Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Russia, Cina, Arabia Saudita e il declino dell’egemonia del Dollaro

Articolo originale qui, di Ariel Noyola Rodríguez

Negli scorsi mesi, Russia, Cina e Arabia saudita hanno venduto miliardi di buoni del tesoro degli USA. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di titoli di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto di metalli preziosi.
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Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

In copertina: il quesito del Referendum. Fonte ilpost

L’altro giorno assistevo in differita al secondo appuntamento su La7 targato Enrico Mentana, nel quale vengono approfonditi i temi e le ragioni del Sì e del No in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. A confronto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi e uno degli storici leader Dc, Ciriaco De Mita. La domanda che a tutti sorge spontanea, anche forse e soprattutto da parte degli stessi sostenitori del No è la seguente: perché le ragioni addotte dagli stessi debbono essere sostenute ‘televisivamente’ da quella politica vecchia incarnata più che mai da uno come Ciriaco De Mita? Quali sono le ragioni di questo vuoto a perdere, dopo la deludente ‘esibizione’ del costituzionalista Zagrebelsky?

 

E la storia è sempre la stessa: limitarsi al compitino, difendere lo status quo. Ignorando che la faccenda del bicameralismo perfetto/paritario desueta nemmeno lo è attualmente: lo è sempre stata, sin dagli albori dell’Assemblea Costituente. Perché, per quanto la nostra Costituzione possa essere la più bella al mondo, è altrettanto vero ed innegabile che quell’atto politico fondamentale fu un compromesso dettato da paure del passato più che giustificate. Un compromesso che coinvolse soprattutto la struttura istituzionale e la seconda parte della Costituzione: la contrapposizione tra bicameralismo e monocameralismo professato da socialisti e comunisti è storia nota ma spesso oscurata e dimenticata.

 

L’appuntamento del 4 dicembre è fondamentale se si guarda a quelli che sono i profili di merito: ed invece la personalizzazione continua a farla da padrone, con i professoroni ed i politici del No chiusi in una scatola di vetro ed incartati nella iniziale trappola renziana. Un gioco di gambe ed un doppio passo di classe, che il No non è mai stato in grado di reggere e contrastare. Urlando alla caduta del premier anziché addurre le ragioni della contrarietà alla riforma, che possono peraltro essere molteplici ed innumerevoli, considerata la possibile modifica di oltre 40 articoli del dettato costituzionale.

 

Avvento del nuovo bicameralismo imperfetto, ridefinizione competenze Stato-Regioni, funzionalità e funzionamento del nuovo Senato, sparizione ( o meglio, non menzione) delle Province, nuova elezione del Presidente della Repubblica. Vien da chiedersi come mai quei No, che contestando anche uno solo di questi profili potrebbero vincere a mani basse, si limitino ad andare in Tv adducendo «che è meglio lasciare le cose così come stanno».

 

A preoccupare è la drammatica assenza contenutistica della (anti)politica: è del resto difficilmente appetibile sposare una battaglia da tutti contro uno, soprattutto se quei tutti si chiamano Berlusconi, Brunetta, De Mita, Di Maio, Salvini, Grillo, D’Alema. Ed è meglio fermarsi qui. Se poi, tale battaglia diviene strumentale ed avara di contenuti,  la frittata è fatta ed il disastro si rivelerà a breve in tutta la sua evidenza. Piccolo inciso a riguardo: pare che Berlusconi sia andato da Mattarella ed abbia offerto la propria disponibilità ad (appoggiare?) un nuovo governo in caso di dimissioni di Renzi. E niente, fa già ridere così.

 

Se volessimo peggiorare il quadro, potremmo addirittura sindacare sulla necessità di un referendum costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto segnerà davvero la risoluzione delle complicazioni istituzionali del Paese dei 63 governi in 70 anni? L’eliminazione del principio di competenza concorrente Stato-Regioni, nella ridefinizione del tanto discusso art.117 (già revisionato nel 2001 con la riforma del titolo V), allevierà l’illimitato numero di ricorsi presentati in questi anni alla Corte Costituzionale? Il Senato dei 100 rispecchierà canoni di efficienza e funzionalità, o si attesterà semplicemente nella comoda categoria legata alla voce ‘taglio degli sprechi’, lasciando la tazza bollente a Sindaci e Consiglieri? Ed ancora: il nuovo art. 70 è abbastanza chiaro da definire la possibile futura diversità tra Camera e Senato? La riduzione dei senatori, la sparizione delle Province, l’elezione indiretta del Senato, l’abolizione del Cnel. Basterà tutto questo a limitare le spese di un Parlamento tra i più costosi e numerosi in Europa e nel mondo?

