«C’è un referendum sull’Europa il 26 maggio: da una parte la vecchia Europa, dove predominano banca, finanza, élites e poteri forti, e dall’altra l’Europa dei popoli, del lavoro, dei giovani e dei diritti». Con queste parole il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, a due settimane dalle consultazioni europee del prossimo 26 maggio, esponeva a un gruppo di sostenitori nella “sua” Padania, con una sgargiante tenuta da lavoro (attinta, probabilmente, dall’armadio del trasformismo, invaso da divise dei più svariati corpi pubblici, alla cui ostentazione siamo ormai stati abituati), la propria manichea visione del tragico voto che saremo chiamati ad esprimere. Niente di nuovo sul fronte europeo, se non sul piano soggettivo: già a gennaio l’ex-ministro Carlo Calenda aveva lanciato il notorio appello per una «lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste», sviluppo del precedente appello estivo per un «fronte repubblicano» che andasse «oltre gli attuali partiti» e fosse in grado di estendersi
«da Macron a Tsipras», nel minimo comun denominatore della Santa Alleanza contro il fronte unitario dei sovranisti che pareva (ancorché, ad oggi, ben meno solido di quanto potesse sembrare fino a pochi mesi fa) profilarsi all’orizzonte. D’altro canto, solo pochi giorni fa lo stesso Zingaretti, con una diversità solo formale di accenti, ha rilanciato l’idea di «un nuovo centrosinistra», contenitore, a suo giudizio, potenzialmente in grado di legare l’un l’altro niente di meno che PD, +Europa, Verdi e “sinistra”. A voler dare credito a politici e opinionisti, le decisive elezioni di un Parlamento che, fra l’altro, sarà chiamato ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e a decidere sulla proposta che (a meno di “ribaltoni” imprevisti) la nuova Commissione formulerà in tema di istituzione di un’agenzia comune europea per il sistema di asilo, sembrano assumere i connotati metafisici di una scelta binaria: approvare in blocco l’UE, concepita come un pastone indistinto difeso dal «fronte repubblicano» all-inclusive, o respingerla in toto, per aderire ad un disegno sovranista e xenofobo, in realtà, altrettanto indefinito (posto che, come giustamente notato da molti analisti, lo psicodramma inglese sembra aver placato i bollori del radicalismo nazionalista pro-exit delle destre europee).

Per l’ennesima volta, dunque, come già tante e troppe volte sul piano nazionale, l’elettore di sinistra si trova spaesato, apparentemente chiamato a, montellianamente e rassegnatamente, turarsi il naso ed esprimere uno stanco voto a favore del PD, con la sua carica di immobilismo post-ideologico, pur di arginare il tracollo di una Lega resa pericolosissima dall’ormai conclamata erosione dei voti espressi, nelle elezioni del 4 marzo, a favore dell’alleato di governo. Fra le pieghe della narrazione dominante, però, sembrano affiorare possibilità di riscatto dall’avvilente ricatto morale del “voto utile”. E, per la prima volta nell’ultimo ventennio, potrebbe essere innescato un cambiamento di paradigma anche, e soprattutto, pro futuro.

