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Il concetto di “Mono no Aware”

Quando in Giappone i ciliegi iniziano a fiorire, si celebra l’evento con un’usanza dalla storia millenaria. E’ quella dell’Hanami, che in lingua nipponica vuol dire “ammirare i fiori” e consiste appunto nell’osservare e godere della bellezza dei sakura (fiori di ciliegio) organizzando pic nic e passeggiate all’aperto. Questa antica tradizione è strettamente legata ad uno dei temi centrali del Buddismo e della filosofia Zen: il fiore di ciliegio è infatti il simbolo della fugacità della vita umana e dell’impermanenza della realtà.  Il meraviglioso spettacolo offerto dai ciliegi in fiore dura solo pochi giorni, è passeggero come tutto ciò che ci circonda, ma è proprio questo a renderlo così affascinante ed unico. L’Hanami esprime al meglio il concetto estetico giapponese del “mono no aware”.

Se volessimo tradurlo a parole, il “mono no aware” può essere definito come il pathos delle cose, un sentimento di partecipazione emotiva nei confronti dell’esistenza. E’ la contemplazione della bellezza seguita dalla sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento. Il termine è l’unione di due parole: “mono” che significa “cose” e “aware” che originariamente indicava l’esclamazione di stupore nei confronti di un soggetto naturale. Successivamente “aware” ha assunto il significato di “compassione”, “pietà”, “tristezza”. Il “mono no aware” è quindi quel sentimento di malinconia che deriva dall’apprezzamento del bello e dalla consapevolezza della sua caducità. E’ osservazione che si fa sentimento. E’ la struggente solitudine della bellezza, di ciò che in un momento è, e il momento successivo non è più.

L’impermanenza: la bellezza è nel cambiamento

Tuttavia, al di là della tristezza che ne deriva, si cela dietro questo concetto anche un importante insegnamento della saggezza orientale: sono proprio l’impermanenza e la transitorietà delle cose a renderle uniche e ad esaltarne la bellezza.  Se i ciliegi fossero sempre in fiore perderebbero sicuramente gran parte del loro fascino. La consapevolezza dell’impermanenza, inoltre, nella visione buddista è fondamentale per adattarsi alla imprevedibilità degli eventi e alla natura effimera delle cose. Gran parte della sofferenza umana deriva dall’incapacità di accogliere il distacco, il cambiamento, la fine. Ma la vita è un implacabile scorrere di avvenimenti, di inizi e cessazioni. Accettarlo, permette di comprendere che non serve opporre resistenza e che se ogni cosa è effimera e fugace, affannarsi per essa diventa inutile. La transitorietà delle cose non deve essere quindi motivo di angoscia nichilista, ma piuttosto può essere considerata come un invito a godere il momento presente nella sua speciale unicità.

Il mono no aware trova la sua massima espressione letteraria in una delle opere principali della letteratura giapponese, il Genji Monogatari. Il romanzo ruota intorno alle vicende del figlio dell’imperatore e il discorso che egli pronuncia quando è ormai prossimo alla morte, è forse il più rappresentativo del “pathos delle cose” di cui l’opera è il simbolo:

Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare per sempre. Non mi addolora che le cose, gli essere e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siamo unici…Saranno in fiore altre donne, sorridenti come quelle che ho amato, ma il loro sorriso sarà diverso. Altri cuori si spezzeranno sotto il peso di un amore insopportabile, ma le loro lacrime non saranno le nostre lacrime. Mani umide di desiderio continueranno a intrecciarsi sotto i mandorli in fiore, ma la stessa pioggia di petali non cade mai due volte sulla felicità umana”

 

Author: Monia Sammali

Diplomata al liceo classico, studentessa di Medicina e Chirurgia a Bari e amante dell’arte in ogni sua forma

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