 

Come si mette dunque in difficoltà Renzi, considerata la notevole abilità dialettica, fondata su canoni di semplificazione e rottamazione? Lo avrete capito: portando le ragioni della contrarietà alla riforma. Non abbiamo assistito (ancora) a nulla di tutto questo. Quel che invece sappiamo (..) è la presenza di una modifica costituzionale piuttosto sostanziale, che potrà essere votata o meno esprimendo un semplice Sì o No. Un fatto a mio avviso paradossale: si sarebbe ad esempio potuto lottare, di più e meglio, per uno ‘spacchettamento’ dei quesiti, evitando una concentrazione così radicale di un unico quesito tutt’altro che omogeneo.

 

E veniamo così all’errore personalizzazione: gravissimo, inadeguato e strumentale. Strumentale, poiché la maggior parte di quei No continua a premere sulle responsabilità dell’attuale governo, dimenticandosi del passato e riversando tutte le grane nazionali addosso ad un esecutivo insediatosi due anni e mezzo fa. Gravissimo ed inadeguato, perché tale ristretta concezione dimentica e tradisce il problema dei problemi: tutti questi politici, costituzionalisti, giornalisti e tuttologi ignorano forse l’introduzione del pareggio di bilancio (Cost, art.81 + art.97,117,119) in vigore dal 2014 (Legge Cost. 1/2012). Non mi pare dunque che il problema sia Renzi: il problema è chi fa il suo gioco. Il bicameralismo perfetto non ha deciso nulla in termini di stabilità ed efficienza della macchina istituzionale, considerato che quella stessa stabilità dipende principalmente dalla salute e dalla coesione dei partiti politici (o quanto meno così era, prima che venissero firmati trattati molto discutibili).

 

Con il pareggio di bilancio, invece, non abbiamo più sovranità ‘sostanziale’ e non possiamo fare debito per rilanciare la crescita. Di più: non lo abbiamo scelto né votato ed è stato così facile farlo passare. Attraverso il bicameralismo paritario. Nel frattempo cercavamo di capire cosa fosse lo spread ed esultavamo per la fine dell’era Berlusconi voluta dallo sfrenato liberismo europeo, nel quale gli Stati diventano macchine telecomandate più che entità sovrane, costrette a piegarsi in nome della attuale ed inconcludente supremazia europea. Come dire: lottare politicamente è senza dubbio forma d’arte nobile, a patto che forse ci si concentri sulle reali priorità dei cittadini, italiani ed europei.

Insomma, Sì o No e tanti saluti. Ma è davvero così utile tutto questo?

 

“Il principio del pareggio di bilancio rappresenta ormai all’interno del nostro ordinamento costituzionale un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi. E’ solo apparentemente una norma costituzionale come le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e sociale che è destinata a mutare definitivamente e drammaticamente il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero aver dimostrato a tutti”.

(Alessandro Mangia, costituzionalista italiano, ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano)

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

In copertina: protesta dei Remain durante una manifestazione Brexit. ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images. Originale qui

Traduzione da The Independent: “Britain, these are the five realistic choices for Brexit – take your pick” di Ben Chu

Il referendum del Regno Unito sulla Brexit è stato, come sappiamo, incentrato, mediaticamente parlando, tutto sul “riprendere il controllo”. Ed ora sembrerebbe che i Ministri del Governo britannico e i giornali di destra vogliano riprendere il controllo della lingua inglese da quei furbacchioni dei “Piagnucoloni” (traduzione di “Remoaners”, neologismo nato dall’aggiunta del termine “Moan”, lamentarsi, a Remainers, coloro che volevano rimanere nell’Unione Europea. Il termine ha accenzione dispregiativa, N.D.R.)

