La storia della morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dagli agenti di polizia di Minneapolis, ha mostrato come negli Usa la polizia non ha fatto tesoro delle lezioni di Martin Luther King. Accade da così tanti anni che c’è chi si è abituato e ancora qualcuno che si chiede con tono irritato “ma ancora?!”.

George Floyd, morto dopo essere stato ammanettato e bloccato a terra dal ginocchio di un ufficiale, è solo l’ultimo caso del Minnesota. Non serve ricordare i numeri per ribadire quanti casi come questo si ripetono durante l’anno. L’anno scorso la 28enne Atatiana Jefferson è stata uccisa nella sua abitazione di Fort WorthTexas, mentre giocava col nipotino, raggiunta dai colpi esplosi da un poliziotto verso la finestra solo perché «l’agente ha percepito un pericolo». Un’episodio surreale. L’ennesimo.

Quest’ultimo a discapito di George Floyd ha avuto una risonanza internazionale con i filmati amatoriali dei passanti. “I can’t breathe”. “Non riesco a respirare, per favore, non riesco a respirare” continuava a ripetere, come ha potuto ascoltare chi ha visto sui social o al Tg uno dei tanti video che girano.

I passanti cercano di intercedere in tutti i modi. George chiede aiuto con l’ultimo filo di voce ma i quattro agenti che dovrebbero averlo in custodia semplicemente lo ignorano. Ignorato finché George, ammanettato con la faccia sull’asfalto, si fa silenzioso e immobile. Più tardi arriva un medico dell’ambulanza e, allungando la mano sotto il ginocchio dell’ufficiale, sente un battito sul collo dell’uomo. Il medico si allontana e torna spingendo una barella. George viene quindi messo ammanettato sulla barella, caricato sull’ambulanza e portato via. Per lui non ci sarà più nulla da fare. Il ginocchio gli ha bloccato il respiro fino a soffocarlo.

Se il fatto fosse finito così basterebbe già a farci schifo. Ma non basta. Il giorno dopo la polizia parlerà di “incidente medico” quasi attribuendo ai medici la colpa. Nonostante i quattro agenti siano stati licenziati non sono indagati per alcun reato. Vuol dire che per George Floyd non si farà mai giustizia.

La visione di quel video mi ha sconvolto per la violenza. Mi ha disgustato. George è morto per il colore della sua pelle e la matrice razzista si conferma man mano che si approfondisce il caso. Lo stereotipo secondo cui ogni poliziotto pensa che un nero sia un potenziale pericolo più di ogni altro uomo o donna che incontra si riconferma. Gli agenti di Minneapolis per scagionarsi hanno raccontato di presunte resistenze all’arresto di George o che era sotto l’effetto di droghe. Una macchina del fango che mi ricorda la stessa che in Italia è passata sulla pelle di Stefano Cucchi per 10 anni. Il pregiudizio assassino.

Quando accade nel contesto statunitense mi indigna ancora di più. Avrei voglia di strillare “ma allora la marcia di Martin Luther King e le parole di Malcolm X non hanno cambiato le cose? Nemmeno la cultura, la musica e i film? Neanche la presenza di Obama nell’ufficio più importate del paese? Ancora una volta? Perché?”

Author: Roberto Del Latte

Da blogger indipendente ho deciso di fondare Cronache dei Figli Cambiati. Sono laureando in lettere moderne a Bari e appassionato di politica estera. Ho collaborato con diversi web-magazine, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, occupandomi di politiche energetiche, la politica degli Stati post-sovietici e geopolitica delle religioni.