Qualche pomeriggio fa, nel cortile dello studentato in cui vivo, seduta per terra con un amico, chiacchieravo di futuro, di depressione post-Erasmus, di crisi dei 25 anni, e, in preda all’ ‘”allegria”, a caso dico che sarebbe stato bello stare in quel momento ” in questi posti davanti al mare”, ignara che il mio amico sapesse. Lui  a tono mi risponde con i versi successivi della canzone, ovvero “per noi che non ci sappiamo raccontare, nei bar davanti al mare”. Da questo discorso alquanto sconclusionato è nata una conversazione su Fossati, parzialmente ignoto a chi scrive, sostanzialmente perché la verità è che, quando cresci con la triade di Francesco (con annesso Fabrizio), la tua mente si stagna sulle loro intere discografie e diventa difficile spaziare.

Quello stesso mio amico mi propone l’ascolto di Terra dove andare, seconda traccia dell’album La pianta del tè. Lo fa apposta, perché sa che quella canzone rappresenta la sintesi dei discorsi fatti qualche minuto prima. Un’incipit, con fisarmonica in sottofondo, accompagna il ragazzo protagonista della canzone che è perso, incastrato nei suoi 18 anni, mentre rifiuta l’età adulta, in questo battere e levare quasi reggae. A fare pressione il sindacato, i contratti e suo padre che sono solo metafore di un mondo, che come dice Guccini in Un giorno, ” là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola.” ché “non è senza un prezzo salato diventare grandi”.

(Piacevolmente sorpresa, faccio a due a due le scale, mi piazzo su Spotify e in un’oretta ascolto tutto l’album, pentendomi per aver ignorato così a lungo questo capolavoro.)

Alla terza traccia, più lenta, più malinconica, a tratti nostalgica, troviamo un altro (quasi)ragazzo:

Qui il ricordo non è uomo,
e il più delle volte nemmeno donna.
Qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna,
non per tracciare una rotta
che non si può dare una via,
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia. (da L’uomo coi capelli da ragazzo)

La gioventù ritorna, col paradosso dell’uomo di 40 anni che ha i capelli da ragazzo, in una canzone piena di rimpianti, di rabbia non contro qualcuno, ma contro il destino, contro lo scorrere del tempo, contro la solitudine, le scelte sbagliate. Un ritratto, questo, di estrema delicatezza che tocca l’anima dell’ascoltatore, calandolo in un’atmosfera da romanzo ottocentesco. Questo dialogo fra il medico e il ragazzo diventa apologo del tempo che passa, senza possibilità di intervento alcuno,lasciando solo, baluardo di una stagione passata, e forse migliore, “i capelli da ragazzo”.

La pianta del tè, è un album di ricerca, ma, paradossalmente, anche di rassegnazione. La prima traccia, omonimo titolo dell’album, usa la pianta del tè come metafora di sperimentalismo, di nuovo, esotico e lontano, che è ciò che Fossati ha cercato di produrre artisticamente, allontanandosi dal modo di fare musica utilizzato negli album pregressi:

Ma le metafore non si fermano a quella della pianta del tè, la volpe è la protagonista della quarta traccia: è una canzone inquieta all’inizio, quasi angosciante, è una canzone basata sui “forse”, sull’attesa di qualcuno che si vede all’orizzonte, sull’attesa di un ritorno, cani, volpi, amici o amore non si sa e Fossati si riserva bene dal dircelo.

Proprio a metà delle tracce si trova la seconda parte de’ La Pianta del tè, come se fosse un’opera in due movimenti, i ritmi sono chiaramente orientali, e, questa canzone segna una sorta di cesura e di preludio per la seconda parte dell’album.Non ci sono parole, ma solo quasi 4 minuti di arpeggi che ci sbalzano  direttamente dalle persone e dai luoghi delle prime 4 tracce ad altri universi. Infatti, dopo il ragazzo-Peter Pan, l’uomo quarantenne e la volpe, si sbarca in altri luoghi.

