazione turca che teme l’instaurazione del cosiddetto “One Man Regime”, e che la vittoria del sì possa rappresentare la fine di tutto, inclusa la stessa repubblica. In linea di massima, entrambe le posizioni appaiono piuttosto pessimistiche. C’è da dire però che negli ultimi mesi l’AKP sta continuando a legiferare bypassando il parlamento, attraverso decreti legge arbitrari; questo aspetto non verrà cambiato dalle urne, dal momento che è un risultato che non arriva da nessuna votazione.Finora la Turchia ha scongiurato l’instaurazione di un regime democratico, ma ciò non significa che le cose non possano peggiorare. E la mia personale opinione è che peggiorerebbero di parecchio con una vittoria del sì.

Cosa effettivamente cambierebbe con la vittora del sì?

Detta in termini pratici e diretti, la vittoria del sì istituzionalizzerebbe quello che io chiamo “il fascismo semi-aperto”. Come riteneva il leader socialista Mahir Çayan negli anni ‘70, in un paese neo-coloniale come la Turchia, l’imperialismo ha optato per un fascismo coloniale (o per un fascismo “sotto copertura”), caratterizzato da un parlamento e un gruppo di sindacati che favoriscono l’establishment. Nel corso degli anni, l’oligarchia ha preferito neutralizzare le opposizioni attraverso un parlamento apparentemente funzionante, in un processo graduale ma inesorabile. Il golpe dello scorso 15 luglio, che altro non era che il risultato di conflitti interni alle classi dominanti, ha dato il via ad una sorta di fascismo semi-aperto: sono mesi che assistiamo quotidianamente ad arresti incondizionati di membri del parlamento (in particolare del partito filo-curdo e dell’HDP), e numerose associazioni di sinistra e organizzazioni democratiche sono state chiuse per decreto con il solito pretesto del colpo di stato. La gente ha timore di scendere in strada, dai fatti di Gezi Park le cose sono cambiate parecchio, le manifestazioni vengono chiuse o vietate al primo cenno di “pensiero contro”. Questo è quello che chiamo “fascismo semi-aperto”; il sì renderebbe legale il mantenimento di questo tipo di status quo.

Chi supporta il no?

I socialisti turchi, l’opposizione curda, i kemalisti [sostenitori del secolarismo turco messo in atto da Mustafa Kemal Atatürk, ndr], una parte degli ultra-nazionalisti (il loro partito, l’MHP, che i socialisti descrivono come i “fascisti civili”, è apertamente schierato con Erdoğan, ma negli ultimi tempi un corposo numero di membri del partito è passato all’opposizione, guidato da Meral Aksener), e apparentemente anche alcuni elettori dell’AKP si sono schierati per il no. Ognuno di loro per motivi differenti. I kemalisti sono per il no perché non vogliono che un leader islamico acquisti tanta smisurata autorità, nel timore che questo possa portare alla fine della repubblica laica e secolare di Atatürk – una repubblica in realtà già mutilata, se non decapitata da decenni, ma questa è un’altra storia. Gli oppositori tra gli ultra-nazionalisti non sono felici dello stesso Erdoğan, dal momento che condividono parzialmente i concetti kemalisti e ritengono Erdoğan responsabile di aver dato troppe concessioni ai curdi in passato. Ovviamente il partito curdo la pensa esattamente nel modo opposto, e si sente tradito da Erdoğan per aver terminato la “risoluzione” del processo di “pace”, con il giro di vite sui curdi, molti dei quali giustiziati durante le cosiddette “guerre di trincea”, e gli attacchi contro l’YPG in Siria. Lasciami dire che una parte dei socialisti turchi pensa che nessun risultato elettorale o referendum potrà portare a cambiamenti significativi e specieper le fasce sociali più deboli, che semplicemente hanno perduto qualunque speranza e reagiscono astenenendosi dalle elezioni.

Qual è la tua opinione sulla crisi diplomatica tra Ankara e alcuni paesi europei? Che legame c’è con il referendum del 16 aprile?

