Durante il mio cammino nel corso di filmmaking della National Film and Television School, mi sono imbattuto in ‘Echo’ di Lewis Arnold, un interessante cortometraggio riguardante le vicende della diciassettenne Caroline(Lauren Carse) e del suo disperato bisogno di affetto e comprensione.

Nottingham, tarda mattinata. Caroline riceve una chiamata in cui le comunicano che suo padre ha appena fatto un incidente di moto e si trova ora al City Hospital. La giovane si dispera in maniera evidente, attirando l’attenzione di un uomo e una donna propensi ad aiutarla. Senza che lei lo chiedesse, le vengono prestati dei soldi per il taxi al fine di raggiungere l’ospedale. Ma qualche secondo dopo essere entrata nel taxi, Caroline scende, pagando al tassista qualche spicciolo per il disturbo e prendendosi il resto dei soldi.

La visione totalmente oggettiva dello spettatore lo porta prima ad un profondo dispiacere per la ragazza, e poi ad un forte risentimento nei confronti della stessa e della sua sfacciataggine nel prendersi gioco di passanti comprensivi. Inoltre, questa sensazione di oggettività è rafforzata anche da un particolare della stessa scena: quando l’uomo si avvicina per aiutare Caroline, il suo approcciarsi in maniera pensierosa e taciturna alla borsa poggiata a terra della ragazza ci mette il dubbio che egli abbia la sola intenzione di derubarla.

Quando Caroline torna a casa conosciamo anche la sua famiglia, composta da sua madre (Carolina Giammetta) e suo fratello piccolo Ollie(Oliver Woollford), che le chiedono con preoccupazione il motivo della sua assenza all’uscita di scuola. La sua risposta non convince il fratello, che la segue la mattina seguente trovandola a rifare la sceneggiata dell’incidente del padre. Quando Ollie si avvicina e chiede spiegazioni, il piano di Caroline va a monte, la vittima comprende la situazione e minaccia di chiamare la polizia se l’avesse rivista fare una cosa simile. I due fratelli tornano a casa in treno, e la loro apparente separazione fisica non fa che in realtà farli sembrare più uniti che mai a livello emotivo.

Questa volta la scena appare ai nostri occhi come qualcosa di già conosciuto:non appena la rivediamo alle prese con la stessa recita, proviamo puro disprezzo. Poco dopo, Ollie chiede a Caroline come mai l’uomo di quella mattina fosse a conoscenza dell’incidente del loro padre, ed è qui che comprendiamo a fondo la psicologia della protagonista:tutte quelle messe in scena non erano indirizzate a trarne beneficio economico, ma comprensione e affetto per un trauma non ancora metabolizzato.

Nella scena finale Caroline è seduta in un bar, e la macchina da presa punta sul dettaglio del suo pollice mentre accende la fiamma di un accendino, ampliando la ferita già presente sul dito:questa forma di masochismo ci riporta alla sua persona in maniera profonda. Ha ora luogo una terza telefonata, stesso copione, ma questa volta tutto il disprezzo che avevamo provato per lei nella telefonata precedente, si trasforma in comprensione, elemento chiave di tutto il film e la cui disperata ricerca porta Caroline ad agire disperatamente. Ora il nostro pensiero verso la scena è influenzato dalla nostra conoscenza: stiamo pensando soggettivamente.

‘Echo’ è un lavoro molto valido nella sua semplicità, in cui Lewis Arnold ci fa capire come talvolta la nostra visione della realtà possa essere distorta ed incompleta, e ci possa dunque portare a pensare erroneamente.

foto da: vimeo.com

Author: Federico Del Vecchio

Amo il cinema e sogno di diventare un regista. Cerco costantemente di espandere la mia cultura tramite qualsiasi esperienza abbia l’opportunità di avere.

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