Non è possibile il pensiero del tutto e del niente. Inevitabilmente si penserà a qualcosa, che è troppo poco per essere tutto e troppo per essere niente

Di certezze spicciole come questa ne condividiamo e ne rielaboriamo tantissime, tutte fumose ed estremamente confuse. David Foster Wallace è la falla nel sistema farraginoso di certezze e ideali accumulati e accettati senza alcuna selezione.

Sperticati elogi, inevitabilmente retorici e piatti, lo avrebbero fatto rabbrividire e il pensiero di diventare un Dio della letteratura per qualche ingenuo e fanatico lettore lo avrebbe sconcertato. Nessuna divinizzazione dunque. Bandito il panegirico. Un solo appunto, quello è concesso, per chiunque non conoscesse Foster Wallace, per chi non ne avesse ancora letto i libri: le biblioteche sono luoghi meravigliosi e come le librerie sono aperte almeno fino alle 19.

Foster Wallace ha rappresentato una svolta nel panorama letterario del Novecento (e nella vita dei suoi lettori). Qualcuno, con molta più esperienza, ha raccontato del suo acume, della sua genialità, dell’incomparabile spirito narrativo, ponendo come note a margine i suoi testi: dal romanzo di esordio La scopa del sistema, a La ragazza con i capelli strani, dai racconti Considera l’aragosta e Una cosa divertente che non farò mai più, al capolavoro Infinite Jest.

Niente, non una parola spenderò su tutto questo (alla sezione F, a volte W di ogni biblioteca troverete una bibliografia molto più estesa, che merita di non essere svelata).Lascio le recensioni a chi usa la penna o la tastiera da professionista. Nello spazio di questa pagina solo il racconto di un’esperienza sui generis.

Foster Wallace ci ha raccontato la normalità, ci ha spiegato che il grottesco non è solo nella realtà, ma che il reale è inestricabilmente riconducibile ad esso. Ci ha scandalizzato, divertito e spaventato. È andato oltre ogni definizione di ironia, oltre ogni spiegazione  antologica di riso amaro. Non tenterò di spiegare quale e quanto forte sia l’effetto destato dalla lettura dei testi di Foster Wallace. Ma ciò che mi sembra di dover notare è la prima reazione: la paralisi. La  semplice e nitida impressione che le sue parole stravolgano e quindi irreparabilmente modifichino l’inerzia del quotidiano, causando una paralisi.

Cosa c’è dopo l’inerzia? Che fare quando il meccanismo si inceppa?

Nessuna risposta. In attesa di una folgorazione, consiglio di continuare la ricerca, continuare la lettura di Foster Wallace e non desistere.

Parlare è costruire un pensiero, articolare un pensiero, edulcorarlo, minimizzarlo, semplificarlo. Parlare è modificare ciò che si pensa. Scrivere è modificare ciò che si pensa. Leggendo Wallace, si ha la paralizzante impressione di leggere un pensiero. Una serie di pensieri, il cui grado di realtà, in termini di appartenenza all’autore è spaventosamente diretto.

I libri di Wallace sono una minaccia alla sovrastruttura, al connaturato meccanismo di modificazione del pensiero, una volta che esso si prepara a diventare parola, parola scritta, urlata, spifferata. Non è solo sincerità, onestà intellettuale, è altro. La parola-pensiero di Wallace è una magnifica esortazione indifferente. È il buon esempio che non ha mai aspirato all’esemplarità. La vera coscienza di fronte all’incoscienza del meccanismo, del default. Wallace, molto più di Heidegger, riesce a spiegare l’autentica autenticità di pensiero attraverso l’esperienza del pensiero-parola reale.

No, non è il coraggio di dire ciò che si pensa, anonimo e insensato adagio dei nostri giorni, è qualcosa che ha che fare con la proposta del tutto. Quello che ci dice Wallace è il tutto, e non solo perché ci riguarda tutti, ma perché riguarda il significato del tutto: qualcosa di simile alla riscoperta di un’essenza, di un pensiero essenziale, primitivo, originale . Le parole di Foster Wallace ci aiutano a scoprire quel pensiero, a diventare ciò che siamo. Frase che perde di effettività nella banalità del quotidiano, ma che forse in questo caso ha una certa utilità.  Non a caso, Come diventare se stessi è il titolo dell’ultima intervista pubblicata su Foster Wallace e rilasciata al giornalista David Lipsky. Anche in questa occasione, David Foster Wallace è capace di travolgerci. Pieno, incurante, diretto. E anche qui le parole dello scrittore americano rappresentano il tutto. Quel tutto che forse ci stiamo perdendo. Perché è la reale e personale ricerca del nostro pensiero che stiamo evitando.

Nella lectio magistralis tenuta come commencement speech agli studenti del Kenyon College, Wallace ricorda la scelta di pensare. Scegliere di pensare autenticamente è scegliere con coscienza il soggetto del nostro pensiero, oltre i meccanismi sclerotici della quotidianità. E ci dà una lezione che è il tutto. Intangibile e imponente.

Cosa c’è dopo l’inerzia? Forse altra inautentica inerzia che attende di essere erosa dalla prossima sgangherata e indispensabile analisi interiore sullo stato del reale.

Avrebbe detestato questa lettura escatologica delle sue parole. Avrebbe ironizzato pesantemente su questo pallido tentativo di evitare una divinizzazione, finendo per trascendentalizzare ogni cosa. Oltre ogni incoerente tentativo di trovare risposte (altra banalità espressiva), la scelta di leggere Foster Wallace è la folgorazione. Forse una di quelle scelte coscienti da fare. Prima o poi.

Di Alba Cagnina

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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