Questi posti davanti al mare, citata prima, fu cantata da una trinità, azzarderemmo, quasi sacra: De Gregori, De Andrè e Fossati appunto. L’incipit di Fossati si sofferma su ragazze provenienti da diversi posti in Italia, immaginarie le ragazze, come si immagina che nei posti da cui provengono ci sia il mare. Queste donne ce le si immagina belle, abbronzate e fiere ondeggiare dopo il lavoro verso le spiagge. A guardarle, questi tre uomini che dal mare provengono,e, che pur osservando i vari flirt estivi, non si sentono a loro agio, timidi, discreti, perché tra le altre cose ” non si sanno raccontare”. Il connubio di queste tre voci, roche e scure quasi allo stesso modo, sul ritmo spensierato della canzone hanno un’effetto così prorompente, che al bancone del bar ci piacerebbe ritrovarci a bere con loro, ci piacerebbe provarci a indurli a raccontarsi, facendoci dolcemente accarezzare dalla brezza, al tramonto.

Dopo l’estasi per la bellezza di questo trio meraviglioso ricomposto in questa perla rara, ci si sposta a Genova, quello stesso luogo che ci ha regalato talenti a iosa, che ci ha regalato la musica in versi, come se lì si fosse radicato l’ultimo germe di poesia. Le donne del ponte lance, sono le protagoniste della traccia successiva. Fossati, dalla parte dei marinai, le guarda, cantando un pezzo anche in francese (tanto che potrebbe sembrare una canzone di Brassens o Jacques Brel), racchiudendo in questi versi la bellezza e la fugacità del momento, perché questa canzone di marinai ha in sé la brevità degli arrivi e delle partenze di chi va per mare.

Il marchio di Fossati dell’album si riconosce in Chi guarda Genova, quasi che quest’ultima, Terra dove andare e Questi posti davanti al mare  potrebbero essere tre canzoni gemelle. Questa canzone è un altro inno al mare, che come si potrà notare, resta il lietmotiv di tutto l’album. Genova, poi, si ammonisce nel testo, si guarda solo dal mare. Un luogo aspro ma bello, vero, tutto “rocce e gerani”. Il porto, la Procura e gli avvocati con le loro segretarie (forse “con gli occhiali che come fanno a farsi sposare dagli avvocati” ) sono tutti parte di questo paesaggio, mentre Fossati descrive scorci di vita quotidiana, belle signore, amori non da aspettare, sé stesso e i suoi affaires: Fossati fa diventare Genova il retroscena e l’alter ego di chi “ha il cuore arido e un orecchio al traffico”.

La costruzione di un amore è forse la canzone più celebre dell’album e qui ritroviamo il Fossati poeta deluso ma realista di Di Tanto Amore, Carte da decifrare e Il bacio sulla bocca. L’ultima canzone è invece Caffè lontano:

Io cosa non ti direi,
e, mi viene da pensare che,
se chiudi gli occhi anche tu
nello stesso momento,
puoi prendermi la mano.

Il cantautore genovese ci lascia sospesi in quest’ultima canzone, quasi come il caffè si lascia sospeso, secondo una nostra usanza contemporanea. Lui, lontano da casa sua, lontano dalla donna che ama, solo davanti ad un caffè, fa pensare ad una canzone di un altro genovese, Paolo Conte, che  parlava di amori fugaci e distanti, in Architetture lontane. Fossati si racconta in un momento fisso ma lontano nel tempo, ed è  quasi come se si guardasse attraverso o meglio è come se si fosse sdoppiato e si stesse guardando dall’esterno.

Questo album, così delicato, è uno scrigno magico, un breve racconto moderno, con una trama difficilmente intelligibile ma sensata e bellissima e, se non vi è ancora capitato di farlo, non vi resta che  tuffarvi in questa pietra miliare di un’ età aurea della musica italiana, forse troppo lontana.

 

 

Foto: copertina del vinile La Pianta del tè

 

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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