Il Principe, alias Francesco De Gregori, lo scorso 4 aprile ha compiuto 66 anni. Raccontare però dal principio la sua lunga carriera è impresa ardua, infatti di lui tanto si è detto, lui stesso tanto ha composto, che sembra quasi superfluo raccontare o dare giudizi. Siamo di fronte ad un gigante della musica e, ci sarebbe poco altro da aggiungere.

De Gregori è uno schivo, uno che nei concerti va dritto come un treno, niente intermezzi, dialoghi, niente riferimenti all’attualità. L’interesse per la politica e la Storia lo dimostra nelle sue canzoni, che parlano per lui, fino al punto che, anni fa, venne persino accusato di avere usato i temi della Sinistra per farsi pubblicità e guadagnare fior di quattrini. L’immagine che abbiamo di lui oggi, è l’immagine di quest’ uomo col cappello, che non toglie mai, un uomo allampanato, che sul palco si muove dinoccolato come Cohen o Dylan a cui si ispira. Lui, che,si dice, nei concerti cambiasse le parole delle sue canzoni, affinché i fan non gli cantassero sopra, non per atteggiarsi a divo, solo per questioni tecniche, confessa, for the show’s sake. Un uomo che fa il cantautore perché ci è nato e non ne può fare a meno , perché si capisce che sul palcoscenico, come davanti ai riflettori, non si sente proprio a suo agio.

Impossibile, poi, è anche ripercorre il mare magnum di tutto ciò che è stato scritto sinora, sono troppe le canzoni che andrebbero spiegate verso per verso. I testi spesso oscuri lasciano poco spazio alla comprensione e, a volte, è difficile decifrarli; li accettiamo infatti serenamente, ci piacciono anche nel loro essere dei rompicapi. Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo: Rimmel da riascoltare e ascoltare ancora, mentre tra chiromanti e pellicce, ci si perde nel testo a dimostrazione del fatto che le parole sono importanti è vero, ma che più importanti sono le sensazioni comunicate, e a volte “non c’è niente da capire”, come dice la canzone omonima.

Oggi, in una sorta di omaggio, ci soffermiamo a cercare di raccontare cinque delle sue canzoni (e sono sempre troppo poche), fra quelle meno note e, le peschiamo qua e là, alternando quelle più politiche a quelle d’amore, per arrivare a quelle rivisitate o prese in prestito.

Un guanto è tratta da una raccolta di incisioni di Max Klinger di fine Ottocento, una graphic novel ante litteram. L’artista si era infatuato di una bella brasiliana che girava per Berlino nel 1878 e che continuò a corteggiare anche dopo che la giovane si sposò.  Molti artisti del XX secolo si sono ispirati all’opera di Klinger da De Chirico a Max Ernst e Dalì (3).  De Gregori segue la storia di questo guanto caduto ad una dama, quella amata da questo gentiluomo, mentre siamo sempre immersi in un’atmosfera da Titanic. Il guanto fluttua attraverso la canzone, il protagonista lo segue, cerca di raccoglierlo ma il guanto, come fosse animato, scompare come la sua padrona.  L’epilogo della storia? Senza spoilerare troppo, possiamo solo dire, usando le parole del Principe, che il guanto si era già posato in quel cielo infinito dove Psiche e Cupido sorridono insieme, dove Psiche e Cupido governano insieme.

La Ballata dell’Uomo Ragno, scritta negli anni di Mani Pulite, è una canzone criptica come e forse più di tante altre. De Gregori sa parlare di politica senza farsi notare, come fa anche nè Il Signor Hood, elogio di Marco Pannella o in Vai in Africa Celestino, in cui pare ce l’abbia con Walter Veltroni. L’uomo Ragno è l’arrampicatore, l’arrivista o così almeno fu presentata in un tour da De Gregori stesso. Erano gli anni in cui un’intera classe politica veniva messa alla berlina, sono anni di delusione, anni in cui anche “gli impensabili” avevano scheletri nell’armadio e quelli in fila davanti al bagno o davanti ad un segno della canzone sono cittadini italiani disillusi. In alcuni versidi questa canzone che è satira pura si celerebbe addirittura la caricatura di Craxi (il capobanda che sembra un faraone e che si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone). (1)