“Non è mai esistita la possibilità di scelta tra una dolce o dura Brexit” ha recentemente dichiarato Theresa May, Primo Ministro Britannico. Fa eco alla May il cancelliere Philip Hammond: “Non vogliamo riconoscere la polemica sulla distinzione tra una Brexit dura ed una dolce. Noi vogliamo la giusta Brexit”. E Micheal Gove, Lord Cancelliere e Segretario di Stato della Giustizia inglese, ha protestato riguardo la pessima associazione che il termine “dura Brexit” ha creato nella pubblica opinione, collegandolo a cose come “imparare la dura lezione, affrontare un brutto atterraggio o impegnarsi duramente”.

Brexit 1 – Fuori dalle istituzioni, ma nel mercato unico

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europa. Non avremmo alcun membro nel Parlamento Europeo, nessun seggio nel Consiglio Europeo dei leader e nessun ruolo di sostanziale importanza nel regolamento del mercato unico. Potremmo avere tale posizione e rimanere in ogni caso nel mercato unico europeo ed anche nell’Unione Doganale Europea (EUCU). Questo significherebbe contribuire annualmente al budget dell’Unione Europea.

Il Regno Unito dovrebbe anche accettare il libero movimento di persone, anche se potrebbe riuscire a negoziare alcune eccezioni per “gravi difficoltà economiche, sociali ed ambientali”, similmente agli accordi che Norvegia e Liechtenstein hanno stretto con l’Unione Europea. L’opzione Brexit 1 sarebbe quella con il minor numero di disagi per le imprese britanniche che commerciano con l’Europa.

Brexit 2 – Temporaneamente nel mercato unico

Come per Brexit 1, il Regno Unito lascia l’Unione Europea e rimane nel mercato unico e nell’unione doganale, ma solo per un periodo limitato di tempo, mentre un accordo commerciale a lungo termine viene concordato con l’Europa. Il Regno Unito avrebbe anche la possibilità di stringere accordi commerciali con il resto del mondo.

I disagi per gli imprenditori britannici sarebbero minimi, come per Brexit 1, oltre che fornire il grande vantaggio di far guadagnare tempo al Regno Unito. Molti esperti di commercio, infatti, ritengono insufficienti i due anni, prima che la procedura dell’Articolo 50 si attivi forzatamente, a disposizione del governo britannico per negoziare un nuovo accordo con i maggiori protagonisti dell’economia europea ed ogni singola istituzione europea. Raoul Ruparel, il nuovo consigliere del Segretario alla Brexit, David Davis, ha consigliato un accordo di transizione come questo durante l’ultimo incontro del Think Tank Open Europe.

Brexit 3 – Fuori con accordo speciale

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea ed anche dall’Unione doganale ma firmerebbe un accordo unico di libero commercio con il resto dell’Unione. Questa opzione sarebbe gradita dagli esportatori britannici che fanno affari in Europa, ma aggiungerebbe costosi dazi doganali.

Bisognerebbe, inoltre, creare un confine doganale tra il Nord dell’Irlanda e la Repubblica, con potenziali conseguenze politiche di seria portata. E se l’accordo non dovesse includere i fornitori di servizi, cosa che solitamente gli accordi di libero commercio non fanno, gli esportati di servizi britannici in Europa, in particolare servizi finanziari, sarebbero particolarmente svantaggiati.

È possibile che un accordo speciale sui servizi possa essere finalizzato con il resto dell’Unione Europea, ma questo significherebbe doversi attendere alle regole dell’Unione senza poter in alcun modo partecipare alla loro stesura.

Brexit 4 – Commercio secondo WTO

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio ed utilizzare le regole della WTO, Organizzazione per il Commerciale Mondiale, per il commercio con l’Europa. Questo significa che l’Unione Europea potrebbe imporre, secondo il regolamento del WTO, la sua tariffa comune extracomunitaria sugli esportatori britannici. L’impatto iniziale sull’economia britannica, secondo una ricerca del “The Independent” , sarebbe di circa 4.5 miliardi di sterline, con una ricaduta più pesante sull’economia reale.

