La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

Dong e Gao preparano il pranzo nel cortile della loro casa della Cina rurale. Photographer: Stefen Chow for Bloomberg Businessweek

Articolo originale di Bloomberg qui.


Shangxule è un povero villaggio di contadini situato nelle montagne della provincia di Hebei, nel nord della Cina. L’elevata altitudine non permette coltivazioni redditizie, come le fragole, quindi gli abitanti coltivano mais, grano, arachidi e patate, principalmente per il loro fabbisogno. Negli ultimi anni, la maggior parte dei giovani del villaggio sono partiti per cercare lavoro nelle industrie della zona costiera, o nei cantieri. Chi vive qui? Oltre ai bambini qui vive soltanto vecchia gente, che cerca di non ammalarsi per continuare a coltivare la terra” dice Dong Xiangju, 69 anni, mentre siede nel cortile della sua malmessa fattoria in mattoni e cemento, in un freddo pomeriggio di Dicembre. I suoi tre figli lavorano a Shijiazhuang, e solo raramente hanno il tempo di tornare a casa, dice.


Mentre suo marito settantenne, Gao Chouni, brandisce un grosso bastone per guidare maiali e galline nel loro recinto, Dong parla della sua più grande preoccupazione: il costo di andare da un dottore. “La vita non è affatto facile, e la mia salute continua a peggiorare” , dice, schiaffeggiandosi il ginocchio artritico per enfatizzare.


Lo scorso anno, le medicine per i suoi problemi di cuore e pressione alta, necessarie durante un ricovero in ospedale, sono costate fino a 8000 Yuan ($1154), più del guadagno di un anno di lavoro, dice. “Se possiamo sopportare il dolore, non andiamo in ospedale. E’ troppo costoso“. I loro figli di solito non mandano soldi a casa, ma quando necessario contribuiscono alle spese mediche.


La sfida demografica che la Cina dovrà affrontare è ben nota: nel 2050 quasi il 27 percento della popolazione sarà oltre i 65 anni, da un 10 percento del 2015, secondo le stime delle Nazioni Unite e del China Research Center on Aging. Meno noto è che questa crisi colpirà con più violenza villaggi come Shangxule, che soffrono gli effetti sia della politica del figlio unico, sia quelli della migrazione verso le città.


Ottanta milioni di anziani, il 60 percento degli anziani del Paese, vivono fuori dalle città, lontani dalle strutture sanitarie. Un quinto degli anziani che vivono in zone rurali hanno salari che vanno sotto la soglia di povertà ufficiale. In molti casi, a causa dei costi sanitari, molte famiglie finiscono con l’indebitars. Il tasso di suicidi degli anziani delle aree rurali è tre volte superiore rispetto a quello degli anziani che vivono in città, dice Xiangming Fang, economista alla Georga State University’s School of Public healt.

Rivolgendosi ai membri del Partito Comunista Cinese, il Maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha affermato: “C’è una grande differenza tra le aspettative e la realtà di vita che gli anziani hanno della loro vecchiaia“.
I contadini cinesi lavorano nei campi fino a oltre 70 anni, diice John Giles, capo economista del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca mondiale. “Non si tratta solo di curare il proprio giardino – dice- è duro lavoro. E se gli anziani hanno figli che sono migrati altrove, è più probabile che lavoreranno ancora più a lungo e più duramente”. Gli anziani delle campagne hanno un tasso magiore di disibabilità fisica rispetto agli abitanti delle città.
Molti hanno difficoltà nello svolgere semplici funzioni come vestirsi, mangiare e farsi il bagno. Sono inoltre sempre più affetti da malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiache, problemi respiratori e diabete, in parte, causate dell’elevato tasso di fumatori e bevitori, ma soprattutto a causa dell’inadeguato servizio sanitario.

Al contrario della maggior parte degli altri Paesi, i cittadini cinesi, più invecchiano, e meno spendono in cure mediche, spiega Albert Park, economista alla Hong Kong University.”Quindi anche se gli anziani si ammalano sempre di più nella Cina rurale, stanno ricevendo sempre meno cure”, dice Park.