UN TERZO SPAZIO

«Oltre establishment e populismo»: il sottotitolo del libro scritto dall’ex-ministro greco Yanis Varoufakis e dall’attivista italiano Lorenzo Marsili, Il terzo spazio, sintetizza meglio di qualsiasi altro slogan la strada che ha tutte le premesse per condurre alla rinascita della sinistra, in Europa e non solo. La proposta politica avanzata è di straordinaria semplicità, quasi banale, e di dirompente innovatività al tempo stesso: opporsi con nettezza alla deriva autoritaria mondiale dei populismi à la Trump, Salvini e Orbàn, senza per ciò solo rifugiarsi nel liberismo progressista sul (solo) piano delle libertà civili del centrosinistra blairiano. Contro ogni retorica riduzionista, gli autori e, con loro, le migliaia di attivisti e attiviste di DiEM25 (acronimo di Democracy in Europe Movement 2025), il movimento da essi fondato con il contributo di artisti e intellettuali come Brian Eno, Noam Chomsky e Srećko Horvat lottano, appunto, perché si apra un fronte di dissenso equidistante tanto dalle regressioni reazionarie dei populismi, quanto dalla preservazione dello status quo contro cui essi sono prosperati e che di essi pretende di essere l’unico, legittimo oppositore, come precondizione imprescindibile perché si possa lavorare ad una politica realmente e integralmente progressista. Il fattore più interessante del soggetto politico nato nel febbraio del 2016 è quello di supportare le proprie rivendicazioni con l’elaborazione di una raffinata cultura politica, che di esse rappresenta il sostrato teorico e il termine di paragone per le conclusioni raggiunte. Fondata su categorie concettuali e stilemi di ragionamento marxiani, ma radicalmente impermeabile a qualsiasi nostalgismo per le storture del socialismo reale; ferma nel denunciare le diseguaglianze dell’esistente, ma refrattaria a porvi rimedio con i consunti strumenti dello Stato novecentesco; edificata sulla centralità della sfida ecologista, ma tesa a restituirla alla sua complessità economica e sociale senza indulgere all’ambientalismo mainstream, incapace di identificare nell’ossatura del capitalismo mondiale le ragioni strutturali del degrado ambientale e di vedere, nella concretezza delle ricadute di questo, la prosecuzione delle diseguaglianze economiche. Sono queste le direttrici di fondo di una proposta politica che coniuga all’entusiasmo della militanza utopistica il rigore concettuale di un’avventura, forse, prima ancora intellettuale, che politica in senso stretto. Attraverso di esse, si giunge a proposte di una freschezza inedita, in grado di coniugare radicalismo e pragmaticità: all’inflessibile denuncia, sul piano politico, tanto dei populismi, quanto della governance liberista si accompagna, su quello istituzionale, una totale indisponibilità ad indulgere alle tentazioni sovraniste, comunque connotate, a sua volta appaiata ad una radicale critica delle politiche neoliberiste dell’UE, come di altre organizzazioni internazionali (quali FMI, Banca Mondiale e WTO). La soluzione è, appunto, individuata nel “terzo spazio”, quello della sinistra “postcapitalista”: uno spazio non solo figurato, ma materialmente identificato nella dimensione transnazionale, luogo del fluire dinamico di persone, beni ed energie, materiali e intellettive, depurata dei suoi elementi liberisti e antidemocratici. Uno spazio occupato con gioia, resistendo alla tentazione di rinchiudersi nella confortante gabbia dello Stato-nazione, in cui opporre alla logica del confine, così come al no borders per i soli capitali, la rivendicazione degli spazi di libertà aperti dalla globalizzazione e della volontà di svilupparli ulteriormente; insomma, spostare avanti, e non indietro, le lancette dell’orologio della Storia. All’atto pratico, ciò si traduce nella formulazione di un articolato programma, che accanto a proposte di immediata fattibilità nel periodo medio-breve, come l’istituzione di un dividendo di cittadinanza universale, richiede la convocazione, al più tardi per il 2025, di una nuova Assemblea Costituente europea, che rimetta al centro dell’agenda del Vecchio Continente la questione democratica e quella sociale. Un programma, beninteso, attuato e concepito al livello europeo: un Green New Deal per l’Europa; «per l’Europa, contro questa Europa», fatto proprio in termini unitari da liste che si presenteranno, per la prima volta, come declinazioni nazionali di un movimento paneuropeo, a testimonianza del genuino internazionalismo di DiEM. Sarebbe, in questa sede, gravoso esaminare tutti i punti del programma di European Spring, l’ala elettorale del movimento – dal già ricordato Green New Deal, colossale piano di investimenti pubblici in grado di traghettare la transizione ad un’economia sostenibile senza traumi occupazionali; all’istituzione di un Sistema Comune d’Asilo fattuale, e non solo sulla carta, che superi l’odiosa distinzione fra migranti economici e rifugiati; passando per l’armonizzazione dei sistemi fiscali nel segno della lotta alla competizione fra ordinamenti. Ciò che preme sottolineare è, qui, l’immane sforzo di enucleare una proposta politica organica partendo da un sistema valoriale chiaro e innovativo, pur nella sua continuità con la tradizione dell’umanesimo radicale e del marxismo filosofico; di elaborare, si diceva, una cultura politica, grande assente del dibattito degli ultimi decenni, come strumentario attraverso il quale interpretare la realtà e orientare i comportamenti quotidiani, prima ancora che assemblare programmi elettorali. Esito coerente dell’internazionalismo che non può non informare un genuini progressismo è l’Internazionale Progressista: appello lanciato congiuntamente da Yanis Varoufakis e Bernie Sanders per la fondazione di un forum di coordinamento globale delle forze politiche che si oppongano da sinistra all’Internazionale Nazionalista di Trump&co. e al neoliberismo mondiale.

