Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

in copertina: ritratto di Ansel Adams. Fonte Wikicommons

Tutte le fotografie qui presenti sono dei dettagli. Per gli scatti completi, visitare Wikicommons

Ansel Adams, un maestro senza freni

Henri Cartier-Bresson, Steve McCurry, Robert Capa. Quando parliamo di grandi fotografi, questi ed altri nomi spesso sovvengono nelle menti dei neofiti e di chi alla fotografia si avvicina con poco ardore. Ansel Adams, invece, è uno dei padri della fotografia paesaggistica, cultore della Natura e grande maestro per chiunque ritenga la fotografia arte e non mera riproduzione di immagini.

Prima di diventare un maestro, Adams ebbe un percorso unico: figlio di imprenditori, la sua famiglia aveva costruito il proprio benessere sulla lavorazione del legno, dalla raccolta al taglio, un aspetto che Adams avrà modo di biasimare nella sua vita, da amante della Natura quale era. Vissuto a San Francisco, Adams fu un bimbo ed adolescente irrequieto, iperattivo ed entusiasta nelle varie attività che intraprese nei primi anni della sua vita. Prima studente di piano e poi fotografo, Adams coltivò il suo amore per la Natura fin da piccolo. Suo padre, la figura che per primo supportò le sue passioni, gli regalò la sua prima fotocamera: una Kodal Brownie Box e da quel momento in poi la sua vita cambiò.

Half Dome, Apple Orchard, Yosemite trees with snow on branches, April 1933. Fonte Wikicommons

Yosemite e l’amore per la Natura e la fotografia

Adams fu sempre condizionato da Ralph Waldo Emerrson e l’idea di una responsabilità sociale nei confronti della natura. Assieme a Cedric Wright, suo amico e collega fotografo, imparò ad amare “Towards Democracy” di Edward Carpenter, dal quale carpì ed alimentò il suo infinito amore nei confronti della Natura.

Ma il viaggio allo Yosemite nel 1916 con la famiglia fu quello che più condizionò la sua crescita. Scriverà, anni dopo: “Innumerevoli meraviglie si susseguivano allo sguardo, una dopo l’altra. C’era luce ovunque. Una nuova era iniziò per me”. Da quel momento in poi, Ansel Adams abbracciò a pieno la Natura: la sua esplorazione della High Sierra con il geologo Francis Holman, detto Zio Frank, fu solo uno dei tanti viaggi intrapresi nella Natura, che lo forgiarono per il suo futuro da fotografo.

L’amore per i paesaggi californiani lo portò ad iscriversi al Sierra Club, gruppo dedicato alla protezione della fauna selvatica del territorio. Fece parte del consiglio del club fino al 1971 e organizzò diversi viaggi nelle Sierra e sarà tra i responsabili della prima scalata alla Sierra Nevada.

Il rapporto con Yosemite e la Natura fu sempre fortissimo. Preservare la natura e le sua fauna è stato uno dei temi ispiratori di Ansel Adams, motivato dalla continua distruzione della Valle di Yosemite, il quale veniva sempre più mangiata e depauperata della sua bellezza selvaggia a causa dello sviluppo economico della zona. Il suo libro, Sierra Nevada, the John Muir Trail, edito e pubblicato nel 1938, diventerà il punto cardine della strategia del Sierra Club per la salvaguardia del territorio, che vedeva impegnato il Club per la creazione dei parchi nazionali Sequoia e Kings Canyon.

“La Valle di Yosemite, per me, sarà sempre un’alba, il verde e le dorate meraviglie su un vasto edificio di pietra e spazio. Non conosco scultura, dipinto o composizione musicale che supera la magnificenza spirituale delle imponenti scarpate di granito, della patina della lucina sulla roccia e la foresta e dei fulmini e I sussurri delle acque. A primo acchitto questo aspetto può sopraffare, per poi comprendere il delicato e penetrante complesso della natura”.

La fotografia diventa un mezzo, oltre che semplicemente legato alla funzione artistica, di sensibilizzazione sociale. Come le fotografie di Dorothea Langley hanno condiviso l’amara realtà della Grande Depressione, così Ansel Adams ha costruito sulla sua poetica fotografica la propria missione, ovvero quella di tratteggiare la bellezza della Natura per convincere la società di quanto la preservazione della stessa fosse il primo obiettivo dell’umanità.

