Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

Reti neurali e Deep Learning: i primi passi verso una vera Intelligenza Artificiale

Reti neurali e Deep Learning: i primi passi verso una vera Intelligenza Artificiale

In copertina: A single-layer feedforward artificial neural network with 4 inputs, 6 hidden and 2 outputs. Arkitasa su Wikipedia

Il progresso neurale

Il nostro futuro legato alla tecnologia è uno dei temi più importanti e discussi dall’umanità dal secondo dopoguerra e la successiva ripresa mondiale. La cultura popolare ha dipinto un futuro fatto di autoveicoli autosufficienti e robot assistenti, dove l’umanità si spingerà verso l’esplorazione dell’Universo, saziata nelle sue domande esistenziali dalla tranquillità dell’edonismo. Le notizie dal mondo tecnologico ci fanno ben sperare sui veicoli autosufficienti e sempre più startup e studi stanno cercando di integrare la robotica nelle nostre vite, uno degli aspetti più intriganti dell’informatica sta assumendo forme sempre più concrete.

Stiamo parlando delle Intelligenze Artificiali, le quali, attraverso il Deep Learning e delle Reti neurali artificiali ( o ANN, Artificial Neural Networks) negli ultimi anni si stanno evolvendo sempre più, alla ricerca di soluzioni sempre più complesse, che siano ausiliarie ai più disparati scopi. Fin dalle prime ipotesi in materia, che risalgono a studi condotti pochi anni dalla conclusione della Seconda Guerra mondiale, l’idea di reti di macchine collegate tra loro, seguendo uno schema neurale, è sembrato il giusto approccio per la costruzione di strutture informatiche complesse. Il punto principale di un rete neurale artificiale è la sua capacità di apprendere dai dati che riceve ed essere così in grado di risolvere compiti molto complessi che tradizionali sistemi non sarebbero in grado di completare.

In questo modo compiti quali scansione, analisi e riconoscimento vocale e immagine sono diventati realtà. Nelle ricerche di immagini su Google Image o nelle conversazioni con Google Assistant o Siri che tutti i giorni avvengono sui nostri smartphone. Infatti, vengono adoperati proprio queste ANN, per poter riconoscere particolari soggetti nelle foto, o per comprendere il significato di una conversazione e permettere allo smartphone di rispondere alle nostre domande.

Facebook e il Deep Learning: DeepText

L’utilizzo del Deep Learning probabilmente tra i più interessanti nell’ambiente corporate è sviluppato da Facebook e il suo DeepText: un sistema in grado di leggere, analizzare e comprendere tutta la parte testuale presente su Facebook, in 20 lingue diverse e capace di apprendere da ogni iterazione ed essere così sempre più indipendente e intelligente. DeepText promette di combattere lo spam all’interno dell’ecosistema Facebook, poiché sarà in grado di comprendere quali sono i nostri interessi e filtrare il contenuto sponsorizzato, mirati specificatamente per noi. Ma DeepText è già in funzione (in fase sperimentale) anche su Messenger, e non è improbabile che possa essere implementato anche su WhatsApp, per aggiungere un nuovo livello di interazione tra utente e piattaforma. Il sistema, infatti, è in grado di comprendere le nostre necessità dal testo e propone, immediatamente, una soluzione per soddisfare le richieste: se dovessi scrivere in chat o in un post “Ho bisogno di un taxi”, DeepText lavorerà come un nostro assistente e ci proporrà immediatamente di prenotarne uno. Se la facilità di utilizzo è sicuramente un plauso, quando queste tecnologie vengono utilizzate in ambiente corporate, non è possibile non sottolineare l’ormai onnipresente problema di privacy.

Reti neurali e medicina: Intelligenze Artificiali diventano dottori

Ma le ANN non sono utilizzate solo dai grandi colossi del Web per estrapolare sempre più dati dai clienti. Alcuni studi internazionali, infatti, stanno integrando l’uso delle reti neurali con in campo medico. Immaginate questo scenario: il pilastro fondamentale della sanità si basa sulla capacità di un medico di analizzare il problema, raccogliere ed elaborare i dati ed eseguire una diagnosi corretta. Per quanto la figura del medico non potrà mai scomparire (almeno nel medio periodo), sono in fase di ricerca e sviluppo alcune soluzioni che utilizzano le ANN che saranno in grado di analizzare i risultati di alcuni test medici e togliere così il peso dell’analisi e della diagnosi ai dottori.