Per chi ritenga di poter sottoscrivere pressoché pienamente quanto esposto sinora, ci sono una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che DiEM25 non correrà alle elezioni europee in Italia: a séguito di una consultazione fra gli iscritti, è stata presa la decisione (preso atto dell’incapacità del movimento di raccogliere le firme richieste dalla legge-capestro elettorale perché forze politiche non ancòra presenti nel Parlamento Europeo possano presentarsi autonomamente) di non coalizzarsi con alcuna delle forze politiche che, invece, godano delle più favorevoli condizioni associate alla membership in un gruppo europeo, limitandosi a fornire loro supporto esterno. Quella buona è che i temi sin qui tratteggiati saranno comunque rappresentati nell’agone elettorale: il 14 aprile è stata lanciata a Roma la lista «La Sinistra», mirante a «costruire uno spazio politico alternativo sia alla prosecuzione delle politiche neoliberiste, causa di disuguaglianze e povertà, sia al crescere della barbarie dei razzismi e dei nazionalismi», «per la radicale rifondazione democratica dell’Europa» attraverso un appello ad avviare «un percorso costituente per un’Europa federale che ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone» (corsivo mio). Basta una veloce scorsa al manifesto programmatico per realizzare la consonanza con la visione di DiEM: accanto alla sottoscrizione del Green New Deal figurano appelli «per un’Europa femminista», «per i diritti dei e delle migranti», per lo «stop ai paradisi fiscali». Se l’elaborazione concettuale è più emotiva e meno raffinata, più sloganistica e meno pragmatica, resta il fatto che la lista della sinistra in Italia riconosce esplicitamente la necessità di un europeismo critico, che riconosca l’intrinseco valore progressista della globalizzazione, pur fra le sue mille storture, senza cedere alle tentazioni regressive dei «nazionalisti di sinistra», che vedono lo Stato-nazione come soluzione, invece che parte, dei problemi della contemporaneità. E in questa direzione rema anche il fortunato appello al voto recentemente pubblicato su Il manifesto, che nel sancire che «occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi» dimostra come il mondo della sinistra in Italia, con la significativa eccezione di Potere al Popolo![(che, infatti, non parteciperà al progetto La Sinistra), sia insensibile alla retorica dell’Exit.

La Sinistra è, ovviamente, un progetto pieno di limiti e contraddizioni. In essa trovano collocazione gruppi dirigenti ormai consunti da tatticismi e carrierismi ultraventennali, come quelli di Rifondazione Comunista e (in minor misura) di Sinistra Italiana, e sembra riproporsi il fallimentare copione seguìto dalla sinistra nei più recenti appuntamenti elettorali – il listone dell’ultimo momento, con annessa Notte dei Lunghi Coltelli post-elettorale: da Liberi e Uguali, a L’Altra Europa con Tsipras (per inciso, trasfusa nel nuovo contenitore), a Rivoluzione Civile, alla Sinistra Arcobaleno. Più di una buona ragione sembra, però, suggerire il voto a suo favore. Da un lato veti incrociati e considerazioni estemporanee hanno già troppo danneggiato il campo progressista per queste elezioni: essi hanno, in sostanza, determinato il naufragio dell’iniziale progetto di una lista unitaria che comprendesse anche Verdi e Possibile, nonché significativamente influenzato la stessa decisione di DiEM di defilarsi dalle trattative, sulla base della considerazione dell’oggettiva ambiguità di una lista che, pur aderendo formalmente al Green New Deal, si propone di rilanciare l’occupazione lasciando intendere di voler contrastare gli effetti deteriori della de-industrializzazione. La gravità della situazione politica europea, sul lungo periodo ancora più che sul breve, non sembra permettere di protrarre ulteriormente il gioco dei purismi e delle litigiosità aprioristiche che affliggono la sinistra da ormai troppo tempo. Dall’altro lato, e soprattutto, questa volta le cose sembrano stare diversamente. Proprio l’aspetto culturale su cui si è insistito, cioè, permette di uscire dalla trappola dei raggruppamenti estemporanei. Le forze della sinistra europea stanno recuperando gli strumenti identitari necessari a riprendersi dalla subalternità in cui sono state relegate negli ultimi decenni; i valori e le categorie interpretative dell’esistente le mettono in condizione di tornare ad agire nei tempi lunghi della Storia, e di innescare il circolo virtuoso della formazione orizzontale e della militanza appassionata.

