A pochi giorni dall’uscita del suo ultimo album, il fenomeno Bon Iver continua a crescere e Justin Vernon e colleghi non deludono.

Chi scrive ha (sempre) creduto che Bon Iver fosse un’artista solista. In realtà, dopo una inaspettata scoperta, è proprio il loro essere gruppo a rendere le tonalità delle canzoni particolari ed a tratti tenebrose. Un canto mistico, una preghiera. Il nome in francese Bon Hiver viene dal saluto finale di una famosa serie tv. Ed è così che salutiamo il nostro secondo sabato formato jukebox.

 

I Bon Iver si formano nel 2007. Originario del Wisconsin, Vernon registra in totale solitudine nella sua baita “For Emma Forever ago”. Il resto è storia recente, ma pur sempre storia.

 

Vernon ha una voce riconoscibile che proviene dal basso. Dallo stomaco, dalla parte più profonda del suo cuore. Graffia, lacera quasi. Un qualche dispositivo diabolico le conferisce un sapore metallico, come metallico può essere il sapore del sangue, associazione richiamata dal singolo ’Blood Bank’. Quest’ultimo, rappresenta la storia di un incontro davanti alla banca del sangue, per scegliere una sacca come si sceglie un gioiello. Se ne scorge la neve, custodita da un groviglio di baci. Una perfetta storia dark da San Valentino. O meglio, dai richiami natalizi (ormai il countdown è partito per tutti).

 

I testi appaiono dunque spesso criptici. Le parole a volte sembrano essere state poste lì senza una ragione precisa, seguendo un flusso di coscienza che solo chi ne è l’autore può identificare. In principio però, galeotta fu ‘Skinny Love’ e il suo martellante ritornello. Quest’amore magro e denutrito è divenuto il trampolino di lancio della band americana.

I told you to be patient
I told you to be fine
I told you to be balanced
I told you to be kind
In the morning I’ll be with you. (da Skinny Love)

 

Fa freddo e c’è gelo nelle canzoni dei Bon Iver. Dopo Skinny love che gela il cuore, ecco The Wolves. Quasi la tempesta di neve si tasta con mano. Potrebbe sembrare un concept album. Forse Vernon aveva in mente di raccontare una storia, sgangherata ed apparentemente incomprensibile? La storia di un ragazzo solo in una baita, che passa attraverso i cunicoli delle sue emozioni e ne esce con meravigliose liriche.

 

Il ritmo lento ma accattivante e le ripetizioni di alcuni versi, non ridondanti, sanno di fraseggio alla Lou Reed. Forse. Le stesse parole infinite volte ripetute danno una impronta ben definita alla canzone. I Bon Iver passano, feriscono, e scivolano via.

 

Nel 2016, esce ‘22, A Million’. Al primo ascolto, subito qualcosa sfugge. I Bon Iver si spingono musicalmente parlando in ed a territori inesplorati. La musica diventa opera di ingegneria e tecnicismo, senza smettere tuttavia di raccontare se stessi ed il mondo. E’ un album che parla di futuro, o meglio della paura di un futuro non molto lontano. I testi si fanno più cupi e Vernon si serve di numerosi termini religiosi per descrivere la propria inquietudine. Titoli, numeri. Quasi come a costruire una simbologia particolare.

 

Il primo pezzo è ‘22’. Un inizio col botto, nel quale le tonalità cupe esplodono con il ‘might be over soon’. Vernon pare più maturo ed incisivo in questo terzo disco. 22 è il suo numero artistico, come il 9 per John Lennon. I richiami alla religione sono anche nei numeri in 33God, con un Vernon a fungere da varco di una profonda disillusione.

 

L’apice si percepisce e raggiunge in ‘8circle’. Domande su domande, futuro in bilico. Perdono, amore. Tutto scorre, tutto ritorna e si riparte da zero. Come un cerchio infinito. A chiudere il viaggio di Vernon nell’inconscio, nella storia dell’uomo e allo stesso tempo nel presente, passato e futuro, vi è appunto 00000 million.

Un lavoro egregio, chiuso degnamente con questa preghiera. Lo si può immaginare in cima ad una montagna ed in una preistoria molto lontana. In un’altra vita a chiederti il perché di tutto. Solo, in contemplazione, alla scoperta della vita e del significato del dolore. Perforandolo con astuto coraggio, anche se a volte (troppo spesso) potrebbe farci male.

 

foto da: myspace.com

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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