Ed è così che Google, con la sua Intelligenza Artificiale, sta sviluppando un sistema di riconoscimento automatico che potrà aiutare la medicina nel riconoscimento e diagnosi della retinopatia diabetica e il dottor Shaokang Wang e la sua startup Infervision ha ideato un algoritmo capace di analizzare immagini a raggi X e identificare i segni del cancro ai polmoni, fin dai primi stadi. Questi sviluppi sono l’utilizzo più affascinante delle reti neurali artificiali, capaci di alleggerire il lavoro umano in alcuni ambiti nei quali un apporto di tale portata non era mai stato concepito fino ad oggi. I costi della sanità, ad esempio, potrebbero alleggerirsi e, dando alle Intelligenze Artificiali il compito di compiere queste diagnosi, dare maggior spazio ai medici per focalizzare i propri sforzi nella ricerca delle cure. Ma soprattutto le ANN renderebbero “democratiche” analisi e terapie ora difficilmente applicabili su tutta la popolazione: una Intelligenza Artificiale applicata come dal dottor Shaokang Wang, ad esempio, permetterebbe, a quelle fasce di popolazione che non hanno a disposizione esperti specializzati nelle loro vicinanze, di poter fruire di una copertura medica migliore, capace di diagnosticare le malattie con più semplicità e maggiore rapidità.

Sviluppi mai immaginati di una tecnologia i cui limiti sono ancora difficilmente visibili. Il progresso tecnologico ha sempre riservato infinite sorprese nel suo sviluppo e quel futuro fatto di computer, robot ed automazione potrebbe non essere quello disegnato nella loro cupa genialità dai creativi del secolo scorso, dove i computer senzienti si ribelleranno al controllo umano e cercheranno di distruggere il loro creatore. Nel nostro futuro potremmo ritrovarci Intelligenze Artificiali come assistenti, capaci di aiutarci nelle necessità di ogni giorno, o complesse equipe di robot-dottori saranno in grado di comprendere i nostri malanni ed sviluppare una cura, senza ausilio della componente umana, permettendoci così di tornare a crogiolarci nella tranquillità dell’edonismo.

Fonti:

https://www.wired.com/2017/05/using-ai-detect-cancer-not-just-cats/

https://www.wired.com/2016/11/googles-ai-reads-retinas-prevent-blindness-diabetics/

https://code.facebook.com/posts/181565595577955/introducing-deeptext-facebook-s-text-understanding-engine/

https://www.doc.ic.ac.uk/~nd/surprise_96/journal/vol4/cs11/report.html

L’Odio (La Haine) : la recensione

L’Odio (La Haine) : la recensione

Ci sono un nero, un arabo e un ebreo. Non è l’inizio di una barzelletta da Bar dello Sport, sono i protagonisti de L’ Odio, film in cui verrà descritta la loro giornata successiva alla guerriglia con la polizia, causata dal grave ferimento del sedicenne Abdel durante un interrogatorio.

Vinz(Vincent Cassel), Saïd(Saïd Taghmaoui) e Hubert(Hubert Koundé) sono degli aspiranti rivoluzionari che passano il loro tempo raccontandosi aneddoti, girovagando per le strade della banlieue di Parigi senza meta e fumando qualche spinello. Il senso di noia è amplificato dalla mancanza di dilatazione temporale, infatti il film si sviluppa interamente nell’arco di una giornata. Giornata in cui tutte le televisioni sono sintonizzate sulle reti che trasmettono gli ultimi aggiornamenti sugli avvenimenti della notte precedente e sulla instabile condizione medica di Abdel.