Le legioni di medici a piedi scalzi di Mao (cittadini con una preparazione medica basilare che ricevevano una minima paga) portarono un grande miglioramento nel servizio sanitario rurale. Ma molte di queste conquiste iniziarono a divenire obsolete con l’apertura dei mercati alla fine degli anni ’70. Oggi, le città cinesi ricevono una sproporzionata fetta della spesa sanitaria nazionale e dei migliori dottori, così gli abitanti delle campagne devono sopportare un servizio sanitario che è costoso ma scadente. Il costo medio di una visita ospedaliera rappresenta il 50 percento dello stipendio annuale di un abitante di città; per un cittadino delle campagne, quel costo è 1,3 volte lo stipendio annule, secondo Gerard La Forgia, autore di Healthy China. Nel frattempo, un sondaggio del 2014 della Stanford’s Rural education Action Program ha scoperto che i pazienti delle cliniche mediche rurale ricevono una giusta diagnosi solo una volta su quattro. La prescrizione inutile di medicinali è dilagante. “A volte ti danno la medicina sbagliata”, dice Dong, la contadina di Shangxule. L’anno scorso ha sofferto di una reazione allergica dovuta ad un medicinale erroneamente prescritto.

Ma i legislatori cinesi sono a conoscenza del fatto che il problema dell’abbandono degli anziani potrebbe diventare una bomba finanziaria e sociale se ignorato. Oggi, tramite agevolazioni fiscali, lo Stato sta incoraggiando sempre più ospedali ad offrire servizi in aree rurali, secondo Mao Qunan, portavoce della Commissione di Salute Nazionale e della famiglia. E mentre le strutture di accoglienza per anziani stanno spuntando numerose nelle città (nella Cina confuciana, tradizionalmente sono i figli a doversi occupare dei genitori anziani), le autorità stanno incoraggiando le strutture ad espandersi nelle campagne. Un programma pensionistico sperimentale rivolto alle aree rurali e introdotto nel 2009, è stato oggi ampliato e copre tutte le persone oltre i 60 anni (prima di tale programma, nessun abitante rurale godeva di trattamenti pensionistici). Similmente, molti anziani dei villaggi hanno ora accesso ad un’assicurazione medica rurale, introdotta più di dieci anni fa. Entrambi i programmi, però, garantiscono una protezione limitata; la pensione rurale ammonta intorno agli 80 yuan al mese (circa 12$), molto lontani dai pagamenti medi ricevuti nelle città. “Sulla carta sembra ottimo, 90 percento della popolazione rurale è coperta, è questo è probabilmente vero. Il problema, però, è cosa questa assicurazione copre.” dice La Forgia.

La Cina ha una politica dei permessi di residenza molto restrittiva: ciò rende difficile per i genitori anziani riconciliarsi con i loro figli nelle città, e le assicurazioni di cui dispongono non offrono copertura negli ospedali urbani. Alcuni figli stanno tornando nei villaggi per prendersi cura dei genitori, ciò potrebbe intaccare la crescita economica, in quanto i più giovani cinesi andranno a fare lavori meno produttivi lasciandone altri. “Dopo dovrò tornare nella mia città, perchè i miei genitori stanno diventando vecchi”, dice il 25enne Zhang Chi, che lavora in una fabbrica di giocattori a Dongguan, a più di 1300 km dalla sua città natale, Xi’an, nella Cina centrale. “Lavorando lontano, riesco a vedere i miei genitori raramente, e questo non va bene“. “Alcuni pensano che tornare nei villaggi non sia fattibile e nemmeno desiderabile. Alcuni migranti hanno paura di non poter fare abbastanza per aiutare le proprie famiglie, e mentre la vita nelle città industriali cinesi ha le sue difficoltà, i lavoratori delle fabbriche possono però godere di comfrot sconosciuti ai loro genitori o amici delle campagne. “Ovviamente, vedere i nostri figli così lontani non è facile“, dice Dong. “Ma c’è lavoro lì, quindi devono allontanarsi per trovare un lavoro. Tutto qui. Certo mi mancano, ma a cosa servirebbe?”.

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Lotta ai cambiamenti climatici: insieme per un’economia più circolare

Se in America c’è ancora bisogno di personaggi celebri come Leonardo di Caprio per convincere gli indecisi e i disinformati sulla gravità dei cambiamenti climatici, in Europa sembra che molti ne siano già ampiamente consapevoli e preoccupati.

Per fortuna.

Eppure dinanzi alle immagini di calotte polari in scioglimento, specie animali in via di estinzione, scandali ambientali di imprudenti multinazionali e allarmanti affermazioni di politici, ci sale quasi un senso di impotenza. Ma non è così.