Anche il Regno Unito potrebbe imporre dazi sulle merci importate dall’Europa, sempre che queste non siano più alte di quelle già stabilite per le importazioni da altri stati. Questo porterebbe si più gettito fiscale, ma i dazi sulle importazioni aumenterebbero i costi di importazione e l’inflazione interna. Per di più, se il Regno Unito non riuscisse a finalizzare accordi specifici con gli altri 52 stati con i quali al momento liberamente ha scambi commerciali, in quanto membro dell’Unione Europea, sarebbe impossibile evitare l’istituzione di dazi doganali di importazione ed esportazione, con conseguenti danni all’economia britannica.

Brexit 5 – Soli contro tutti

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio, e togliere ogni tipo di dazi per le importazioni. Questo permetterebbe letteralmente una inondazione di cibo, merci e prodotti a basso costo nel Regno Unito. I prezzi nei negozi sarebbero si in discesa, ma con una ricaduta catastrofica sui settori primario e secondario britannico.

Sarebbe una scelta politicamente incauta da parte del governo togliere ogni tipo di dazio alle importazioni, ma lasciando le esportazioni alla mercè delle tasse altrui. Inoltre, secondo questo scenario, il Regno Unito non cercherebbe neppure di stringere accordi di libero commercio, e neppure quelli specifici per i servizi. Questo significa che le imprese fornitrici di servizi, che sono la parte dominante dell’economica britannica, riceverebbero zero aiuti per entrare nei mercati stranieri e contrastare le loro barriere senza dazi.

Quindi, che cosa dovremmo pensare di questi scenari Brexit? Brexit 1 sembrerebbe la preferibile, sebbene sia un compresso troppo inferiore allo status di membro dell’Unione Europea. Brexit 2 è preferibile sicuramente a Brexit 3 e la quarta opzione, invece, sarebbe un disastro economico. Brexit 5, invece, è una utopia ultraliberale che sarebbe politcamente impossibile.

Gli esperti di Oxford Economics stimano che Brexit 1 e 2 fino al 2030 farebbero scivolare l’economia britannica in una recessione tra lo 0.1 e il 1.8%. Brexit 3, invece, sarebbe più pesante, con una diminuzione tra l’0.8 e il 3,1% e Brexit 4 tra l’1.5 e il 3.9%.

Gli economisti vicini al gruppo Brexit affermano che il Regno Unito riviverebbe un boom economico fino al 2020 se si seguisse il piano Brexit 5. Gli economisti della London School of Economics, però, affermano che è una pseudoscienza guidata dall’ideologia, e che, anzi, un piano del genere ridurrebbe il PIL britannico di percentuali tra il 6.3 e il 9.5% entro il 2030. Circa tra le 4.200 e 6.300 sterline per ogni famiglia.

Chiamate i vari piani come volete, ma la realtà è che alcuni di essi infliggerebbero danni molti più importanti per ogni famiglia ed impresa nel Regno Unito di altri.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Deutsche Bank può diventare la Lehman Brothers europea

Deutsche Bank può diventare la Lehman Brothers europea

Ricordate la Lehman Brothers e il suo fallimento del 2008? Fu il più grande fallimento della storia – la banca si era cacciata in cattive acque con la crisi dei mutui sub-prime, possedeva titoli tossici (cioè denaro in investimenti ad alto rischio) più di ogni altro istituto e dopo un’enorme serie di bugie e falsi contabili, fallì. Questo scatenò la crisi finanziaria globale e l’inizio di un’epoca disastrosa per l’economia occidentale e mondiale…
Bene, in quella tempesta del 2008 c’era anche la Deutsche Bank, il più grande conglomerato bancario-finanziario europeo. Anche la DB possedeva grandi quantità di titoli a basso rating (i titoli tossici), ma riuscì per lo più a cederli ad altri investitori, compresa molta gente che non era a conoscenza dei reali rischi di tali investimenti.
Per questo motivo, nel mese di Settembre, il Dipartimento di Giustizia americano ha chiesto una maxi multa all’istituto tedesco: 14 miliardi di dollari per non aver informato adeguatamente gli investitori del rischio di tali obbligazioni.  Il titolo in borsa della banca è subito crollato ai minimi storici.