Conosciamo tutti la tragedia delle dustbowls (conche di polvere), la crudele ed imperdonabile erosioni del suolo, il forsennato sfruttamento della fauna e il restringimento delle nobili foreste. E sappiamo che tali catastrofi abbattono lo spirito delle persone. La Natura viene sempre più confinata, l’uomo è ovunque. La solitudine, così necessaria per l’uomo, è praticamente assente”.

The Tetons and the Snake River (1942) Grand Teton National Park, Wyoming. Fonte Wikicommons

Gruppo f/64 e il Sistema a zone

In una California ancora dominata dalla fotografia pittoriale, che fin troppo si accostava alla pittura e cercava di emularne gli stili e la poetica, nacquero I presupposti del Gruppo f/64. Adams, assieme ai primi fondatori (William Van Dyke, Edward Weston) avevano visto nella fotografia non un’arte ancillare nei suoi metodi, ma qualcosa di nuovo, in grado di essere indipendente dagli stili artistici pre-esistenti ed essere considerata parte delle Belle Arti. Il Gruppo f/64 fu, di fatto, la prima vera corrente artistica indipendente nella fotografia, assieme alla fotografia pittoriale. Un duopolio che in ogni caso perdura fino ad oggi.

Il nome, Gruppo f/64, deriva proprio dalla dedizione alle apertura diaframmatiche minime da parte del gruppo. Per i meno avvezzi, un obiettivo fotografico è composto non solo dal gruppo ottico e dal sistema di focalizzazione, ma anche da un diaframma (composto da una serie di lamelle) che, a seconda che sia più aperto o chiuso, consente il passaggio di più o meno luce. Il risultato di questa variabile è un aumento della nitidezza della fotografia direttamente proporzionale al livello di chiusura del diaframma, dato che viene espansa la profondità di campo, ovvero la zona a fuoco in una fotografia. L’idea della fotografia, di Adams e Weston in primis e di tutto il gruppo, è, quindi, la visione artistica non legata ad una romantica riproduzione di atti e momenti, come nel Pittorialismo, ma piuttosto nella più fedele riproduzione della realtà.

Il Gruppo f/64 è composto da membri che cercano di definire la fotografia come un’arte costruita e presentata attraverso solo metodi fotografici. Il Gruppo non presenterà lavori che non sono conformi ai suoi standard di fotografia pura. La fotografia pura si definisce su qualità tecniche, composizione ed idee derivate solo dalla fotografia stessa e non da altre Arti. La produzione del “Pittorialismo” si basa sui principi artistici che sono direttamente correlati alla pittura e alle arti grafiche.”

Group f/64 Manifesto (1932)

Per raggiungere tale scopo, Ansel Adams e Fred Archer svilupparono un metodo alternativo per la corretta esposizione fotografica: il Sistema a Zone. Questo sistema parte dall’equazione dell’esposizione: Esposizione = Illuminamento * Tempo (E=j*t), il cui risultato dovrà essere pari ad una densità di 0.76 per corretta esposizione. Questo dato comporta la trasposizione su carta il più fedele possibile rispetto alla scena originale e, data la necessità concettuale teorizzata dal Gruppo f/64, è il metodo più accurato per poter comprendere la resa finale della fotografia prima che essa stessa sia scattata. La scala di grigi viene così suddivisa in 11 zone, che partono dal puro nero, fino al puro bianco, mentre l’esposizione corretta viene posta in Zona 5. Allo scalare delle zone, i dettagli nello scatto vengono meno, persi nella sottoesposizione nel nero e nella sovraesposizione nel bianco. Utilizzando questo metodo, il fotografo potrà misurare, nella scena le varie luci ed ombre, per poter adattare la sua configurazione di diaframma e tempi (ed ISO nel digitale). Questa tecnica, sebbene non sia stata priva di critiche da parte di esperti che la ritenevano fin troppo complicata e superflua, è stata la base di tutti i capolavori di Adams e della concezione artistica del Gruppo f/64.

Oggi, con le moderne tecnologie applicate alla fotografia, ci può sembrare assurdo un tale sistema, eppure risulta valido anche con il digitale, poiché siamo in grado di comprendere immediatamente quale sarà il risultato finale, che sia esso a colori o in bianco e nero.