È proprio questo il momento per intervenire a livello sociale e politico, ma non solo. Se i trattati internazionali e le direttive comunitarie con i loro standard impongono una direzione al mondo, i passi da compiere richiedono il coinvolgimento di ciascun individuo nella sua sfera personale. Ognuno di noi può e deve fare qualcosa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Come?

Attraverso un consumo sostenibile e responsabile che oggi trova facile applicazione grazie allo sviluppo dell’economia circolare.

L’economia circolare è un sistema economico che si basa sulla massimizzazieconomia circolareone delle risorse esistenti e il reinserimento nel ciclo produttivo di quelle risorse che in un sistema economico di tipo lineare si chiamerebbero “rifiuti”.
Un sistema chiuso e rigenerativo grazie al riciclo e il riuso, che trova secondo alcuni piena razionalità economica.

La cosa interessante è che i vantaggi per il mondo imprenditoriale di creare modelli di business ispirati ai principi di economia circolare sono così rilevanti e molteplici che viene da chiedersi perché nessuno non ci abbia pensato prima. Infatti l’economia circolare opera in una logica “Everyone win”: il produttore, il consumatore e l’ambiente.

Il produttore che massimizza l’uso delle materie prime, incentiva la riconsegna del prodotto reinserendolo nel processo produttivo, risparmia nei costi di produzione e manutenzione. Il consumatore ne trae un vantaggio di costo in molti casi dato che i prodotti acquistati sono concepiti per durare di più. E per l’ambiente l’effetto è ovvio.

 

Oggi, agire secondo i principi dell’economia circolare è ancora più facile grazie all’innovazione tecnologica. Molte imprese si stanno concentrando su un’ offerta di servizi, più che di prodotto, che puntano ad un risparmio economico per il produttore e il consumatore, con ovvie esternalità positive sull’ambiente.

Ecco un classico esempio: avete mai pensato per esempio di affittare una lavatrice piuttosto che acquistarla? Secondo alcuni studi, questo servizio permetterebbe al consumatore un risparmio di un terzo per ciclo di lavaggio e a ai produttori un guadagno di circa un terzo più alto.

economia circolare

Nel settore della telefonia, alcune imprese come la Fairphone stanno realizzando modelli di cellulare destinati a durare quasi in eterno, perché completamente smontabili nelle più piccole componenti così che al primo guasto basterebbe sostituire la parte difettosa e non l’intero prodotto.

D’altra parte alcune aziende come l’Apple incentivano i consumatori a riconsegnare il prodotto dopo solo un anno di vita in cambio di un prodotto completamente nuovo e aggiornato, pagando un prezzo fisso annuale.

Quanto invece all’ autovettura, sembra che non sia più un mezzo strettamente necessario soprattutto nelle grandi città dove trasporti pubblici e sistemi di car sharing sono efficienti e ben integrati. Eppure, per molti, disporre di un’automobile propria è una condizione quasi inderogabile e fa parte di uno status sociale e culturale ben consolidato.

Con la crescita dell’economia circolare, le cose potrebbero cambiare. La proprietà assoluta di un bene non è più necessaria e diviene invece temporanea o addirittura condivisa.

La sharing economy è un tassello fondamentale nella transizione ad una economia più circolare ed è promotrice anche di un cambiamento sociale, basato sull’ottimismo e la fiducia nel prossimo, il piacere della condivisione e il desiderio di vivere e raccontare nuove esperienze. Il successo di startups come Airbnb, Uber e Blablacar ha dimostrato che, laddove vi è qualità e risparmio, i consumatori prediligono soluzioni più “amiche” dell’ambiente.

Eppure in Italia, si tende ancora a salvaguardare di più gli interessi dei “vecchi” e dei “grandi” piuttosto che i diritti dei “nuovi” e dei “piccoli”, con riferimento per esempio ad Uber, definito un caso di concorrenza sleale. Seppur Uber rappresenti un caso particolare, non c’è niente di sleale nel fatto che l’innovazione tecnologica apra le porte a nuovi modi di fare business, più veloci, facili e flessibili, e ben vengano se a guadagnarci è l’ambiente.

economia circularTuttavia, l’ attenzione sul tema dell’economia circolare in Italia è crescente. E se ne sono accorti anche all’estero.

