Nella Babele dei commenti post-elettorali, un messaggio sembra passare forte e chiaro dai media mainstream di tutto il Vecchio Continente: tutto sommato, il temuto tracollo sovranista non si è verificato.

«I giovani salvano l’Europa», titola tronfiamente la Repubblica, evidenziando che «l’onda nera non sfonda. Popolari e Socialisti perdono terreno, ma reggono». «I partiti europeisti sono riusciti a contenere la spinta degli euroscettici durante le elezioni europee», fa eco Le Monde. «Per quanto la Lega si sia posizionata prima in Italia, e Le Pen e Farage abbiano fatto lo stesso nei rispettivi Paesi, il nuovo gruppo che Salvini ha affermato di voler formare nel Parlamento Europeo avrà, secondo le proiezioni, solo circa 70 seggi in una Camera da 751 membri», rassicura Politico.

Parzialmente eccentrici solo i commenti della stampa tedesca, probabilmente sobillati dal tracollo dei partiti tradizionali (e, soprattutto, della SPD) nei patri confini, ma pur sempre tesi a ridimensionare l’avanzata delle destre: der Spiegel sostiene che «l’Unione Europea, da come si apprende da queste elezioni, [sia] un ricettacolo di casi particolari», con ciò, però, pur sempre implicitamente negando che sia individuabile un trend populista; mentre solo la Bild-Zeitung si spinge a parlare di «terremoto politico» anche con riferimento alle elezioni negli Stati confinanti, pur restando assolutamente focalizzata sulla dimensione tedesca e, di conseguenza, concentrandosi più che altro sulla clamorosa avanzata dei Verdi.

Le litanie autoconsolatorie di queste ore non sembrano, però, fare adeguatamente i conti con la realtà. La fallacia del ragionamento sotteso è tutta nei numeri con cui esse cercano di ovattare di incontrovertibilità i propri orecchi da mercante. Carlo Verdelli, direttore di Repubblica, giustifica così la propria ottimistica linea editoriale post-voto: «abbiamo deciso di fare [il titolo, N.d.R.] “ombre nere”, che è diverso da “onda nera”, perché, in realtà, […] nel complesso i sovranisti, che dovevano avanzare di più, conquisterebbero circa 30 seggi in più in Parlamento, e quindi non si può parlare di “onda nera”».

Sono i famosi 70 seggi cui fa riferimento anche Politico (in realtà, secondo proiezioni più aggiornate, 58), di cui giungerebbe a godere il salviniano-lepeniano gruppo EFN (Europe of Nations and Freedom): effettivamente, un risultato apparentemente piuttosto magro a fronte dei 147 seggi che le stesse proiezioni assegnano ai socialisti e dei 182 parlamentari da esse attribuiti ai popolari. Lo scarto è dato dal confronto con la legislatura uscente, 2014-2019, nella quale ENF vantava soli 36 membri: di questi, 6 erano leghisti, mentre coi risultati odierni la cifra dovrebbe montare a 28 (e, va da sé, quella leghista sarebbe la dote maggiore portata al raggruppamento dei nazionalisti), mentre più o meno stabile dal punto di vista numerico dovrebbe restare la delegazione del Rassemblement National di Marine Le Pen.

Il problema sta tutto qua: le proiezioni al momento disponibili aggregano i seggi ottenuti da ciascun partito in gruppi politici postulando che le affiliazioni sovranazionali restino immutate rispetto al 2014, e nel risultato che ne consegue occultano le vicinanze ideologiche che, anche se non portassero a ridisegnare il formale quadro delle alleanze europee, determinerebbero, comunque e potenzialmente, un blocco populista di un peso almeno paragonabile a quello dei liberali di ALDE.

Geert Wilders; Matteo Salvini; Marine Le Pen sul palco a Milano in piazza Duomo.

I sovranisti sotto mentite spoglie sono, infatti, in crescita ovunque: il Fidesz di Orbàn si assesta ad un impressionante 52%, ma figura come un contribuente alla riserva di seggi di un PPE i rapporti con il quale, a séguito della sospensione disposta nei suoi confronti nello scorso marzo, sono un’incognita che risuona delle note della tensione.

Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS (Legge e Giustizia).