Dicono che la Germania non abbia consentito gli incontri a causa della comunità curda che vive nel paese; i Paesi Bassi erano tesi per le imminenti elezioni politiche [tenutesi il 15 marzo, ndr]; la Danimarca ha preso una posizione solidale con i Paesi Bassi dopo le reazioni anti-olandesi della Turchia. Dal mio punto di vista, queste crisi erano completamente fasulle, artificiali ed esagerate dal governo. L’AKP è sempre stato in ottimi rapporti con gli imperialisti americani ed europei. Persino durante la crisi con Israele, l’AKP ha espresso il proprio orgoglio di essere un fedele alleato di Israele nella regione. Al di là di dispute minori, il governo dell’AKP – così come i governi precedenti – è a tutti gli effetti integrato nel sistema imperialistico globale. Ma, si sa, l’anti-imperialismo si vende benissimo in Turchia, così con l’approssimarsi delle elezioni si cominciano ad utilizzare slogan di rimprovero contro “le potenze straniere”, sicomincia ad utilizzare il termine “imperialismo”, ma in ultima analisi si resta sempre alla larga da qualsiasi reale concezione anti-imperialista e si continua a cooperarci a pieno regime. Gli islamisti turchi non perdono occasione di servirsi di un sentimento xenofobo e anticristiano piuttosto diffuso, nelle vesti di argomentazioni anti-imperialiste che sanno di temporaneità, irrilevanza e demagogia. Questo è accaduto con alcuni paesi europei. L’intenzione era di raggirare un numero maggiore di elettori e portarli a scegliere di votare sì, incitando a presunti contrasti diplomatici con alcuni paesi. Non so se abbia funzionato o meno. I sondaggisti affermano che la “crisi” abbia influenzato la votazione più o meno allo stesso modo per entrambe le posizioni, dunque pare non abbia sortito particolari effetti, il che ha senso per me, perché c’è da essere davvero stupidi ad abboccare a questo tipo di esca. Gli individui possono essere stupidi, le popolazioni non lo sono quasi mai.

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

Domenica Letteraria-Un caffè (letterario) col professor Gianfranco Claudione

– Potremmo essere davanti ad una tazza di caffè, ma date le distanze, lo immagineremo virtualmente posato su di un tavolo altrettanto virtuale.
Ma chi è Gianfranco Claudione e perché ha avvertito l’esigenza di creare la pagina Zibaldone Letterario (un raccoglitore di splendide citazioni e poesie di autori classici e non solo, poiché ospita le parole di scrittori inediti, come ad esempio la sottoscritta, nda)?

Ho 52 anni e insegno italiano e latino al liceo classico “Zingarelli” di Cerignola. Insegnare, stare a contatto con i giovani, a volte è faticoso, ma mi piace, mi diverte. Come dico spesso ai miei studenti, vengo pagato per fare qualcosa che mi diverte, penso quindi di essere un uomo davvero fortunato, e auguro la stessa fortuna a ciascuno di loro. Zibaldone Letterario nasce in un momento un po’ particolare della mia vita, in cui avvertivo profondamente un bisogno di autenticità, di ritrovare l’essenza delle cose, cose semplici ma vere, solide, su cui valesse la pena investire tempo ed energie. E’ un bisogno di bellezza, anche. Ecco, bellezza e verità non potevo che trovarle nella poesia, nei versi di quelli che sono stati i compagni di viaggio della mia esistenza, che l’hanno guidata e confortata, inquadrandola in un universo che sovrasta la prospettiva angusta dell’esistenza individuale e, proprio per questo, a volte l’hanno anche resa molto più interessante di quanto, nella sua ordinarietà, potesse apparire. Perché scopri che molti tuoi pensieri e sentimenti sono sostanzialmente gli stessi che i poeti hanno espresso nei loro versi, o fatto vivere ai loro personaggi, ed è un po’ come aver vissuto come loro, no? Di qui il progetto dello Zibaldone, che ha anche l’ambizione di offrire una piccola isola di bellezza e di autenticità (naturalmente non è l’unica) in un mondo social dominato dall’apparenza, dalla fatua ostentazione di sé, dalla superficialità, dal cattivo gusto, dal consumismo della parola e delle emozioni.

– Poniamo di dover dividere in due blocchi distinti tutti gli abitanti di questo splendido contenitore chiamato Terra: lettori e scrittori.
Cosa crede che vogliano oggi i lettori, specie quelli più giovani con cui lei è a contatto quotidianamente, dagli scrittori e dai loro libri? Cercano risposte, domande, riflessi di sé stessi o nuove verità fuori dagli schemi? E, in base all’andatura della letteratura contemporanea, alle tematiche scelte e al tipo di scrittura utilizzati, cosa chiedono, cosa cercano invece gli scrittori nei lettori?