Farm, farm workers, Mt. Williamson in background, Relocation Center, California. Fonte: Wikicommons

Sempre e comunque, un maestro per la Natura

L’eredità che Adams ci ha lasciato dopo la sua morte nel 1984 è stata immensa: assieme al Gruppo f/64, ha visto qualcosa di più nella fotografia. Per diventare essa stessa Arte, questa doveva rompere le catene di un infausto senso di inferiorità, che la attanagliavano alle altre Belle Arti. La fotografia non doveva emulare sterilmente gli stili dei pittori o degli illustratori, ma doveva assurgere nell’olimpo della bellezza tramite i propri canoni, le proprie tecniche e modalità. Una fotografia fine a sé stessa fu il leitmotiv dell’esistenza artistica di Ansel Adams. Il suo infinito amore per la Natura si abbracciò dolcemente con la poetica purista della sua fotografia, costruendo così la sua maestosa personalità artistica, permettendogli di cogliere, dal minimo dettaglio fino al grande paesaggio, ogni aspetto del territorio, della fauna, di ogni cosa che fu e sempre sarà Naturale.

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Traduzione da: Why Time’s Trump Cover Is a Subversive Work of Political Art

L’annuncio annuale  del ’ personaggio dell’anno’ del Time è, anno dopo anno,  grossolanamente frainteso. Il periodico tuttavia,  è molto chiaro sul suo unico criterio ” la persona che ha avuto la maggiore influenza, in bene o in male, sugli eventi dell’anno”. Fate una semplice ricerca su Twitter e troverete innumerevoli persone che credono che la scelta del ‘personaggio dell’anno’ equivalga a un’approvazione.

Tra i precedenti vincitori erano inclusi Stalin (1939, 1942), Ayatollah Khomeini (1979), Adolf Hitler (1938), e altre figure che credo si possa presumere non siano appoggiate dallo staff del Time.

Quest’anno, non dovrebbe sorprendere che l’eletto presidente Donald Trump sia stato scelto per onorare la copertina dell’edizione annuale del Time (ripreso dal fotografo ebraico Nadav Kander).

”In bene o in male,” Trump, durante la sua campagna, e ora dopo la sua elezione, è stato certamente tra le maggiori influenze sugli eventi dell’anno.

Per cercare indizi utili a capire come il Time si senta in merito alla domanda – è ” nel bene e nel male?” – si può guardare l’immagine scelta per la copertina del numero. Le decisioni che il Time ha preso sulle modalità di fotografare Trump rivelano uno stratificato, variegato  settore di  riferimento che pone l’immagine tra le migliori copertine della rivista.

Al fine di scomporre l’immagine, concentriamoci su tre elementi chiave (tralasciando la posizione della ‘M’ di ‘Time’ che fa sembrare che Trump abbia delle corna rosse)

IL COLORE

Notiamo come i colori appaiano leggermente slavati, tenui, delicati. La tavolozza crea ciò che possiamo definire un effetto vintage. La nitidezza e i dettagli dell’immagine rivelano la contemporaneità dell’immagine, ma i colori indicano un tipo di pellicola più vecchia, chiamato Kodachrome.

La Kodachrome, la pellicola recentemente sospesa prodotta dalla Kodak, fu progettata all’inizio del 1900 per creare una riproduzione accurata dei colori. Divenne estremamente popolare tra la fine degli anni 30 e gli anni 70, e il suo aspetto distintivo definisce il nostro comune concetto visivo di nostalgia.

Riproducendo la tavolozza dei colori della Kodachrome, il Time ci fa immaginare la copertina  come se l’immagine appartenesse al periodo di popolarità della Kodachrome.

Questo spostamento visivo-temporale in un certo senso rispecchia molte delle guide che hanno alimentato l’ascesa di Trump.

Trump ha condotto una campagna basata su politiche regressive e atteggiamenti Anti- protezione ambientale, anti-aborto, pro-carbone, ecc.

Questa elezione non riguardava solo scelte politiche regressive, ma anche valori tradizionali (definiti in primo luogo dalla destra cristiana), di nostalgia per la grandezza americana e la sicurezza, di nostalgia per un mondo pre-globalizzato.

LA POSA

La posa di Trump può essere interpretata come un gioco sovversivo sulle tradizionali pose dei ritratti dei potenti.

I quadri dei monarchi possono detenere due funzioni estetiche- al suolo l’associazione tra il soggetto e il trono, consolidando in tal modo la metonimia, e aumentare il senso di assoggettamento nello spettatore. Lo spettatore deve avvicinarsi al monarca, il monarca non si scomoda per lo spettatore.

Nella nostra epoca post-monarchica, il potere del trono è ampiamente passato, ma l’importanza della figura seduta rimane. La sedia in se è irrilevante, ciò che conta è l’atto di essere seduti.  Inserendo un ritratto in questa tradizione, la sedia assume il ruolo del trono, e il soggetto il ruolo di re (o regina)- l’effetto visivo è lo stesso.

