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in copertina: primo piano di Alberto Moravia. Fonte immagine qui

Michele Ardengo è come noi. E noi siamo proprio come lui: inquieti e passivi giovani adulti talvolta incapaci.

La passività estrema di Michele, che sembra aver sconvolto il panorama letterario del Novecento svelando le ipocrisie e i vizi della società borghese, nell’era del post- modernismo e del post-esistenzialismo (qualunque sia il loro significato) sortisce un effetto tutt’altro che rilevante. Nulla di nuovo sotto il sole. Convenzioni, stereotipi, vuotezza. Michele è un personaggio tutt’altro che eccezionale.

Nessun giudizio di merito, dunque, su chi o cosa ci abbia reso così intrinsecamente “post-appassionati” o “post-speranzosi”, diventando le versioni casalinghe di Michele Ardengo. Si tratterebbe di un’accusa estesa e superficiale; nonché di un tentativo di generalizzata introspezione assolutamente vacuo, inefficace. Una riflessione sembra però necessaria.

Pubblicato nel 1929, “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia ci racconta l’Italia, solo nei suoi contorni fascista, attraverso la complessità del reale, al di là delle astrazioni sociali e delle fittizie semplificazioni ideologiche.

La realtà di Michele e Carla, i fratelli protagonisti, è complessa nella piattezza del suo fluire. Tanti gli eventi, le circostanze la cui unica reazione possibile sembra essere una sequela di pensieri rabbiosi e progetti mai realizzati, statici e funesti. Inquieti e sempre inermi, i protagonisti rivelano in ogni loro gesto un’inettitudine peculiare.

Ed è per questa ragione che Moravia sembra restituirci un interessante ritratto della contemporaneità.

Di un’inquietudine e di un’irrequietezza spontanea e dolorosa sembrano soffrire i fratelli del romanzo. Nei due giorni raccontati dallo scrittore, l’asfissia dei loro stati d’animo confusi e sempre uguali ricorda quanto ci si senta inadatti al contesto.

Niente di apocalittico o vagamente cioraniano in tutto questo. Nessuna auto-narrazione deprimente. Si tratta di cogliere un dato. Fondamentale.

Accettare. Sublimare. Tentare una terza via che vada oltre i vinti e vincitori, i sommersi e i salvati. Tutti ugualmente deboli e incompleti, frustrati nelle aspettative, ma tendenti all’azione. Anche solo immaginaria.

Michele Ardengo ci ricorda quanto difficile sia il processo di accettazione. L’abiezione degli altri, di facile riconoscimento, ci solleva. Ma non ci dà pace.

Il rifiuto dell’accettazione della propria personale essenza, aldilà di modelli positivisti precostituiti, genera mostri. Anch’essi incompleti.

Con una pistola scarica e il proposito fallimentare di eliminare il proprio rivale (anche solo per convenzione), il giovane protagonista ci ricorda l’importanza di essere sinceri.

Ed è questo uno dei leitmotiv del romanzo: la strenua ricerca di una ragione falsamente addotta alla quale si finisce per credere ciecamente, spinti dal desiderio di punti di riferimento.

Il rinculo del mancato colpo di pistola arriva dritto al lettore, evocando lo strenuo e viscerale legame con la vita. E sentiamo la rabbia di Michele – la nostra rabbia – verso il rivale, Leo, e generaliter verso la propria inerzia sciogliersi in un attimo. Assoluto e atemporale.

Author: Alba Cagnina

Nativa più analogica che digitale, lettrice pigra, senziente annoiata.
Praticamente quella della foto.

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