Il voto francese di ieri ci ricorda come i primi ad essere ancora vivi siano i sondaggisti, dopo le beffe subite in altri appuntamenti cruciali come Brexit e l’elezione alla presidenza americana di Donald J. Trump.

Non hanno infatti fallito questa volta le previsioni. Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i candidati che si contenderanno la poltrona all’Eliseo, dopo aver sbaragliato una numerosa concorrenza formata da altri ben nove candidati. L’appuntamento del 7 maggio molto dirà sul futuro dell’Europa, dato che la partita in ballo non può riguardare solo ed esclusivamente il popolo francese, in considerazione della elevata e delicatissima posta in gioco.

Il primo aspetto che senza dubbio emerge è la crisi dei partiti tradizionali, con destra e sinistra chiamate a guardare la partita del secondo turno da spettatrici. La sconfitta della politica tradizionale ha tuttavia aspetti diversi, a ben guardare le situazioni di Fillon e Hamon. Se infatti i gollisti devono la propria sconfitta a questioni personali del proprio candidato, la cui corsa è stata travolta dagli scandali giudiziari che ne hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, diverso discorso deve essere fatto per la sinistra ed il socialismo francese.

La sconfitta di Benoit Hamon, a differenza dell’insuccesso di Fillon, non è infatti circoscrivibile al proprio appeal elettorale (o meglio, non solo) ma ad un generale ridimensionamento della sinistra francese, tramortita dalla discutibile gestione Hollande e dall’ondata terroristica che ne ha ulteriormente minato consensi e credibilità.

Al netto di queste prime due considerazioni, appare evidente come il successo dell’homo novus della politica francese, quel Emmanuel Macron che nel suo discorso ha già parlato da presidente in pectore, ci riveli come di questi tempi anche una start up politica fondata da appena un anno possa avere le qualità per dissuadere il popolo francese dal richiamo ai partiti tradizionali, ormai defunti rispetto all’antitesi tra ‘sovranismo’ ed europeismo post-ideologico. Un europeismo con riserva, purché sganciato da soggetti considerati relitti e non più credibili. Con tanti saluti al Novecento e alla supremazia dei partiti di massa.

Detto status quo tocca non solo la politica francese ma una Europa sempre più a corto di consensi. Ogni tornata elettorale che conti non fa altro che rivelarci la presenza di un voto di protesta, spesso proveniente da classi sociali devastate dalla crisi economica e pertanto intenzionate ad offrire un segnale all’establishment comunitario e non solo (vedasi Donald Trump).

Certo, un diverso andamento delle diatribe personali di Fillon avrebbe forse oggi portato a compiere analisi diverse sul voto di ieri. Ma se la politica non si fa con i se e con i ma, bisogna ammettere come il voto di ieri rappresenti un rigetto di ciò che essa è stata. Di un passato che ormai non può più tornare e deve guardare al presente e al nuovo che avanza. Ovvero all’invenzione politica di Emmanuel Macron, ultima àncora di salvezza rispetto al leitmotiv sovranista di Marine Le Pen.

Tutto fa pensare alla clamorosa vittoria dell’ex ministro 39enne. Un uomo in grado da solo di spazzare il partito socialista, per quanto Hamon affermi che la sinistra non sia morta e con lo stesso Melenchon non oltre la soglia del 20%. La guerra a sinistra, fatta di scontri ed ideologie, si disperde rispetto alla candidatura vincente e post-ideologica di un neonato leader che sente ormai la vittoria in pugno.

L’endorsement successivo ai risultati fornito da Fillon e Hamon apre ad un fronte repubblicano che inviterà l’elettorato ad esprimersi contro il programma politico del Front National e della candidata Marine Le Pen. Non si è invece espresso, come d’altronde prevedibile, Jean Luc Melenchon. L’estrema sinistra s’è infatti mostrata nel corso della campagna elettorale tutt’altro che ammiratrice del progetto europeo, ed anzi molto più vicina a temi che invocavano al rilancio del popolo francese basato sulla rivendicazione di una sovranità nazionale preferita alle politiche di Bruxelles.

Ed allora, se è vero che si formerà una sorta di grande coalizione elettorale per portare Macron all’Eliseo (o meglio per sconfiggere l’insidia populista Le Pen, come del resto già accaduto in passato con suo padre) nulla ancora è possibile dire su quel consistente 19% a firma Melenchon. L’impressione è che se chi ha deciso di fare affidamento su di lui decidesse di tornare alle urne, parrebbe molto più probabile una scelta ai danni di Macron e a vantaggio di Marine Le Pen.

L’altro punto cruciale è il seguente: la scelta elettorale di appoggio politico a Macron ad opera di Fillon e Hamon non corrisponderà quasi certamente in maniera univoca alle menti pensanti dell’elettorato. Perciò, se a primo impatto la corsa alla presidenza della Le Pen termina con il voto di ieri sera, con un risultato considerevole ma non di sfondamento, non pare che l’esito possa dirsi del tutto scontato.

I fattori in campo sono infatti tantissimi: il primo è ciò che si diceva, ovvero la non garanzia che gli elettorati di Fillon e Hamon convergano automaticamente su Macron. Il secondo è legato alla partecipazione dei cittadini, ed è su questo piano che i candidati alla presidenza saranno chiamati a sfidarsi. Per confermare il dato elettorale o addirittura migliorarlo, modellandolo a proprio vantaggio e a spese dell’avversario.

Ma non si può certamente ignorare il ridimensionamento di Marine Le Pen. Un risultato, si diceva, “considerevole ma non di sfondamento”, poiché non può eludere le aspettative iniziali ed i sondaggi che la vedevano addirittura favorita con picchi del 25%. Non è andata così e probabilmente il voto del 7 maggio ci dirà che questo parziale successo è servito davvero poco alla leader del Front National.

Altrettanto non trascurabile è la considerazione ultima, ma non certo di inferiore importanza, che tocca il sistema elettorale francese. L’elezione presidenziale sarà infatti immediatamente seguita dalle Legislative dell’11 giugno. Il voto tra Presidente e Parlamento è un voto separato che avviene nel giro di un mese. Considerata la grande ventata di novità apportata dai candidati in campo, appare molto difficile la presenza di un governo che non passi da una coalizione e dal rischio della cosiddetta coabitazione, ovvero quel fenomeno secondo cui Presidente e maggioranza parlamentare potrebbero non corrispondere politicamente. Uno scenario possibile e che aveva già impantanato in passato presidenti del calibro di Mitterrand e Chirac. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da raccontare.

foto da: ouest-france.fr

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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