È difficile dare una risposta a questa domanda perché oggi, in tempi di scolarizzazione di massa, l’universo dei lettori è molto più variegato ed eterogeneo che nel passato, quando la lettura era un’attività molto più selettiva. Penso però che in un libro il lettore di oggi, come del resto quello di tutti i tempi, cerchi innanzitutto il piacere della lettura. Si legge per ascoltare una bella storia, per vivere un’avventura, per provare sensazioni, passioni, sentimenti, per fare una bella esperienza. E questo è bello e piacevole, perché altrimenti, come avverte Michel Houellebecq, «ci si deve accontentare della vita». Leggere, insomma, salva dalla trappola dell’ordinario, dalla bruttezza mediocre della vita reale. Tuttavia non è solo questo, perché leggere apre alla mente e all’anima mondi sconosciuti, dischiude prospettive inedite, propone chiavi di interpretazione, punti di vista. Leggere è sempre un’esplorazione della realtà, un’esplorazione esistenziale, un viaggio di conoscenza. La letteratura è finzione, una sostanziale menzogna, ma è una menzogna che dice la verità, che getta una fascio di luce sulla realtà. Non a caso Calvino afferma che «il discorso sulla letteratura è sempre uno: è il discorso sulla realtà del mondo, sulla regola segreta, il disegno, il ritmo della vita». E credo che, anche inconsapevolmente, il lettore cerchi anche e soprattutto questo: risposte, conferme, smentite. Il lettore cerca sempre se stesso, e qualche volta si trova anche. Il problema è che oggi il libro è una merce, e in quanto tale è sottoposta alle leggi del consumismo, che moltiplica un’offerta culturale spesso banale, scontata, ruffiana. Sono libri che, come lo yogurt, hanno una scadenza breve, non sono permanenza, ma brusio, rumore di fondo. Naturalmente la scuola ha il compito di orientare il giovane lettore nel supermarket editoriale, ma dubito fortemente che ne abbia la capacità. Quanto allo scrittore, a mio parere cerca nella scrittura la stessa cosa del lettore: se stesso.

– A partire dalla fine dell’800 e, ancor di più al termine dei due conflitti mondiali, gli scrittori hanno cominciato ad avvertire un potente distacco dalla Natura, intesa quasi in senso divino, il che ha portato ad una sempre maggiore disgregazione dell’Io degli autori, fino alla loro “morte” nelle opere, lasciando il senso e l’unità dei loro scritti interamente nelle mani dei lettori, fenomeno che ha raggiunto l’apice con lo strutturalismo ed il formalismo e con la scrittura di autori quali Calvino (specie nella sua ultima fase, nda), Gadda.
Data la sua esperienza personale di lettore, è riuscito a cogliere gli interrogativi esistenziali più ossessivi e martellanti di questi anni? Come stanno raccontando la società odierna gli scrittori?

La vicinanza temporale e la sterminata offerta editoriale rende veramente arduo, se non impossibile, anche solo tentare di cogliere linee d’insieme nella produzione letteraria degli ultimi decenni. Del resto non sono certo un critico e il mio punto di vista di semplice lettore non può che risultare, necessariamente, parziale ed estemporaneo. In linea molto generale mi sembra di percepire da un lato il senso di un’esistenza dominata dal caso e dall’insensatezza, di fronte alla quale si pone il problema del “che fare?”; dall’altro la propensione introspettiva, l’indagine di sé, soprattutto nella lirica; da un altro ancora l’attenzione verso la condizione giovanile, specialmente adolescenziale. Pensando ai miei studenti, mi limito intenzionalmente ad alcuni esempi di autori “commerciali”, seppur dignitosi nella scrittura, e perciò di facile approccio per il lettore neofita: Alessandro Baricco, con le sue vicende surreali e i suoi personaggi sopra le righe, ma dalla scrittura morbida e rotonda, ammaliante; Alda Merini, nella quale l’analisi introspettiva si esprime in versi dalla fulminante icasticità e assume spesso l’aspetto di una dolorosa catabasi infernale; Enrico Brizzi e il suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di formazione che risente di modelli come Il giovane Holden di Salinger e Sulla strada di Kerouac, forse un po’ datato (è del 1994) ma ancora attuale nei temi, e dal linguaggio fresco e a quei tempi spiazzante.