Durante l’incontro COTEC sull’economia circolare tenutosi soli due mesi fa a Lisbona, in cui era presente persino il Presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa, la fondatrice dell’ Ellen MacArthur Foundation elogiava dinanzi ad una platea internazionale la città di Milano per l’eccellente gestione dei rifiuti (soprattutto l’organico) e la Banca Intesa San Paolo per gli ingenti investimenti in ricerca sul tema.

La transizione da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare è un processo lento, ma la sua accelerazione dipende soltanto da noi. Davanti alla seria minaccia di ciò che è più caro, la vita, non c’è liberismo che regga.

La “responsabilità sociale d’ impresa” è un principio intrinseco alle imprese commerciali e deve figurare come obbligo sociale e morale, a cui tutte le imprese naturalmente aderiscono. Insomma,per un’impresa moderna essere socialmente responsabile non è più una scelta opzionale che ci permette di distinguere tra un’elite di imprese più “etiche” da quelle incuranti dell’impatto ambientale. Tutte le imprese devono adottare rigide misure per la massimizzazione dell’uso delle risorse. Non solo, si deve puntare ad un completo riutilizzo delle materie, come già accade in Olanda.

A tal proposito servono grossi disincentivi al consumo di nuove risorse e un alleggerimento dell’apparato legislativo per favorire lo sviluppo di modelli di business innovativi ispirati ai principi dell’economia circolare. Non dimenticando però che il contributo individuale nelle piccole scelte quotidiane è essenziale.

D’altronde, come ricorda la famosa esortazione Volterriana, “coltivare il nostro giardino” è l’unico atto di potenza che ci resta.

 

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Traduzione da: Why Time’s Trump Cover Is a Subversive Work of Political Art

L’annuncio annuale  del ’ personaggio dell’anno’ del Time è, anno dopo anno,  grossolanamente frainteso. Il periodico tuttavia,  è molto chiaro sul suo unico criterio ” la persona che ha avuto la maggiore influenza, in bene o in male, sugli eventi dell’anno”. Fate una semplice ricerca su Twitter e troverete innumerevoli persone che credono che la scelta del ‘personaggio dell’anno’ equivalga a un’approvazione.

Tra i precedenti vincitori erano inclusi Stalin (1939, 1942), Ayatollah Khomeini (1979), Adolf Hitler (1938), e altre figure che credo si possa presumere non siano appoggiate dallo staff del Time.

Quest’anno, non dovrebbe sorprendere che l’eletto presidente Donald Trump sia stato scelto per onorare la copertina dell’edizione annuale del Time (ripreso dal fotografo ebraico Nadav Kander).

”In bene o in male,” Trump, durante la sua campagna, e ora dopo la sua elezione, è stato certamente tra le maggiori influenze sugli eventi dell’anno.

Per cercare indizi utili a capire come il Time si senta in merito alla domanda – è ” nel bene e nel male?” – si può guardare l’immagine scelta per la copertina del numero. Le decisioni che il Time ha preso sulle modalità di fotografare Trump rivelano uno stratificato, variegato  settore di  riferimento che pone l’immagine tra le migliori copertine della rivista.

Al fine di scomporre l’immagine, concentriamoci su tre elementi chiave (tralasciando la posizione della ‘M’ di ‘Time’ che fa sembrare che Trump abbia delle corna rosse)

IL COLORE

Notiamo come i colori appaiano leggermente slavati, tenui, delicati. La tavolozza crea ciò che possiamo definire un effetto vintage. La nitidezza e i dettagli dell’immagine rivelano la contemporaneità dell’immagine, ma i colori indicano un tipo di pellicola più vecchia, chiamato Kodachrome.

La Kodachrome, la pellicola recentemente sospesa prodotta dalla Kodak, fu progettata all’inizio del 1900 per creare una riproduzione accurata dei colori. Divenne estremamente popolare tra la fine degli anni 30 e gli anni 70, e il suo aspetto distintivo definisce il nostro comune concetto visivo di nostalgia.

Riproducendo la tavolozza dei colori della Kodachrome, il Time ci fa immaginare la copertina  come se l’immagine appartenesse al periodo di popolarità della Kodachrome.

Questo spostamento visivo-temporale in un certo senso rispecchia molte delle guide che hanno alimentato l’ascesa di Trump.

Trump ha condotto una campagna basata su politiche regressive e atteggiamenti Anti- protezione ambientale, anti-aborto, pro-carbone, ecc.