Consideriamo l’immagine seguente del Memoriale di Lincoln ( per ulteriori riferimenti osservate questa immagine di Putin).

Esse sono una versione esagerata delle pose tradizionali. Vediamo i nostri soggetti con la testa sollevata, ma cosa più importante, li osserviamo dal basso- L’angolazione ci costringe a cercare i soggetti, e fa sembrare che a sua volta il soggetto guardi in basso verso di noi. Questa posizione e angolazione, con lo spettatore apparentemente (e letteralmente nel caso del memoriale di Lincoln ), ai piedi del soggetto, lo  fa apparire dominante, potente, a giudicare.

Ma, capovolgiamo l’immagine, e improvvisamente abbiamo una nuova serie di significati.  Sulla copertina del time invece di vedere Trump con la testa sollevata e dal basso, lo vediamo seduto da dietro e circa all’altezza degli occhi. Il rapporto di potere si è completamente spostato.

La posizione di Trump girato verso la fotocamera rende il tono cospiratorio, piuttosto che di giudizio. Ci sono due immagini in gioco qui-  l’immaginario potere-immagine  dell’immagine presa dalla parte anteriore, e l’immagine reale, in cui Trump sembra offrire allo spettatore un occhiolino complice, come a dire, guardate come abbiamo gabbato quei polli (sia Trump che lo spettatore stanno guardando in basso verso coloro che si trovano davanti). Sovvertendo la tipica potenza dinamica, il Time, in un certo senso, coinvolge lo spettatore nelle elezioni di Trump, nel suo essere in copertina, in primo piano .

Su un altro livello, gran parte di ciò che sappiamo di Donald Trump è stato raccolto aattraverso le immagini. E’ un maestro di branding, una star dei reality che è stata per molto soggetto favorito dei tabloid. Scegliendo di non fotografare Trump con la testa alta, la copertina del Time ci offre quasi uno scorcio ‘dietro le quinte’ dell’uomo che ha passato molto del suo tempo di fronte alla macchina fotografica- aumentando il tono cospiratorio e la complicità dello spettatore. La natura altamente posata ed elaborata della fotografia offre un altro livello di ironia. Infine, dobbiamo notare l’ombra minacciosa in agguato sullo sfondo. E ‘un piccolo, ma importante e brillante dettaglio.  Proprio come questa immagine ci fornisce due punti di vista, ci fornisce anche due Trump- Trump il neoeletto presidente, e il suo spettro, inquietante dietro le quinte, in attesa di prendere forma.

LA SEDIA

Il colpo da maestro, il singolo  dettaglio che completa l’immagine intera, è la sedia.  Trump è seduto su quella che sembra essere una sedia Vintage  “Luigi XV” (così chiamata perché  fu progettata in Francia sotto il regno del re Luigi XV nella metà del XVIII secolo). La sedia non suggerisce solo i regni ciecamente ostentati dei re francesi poco prima della rivoluzione, ma anche, più specificamente, il regno di Luigi XV che, secondo lo storico Norman Davies, “ha prestato maggiore attenzione alla caccia di donne e cervi che al governo del paese”, e il cui regno è stato caratterizzato da “debilitante stasi”, “guerre ricorrenti,” e “continue crisi finanziarie” (suona familiare?). La brillantezza della sedia però, è visiva piuttosto che storica. E ‘un simbolo vistoso di ricchezza e prestigio’, ma se si guarda in alto a destra, si può vedere uno strappo nella tappezzeria, a significare l’immagine deteriorata di Trump stesso.

Dietro la furia, dietro i display luminosi della ricchezza, dietro le promesse scintillanti, abbiamo il debito, la mancanza di gusto, la demagogia, il razzismo, la mancanza di esperienza di governo o conoscenza (tutte cosi che, purtroppo, conosciamo già troppo bene ). Una volta notato lo strappo, le macchie sul legno vengono mese a fuoco, come le crepe nel trucco di Trump, la sottigliezza dei suoi capelli, la macchia nell’angolo in basso a sinistra della sedia – l’intera illusione di grandezza comincia a crollare. La copertina  dona meno l’immagine di un uomo potente rispetto alla ferma immagine di un leader, e il suo paese, in uno stato di degrado. L’ombra spettrale fa gli straordinari qui – suggerisce uno splendore che è già passato, se mai è esistito.