– Negli anni ’80 Montale profetizzò l’impossibilità di una poesia sublime o “alta”. Io non riesco del tutto a dissentire, e mi sovviene un poeta italiano contemporaneo come Guido Catalano (che peraltro io adoro), che adotta uno stile semplice e tematiche quotidiane.
Lei cosa ne pensa? Siamo davvero vivendo anni grigi, senza alcuna punta di “genio sublime”? Forse questo abbassamento di standard ed aspettative è imputabile al sempre più cospicuo utilizzo di social networks deformanti e dispersivi, in cui le immagini dominano incontrastate e dove la voce talentuosa si disperde nel rumore?

Accostare Guido Catalano (che pure ospito spesso nel mio Zibaldone e che approfitto di questa occasione per ringraziare della gentile concessione alla pubblicazione) a Montale mi sembra forse un tantino azzardato. Battute a parte, difficile non concordare con Montale. Del resto già Baudelaire, nei Fiori del male, ormai quasi due secoli fa, parlava di perdita dell’aureola. Non è il caso, qui, di ricostruire le cause del fenomeno, estremamente complesso. Mi limito a dire che non ho nessuna nostalgia per la poesia sublime, che implica il rischio detestabile dell’enfasi retorica e celebrativa: si pensi a certa orrenda produzione di Carducci, Pascoli o D’Annunzio, che non a caso è uscita dal canone letterario scolastico, e giustamente. Del resto, stile semplice e tematiche quotidiane non è detto che diano vita a una poesia necessariamente “facile” o disimpegnata. Ad ogni modo, viviamo in un mondo prosaico e volgare, dove domina il cattivo gusto, il kitsch: basta accendere la tv o aprire Facebook per rendersene conto. Se in passato la poesia selezionava rigorosamente il repertorio del poetabile, la sfida, oggi, consiste nel tentare di rinvenire frammenti di bellezza nel caos informe e prosaico del mondo. La bellezza dell’ordinario, del normale, del quotidiano, insomma dove non te l’aspetti, pezzi d’azzurro tra le cimase, come ne I limoni di Montale. Tra l’altro, anche se non sono assolutamente un fotografo, è il senso di un altro mio piccolo progetto su Instagram, “_mimimalia_”, nato con le stesse motivazioni e finalità dello Zibaldone. Cercare la bellezza inaspettata nell’ordinario, senza cedere allo scetticismo e alla sfiducia: forse è (anche) da qui che si può partire per costruire un mondo più a misura d’uomo.

E con queste parole speriamo di avervi dato degli ottimi spunti per affrontare questa Domenica e per cercare (e trovare, nel migliore dei casi) negli angoli sperduti o familiari il vostro personalissimo momento di bellezza.

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Castro, Beatles e Presley:  Ci colleghiamo con Ed Sullivan!

Articolo originale di Chris Jordan, pubblicato il 27 Novembre 2016, qui.

“Ladies and gentlemen, Fidel Castro?”

Fidel CastroNoto per aver presentato Elvis e i Beatles all’America durante il suo varietà “The Ed Sullivan Show” in onda per molti anni sulla CBS, nel 1959, Sullivan presentò in un contesto totalmente differente una personalità d’alto rilievo: Fidel Castro.

Il modo in cui ottenne l’intervista nasconde una storia fatta d’intrighi e pericoli, poiché i tizzoni della rivoluzione bruciavano ancora. Nel 1958 la maggior parte dell’America ancora non sapeva chi fosse Castro, né quali fossero le sue inclinazioni politiche. Sullivan chiese “in prestito” uno scrittore del Chicago Tribune*, posseduto dal New York Daily News, per impostare l’intervista.  Dopo un viaggio in aereo ed un “giretto” di sei ore per le vie secondarie della città di Matanzas, Sullivan e la sua troupe si ritrovarono in una piccola stanza con Castro ed i suoi seguaci, armati di mitragliatrici.

Sullivan e Castro sedevano ad una scrivania.

“I due erano circondati da soldati, uno dei quali aveva un mitra puntato alla testa di Ed,” scrive Maguire.

“L’atteggiamento di Sullivan non era il solito rigido ed innaturale che adottava durante il suo programma il sabato sera, ma piuttosto esuberante e vivace.”

Sullivan, un Anti-Comunista convinto, chiese a Castro s’egli lo fosse. La domanda provocò una reazione violenta.

“(Castro) quasi saltò dalla sedia” disse il cameraman Andrew Laszlo “si strappò la camicia e fece vedere un bellissimo crocifisso e gridò: “Sono un Cattolico, come potrei essere un Comunista?!”