Questa elezione non riguardava solo scelte politiche regressive, ma anche valori tradizionali (definiti in primo luogo dalla destra cristiana), di nostalgia per la grandezza americana e la sicurezza, di nostalgia per un mondo pre-globalizzato.

LA POSA

La posa di Trump può essere interpretata come un gioco sovversivo sulle tradizionali pose dei ritratti dei potenti.

I quadri dei monarchi possono detenere due funzioni estetiche- al suolo l’associazione tra il soggetto e il trono, consolidando in tal modo la metonimia, e aumentare il senso di assoggettamento nello spettatore. Lo spettatore deve avvicinarsi al monarca, il monarca non si scomoda per lo spettatore.

Nella nostra epoca post-monarchica, il potere del trono è ampiamente passato, ma l’importanza della figura seduta rimane. La sedia in se è irrilevante, ciò che conta è l’atto di essere seduti.  Inserendo un ritratto in questa tradizione, la sedia assume il ruolo del trono, e il soggetto il ruolo di re (o regina)- l’effetto visivo è lo stesso.

Consideriamo l’immagine seguente del Memoriale di Lincoln ( per ulteriori riferimenti osservate questa immagine di Putin).

Esse sono una versione esagerata delle pose tradizionali. Vediamo i nostri soggetti con la testa sollevata, ma cosa più importante, li osserviamo dal basso- L’angolazione ci costringe a cercare i soggetti, e fa sembrare che a sua volta il soggetto guardi in basso verso di noi. Questa posizione e angolazione, con lo spettatore apparentemente (e letteralmente nel caso del memoriale di Lincoln ), ai piedi del soggetto, lo  fa apparire dominante, potente, a giudicare.

Ma, capovolgiamo l’immagine, e improvvisamente abbiamo una nuova serie di significati.  Sulla copertina del time invece di vedere Trump con la testa sollevata e dal basso, lo vediamo seduto da dietro e circa all’altezza degli occhi. Il rapporto di potere si è completamente spostato.

La posizione di Trump girato verso la fotocamera rende il tono cospiratorio, piuttosto che di giudizio. Ci sono due immagini in gioco qui-  l’immaginario potere-immagine  dell’immagine presa dalla parte anteriore, e l’immagine reale, in cui Trump sembra offrire allo spettatore un occhiolino complice, come a dire, guardate come abbiamo gabbato quei polli (sia Trump che lo spettatore stanno guardando in basso verso coloro che si trovano davanti). Sovvertendo la tipica potenza dinamica, il Time, in un certo senso, coinvolge lo spettatore nelle elezioni di Trump, nel suo essere in copertina, in primo piano .

Su un altro livello, gran parte di ciò che sappiamo di Donald Trump è stato raccolto aattraverso le immagini. E’ un maestro di branding, una star dei reality che è stata per molto soggetto favorito dei tabloid. Scegliendo di non fotografare Trump con la testa alta, la copertina del Time ci offre quasi uno scorcio ‘dietro le quinte’ dell’uomo che ha passato molto del suo tempo di fronte alla macchina fotografica- aumentando il tono cospiratorio e la complicità dello spettatore. La natura altamente posata ed elaborata della fotografia offre un altro livello di ironia. Infine, dobbiamo notare l’ombra minacciosa in agguato sullo sfondo. E ‘un piccolo, ma importante e brillante dettaglio.  Proprio come questa immagine ci fornisce due punti di vista, ci fornisce anche due Trump- Trump il neoeletto presidente, e il suo spettro, inquietante dietro le quinte, in attesa di prendere forma.

LA SEDIA

Il colpo da maestro, il singolo  dettaglio che completa l’immagine intera, è la sedia.  Trump è seduto su quella che sembra essere una sedia Vintage  “Luigi XV” (così chiamata perché  fu progettata in Francia sotto il regno del re Luigi XV nella metà del XVIII secolo). La sedia non suggerisce solo i regni ciecamente ostentati dei re francesi poco prima della rivoluzione, ma anche, più specificamente, il regno di Luigi XV che, secondo lo storico Norman Davies, “ha prestato maggiore attenzione alla caccia di donne e cervi che al governo del paese”, e il cui regno è stato caratterizzato da “debilitante stasi”, “guerre ricorrenti,” e “continue crisi finanziarie” (suona familiare?). La brillantezza della sedia però, è visiva piuttosto che storica. E ‘un simbolo vistoso di ricchezza e prestigio’, ma se si guarda in alto a destra, si può vedere uno strappo nella tappezzeria, a significare l’immagine deteriorata di Trump stesso.