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Venerdì scorso il CEO John Cryan aveva il compito di trovare un accordo con il Dipartimento di Giustizia, ma è tornato a mani vuote: nessun accordo in vista. La multa di 14 miliardi rimane  e anche nell’ipotesi di uno sconto di qualche miliardo, la Deutsche Bank si troverebbe comunque scoperta, poiché ha accantonamenti solo per 5,5 miliardi di euro, destinati proprio a situazioni del genere. L’accordo cercato dal CEO probabilmente mirava a pattuire una multa proprio di 5,5 miliardi (6,2$ mld). Non è la prima banca d’affari ad essere soggetta a multe per comportamenti scorretti nelle vicende del 2008: Citigroup ha pagato 7 miliardi e Goldman Sachs 5,1,  Jp Morgan 13 miliardi di dollari e Bank America nel 2014 ha versato 9,65 miliardi  e 7 di rimborsi ai clienti.

Dopo anni di ritornelli sulla grande e solida Germania penserete: che vuoi che sia, se hanno sopravvissuto gli altri, figurati se non lo farà la DB…  MA la Deutsche Bank fa paura sia per la gigantesca multa sia per gli spettri che tale multa ha rimesso in luce:

1) La colossale esposizione in DERIVATI

la banca tedesca ha investimenti in derivati per 46 mila miliardi di euro, cioè, in cifre 46’000’000’000’000 €. (il PIL della Germania vale 3,7 mila mld, quello Europeo 14,6 mila mld).

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Ora, a chiunque possono sembrare tanti soldi, ma quando a pensarlo sono anche quelli di JP Morgan allora vuol dire che sono davvero troppi. Il pericolo non sta tanto nell’esposizione in sè quanto nell’esserlo in un momento di crisi come questo.

Nikolaos Panigirtzoglou, analista della JP Morgan, scrive in una nota:Siamo preoccupati che l’esposizione in derivati possa creare problemi ai mercati se le preoccupazioni riguardo la Deutsche Bank dovessero continuare”. Tradotto: la Deutsche Bank si sta cacciando in un brutto guaio e noi la stiamo avvertendo.

Ogni notizia negativa sulla banca tedesca potrebbe ridurre la credibilità dell’istituto. Ed è proprio ciò che sta accadendo: una notizia di Bloomberg annunciava come alcuni Hedge Funds avessero spostato i propri investimenti altrove e subito i funzionari della Deutsche Bank sono dovuti intervenire con dichiarazioni per rassicurare tutti. La fiducia di alcuni investitori cala, investono altrove e sempre meno gente avrà voglia di rimanere in DB, è la regola, è ciò che sta già accadendo.

 

2) Deutsche Bank è il più rilevante rischio sistemico globale 

il Fondo Monetario Internazionale in un report del “Financial Sector Assessment Program” ha parlato della Deutsche Bank come “il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse”. Seguendo si legge:”il sistema bancario tedesco pone il maggior grado di rischi di contagio esterni in proporzione ai rischi interni”. Tale rischio è misurato dalla percentuale media di perdita di capitale di altri sistemi bancari a causa di collasso bancario nel paese di origine. Ciò significa che, essendo i sistemi finanziari e bancari di tutto il mondo interconnessi, se Deutsche Bank cade, seguirà un disastro 

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3) Deutsche Bank non è Lehman Brothers, è molto peggio

Non è la solvibilità o la mancanza di capitale che uccide una banca, è la perdita di (accesso alla) liquidità. Quando, cioè, nessuna istituzione o investitore, pubblico o privato, piccolo o grande che sia, vuole più fornire liquidità (depositi o investimenti) ad una banca è praticamente certo che questa fallirà in breve tempo. E’ ciò che successe a Lehman Brothers quando si vide tagliare le sue fonti di liquidità. Ad oggi la Deutsche Bank non presenta grossi problemi di liquidità, quanto di capitalizzazione, però, come abbiamo detto, la liquidità può svanire molto rapidamente in caso di crisi e calo della fiducia sui mercati. Da questo punto di vista, la DB non è Lehman Brothers, è molto peggio: in caso di un collasso del colosso tedesco e di diffusione di panico nei mercati, la banca non dovrà solo fare i conti con hedge funds e grandi investitori pronti a spostare i loro soldi altrove, ma si scatenerebbe contemporaneamente una corsa agli sportelli dei semplici correntisti che accelererebbe il fallimento. Lehman brothers non aveva correntisti, era una pura banca di investimento.

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