I tre ragazzi di vita(riprendendo il titolo di un noto romanzo di Pier Paolo Pasolini, che narra le vicende di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano) descritti rappresentano dei pannelli distanziometrici dal disfacimento, con Hubert che è il più riflessivo e meno propenso a cacciarsi nei guai, Saïd che si barcamena tra senso di responsabilità e violenza, e infine Vinz, un Accattone in chiave anni ’90, una bomba a orologeria carica di odio verso il sistema, col rischio costante che esploda nella maniera peggiore. Ed Il pericolo che si cacci nei guai da un momento all’altro nasce quando ritrova una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri e confida agli amici di volerla utilizzare al più presto per vendicare Abdel. Una situazione che genera tensione negli spettatori, i quali notano facilmente fragilità e contraddizioni di un disperato senza futuro, convinto di diventare un duro facendo credere agli altri di esserlo e mettendosi spesso in situazioni sul filo del rasoio.

Ma se è vero che l’amore genera amore, come ci suggerisce Hubert ‘l’ Odio chiama l’ Odio’, sentimento chiave del film che dunque non è unilaterale:così come la gioventù bruciata lo nutre nei confronti della polizia, quest’ultima non porge certo l’altra guancia e mette nei guai persone innocenti per puri pregiudizi, causa tra l’altro dell’odio provato dalla società verso questi ragazzi.

Come andrà a finire?

L’intro con Burnin’ and Lootin’ di Bob Marley & The Wailers a fare da sottofondo alle immagini documentaristiche di archivio reali raffiguranti la guerriglia urbana, ci immerge già nel clima di chi sta per guardare un film che da ogni appassionato di cinema dovrebbe essere visto come un sommelier osserva uno Chateau Lafite Rothschild. “We gonna burn and loot tonight” cantava Bob Marley, la cui traduzione è “Stanotte bruceremo e saccheggeremo”, e questo sembra essere l’inno dei quartieri di Parigi dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come Fabrizio De André poetava nella sua Città vecchia, quelle realtà popolari di cui l’alta società si disinteressa.
In un’epoca in cui gli esseri umani danno poca importanza a problematiche ritenute di secondo piano, tra cui l’odio con le sue molteplici sfumature che spaziano dal razzismo alla misoginia, appare più che mai attuale questa pellicola del 1995, ed ancora più attuali sono le parole che, nell’aneddoto più famoso del film, si ripete l’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, facendo da eco alle allucinazioni della società:“Fino a qui tutto bene”.

Questa opera targata Mathieu Kassovitz, vincitore della miglior regia al 48° Festival di Cannes, ha destato, oltre che scroscianti applausi da spettatori e critici di tutto il mondo, scalpore e sgomento tra gli agenti a causa del ritratto brutale della polizia.
La scelta di girare il film interamente in bianco e nero è certamente una scelta coraggiosa, ma coerente col messaggio lanciato:le immagini a colori, infatti, con la loro cromia distraggono e talvolta non trasmettono l’intimità a cui il racconto mira, limitandosi ad una visione spesso più superficiale; il bianco e nero, al contrario, trascende questa superficialità, e nel corso del film ci dona immagini da cui traspaiono i diversi spiriti dei protagonisti.
I virtuosismi tecnici di una regia superba fanno da contraltare ad una trama più che mai lineare, che non confonde lo spettatore, ma anzi lo tiene incollato davanti allo schermo con l’ausilio di una sceneggiatura simbolica(si pensi alla vacca che ossessiona Vinz) condita da discorsi frivoli alternati ad altri con una nuance filosofica.

Da chi sia nato questo odio non possiamo saperlo, ma per dare una spiegazione alla sua onnipresenza possiamo parafrasare il filosofo francese Jean Paul Sartre:

Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”. Imperdibile.

 

Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

La Finlandia è stata eletta da Travel Leisure and World of Wanderlust una delle migliori destinazioni nel 2017 per viaggiatori solitari. Inoltre è l’unico Paese europeo a figurare nella lista di Lonely Planet delle dieci migliori destinazioni al mondo del 2017.

Da un punto di vista economico, la Finlandia fatica a star dietro alle “stars” del Nord (Danimarca, Svezia e Norvegia) eppure, non ha nulla da invidiare ai Paesi Scandinavi in quanto a bellezza del territorio.

La Lapponia, in particolare, è un posto autentico e ospitale che celebra quotidianamente l’unione tra l’uomo e la natura.