Oggi più che mai, dunque, è importante non lasciarsi blandire dalle lusinghe terroristiche dello sbarramento al 4% e prendere posizione netta: portare all’interno delle istituzioni europee un fronte di dissenso cosciente e generativo, che spezzi il circolo vizioso in cui siamo piombati, nel quale i «populisti» prosperano sulla critica ai «moderati» e i «moderati» sopravvivono agitando lo spauracchio dei «populisti». «L’establishment e i Salvini si aiutano a vicenda», ha dichiarato a più riprese Varoufakis[, e le dichiarazioni bipartisan dei diretti interessati citate in apertura lo dimostrano meglio di qualsiasi analisi dall’esterno. Lo strumento per disinnescare questo dispositivo perverso, finalmente, sta emergendo – che lo si chiami Terzo Spazio, La Sinistra o Progressive Alliance. Sta a noi scegliere se utilizzarlo, o affidarci per l’ennesima volta al palliativo del centrismo, con cui rinviare al prossimo appuntamento la dura resa dei conti con l’involuzione autoritaria e machista dei populisti.

NON ESISTE UNA PATRIA BUONA

All’inizio del mese, ho preso un volo con una nota compagnia aerea tedesca. Nell’elegante corredo appaiato a ciascuna postazione di viaggio era disponibile una rivista edita dalla compagnia medesima, di quelle generaliste che affliggono, coi propri improbabili articoli sulle méte pop delle principali città servite dall’operatore, le lunghe ore aeree degli sprovveduti viaggiatori non munitisi di letture autonome. Alla vorace ricerca di testi in lingua teutonica, ma rassegnato ad infliggermi noiosi sforzi di ricostruzione di panegirici sui formaggi bavaresi, sono stato sorpreso dall’articolo di prima pagina. La rivista era, infatti, aperta da un appello (in cui l’ordine delle parole è più che mai eloquente) a
«Care lettrici e cari lettori!», lanciato dal CEO della compagnia e affiancato (purtroppo, o per fortuna, per me) da una traduzione nel solito, impeccabile inglese dei cugini oltre-Reno dei cugini d’Oltralpe, a partecipare alle elezioni europee. Lungi dall’essere un mero invito all’esercizio del diritto di voto, a prescindere dalle sue modalità, esso conteneva, invece, un’esplicita e determinata presa di posizione: un invito a «contrastare le contemporanee tendenze nazionaliste e protezioniste», in difesa di «un mercato aperto, libertà, pluralismo, trasparenza, democrazia e pace». Che un’impresa che ogni anno fattura 35 miliardi di euro con un’attività consistente nell’attraversare le frontiere nazionali, dovendo quindi disporre di uno staff altamente internazionalizzato e di declinazioni territoriali attraverso le quali stipulare intese con aeroporti e Autorità pubbliche abbia tutto l’interesse a che il modello Schengen resti in piedi e che i confini fra Stati europei  restino permeabili a merci, persone, servizi e capitali non dovrebbe essere particolarmente sorprendente. Che questa sola circostanza basti per indurre interi settori della sinistra europea ad una radicale mutazione genetica dovrebbe, invece, mettere maggiormente in allarme.