De Gregori ha poi una specie di ossessione per navi e annessi equipaggi, barche, reti, marinai, pescatori e Sirene. I muscoli del Capitano, che fa parte dell’album Titanic, diventa una sorta di apologo. De Gregori stesso, in un live, presenta la canzone come la colonna sonora di un evento della storia che dovrebbe assurgere ad ammonimento. La storia del Titanic intera, di questa nave che nemmeno Dio avrebbe potuto affondare, è la storia di un fallimento colossale, che il cantautore romano ci descrive un po’ come un atto di hybrìs, un po’ come invito alla diffidenza nei confronti di chi inneggia al progresso, a nuove soluzioni semplici. Il progresso, affascinante e maschio, come i muscoli di questo capitano, che se vuole,si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde, guida l’equipaggio verso il futuro, ma ahimè, quella volta, il futuro significò la fine.

Caterina è una canzone che ha la stoffa e tutte le carte in regola per essere una canzone d’amore, ma non lo è, perchè, invece, è un ricordo delicato e profondo per un’amica, appunto Caterina Bueno, con cui De Gregori aveva collaborato a inizio carriera. La canzone si apre in maniera dylaniana, con il suono stridente dell’armonica a bocca, il resto è poesia. Il testo è semplice, mentre si parte da un ritratto di questa donna incontrata in un mattino qualunque. Ironicamente De Gregori ricorda nella canzone quanto la Bueno suonasse male la chitarra. Le cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo, invece, vengono riprese da una canzone popolare toscana, già interpretata dalla stessa Bueno (2). Il ritornello è un inno d’incoraggiamento di notevole pregio: E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno/quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo/ Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia/ la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

La canzone L’angelo di Lyon è il racconto di una storia d’amore quasi straziante. L’idea della canzone in origine fu di Steve Young. La storia parla di uno “stregone”  che, innamoratosi a prima vista, decide di mettersi alla ricerca della donna amata, descritta all’uso stilnovistico. L’uomo abbandona le sue ricchezze, facendo voto come San Francesco, tanto da sembrare uno straccione, tanto da impazzire. Il testo fu tradotto da De Gregori, e non si sa nemmeno se la donna in questione fosse reale, uno spirito o un’allucinazione..

Le storie e le interpretazioni (azzardate) delle canzoni del Principe sarebbero ancora tante e poi altre tante, insieme alla disarmante bellezza di altre canzoni che vorremmo almeno citare, da Souvenir a Signora Aquilone, Piccola Mela e Gambadilegno a Parigi, da Bambini Venite Parvulos a Le storie di ieri e a Il cuoco di Salò. Una carriera degna di tutto rispetto la sua, lui stesso un cantautore di quelli con la C maiuscola, la voce dell’Italia dagli anni 70 a oggi, ancora fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei. Sappiamo che a lui non piacerebbe essere definito Principe della musica italiana, icona, né tantomeno poeta, ma è quello che è, e con grande rispetto misto quasi a devozione gli auguriamo buon compleanno, consapevoli che sempre e per sempre dalla stessa parte ci troverà.

NOTE:

(1)Il sermone di un predicatore postmoderno. La ballata dell’Uomo Ragno di Francesco De Gregori, in Paolo Squillacioti, (http://www.academia.edu/9215800/Il_sermone_di_un_predicatore_postmoderno._La_ballata_dellUomo_Ragno_di_Francesco_De_Gregori)

(2) Diapasone, coanzoni compresse orosolubili, http://diapasone.altervista.org/caterina-francesco-de-gregori-significato-interazioni-effetti-collaterali/

(3)ArtMSko Ahttps://artmasko.wordpress.com/2009/12/02/parafrasi-sul-ritrovamento-di-un-guanto-storia-di-un-amore-impossibile-e-di-unossessione/

Foto: Dagospia

 

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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