Paesaggio Lapponia

Vi racconto di un posto speciale, Ivalo, un piccolo villaggio del comune di Inari, nella parte più a nord della Lapponia. Ivalo è una delle principali destinazioni  per chi vuole visitare la Lapponia, insieme a Levi, conosciuta per essere una buona località sciistica, e alla più famosa Rovaniemi, la sede del Papà di tutti i bambini: Santa Claus.

Ivalo è un grande villaggio in Lapponia: un aeroporto, due supermercati, qualche negozietto e due o tre bar e ristoranti in tutto. Quel che basta.

aeroporto ivalo Lapponia

L’areoporto di Ivalo

In questi luoghi, sembra che il Natale si viva tutto l’anno. Eppure, nonostante il bianco sia il colore predominante dell’anno, il decorrere delle stagioni muta i colori dei paesaggi così intensamente.

Siamo quasi ad Aprile. Le immense distese bianche sono interrotte da laghi, che dopo un lungo inverno di fermo, riprendono il loro corso naturale. Tutto intorno è silenzio, foresta di betulle e neve; pace e neve.

paesaggio lapponia

Non distante, si trova il villaggio di Inari, dove, quel giorno, come ogni anno, sarebbe avvenuto uno degli eventi più importanti per la comunità locale: la corsa delle renne. Si tratta di una competizione di due giorni, che vede sfidarsi adulti e bambini, anche piccolissimi, con le proprie renne in una corsa di due chilometri su scii. La corsa delle renne è alla 63esima edizione e attrae ogni anno sempre più gente. È il derby più atteso del circolo polare e c’è chi arriva da Helsinki o addirittura dal Belgio e l’Italia appositamente per assistervi.

corsa renne Inari Lapponia

Corsa delle renne a Inari

Tuttavia, non si tratta propriamente di un evento turistico e la sensazione che si ha, appena arrivati, è la stessa di quando si entra in casa di uno sconosciuto. Si prosegue con passo discreto e ci si guarda intorno per cercare di trarre da ogni singolo dettaglio un’ informazione in più sul posto e le persone che vi abitano.

Siamo nel vivo della competizione ma la gente non mostra un eccessivo entusiasmo. Il suono degli applausi ad ogni fine corsa fatica ad uscire dall’imbottitura dei guanti. Fa davvero freddo. Una donna arriva con suo figlio in passeggino e una renna al guinzaglio, come se stesse portando il suo cane a spasso.

renna al guinzaglio lapponia

Una donna tiene la sua renna al guinzaglio a Inari

La maggior parte della gente indossa cappelli ingombranti di vera pelliccia, abbinati a moderne giacche antivento e  scarpe di pelo fatte con pelle di renna. Le scarpe di renna, infatti, sono un simbolo di della popolazione locale, e che ci crediate o no rappresentano oggi un vero prodotto di design, realizzato completamente a mano.

Per chi giunge a Inari, una tappa obbligatoria, è la visita al Museo Siida, dedicato alla storia e le tradizioni della popolazione dei Sámi. I Sámi sono un popolo indigeno di origine nomade che occupa principalmente le terre al nord della Finlandia, contando circa 90000 abitanti, e della Svezia. Oggi è un popolo moderno e stanziale, che vive ancora di forti tradizioni come l’allevamento delle renne.

I Sámi sono l’unico popolo indigeno d’Europa. Se, come me, state pensando a quanto siano coraggiosi ad abitare le estreme terre del nord, allora dovreste saper che non sono gli unici: il Circolo Polare è abitato da 72 diverse etnie in totale, qui sotto elencate (in inglese).

etnie circolo polare artico

Oltre all’incontro con i Sámi, in Lapponia troverete una serie di abitudini autentiche e di attività curiose, dalle corse in motoslitta, o trainati dagli Huskies, alla pesca sul ghiaccio, hiking e per finire lo spettacolo mozzafiato dell’aurora boreale.

