“The King is gone, but it’s not forgotten”

(Neil Young- My my, hey hey)

Vivendo a Roma da circa due anni, mi sono reso conto che ci sono alcune cose che uniscono la Città Eterna da Tor di Quinto all’Eur, da Gianicolense a Torre Spaccata. La crociata contro i mezzi pubblici rei di essere sempre in ritardo, una malcelata sfiducia per il clero e per il governo che i Romani risolvono a modo loro: prendendoli veracemente per il sedere.

C’è una cosa che divide e unisce la città e ha un nome: Francesco Totti. 
Ci sono stati alcuni segnali per la città, quest’oggi. Roma era inevitabilmente vuota. Spettrale, come in un film di Sorrentino o Fellini, al limite tra il sogno e l’incomprensione. E lo era perchè si stava stringendo a uno dei suoi simboli più grandi.

Ho affrontato milioni di discussioni con i romani, facendogli notare quanto fosse perverso l’amore per la società di un giocatore che continua a percepire uno stipendio non altissimo ma comunque importante. E Totti il giorno dopo riusciva a smentirmi facendo cose del genere.

 

(L’assist per il 3-0 è la sintesi del Totti play-maker. Nessuno stop, la palla giocata di prima a innescare il movimento dell’attaccante con la difesa totalmente inconsapevole di ciò che sta succedendo.)

I luoghi che sono portato inevitabilmente a frequentare più spesso in questa città sono il luogo dove studio e il luogo in cui il fine settimana lavoro per pagare le spese ingenti che Roma porta con se’. Ho cercato più volte di intavolare una discussione sulle bandiere, comparando Totti con altri giganti del calcio, con Maldini, con Del Piero che da juventino ha segnato il mio personale pomeriggio di lacrime, quando contro l’Atalanta si ritirò, prendendosi l’ultimo applauso dagli spalti dello Juventus Stadium: il modo in cui allargò le braccia alzandosi dalla panchina lo fece sembrare una sorta di Cristo Redentore che avrebbe continuato a vegliare su di loro, forte di un amore mai domo. Totti non è la mia bandiera e l’ho sempre visto come un avversario, criticandolo sportivamente per alcuni atteggiamenti che mi son sembrati immorali e magari non davano rispetto all’avversario: il calcio a Balotelli, lo sputo a Poulsen agli Europei 2004. E proprio per questo, ogni volta che cercavo con rispetto, per le sue qualità uniche con la palla ai piedi e la visione che implica Totti a essere famoso per il tocco di prima, di seppellirlo e mostrare che non riuscisse a raggiungere il livello non sportivo, ma umano di altre bandiere dello sport, la risposta era sempre la stessa: “non capisci”. 

La risposta alla mia incomprensione era lecito cercarla da colui che era il fulcro della discussione. E quindi, nonostante tutta l’ironia che attanaglia continuamente la figura di Totti, il suo accento romano, la sfacciata ironia, la sua poca raffinatezza linguistica, mi ha stupito guardare un uomo congedarsi con una lettera a chi lo stava guardando. Chiamateli tifosi, chiamateli amici, chiamateli romanisti, chiamateli amanti.

Il simbolo è un oggetto, una figura, un’immagine che sta a simboleggiare sempre qualcos’altro. Il simbolo di quell’uomo che da 25 anni ha quel numero 10 di cuoio bianco attaccato su una maglia giallorossa è la corona. La regalità. Totti è l’ottavo re di Roma e poteva lasciare i propri tifosi ricordando quanto ha donato alla maglia, facendo una carrellata di tutti i momenti che ha regalato a quella metà di città capitolina che lo adorava e piangeva non per lui, ma con lui, oggi.

Ha solo ricordato il momento dello scudetto.

(fonte: https://www.instagram.com/uefachampionsleague)

 

Rileggendo la lettera di quest’oggi ho pensato che fosse un monumento all’inadeguatezza. Ho pensato alla coscienza di Zeno. Alle sedute di Zeno con lo psicologo, quando gli confessa il vizio del fumo, rivelandogli di come ogni presupposto che lo conduceva all’ultima sigaretta era immutato, lo stesso identico presupposto che lo spingeva a ricominciare, ammettendo la sua inettitudine.

“Mi piace pensare che la mia carriera diventi per voi una favola da raccontare. Ora è finita veramente. Mi levo la maglia per l’ultima volta. La piego per bene anche se non sono pronto a dire basta e forse non lo sarò mai. […] Adesso ho paura. E non è la stessa che si prova di fronte alla porta quando devi segnare un calcio di rigore. Questa volta non posso vedere attraverso i buchi della rete cosa ci sarà “dopo”. Concedetemi un po’ di paura.”

Quale re si congederebbe dai suoi sudditi usando queste parole? Scordandosi il diritto divino, scoprendo del tutto le sue fragilità e le sue tensioni interne, ammettendo quanto è difficile svestire i panni del simbolo e diventare un uomo, un semplice uomo.

Nella lettera Totti si rende conto di come la grammatica dei sentimenti sfugga alle parole. Lo dice, dice che ha provato a far parlare i piedi durante tutta la sua carriera piuttosto che le labbra, perchè pensiamoci un attimo: ma come le spieghi cose del genere? 

 

(Minuto 0.57: il cucchiaio probabilmente più famoso di Totti: sguardo al portiere fuori, Materazzi non lo chiude e gli dà spazio e con un tocco sotto il pallone supera dolcemente il portiere.)

 

Qui la gente mi ha fatto notare come nei nostri vent’anni si siano succeduti tre papi diversi,4 presidenti della Repubblica, un numero non certificato di governi e tanta incertezza mentre qui a Roma l’unico appiglio fosse il Capitano. Le persone mi han spiegato di come nei momenti di peggiore crisi Totti era la figura da abbracciare idealmente, perchè con lui in campo la speranza di vedere l’estetica del calcio a un livello superiore non moriva mai. L’inscindibilità di Totti dalla città ha dell’inspiegabile. Francesco è il nipote dei nonni di Porta Metronia, il coetaneo dei padri dell’Eur e il padre dei figli di tutta Mamma Roma.

Quindi no, Francesco Totti non è la mia bandiera. Ma diamine, mi emoziona vedere la visceralità con cui domina i cuori di Roma. 

Lo ha fatto per ventotto anni.

Da domani lo farà il suo ricordo.

Il Colosseo, dopo più di 2000 anni, è ancora in piedi. E anche la memoria di Totti sembra essere abbastanza viva e vegeta in tutti coloro che amano il calcio, ma soprattutto qui, in questa capitale caotica e dalla luce arancione. 

 

 

 

 

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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