Il PiS polacco passa dal 31% al 42%, e la sua indisponibilità a coalizzarsi con Marine Le Pen non vale certo a mitigarne le posizioni pressoché ad essa sovrapponibili sui cavalli di battaglia del fronte sovranista; esso, però, nelle proiezioni in parola continua ad essere computato nel gruppo ECR (European Conservatives and Reformists) – che, per inciso, annovera fra i propri membri in pectore da parte italiana il partito di una Giorgia Meloni che continua a non fare mistero di voler convergere con la Lega, almeno al livello nazionale -, di cui occulta una flessione, da 71 a 59 seggi, che il tracollo dei conservatori inglesi renderebbe, altrimenti, impietosa.

Nigel Farage leader del Brexit Party.

Ancòra, il Brexit Party di un redivivo Nigel Farage, riuscito a partecipare alle consultazioni anche più per il rotto della cuffia del Regno Unito complessivamente considerato, ottiene un 33% circa, migliorando nettamente il già notevole 11% che la sua precedente incarnazione, UKIP, aveva ottenuto nel 2014.

Solito refrain: le proiezioni di cui ci si sta beando riconducono la nuova creatura di Farage al gruppo EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy), di cui UKIP era, insieme al M5S, la spina dorsale nel 2014. Lo stesso “trucchetto” permette di disinnescare la portata eversiva dell’avanzata dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland, dai 7 seggi del 2014 agli 11 odierni: la stessa AfD era a sua volta, nella scorsa legislatura, affiliata a EFDD .

Se si aggregano i numeri ad ora disponibili sul sito del Parlamento Europeo (consultato il 27 maggio alle 15:21), emerge un quadro ben più inquietante di quello che stiamo tentando di scorgere nei risultati delle urne: solo le forze politiche qui menzionate (senza, cioè, contare il contributo di altri importanti partiti di destra, come VOX in Spagna, FPÖ in Austria, i nazionalisti fiamminghi…) totalizzano ben 126 seggipiù dei 109 di ALDE, di poco dietro ai 146 del PSE.

Non, di certo, numeri in grado di permettere l’insediamento di una Commissione sovranista, ma un totale che, se formalizzato, proietterebbe le destre al terzo posto in termini di consistenza numerica fra i gruppi del Parlamento europeo. Che ad una riorganizzazione dei gruppi si giunga effettivamente, a questo punto, poco importa: i portatori di una visione nazionalista, conflittuale e tendenzialmente misantropica nell’Assemblea rappresentativa del popolo europeo saranno quasi quattro volte lo sparuto gruppuscolo che ne ha coordinati gli sforzi nei 20 anni che ci lasciamo alle spalle, e saranno un interlocutore imprescindibile. Anche, e soprattutto, per i popolari, cui le elezioni continuano a consegnare la maggioranza relativa.


Questo non significa di certo che dobbiamo prepararci ad un’irresistibile ondata reazionaria nella politica regolativa dell’Unione, capace di esplicare immediati riverberi nella vita quotidiana degli europei. È probabile, quasi certo, che i populisti resteranno isolati nel nuovo Parlamento, a séguito della rottura consumata con i popolari (che per un certo periodo sono sembrati, sotto la guida dello Spitzenkandidat Manfred Weber, interessati a flirtare con i sovranisti).

Manfred Weber candidato a succedere a Junker alla Commissione Europea.

Lo stesso assetto delle competenze che i Trattati attribuiscono all’Unione non prevede, o limita fortemente, le aree nelle quali la destra potrebbe far sentire con più prepotenza la propria forza invasiva nella vita delle persone, dalla materia penalistica alla bioetica; d’altro canto, come dimostrato a più riprese – dal caso dello sforamento del rapporto deficit/PIL nella prima versione della finanziaria italiana del 2018, a quello dell’accoglienza delle navi respinte dal Governo Conte -, l’amicizia a parole dei politicanti sovranisti si scontra, nei fatti, con l’intrinseca conflittualità reciproca delle pulsioni nazionaliste.

È, però, necessario essere consapevoli di quale sia la reale forza di cui i populisti godono da oggi in avanti. Matteo Salvini lo sa benissimo: come riportato da Politico, in lui è perfetta la consapevolezza che «non si tratt[i] solo dell’Italia: c’è anche la Le Pen in Francia, Farage nel Regno Unito, l’Ungheria, la Polonia…». Si tratta di combattere ad armi pari: e cullarsi nell’illusione che gli equilibri europei non siano stati stravolti non rema certo in questa direzione.

Author: Paolo Mazzotti

Studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento. Tra i suoi principali interessi rientrano la politica, la letteratura e la musica (in particolare, il metal nelle sue varie sfaccettature).

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