È importante ricordare che la Finlandia celebra quest’anno 100 anni di indipendenza dalla Russia, occasione che ha spinto la Norvegia, in un’iniziativa a dir poco singolare, a regalarle un picco delle sue montagne, nella località di Kåfjord.

bandiera finlandia lapponia

 

[Foto in evidenza di  Ferdinando Castaldo]

 

 

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

Quando il filosofo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) scriveva in latino le sue riflessioni sul senso del tempo, non si sarebbe certo immaginato che esse si sarebbero tramandate così a lungo tra i posteri, per quasi duemila anni, né che, dopo tanti secoli, sarebbero ancora risultate attuali. Se leggessimo, infatti, alcune delle Lettere scritte da Seneca a Lucilio, suo allievo e amico, oppure certi passi del trattatello La brevità della vita, rimarremmo stupiti nel vedere come le considerazioni presenti in questi testi potrebbero adattarsi alla realtà contemporanea, in cui la frenesia dell’azione fa sì che il tempo scorra a velocità doppia, senza lasciarci riflettere su quanto esso sia prezioso e come valga la pena impiegarlo.

seneca tempo

Busto dello Pseudo-Seneca, bronzo. Ercolano – I sec. d.C.

Tra le altre cose, Seneca esortava Lucilio a rivendicare per sé il possesso della sua persona: lo spronava, cioè, a dedicarsi a coltivare se stesso e la propria dimensione intellettuale e morale, piuttosto che a spendersi per futili incombenze, immischiandosi negli affari altrui.

Alla cura di se stessi è strettamente legata una buona amministrazione del tempo di vita che ciascuno dei mortali ha a disposizione. “Non è poco il tempo che abbiamo; piuttosto è molto quello che abbiamo perduto”, afferma il filosofo ne La brevità della vita, consapevole che il tempo è “perduto” nel momento in cui, concentrati sulle occupazioni quotidiane, gli uomini dimenticano di guardare dentro il proprio animo e di perseguire la propria felicità. Si tratta di un fenomeno tangibile anche nel mondo contemporaneo, in cui, travolti dagli impegni di lavoro o di studio, dediti al raggiungimento dei nostri obiettivi e preoccupati per un futuro che sembra cadere nel vuoto, non riusciamo a cogliere la vera essenza di ciò che veramente potrebbe renderci felici. Dimenticando la cura di noi stessi, delle piccole cose e dei rapporti di ogni giorno.

clessidra tempo

In realtà, per liberarsi dell’incertezza del domani, basterebbe dare la giusta importanza al momento di vita in corso, dedicando tutta la propria attenzione alla persona che siamo, per costruire quella che saremo, senza che l’assillo del futuro attanagli la nostra esistenza. Quante volte vediamo, soprattutto tra i giovani, persone rincorrere il voto di un esame, un aumento di stipendio, una promozione o un risultato importante, in affanno per la continua ricerca della performance, ma incapaci di rendersi conto che la loro felicità, insieme a una parte cospicua del loro futuro, sta inesorabilmente scorrendo via?

dalì tempo

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931. Museum of Modern Art, New York.

Secondo Seneca, infatti, la vera felicità consisterebbe nella cura di sé, della sapienza e della virtù morale. Nel contesto contemporaneo, tali valori potrebbero tradursi nella capacità di individuare un percorso e uno stile di vita che ci facciano sentire bene con noi stessi, nel rispetto e nella comprensione degli altri. Il compito può risultare difficile ed è aggravato, sempre più spesso, dal senso di inadeguatezza nei confronti del mondo che ci circonda e dalla mancanza di punti di riferimento sicuri. Alla base di queste sensazioni, sta la paura di non avere tempo a sufficienza, per agire, per dedicarci ai nostri cari o per essere noi stessi, per sognare e affermare ciò che vorremmo diventare.

Il concetto di tempo, dunque, è all’origine di gran parte delle problematiche della nostra quotidianità: il cattivo uso e, soprattutto, l’abuso di esso (ne sono esempio le ore trascorse davanti allo schermo del computer o dello smartphone) causano un senso di insicurezza e di smarrimento, mentre averne una corretta percezione porta a vivere bene nella realtà che ci circonda. Il tempo è, così, l’unica cosa che ci appartiene realmente. Farne un buon uso significa rendere la nostra vita completa di tutto il necessario.