Sullivan gli chiese in seguito se fosse il George Washington cubano, il che aumentò facilmente la tensione in quella stanza. Concluse infine l’intervista chiedendo a Castro in che modo riuscire ad impedire l’ascesa di futuri dittatori, come Fulgencio Baptista, il Leader cubano che Fidel Castro riuscì ad abbattere.

“Sarà facile” disse Castro in un inglese imperfetto:

“Non permettendo a dittatori futuri di venire a governare il nostro Paese. Potete starne certi, Baptista è e sarà l’ultimo dittatore di Cuba”. 

Sullivan

All’insaputa di Sullivan, Castro si prestò ad un’intervista durante il programma “Face the Nation”, in onda poche ore prima della sua intervista col conduttore, ma Sullivan condusse il primo.

Castro divenne una sorta di star dei media, ed eroe della contro-cultura negli Stati Uniti prima che i rapporti fra i due paesi s’inacidissero. In seguito al 1959 apparve al “Jack Paar’s Tonight Show”, ed al  “Person to Person” di Edward R. Murrow. Bob Dylan, Ernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Gabriel García Márquez espressero il loro supporto al rivoluzionario.

Dopo l’invasione della Baia dei Porci nel 1961, Castro divenne un nemico dello stato, e le sue apparizioni sulla TV americana calarono sempre di più. Un’eccezione vi fu nel 1976 quando il giornalista sportivo Howard Cosell intervistò Castro per la ABC durante un incontro amatoriale di box nell’Avana. Castro gli parlò dei suoi primi tiri a Baseball.

Sullivan, che presentò Elvis Presley durante il suo show nel 1959, causerà un’onda d’urto ben maggiore nel 1964, portando i Beatles in America.  Le apparizioni di Presley, i Beatles e Castro hanno una cosa in comune: al termine delle interviste Sullivan, dall’imponenza del suo palco,  li dichiara tutti “cittadini modello” dei loro paesi.

“È un bravo giovanotto” disse Sullivan di Castro nella trasmissione dell’11 Gennaio 1959 “un giovanotto intelligentissimo”

 

*Il Chicago Tribune è il quotidiano principale dell’area metropolitana di Chicago e del Midwest degli Stati Uniti

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Immagine di copertina, galleria a fondo pagina ed altre illustrazioni nell’articolo a cura di Martina Pesce. Originali qui

Conosco Martina dai tempi del Liceo. Da sempre, ho visto Martina come uno dei talenti più estrosi che io abbia mai conosciuto e devo contendere con tanti altri il titolo di fan numero uno. Martina Pesce è una bomba ad orologeria, e la sua arte è l’esplosivo. I suoi disegni sono unici, una linea a tratti spezzata, a tratti ballerina. Martina riesce a racchiudere in se una duplice natura, l’insicurezza è un tratto che. istintivamente, la caratterizza. Con questo sentimento, Martina trasforma questa ansia da prestazione in magia. Questa timidezza è vinta dalla vivacità artistica che ripone in ogni disegno. Assieme a questa intervista, che sono riuscito ad estorcere dopo mesi di tentativi, troverete solo alcuni degli ultimi disegni di Martina Pesce. In ogni singolo tratto, ritroverete tutta la maestria di Martina. Vi suggerisco di continuare a seguire Martina, perché disegnatrici con il suo talento, attitudine e brio sono rari, e vederla crescere ed esplodere come artista sarà una gioia unica.

Martina Pesce è una illustratrice di Stornara. Ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed ora si sta specializzando nell’arte del fumetto. Ma chi è davvero Martina Pesce?

Eh, bella domanda!! (ride) Parlando seriamente, ho studiato Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Foggia e mi sono diplomata a marzo 2016. Prima di allora non avevo mai studiato roba inerente al disegno, ne fatto corsi o altro: tutto quello che facevo era dovuto al fatto che mi piacevano un sacco i disegni dei cartoni animati che guardavo e dei fumetti che avevo iniziato a leggere (W.I.T.C.H. è stato il primo in assoluto, poi mi sono buttata su manga/anime) e mi divertivo a copiarli… anche se non sono un granchè a copiare e siccome non uscivano mai uguali mi ritrovavo sempre ad inventare personaggi o a disegnare quelli esistenti in modo diverso. Quest’anno ho finalmente deciso di iscrivermi ad una scuola di fumetto, così da dedicarmi esclusivamente a questo, con la speranza che un giorno la mia passione possa diventare il mio lavoro.

Una passione travolgente la tua. Ma quando hai capito di voler diventare una fumettista?