Dietro la furia, dietro i display luminosi della ricchezza, dietro le promesse scintillanti, abbiamo il debito, la mancanza di gusto, la demagogia, il razzismo, la mancanza di esperienza di governo o conoscenza (tutte cosi che, purtroppo, conosciamo già troppo bene ). Una volta notato lo strappo, le macchie sul legno vengono mese a fuoco, come le crepe nel trucco di Trump, la sottigliezza dei suoi capelli, la macchia nell’angolo in basso a sinistra della sedia – l’intera illusione di grandezza comincia a crollare. La copertina  dona meno l’immagine di un uomo potente rispetto alla ferma immagine di un leader, e il suo paese, in uno stato di degrado. L’ombra spettrale fa gli straordinari qui – suggerisce uno splendore che è già passato, se mai è esistito.

Nel loro insieme, questi elementi si aggiungono ad una profonda interpretazione di ansia per i prossimi anni. Abbiamo il collocamento implicito di Trump a metà del 1900 (guardando attraverso gli archivi delle copertine del Time, non ci sono immagini che somiglino propriamente a questa, salvo quella qui a sinistra [un confronto puramente visivo]). Abbiamo un’ipotesi di complotto, squallore al di sotto del potere. Abbiamo la facciata fatiscente di ricchezza, che, come “Il ritratto di Dorian Gray”, suggerisce più di un deterioramento fisico.

Come  fotografia, è un successo raro. Come copertina, è una dichiarazione.

 

 

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

In copertina: il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e la Cancellieria Angela Merkel. Fonte qui e qui

Le bufale abbondano sulla Rete: che novità! Abbiamo già discusso del problema delle notizie false e del loro possibile condizionamento degli eventi ma questo tema è di nuovo tornato a fare notizia su tutti i giornali italiani poco dopo l’insediamento del nuovo governo Gentiloni. Lunedì scorso è diventato virale l’articolo di Libero Giornale, palesemente falso, dove viene citata una fantomatica frase del nuovo premier:

Basta ipocrisie, sono tutti finti poveri e io sono già scocciato di questo piagnisteo, rimboccarsi le maniche per il futuro del Paese, qualche sacrificio non ha mai ammazzato nessuno, solo così l’Italia tornerà a primeggiare in Europa”.

Libero Quotidiano “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi” 

Una frase del genere potrebbe sembrare assurda fin dalla prima lettura. Eppure per oltre 10.000 utenti di Facebook non lo è. Questi utenti hanno infatti ricondiviso l’articolo di Libero Quotidiano, con quel sentore di odio che oramai macchia dai prodromi del Web 2.0 l’esperienza della Rete. 

Scorrendo le pagine di Libero Quotidiano, possiamo notare che il caso Gentiloni non è l’unico (magari lo fosse). Una seconda notizia riporta: “Deborah Serrachiani in lacrime: ‘Non arrivo a fine mese, altro che la crisi è finita’”. Con una semplicissima ricerca, anche questa notizia risulta falsa: la governatrice del Friuli-Venezia Giulia, infatti, è sì scoppiata in lacrime nell’aula del Consiglio Regionale, ma per i continui attacchi ricevuti in questi anni in carica alla Regione.

Come questo, tantissimi sono i casi da segnalare. Dalle continue bufale con protagonista la presidentessa della Camera Laura Boldrini, a quelle contro la parlamentare PD Cecile Kyenge. Tutti questi siti cercano di nascondere questa leva per il personale ricavo dietro la satira. Una ulteriore beffa nei confronti di chi ne ha invece fatto uso magistralmente per istillare il dubbio e la discussione, e che oggi vede paragonata la propria onestà intellettuale a pessime tattiche tese alla creazione di una confusione che genera vantaggi a pochi (o a nessuno). Tanto meno al lettore.

Anche la Germania, simbolo di compostezza e rigore, teme questa ondata di confusione. Tutto nasce dalle polemiche scaturite a seguito della vittoria di Donald Trump, che molti analisti e la stessa CIA riconducono proprio alla diffusione di notizie false e ad interferenze da parte di hacker russi. A pochi mesi dalle elezioni, tutte le forze politiche hanno il timore che questa situazione possa replicarsi durante la campagna elettorale e le votazioni.

