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In copertina: Erasmus ad Expo2015 Originale qui

Questo articolo è una evidente provocazione generalizzante.

Gli studenti Erasmus rappresentano una specie antropologica che vale la pena indagare: non tanto per sadismo scientifico né perché realmente interessanti, quanto piuttosto per il gran numero di individui appartenenti a tale specie che riempiono e riempiranno i banchi di molte università europee.

Lo studente Erasmus, a livello embrionale, è contraddistinto il più delle volte da una forte propensione alla “ricerca di esperienze”. Esperienze queste non meglio identificate. Può nascere, questa notevole quanto sfrenata voglia, da una certa insoddisfazione nei confronti dell’ambiente in cui l’individuo vive. I sintomi indicatori di quella latente condizione che sfocerà poi in sei mesi in Spagna sono molti e diversificati: malcelato ottimismo fancazzista, diffuse manie di protagonismo, arrivismo, insensibilità nei confronti di quello che è attorno, collaterale mitizzazione di tutto ciò che è fuori, buona conoscenza dei social network, possesso di una reflex, attrazione incontrollata nei confronti di tutto quello che è bio-, eco-, multi- e culturale (meglio se multiculturale tutto assieme). Nei soggetti maschili l’impossibilità di reperire sul campo quel Vello d’oro che è la figa a ventidue anni può, nel lungo termine, giocare un ruolo fondamentale nella futura digievoluzione a Studente Erasmus. Come api, non trovando fiori da impollinare o situazioni favorevoli all’adempimento delle fisiologiche fantasie sessuali, spesso i futuri studenti Erasmus optano per la soluzione radicale: la partenza. E’ un mix, quello che porta poi alla nascita di questi giovani duepuntoniente, di insoddisfazione, ricerca di esperienze e voglia di confronto.

La voglia di esperienze si esaurisce ben presto in nottate alcoliche, selfie accanto a impassibili monumenti europei e camerateschi scherzi tra amici. Quello che mancava in patria non era tanto l’esperienza quanto la disibinizione e la spensieratezza, non data tanto dal luogo quanto dalla disposizione di spirito. E’ qui che lo studente Erasmus diviene turista a tutti gli effetti, come approfondiremo in seguito nella parte seria di questo articolo fatto coi piedi.

La voglia di confronto cresce a dismisura una volta varcati i confini nazionali, per poi regredire velocemente per lasciare spazio ad una diffusa esterofilia: si comprende meglio il lontanissimo che il proprio vicino di casa. A tal proposito si noti come lo studente Erasmus medio tenda infatti a capire molto bene il diverso piuttosto che il proprio connazionale. Non mi si accusi di un certo fallacismo se oggi, in Italia, la popolazione Erasmus tenda a giustificare comunque le altre culture continuando però a soffrire di un certo analfabetismo all’italianità. Ecco che ciò che si è visto in sei mesi all’estero viene mitizzato, magari ironizzato, ma sempre e comunque rispettato: ciò che invece è in patria spesso deriso e trascurato, come i segni della croce delle nonne durante la cerimonia di laurea. Non fosse anche quella, tradizione.

Risulta oltremodo imbarazzante il sorrisetto goliarda con cui, l’Erasmus giunto a fine carriera, tende a ricordare quello che ha vissuto nei mesi di “cazzeggio spagnolo” (espressione in uso tra studenti Erasmus nda): un intruglio squallido di vita da turista per sempre, feste dedicate e giustificazioni etiche da adolescenti benpensanti. Molti studenti Erasmus del viaggio non hanno capito un cazzo.

L’Europa spende milioni di euro ogni anno per finanziare un progetto (Erasmus appunto) che porta il nome di uno che in viaggio con Erasmus non sarebbe mai partito (Erasmo da Rotterdam): se pure in prima analisi potrebbe sembrare in qualche modo virtuosa una politica giovanile così forte e vincente da esser divenuta proverbiale, alla resa dei conti chiunque si renderebbe conto dell’intrinseco fallimento culturale di tale progetto. Se l’obiettivo era creare mobilità, l’Europa ci è si riuscita, dando origine però una generazione di turisti meno che viaggiatori. Partire in Erasmus oggi risulta più che mai una scelta comoda, alienante, il primo passo verso un turismo di consumo usa e getta fatto di voli prenotati, coincidenze e altre amenità piccolo borghesi ( non ci credo, ho detto piccolo borghesi nel 2016 nda). Potrei sembrare un cattivone snobista, e forse in parte lo sono, ma tanto critico Erasmus quanto apprezzo altri progetti come Interrail. Due cose diversissime, sicuramente, ma basalmente mosse dallo stesso indirizzo di politica giovanile: incentivare la mobilità. Parcheggiarsi in una delle tante università europee, vivere le città come fosse sempre sabato, cercare il semestre più adatto per evitarsi gli esami peggiori, beh, non è il massimo. E non è morale, è etica.

Il turismo è una piaga sociale: essere turisti tanto alimenta l’economia quanto poi soffoca cultura, ambiente e tradizione. E’, il turista, la prima pedina di un meccanismo proprio dell’economia globalizzata: un portafoglio in movimento mosso da recensioni e ricerca di sensazionalismi a basso costo. Il problema intrinseco di tali allettanti proposte europee atte a “mobilitare i giovani” risiede inoltre in un sempre più dimenticato rischio di omologazione culturale: quando un’organizzazione cerca, finanziandola, una certa inclusione sociale non originariamente sentita, allora qualcosa è andato storto. Nel caso di erasmus, tutto.

Ritornando per un attimo al concetto di viaggiatore: a differenza del turista, il viaggiatore vive un alto percorso di catarsi personale. I viaggiatori sentono i posti, lasciano tracce umane e biografiche ben diverse da camere d’albergo sfatte. Mi viene in mente, a proposito di viaggiatori veri, Dario, giovane artista circense che non molto tempo fa mi ha parlato di un viaggio in Spagna senza ritorno. “Parto con il solo biglietto d’andata, mi esibirò e spero di trovarmici bene, lì”. Me lo disse mentre osservavamo l’ennesima manifestazione cittadina a cui gli era stato proposto di esibirsi praticamente gratuitamente. Nessun Erasmus e nessun form da riempire con i propri dati personali.

Questo articolo è incompleto perché passo la palla a Marila.

Author: Francesco Paolo Lagrasta

Nato a Sud nel 1993, di professione studente, scrittore per vezzo, ingegnere per necessità, lettore per piacere. Alto uno e settantatrè, preferisco casa ai pub, la doccia completa al bidet.

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