A partire, in particolare, dal trauma populista del 2016, si è assistito alla proliferazione di forze identificantesi come “di sinistra”, ma contrarie alla libertà di movimento e favorevoli a politiche migratorie restrittive e all’uscita dei rispettivi Stati da più o meno ogni forum di coordinamento internazionale nonché, in alcuni casi, financo contrari a rivendicazioni femministe e LGBT. Basti una rapida occhiata al «Manifesto per la Sovranità Costituzionale»[ presentato da Patria e Costituzione, associazione promossa da Stefano Fassina (che gode di notevoli influenza e prestigio, ancorché certamente minoritari, in Sinistra Italiana): «la presunta fine dello Stato-nazione esiste solo nella propaganda neoliberista e nelle chiacchiere di una sinistra che ha rimpiazzato l’internazionalismo socialista – che è solidarietà fra classi popolari nazionali – con il cosmopolitismo capitalista»; d’altro canto, «tanto la xenofobia, quanto il principio irrealistico di accoglienza illimitata (“no border”) sono risposte impraticabili per affrontare la sfida epocale delle migrazioni», sicché «va riconosciuto che la regolazione degli ingressi, in relazione alle effettive capacità di integrazione, è condizione essenziale per offrire un’accoglienza degna (fino allo jus soli)»; «i bisogni individuali non sono sempre diritti», con tanto di accostamento nemmeno troppo implicito ai casi di «colonizzazione dei mondi vitali da parte del mercato (utero in affitto, mercificazione di organi e materiale genetico, monopolio delle sementi geneticamente modificate, ecc.)». Dichiarazioni non dissimili sono, poi, riscontrabili diffusamente fra esponenti e dirigenti di Aufstehen (fondata in seno a Die Linke da Sahra Wagenknecht) e di La France Insoumise, e informano abbastanza decisamente la svolta sovranista e radicale di Potere al Popolo! negli ultimi mesi. Nel bello, articolato e informato articolo «Vi presento i nazionalisti di sinistra europei»[citato poco sopra, David Adler, dirigente di DiEM25, identifica tre giustificazioni addotte da forze politiche come quelle menzionate per la propria proposta di rivitalizzazione dello Stato e della sovranità come antidoto alla globalizzazione liberista: uno, di ordine economico, consistente nella constatazione della funzionalità al capitalismo mondiale della politica open borders, utilizzata per indebolire le classi lavoratrici organizzate attraverso il dumping della manodopera poco qualificata riversata in massa attraverso i flussi migratori economici; un altro, di ordine culturale, che criticherebbe gli effetti deleteri sulle identità locali della libertà di movimento, asserita causa ultima di xenofobia e nazionalismo; un ultimo, di ordine politico, per cui le istituzioni inter- e sovranazionali sarebbero intrinsecamente illegittime, perché stabilite a suon di trattati intergovernativi e al di fuori di ogni controllo democratico. C’è probabilmente molto di vero in tutto questo – sia nel senso che gran parte della retorica di questi partiti si fonda su uno di questi tre argomenti, o su una loro combinazione, sia nel senso che i fenomeni storici a cui essi fanno riferimento sono reali e problematici. Che da queste premesse discendano le conclusioni, pressoché integralmente coincidenti con quelle di una Lega qualunque, sembra criticabile e, per la verità, fondato su una serie di salti logici di non poco conto. Si prenda, per tutti, l’articolato ragionamento del Manifesto per la Sovranità Costituzionale citato sopra in difesa del «patriottismo costituzionale», in quanto opposto all’«astratto cosmopolitismo della sinistra liberal». «L’amor patrio che la Costituzione richiede ai cittadini non è un anacronismo storico, un residuo dell’esigenza di riscattare la nazione dal ventennio fascista, era e resta un valore civico fondamentale, un sentimento fondativo della comunità democratica, l’opposto della degenerazione ideologica del nazionalismo», leggiamo nel paragrafo 2; «questo sentimento è condiviso da tutti i cittadini di una determinata comunità territoriale, a prescindere dalla loro origine etnica e dalle loro identità religiose, ideologiche, di genere, ecc.», vediamo poco oltre, a probabile rassicurazione del lettore di sinistra che, memore della critica marxista al nazionalismo come astrazione che occulta la lotta di classe, avrà aggrottato le sopracciglia a vedere una così sperticata lode di un sentimento di appartenenza fondato su un concetto fumoso e irrazionale come quello di “patria”. «Non è, tuttavia, un sentimento astratto: – sobbalzo, N.d.R.-: (…) La patria è, al tempo stesso, popolo, Stato e nazione (…) Questo patriottismo è, appunto, patriottismo costituzionale, indispensabile a generare vincoli di solidarietà, a loro volta condizione necessaria per politiche redistributive e di giustizia sociale». Al di là delle perplessità che l’esaltazione della contingenza storica dello Stato può non suscitare in alcuni lettori, e della sorpresa che in altri sarà, probabilmente, ingenerata da una cosciente appropriazione delle argomentazioni reazionarie per cui storicamente, a sinistra, si è criticato il sentimento di appartenenza alla «comunità immaginaria» della Nazione (che la solidarietà patriottica sia necessaria per la redistribuzione della ricchezza sembra totalmente apodittico; e la Storia non insegna forse che, al più, essa ha seguìto il disegno opposto, neutralizzando il conflitto sociale?), non si può, credo, restare insensibili alla palese contraddizione del sancire che la Patria sia, allo stesso tempo, senso di appartenenza per un patrimonio valoriale condiviso, dunque impermeabile alla retorica esclusivistica dell’appartenenza etnica, e comunanza di fattori assolutamente sottratti al controllo degli individui, nel momento in cui la Patria, si dice, «si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura, in una parola in un popolo e nelle sue istituzioni». Fare propri gli argomenti della destra nazionalista e giungere alle sue stesse conclusioni (accusare gli immigrati di «rubare il pane» ai lavoratori “locali”, come fatto da Mélenchon; supportare i reazionari disegni economici del “Governo del cambiamento” per il solo dato formale dell’opposizione ai parametri di Maastricht, come Fassina) non riesce a non spaventare, per quanto il retroterra culturale sottostante sia lontano anni luce e non si possa certo dubitare del genuino antifascismo di dirigenti e militanti dei movimenti citati. Ancor più che censurabile sul piano ideologico, il sovranismo di sinistra mi pare, però, pericoloso su quello strategico: pensare di «non regalare ai sovranisti il concetto di nazione», assimilando al campo progressista le pulsioni sovraniste, è una pia illusione; come ben insegna il caso Minniti, fare propria la retorica del nemico non serve a sottrarre consensi a quest’ultimo, ma solo a sdoganarne definitivamente le rivendicazioni distruttive, perché, come efficacemente è stato detto, l’originale è sempre meglio della copia.

