Seleziona una pagina

Quella nuda vita che, nell’Ancien Régime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era chiaramente distinta dalla vita politica, entra ora in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno.

Giorgio Agamben ritiene che l’idea dei diritti umani si evolva in un nuovo fondamento, nato non dall’appartenenza al genere umano ma dal “paradigma della sua possibile esclusione”.

L’homo sacer, che possiede soltanto il proprio corredo biologico, è bandito dalla comunità ed è sottomesso ad una forza sovrana che ne determina l’esistenza. Su questo sfondo danzano i corpi vulnerabili che danno vita a “Bestie di scena” di Emma Dante il cui lavoro era destinato, come ha dichiarato in più occasioni, a descrivere la condizione dell’attore sul palcoscenico.

Fortunatamente, grazie alla generosità degli artisti l’occhio della regista si è spostato su una dimensione più profonda, introspettiva e delicata con la quale tutti, prima o poi, siamo costretti a confrontarci: l’esistenza dell’essere umano in relazione con la comunità. I performers iniziano il loro riscaldamento a sipario aperto permettendo così agli spettatori di cogliere immediatamente uno degli elementi fondamentali del racconto: la collettività.

Al suono della terza campana i corpi iniziano il loro inquieto moto, spostandosi da una parte all’altra del palco senza mai staccarsi, finché uno di loro non risponde ad un bisogno, un’esigenza quella di liberarsi da ogni costrizione, di regredire ad uno stato primordiale dove poter esprimere i propri diritti, i propri bisogni liberamente. Ed ecco che tutti si ribellano all’invisibile demiurgo che regola la loro vita; paura, vergogna, disagio sono le emozioni che riempiono i volti dei protagonisti colpendoci violentemente e facendo emergere in noi un imbarazzante disagio.

Emma Dante, la regista di Bestie di scena

Ma è nel moto irrefrenabile delle mani che, tenacemente, cercano di nascondere le proprie oscenità che si scorge quell’orgasmico piacere dell’abbandono, dell’essere liberi dalla gabbia della comunità. Lo spettacolo ruota intorno alla necessità di modificarsi e regredire per poter liberamente cercare il senso del proprio agire, evadendo dalle consuetudini e dal buon costume per giungere ad un Eden ardito e scevro.

A questo bisogno si contrappone la convenzione che, con quotidiane azioni, riporta gli attori nel loro ordinario e catatonico stato, inducendoli a desistere dalla loro ricerca. Il tappeto sonoro è composto dal suono dei corpi che violentemente si scontrano, cadono, ansimano e soffocano interrotti da un grammelot multi-caotico che ci lascia intuire qualche parola.

Non va sottovalutata la chiusura dello spettacolo che pur sottolineando la ciclicità dell’opera, mette in risalto la sconfitta della comunità ed il trionfo di quei corpi che hanno subito innumerevoli metamorfosi per
rivendicare la propria libertà.

Di Manuela Magarelli

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!