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Come e perché spiegare il terrorismo ai bambini

In un’epoca in cui le nuove generazioni sono native digitali, in cui i bambini sono liberi di guardare la tv in autonomia, in cui utilizzano gli smartphone come – e meglio – di noi, tenergli “nascosti” gli eventi violenti diventa impossibile. E spesso anche uno sforzo non sempre ripagato.

Alla luce dei recenti accadimenti – attentati a Parigi, Garissa, Bruxelles, Nizza etc. – e del conseguente bombardamento mediatico, ci si chiede come sia possibile proteggere i più piccoli da tutte le immagini violente che vedono. È più corretto fare finta di niente? O raccontare loro cosa sta succedendo? A che età è più giusto cominciare a parlarne? Come comportarsi rispetto al loro silenzio? Sono alcuni dei quesiti che ci ritroviamo a porci quando a parlare è la violenza.

Partiamo dal presupposto che, come afferma Robin Gurdwich1, è necessario evitare che i bambini, in particolare almeno fino ai 6 anni di età, prendano visione di contenuti video o immagini che siano esplicitamente cruente e violente, e questo perché, come ormai è ben noto, c’è una forte relazione tra l’esposizione ad immagini di questo genere ed una conseguente reazione di stress.
Se ciò dovesse comunque accadere, è molto importante non ignorare l’avvenimento: i bambini più piccoli sono molto vulnerabili in quanto non sempre riescono a darsi delle spiegazioni di ciò che accade, che può diventare irrimediabilmente spaventoso. Può essere utile, in questo caso, spiegare loro, con calma, che quelle immagini sono opera di persone cattive e che però, i buoni, che sono molti di più, stanno lavorando perché i cattivi non facciano più quelle cose, come suggerisce la dott.ssa Giovanna Capello2.

Coi bambini più grandi la questione si pone in modo diverso. È molto importante, in questi casi, chiedere loro cosa pensano dei filmati sconvolgenti a cui sono stati soggetti: questo serve sia agli adulti per capire che idea i bambini e ragazzi si son fatti rispetto agli eventi, sia ai minori che, in questo modo, apprendono di poter parlare delle situazioni traumatiche a cui sono esposti. Se fanno domande, quindi, è necessario dare loro risposte calme e bilanciate.

È sempre molto importante non evitare completamente l’argomento: l’evitamento può portare ad una percezione distorta da parte del bambino per cui gli adulti di riferimento vengono visti come poco sinceri (“mamma e papà mi nascondono la verità”) o come non in grado di fronteggiare avvenimenti agghiaccianti e pericolosi. Sviluppare una considerazione di questo tipo potrebbe indurli a non rivolgersi ai genitori, in futuro, in caso di altri eventi stressanti e traumatici.

È molto importante, nelle spiegazioni e nei racconti che si fanno, evitare i dettagli cruenti, mostrandosi sereni. Infatti, come sottolinea Paola Vinciguerra3, i bambini sono molto ricettivi alle situazioni di allarme e vengono inevitabilmente influenzati da genitori spaventati, anche se possono fare finta di nulla, chiudendosi nel silenzio. Se ciò dovesse accadere si rivela necessario riprendere l’argomento chiarendo loro che gli eventi riportati dai telegiornali non rappresentano la normalità e, soprattutto, che non si tratta di una guerra, ma di azioni di terrorismo (“Ci sono delle persone che vogliono spaventare e fare tanta paura, quindi qualche volta sparano delle bombe”). Fondamentale è far capire loro che queste azioni avvengono in paesi lontani da casa, in modo tale che si sentano sicuri nel vivere la loro quotidianità. È proprio nella quotidianità, mantenendola inalterata senza ansie o paure, che i bambini e ragazzi possono ritrovare la loro tranquillità e sicurezza.

In ultimo, è molto importante far capire ai minori che terrorismo e religione musulmana non sono la stessa cosa: questo risulta essere necessario al fine di permettere loro una corretta integrazione – e non discriminazione – in una società che è sempre più multiculturale e multietnica, dove musulmano può essere anche il suo compagno di banco. La guerra alla diversità crea ansia nel bambino, che può sentire di doversi “difendere” da tutto ciò che non è come lui, quindi di essere sempre all’erta, non beneficiando dell’interazione con l’altro.

L’Associazione Telefono Azzurro ha stilato un semplice vademecum delle azioni da compiere in questi casi, che riassume quanto detto finora:

  1. Ascoltare e accogliere domande e paure;
  2. Prestare attenzione a sentimenti ed emozioni: comunicare loro che è normale provare forti sentimenti di ansia e paura;
  3. Aiutarli a tornare alla routine;
  4. Tranquillizzarli: dopo averne parlato, ricordate loro che sono al sicuro.
  5. Coinvolgere: non ostacolare le iniziative del bambino, il suo desiderio di essere altruista con atti di solidarietà o piccoli gesti simbolici.

Infine, se la situazione traumatica non dovesse risolversi, è importante rivolgersi a dei professionisti, psicologi o psicoterapeuti, che sapranno aiutare il bambino o il ragazzo a ritrovare la sua serenità.

 


1 Psicologa dell’APA e del National Child Traumatic Stress Network

2 Psicologa infantile e responsabile della Sezione Infanzia e Adolescenza del CSTCS di Genova

3 Psicologa Psicoterapeuta Presidente dell’Eurodap (Associazione Europea Disturbi Attacchi di Panico)

Author: Dott.ssa Francesca Caporale

Di formazione primariamente classica, mi presento oggi come Dott.ssa in Psicologia Clinica.
Attualmente tirocinante Psicologa in ambito oncologico, coltivo da sempre la mia passione per i libri.
Mi definiscono anacronistica, ed è così che mi piace essere.

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