In un Parlamento europeo nel quale, probabilmente, la stessa sinistra “buona” di cui si è parlato in apertura sarà scarsamente rappresentata, è ragionevole ritenere che la sinistra sovranista sarà pressoché ininfluente. Se, però, nel lungo periodo prevarranno coloro che ritengono che «nessuno dei grandi movimenti che calcano oggi la scena (quello delle donne, quello contro il cambiamento climatico, le azioni di solidarietà con i migranti) [sia] concepibile entro una dimensione nazionale», o coloro che pensano (peraltro, utopisticamente) di poter tornare integralmente al welfare State, con il carico di dislocazione del conflitto al di fuori del proprio territorio che esso comporta, è meno scontato. Che si assista ad un intenso dibattito fra queste due anime del popolo progressista, al livello nazionale e internazionale[è, comunque, positivo. Segnala che il problema della collocazione della sinistra è avvertito ovunque, e che la risposta viene, altrettanto ubiquamente, cercata nella riproposizione della questione culturale (non meno raffinata, anzi, è la proposta analitica della sinistra sovranista; si legga, oltre alle interessanti riflessioni del Manifesto per la Sovranità Costituzionale, l’analisi della situazione europea condotta dalla stessa Patria e Costituzione). La direzione in cui questo sussulto d’orgoglio saprà indirizzare il travagliato cammino delle forze egualitarie e solidaristiche – verso un futuro che superi le contraddizioni della modernità, o ripiombando nella crisi implicita nei suoi elementi costitutivi – sarà determinata dalla forza generativa del dibattito e del confronto democratico.

Author: Paolo Mazzotti

Studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento. Tra i suoi principali interessi rientrano la politica, la letteratura e la musica (in particolare, il metal nelle sue varie sfaccettature).

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