Per correre ai ripari, diversi politici di importante caratura, dal vice cancelliere Sigmar Gabriel al capogruppo del SPD al Bundestag, Thomas Oppermann, hanno esplicitamente richiesto una feroce battaglia contro le bufale. Patrick Sensburg, membro del partito di Angela Merkel, ha richiesto che “la disinformazione che punti a destabilizzare lo Stato sia considerata un reato”.

Per la Cancelliera “è un problema che va affrontato e se necessario, regolamentato”. È questa la vera ed unica soluzione? Certamente no. La limitazione della libertà di parola e di satira, per quanto utilizzata malamente come nei casi prospettati, non può essere considerata unica fonte di soluzione. Potremmo addirittura ritrovarci in una situazione pericolosamente peggiore. Le sofferenze del popolo della Rete non verrebbero meno, per quanto represse da un potenziale stato di polizia, lontano dai principi dello stato di diritto e dal corretto funzionamento del modello legato allo stato sociale.

Alla visione di questa impietosa situazione, una domanda sorge spontanea: qual è il motivo di tutto questo? Quali sono le ragioni del fruitore medio della Rete, che urla indignato senza verificare le proprie conoscenze? Piuttosto che scadere negli immediati e banalissimi commenti stile “Siamo un popolo di ignoranti”, sebbene i dati sull’analfabetismo funzionale e il successo di pagine come Adotta anche tu un analfabeta funzionale supportino la tesi, bisognerebbe vedere oltre queste soluzioni semplicistiche.

Non è possibile negare, infatti, come negli ultimi anni vi sia stato un forte cambiamento nella percezione della politica da parte della popolazione. Tra scandali di palazzo e politiche ancorate ad austerità e regole di bilancio, gli elettori hanno percepito i propri rappresentanti lontani dalle loro istanze. Se in questa situazione aggiungiamo una crisi economica globale, dalla quale politica e finanza non hanno trovato forze adeguate di rinascita, ecco la fuoriuscita di un drammatico cocktail di rabbia. La Rete ha poi giocato da liberissimo vettore, coadiuvando il dolore della difficoltà contro i potenti. Contro coloro che pensano al proprio tornaconto invece di aiutare il popolo. Ora più che mai, il tempo dei cambiamenti risulta necessario. A patto che si cambi con ponderata cognizione di causa.

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

L’importanza delle industrie culturali e creative

L’importanza delle industrie culturali e creative

La rivoluzione digitale apre a nuovi mondi e posti di lavoro. Dove? Nelle industrie culturali e creative

La parola “digitalizzazione” è ormai diventata una buzzword, che non appartiene più ad un futuro prossimo ma ad un presente che sta considerevolmente cambiando forma e aspetto. Intellettuali, professionisti e imprenditori, esperti e fanatici delle innovazioni tecnologiche dei nostri tempi, si incontrano in summit e conferenze di rilevanza mondiale per discutere e scambiare le proprie idee su temi come rivoluzione digitale, robotica, Big data, machine learning e tanti altri ancora. Da qui emerge la presenza di 4 settori che saranno investiti dalla digitalizzazione: settore contabile, turismo, moda ed educazione.

Rohan Silva, considerato uno dei personaggi più innovativi nella sfera globale, in un suo recente articolo invita con un pizzico di provocazione banchieri, contabili e agenti immobiliari a preoccuparsi del loro futuro, il quale sembrerebbe svanire nell’uragano della digitalizzazione. La tecnologia infatti rimpiazzerà molti dei cosiddetti white-collar jobs (lavori da impiegato) e specialmente settori come finanza e amministrazione sono già fortemente sotto pressione. Secondo Silva, una possibile conseguenza a questo forte cambiamento sarà il consolidarsi di nuovi lavori e ruoli nelle cossi dette industrie culturali e creative. Per chi abbia un concetto ancora sfumato, basti sapere che le industrie culturali e creative sono quelle che operano nei settori delle arti performative e visive, cinema, editoria, musica, pubblicità, radio, televisione e videogiochi, ma anche architettura, moda e design.

In Europa, questo mondo rappresenta oggi ben il 4,4% del PIL e il 3,8% della forza lavoro (Unioncamere, 2016). Tra le capitali europee, Londra si distingue come una tra le più innovative creative economy, le cui industrie generano quasi un posto di lavoro su sei su scala nazionale.

valore economico

In Italia, l’industria della cultura e della creatività contribuisce per il 2,9% al Pil e rappresenta il 4,5% della forza lavoro, contando quasi un milione di occupati (EY, 2014). Tra questi vi sono maggiormente giovani e donne.