Nel loro insieme, questi elementi si aggiungono ad una profonda interpretazione di ansia per i prossimi anni. Abbiamo il collocamento implicito di Trump a metà del 1900 (guardando attraverso gli archivi delle copertine del Time, non ci sono immagini che somiglino propriamente a questa, salvo quella qui a sinistra [un confronto puramente visivo]). Abbiamo un’ipotesi di complotto, squallore al di sotto del potere. Abbiamo la facciata fatiscente di ricchezza, che, come “Il ritratto di Dorian Gray”, suggerisce più di un deterioramento fisico.

Come  fotografia, è un successo raro. Come copertina, è una dichiarazione.

 

 

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Ho conosciuto Francesca, la sua anima e il suo corpo una sera di novembre, con una buona compagnia, sotto una luce calda, davanti un piccolo schermo e una sottile musica in sottofondo, in un ambiente quasi da salotto.

Si parlava e si imparava tanto di fotografi come Mccurry, Salgado il salva foreste, Bresson l’occhio del secolo, e altri grandi uomini.

E poi sono comparse sullo schermo le fotografie di questo spirito delicato, di questa piccola donna del XX secolo, Francesca Woodman.francesca woodman

Molto vicina a noi se parliamo di anni intesi come periodo storico, di secoli, di epoche, ma anche come età, i numeri a cui la sua età si è fermata sono molto vicini a quelli che compongono la mia. Lei INVECE ha deciso che sopportare il peso del mondo per 22 anni poteva bastare.

Figlia d’America e dell’arte, amante dell’Italia, dove ha trascorso alcuni anni della sua vita, nasce nel 1958 a Denver e soggiorna a lungo a Roma. Lì studia e dà sfogo al suo talento, oltre che in Toscana, nella casa dei genitori.

Insomma, così vicina a noi e così quasi sconosciuta.

Ha vissuto così poco, ma ci ha lasciato tanto, tanto da osservare.

Ha iniziato a fotografare intorno ai 13 anni, smettendo poco prima della sua morte. Una breve vita per la bellezza e le sfumature della fotografia.

In soli 8 anni ci ha lasciato qualcosa come 10.000 pellicole, di cui 600 ancora inedite. Ha pubblicato una raccolta fotografica “Some disordered interior Geometries” e dopo pochi giorni dalla pubblicazione decise di gettarsi da un palazzo in costruzione a New York. Un atto di ribellione? O di affermazione?francesca woodman

Numerose le raccolte pubblicate dopo la sua morte, non solo fotografiche ma contornate di pensieri, annotazioni, simbolo di un tormento generazionale. In un documentario, “The Woodmans”,  pubblicato nel 2010, la famiglia racconta la breve e fragile vita di Francesca.

I soggetti delle sue fotografie? Raramente il suo compagno o una sua cara collaboratrice. Il soggetto era invece spesso ella stessa, perché “E’ una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile” – diceva ai suoi amici (Un po’ come Frida Khalo che dipinge se stessa, ovvero l’unica persona che conosce meglio). Ritrae il suo corpo nudo, fugace, etereo, in posizioni sinistre e confuse, fuso con l’ambiente, quasi nascosto. Corre, si agita, si mimetizza, si dissolve.  Crea atmosfere ovattate e cupe, cerca luoghi decadenti, degradati.francesca woodman

La sua ossessione è stata quella di essere se stessa. Decide di spogliarsi non solo dei suoi abiti lasciando nell’angolo, dietro la macchina fotografica, anche la corazza con cui lottava contro il mondo, contro la sua depressione.

Ci mostra così la sua debolezza. Il suo sguardo tormentato e impaurito. Il desiderio di sparire dietro un muro, finalmente tranquilla. Il bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa.

Ma l’espressività e il dolore dirompenti, che spingono i bordi delle sue pellicole per travolgerci, non sono dati solo dal modo in cui si ritrae e dalle atmosfere che crea. Giocano un ruolo importante anche le pellicole in bianco e nero. Le doppie esposizioni rendono la sua figura quasi un fantasma, una presenza-assenza.

Niente è affidato al caso. La Woodman mira a creare qualcosa unitario e di coerente. Questa abilità, unita al peso che l’ha a lungo oppressa,  offre al mondo la visione di una grande fotografa giunta sino ai giorni nostri.

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Ho cercato una nuova meta senza un motivo preciso. Anzi, non l’ho cercata, è stata lei a trovare me, ha sentito il mio bisogno latente di respirare la vita, di perdermi, di allontanarmi da me stessa e di ritrovarmi sempre nuova.