Guarda, non saprei dirlo con certezza. Io disegno praticamente da sempre (anche se le prime vignette risalgono alle superiori, quando immortalavo i momenti più disastrosi e imbarazzanti della vita scolastica), ma penso di aver maturato la certezza di volerlo fare di mestiere quando ho intrapreso il percorso accademico, quattro anni fa.

“L’opera è l’uomo. Una cosa non spunta dal nulla” diceva Edward Hopper. Qual è lo stile che ti rappresenta più di altri?

Penso si possa dire che i miei scarabocchi sono un miscuglio di stili tendente al grottesco, caratterizzato da una spessa linea di contorno e dalla quasi totale assenza di colori. Almeno fino ad ora, dato che è in continua evoluzione.

I tuoi lavori partono da una cultura moderna, dei manga, videogiochi e fumetti. Quali sono i personaggi e le storie che più preferisci ritrarre?

Beh, questa risposta potrebbe essere più lunga del normale, ma farò lo sforzo di essere breve: fino ad ora, purtroppo, non sono ancora riuscita a tirar fuori un fumetto vero e proprio (anche se ci sto lavorando); mi sono limitata, in tutto questo tempo, a disegnare personaggi di cartoni animati, film o serie tv, spesso ad inventarne di miei, ma lasciandoli poi a marcire tra i vari fogli sparsi per la mia disordinatissima scrivania. A volte è capitato di tirar fuori singole vignette, ma per lo più mi limito a veloci sketch o, al massimo, a semplicissime illustrazioni in bianco e nero inchiostrate con i pennarelli. In ogni caso, i miei soggetti preferiti sono i personaggi comici e disastrosi (non a caso ho ritratto moltissime volte la mia amica e compagna di banco delle superiori che combinava un sacco di guai ed assumeva espressioni “da cartone animato” sempre diverse).

I disegnatori che più ti hanno segnata nella creazione del tuo stile?

Tralasciando i disegnatori dei Walt Disney Animation Studios (soprattutto Glen Keane… darei un rene per poter disegnare come lui!), che forse insieme a Capena e Barbucci sono stati quelli che mi hanno catapultato nel mondo del disegno, devo ringraziare anche cartoni animati come “Adventure Time”, “Lo straordinario mondo di Gumball”, “Due Fantagenitori”, “Le Superchicche”, “Mucca e Pollo”, “Ed, Edd & Eddy”, “Leone il cane fifone”, ecc. Ma ci sono talmente tanti altri disegnatori che stimo e seguo che se dovessi nominarli tutti si farebbe notte! Giusto per citarne qualcuno: Veronica “Veci” Carratello, Vanessa Cadinali, Davide Toffolo, Sarah Andersen, Anna Cattish, Francesca De Martino, Steve Thompson, Bill Watterson… vabbè, mi fermo qui, ma giuro che ce ne sono ancora tantissimi.

martina pesce

Scott McCloud, parlando del fumetto, lo definisce come “immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore”. Qual’è il messaggio di fondo della tua arte?

Più che ad un messaggio di fondo io punto alla “reazione estetica”. Rimanendo molto spesso incantata dai lavori di alcuni autori, mi piacerebbe diventare in grado di suscitare le stesse sensazioni in chi si ritrova davanti ai miei scarabocchi. E, perché no, anche strappare una risata.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Ci sono aspetti della tua formazione che vorresti ampliare? Un sogno del cassetto da realizzare?

Per quanto riguarda l’ampliare alcuni aspetti della mia formazione, ci sto lavorando: proprio quest’anno mi sono iscritta alla scuola di fumetto Inkiostro (che ha alle spalle proprio l’omonima casa editrice) e mi sto impegnando tanto per diventare una disegnatrice completa, in grado di disegnare anche cose differenti dal grottesco in modo tale da avere più opportunità lavorative nel campo. I piani per il futuro non sono ancora ben definiti, se non per il desiderio di lavorare, in qualche modo, nel mondo del fumetto. Chissà, speriamo bene!

Martina, a nome di Cronache ti ringrazio per questa intervista. Dacci qualche informazione per poter continuare a seguire il tuo mirabolante percorso

Grazie a te e tutti i ragazzi di Cronache dei Figli Cambiati. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare tutti i vostri lettori ed invitarli a seguire i miei lavori sulla pagina Facebook Tram. In questo momento sono nel pieno dell’Inktober, 31 disegni per 31 giorni. Seguitemi per scoprirli tutti. Ciao!

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