In genere gli operatori in questo settore sono rappresentati dalle piccole e medie imprese, che sono solite essere più propense al rischio e quindi all’innovazione. Nonostante la crisi economica e finanziaria le industrie culturali e creative hanno continuato a creare reddito e posti di lavoro, generando nel 2014 un valore economico complessivo di 46,8 miliardi di euro (EY).

La potenzialità di queste industrie si scontra tuttavia con diverse problematiche legate al incertezza della domanda, piccola dimensione delle imprese e assenza di competenze manageriali specializzate. In genere, queste imprese sottocapitalizzate non godono di un equo accesso al finanziamento e di una giusta valutazione dei loro assetti immateriali, diversamente da quanto accade per le imprese puramente tecnologiche. immagine2Per non parlare della controversa questione sulla tutela del diritto d’autore. Per queste ragioni, le industrie culturali e creative hanno ancora difficoltà ad attrarre investimenti e talenti e a competere alla pari di altre industrie. A questo proposito, l’Unione Europea ha già avviato diversi programmi di finanziamento e ha stanziato per il periodo 2014-2020 una somma totale 1,8 miliardi di euro nel settore della creatività. Nel Libro verde (2010), documento ufficiale pubblicato dalla Commissione Europea in merito allo sviluppo e crescita di questo settore, si spiega come sia indispensabile creare nuove modalità di accesso e garanzia al finanziamento (anche sviluppando strumenti finanziari innovativi ad hoc).

È necessario creare un ponte tra il mondo della cultura e quello degli affari e della finanza. Parallelamente le industrie culturali e creative dovranno riunirsi in cluster e alimentare network volti a rafforzare la loro presenza nel settore economico sia a livello nazionale che internazionale. Non solo banche e investitori, ma l’intera comunità deve confrontarsi con l’elevato potenziale di queste industrie. In questo senso, formatori e istituzioni accademiche hanno un ruolo fondamentale nel promuovere una visione di sistema che valorizzi le industrie culturali e creative e le metta alla pari di altre industrie commerciali.

È importante, per esempio, che le Business Schools più all’avanguardia che tendono a concentrare e modellare l’offerta formativa in previsione di possibilità occupazionali in settori come quello bancario e della consulenza di grandi multinazionali, promuovano allo stesso modo la connessione tra gli studenti e il settore della creazione e della cultura. Dall’altra parte, gli indirizzi di studio artistici e umanistici devono puntare di più sulla formazione di competenze trasversali che riguardano i campi del management e dell’economia, del diritto e normativa in materia di copyright e diritto d’autore.

Mancano ancora dei precisi riferimenti per i giovani che vogliono intraprendere la loro carriera nel settore creativo. Per fortuna qualche segnale giunge dal faro del web. Recentemente è nata “The Dots”, una community online che si presenta come la versione più ricca e creativa di Linkedin. Il portale è volto a connettere infatti i professionisti nell’ambito creativo con potenziali collaboratori e aziende commerciali. Un altro esempio è Crebs.it, un sito online che raccoglie le offerte di lavoro destinate a creativi, pubblicitari, developer, start up e altri ancora. Dal mondo imprenditoriale, invece, mi piace segnalare “Book a street artist”. Nata nelle vesti di una start up tra Berlino e Lisbona, “Book a street artist” è una piattaforma online che facilita la connessione di privati e imprese commerciali con artisti di strada ma non solo. Così un’ azienda che apre un nuovo store, intende rinnovare gli uffici o festeggia un particolare evento può facilmente entrare in contatto, tra una serie di proposte, con artisti e opere che più si adattano al caso.

E’ così probabile finalmente che stiano maturando i giusti presupposti per il fiorire delle industria culturale e creativa in Europa, Italia compresa. Ma perché ciò accada, occorrerà convogliare le energie dei giovani studenti in questo settore e guardare alla rivoluzione digitale non come una minaccia, ma come straordinaria occasione di rilancio della forza lavoro.

Il settore della cultura e della creatività valorizza e scommette sul capitale umano, concorrendo così a formare una società basata più sulla coscienza e sulla conoscenza. La rivoluzione è pronta a partire. Io voglio farne parte.

E tu?

immagine3

 

Pin It on Pinterest