Ho cercato la giusta compagnia, programmato tutto in due giorni, chiuso la valigia in un’ora e via.

Direzione Budapest. La Venezia del nord. La città accarezzata dal Danubio blu, che a me più che blu è sembrato grigio e triste, forse perché anche la mia anima lo era un po’. E anche tutto intorno sembrava cupo e decadente.

Vecchi palazzi, vecchie strade, vecchia gente, vecchia metropolitana. Sembra

va tutto troppo serio e composto.

Ciò che si percepiva era un senso di isolamento, di distanza tra me e tutto il resto. Un’atmosfera ovattata.

Poca arte per le strade, pochi musei, tante case dell’orrore e del terrore, memorie della seconda guerra mondiale. Troppe cicatrici lasciate dalla storia.

Come le scarpe sulla riva del Danubio che ricordano il massacro di cittadini ebrei. Un’opera isolata, nascosta al caos della città, ma allo stesso tempo vicinissima ad una zona centrale.

E lì ti perdi nelle tue riflessioni, ti siedi accanto a quelle scarpe di ogni misura. Scarpe di bronzo, pesanti. 60 paia e molte più vittime. La fine di una fuga.

Ti alzi e ti sembra ancora più difficile trovare la bellezza in una città così ambigua e sfuggente.

Forse avevo risposto alla chiamata sbagliata. Forse mi ero mossa al cieca.

Ma era solo una prima errata e superficiale impressione.

Ho tolto il velo della compostezza e ho scoperto che dietro gli edifici severi e imponenti, dietro un’aria autorevole si nascondeva una festa di luci. Ho avuto un nuovo benvenuto.

La città si è rivelata come un’altra me, grigia, misteriosa, velata, fugace. Ma anche gentile, equilibrata e luminosa.

Allora ho continuato a seguire quel richiamo che mi aveva condotta fin lì, che ha continuato ad ipnotizzarmi e che mi ha portata su una piccola isola pedonale in mezzo al traffico e mi ha lasciata lì incantata per un’ora.

A destra e a sinistra le aut

o si rincorrevano, ogni tanto sovrastate da un tram giallo d’altri tempi.

E poi nulla,tutto rimaneva fermo per alcuni secondi. Un insieme di rumori e silenzi, frenesia e pace, ombre e bagliori.

Di fronte un ponte, verde, maestoso, accarezzato dal lento fiume illuminato dalla vita che vi si rifletteva.

E anche la mia anima iniziava a schiarirsi un po’. Il ponte della Libertà di fronte a me e la libertà vera che bussava dall’interno e iniziava a uscire, a compiere i primi passi.

E con questa nuova piccola conquista nello zaino è iniziato il cammino del giorno seguente.

Lungo e stancante, sotto un sole che non mi aspettavo di trovare, lungo una collina che non credevo così interminabile, diretta verso un panorama che non poteva che togliermi ancora un po’ di fiato.

Il bastione dei Pescatori: una costruzione fuori dal tempo, un’architettura indefinita, un bianco puro e candido, lontano dal grigiore del passato e una sinagoga colorata a sovrastare tutto.

E al di là dei piccoli archi, oltre le tante torrette, l’altra riva, la città in miniatura, lontana, che iniziava ad accendersi con il buio. Si accendeva e si trasformava, come ogni sera. Rivelava un nuovo volto. Profili e campanili di chiese di giorno confusi con altri edifici, le luci dei ponti che iniziano a danzare allegre, i fari delle auto che corrono, il percorso della funicolare che porta al bastione, riflessi che tremano nell’acqua del fiume.

E’ questa l’immagine che ti lascia questa città, il primo elemento a cui associarla è la luce, poi l’acqua e infine la calma.

Bisogna essere pazienti e attenti, tenderle la mano, aspettare che riveli il suo vero volto.

 

Tutte le foto ad inizio articolo a cura di Daniele Alvarez

Mani: espressività e comunicazione umana

Mani: espressività e comunicazione umana

Tutte le foto a cura dell’autrice

Alla complessa  domanda “Cosa distingue l’uomo dagli animali?” il buon Charles Darwin avrebbe semplicemente risposto: “Le mani”. Già, le nostre semplici mani, strumento principale di cui l’uomo si serve nella sua quotidianità. Secondo le teorie di Darwin, quest’ultimo nel suo percorso evolutivo ha sviluppato una gestualità, un’abilità e una capacità motoria superiore anche a quella dei primati, tanto vicini a noi, che lo ha portato a rivestire quel ruolo predominante di cui esso gode.

(altro…)

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