C’è un periodo nella vita di ognuno di noi capace di mandare in crisi le nostre convinzioni, le nostre usanze e perfino i nostri costumi: parliamo chiaramente della proclamazione di laurea. Ed è momento ancor più difficile realizzare di aver ‘terminato’ le proprie fatiche professionali, consapevoli di ritrovarsi inglobati nel goliardico conformismo più irritante e desolatamente banale.

Questo ‘goliardico ed irritante conformismo’ al quale tutti (me compreso) veniamo costretti è il momento della proclamazione di laurea. Corone e allori, bischerate e lanci di qualsivoglia prodotto, ma soprattutto l’incubo degli incubi: la canzoncina del dottore.

 

«Dottore, dottore, dottore del buco del cul. Vaffancul, vaffancul!»

Ammetto di aver provato un estremo imbarazzo al mio primo appuntamento di laurea (da spettatore). Osservo infatti i festeggianti canticchiare tale motivetto con incredibile e smisurata soddisfazione, nemmeno attendessero tale momento da una vita, ancor più del festeggiato stesso. Ma al tempo stesso mi son detto: studierò la questione, analizzando origini e ragioni di tale conformistico accaduto.

Dove nasce dunque la canzoncina giovanile più sputtanata al mondo? Pare che l’assunto storico di base sia riconducibile al XVI secolo: alcune storie parlano infatti di pergamene rinvenute, risalenti al Medioevo, nelle quali si attesta la presenza del motivetto, già cantato ai neolaureati nel periodo di riferimento. Addirittura, in alcuni regni l’usanza era ritenuta fastidiosa al punto di essere punita con 5 frustate al volto.

Nella mia ricerca emergono anche leggende di derivazione fascista: un motivo meraviglioso e straordinario per combattere il momento nel quale toccherà a me. Già avverto attorno gli 88 gradi in smoking, nella meravigliosa estate milanese, tra alcolici e smog, mentre mi ritrovo pronto a porre l’altolà ai festeggianti: «Fermi lì, alla mia laurea non si canta. Tanto meno una simile cazzata». Consolatevi su, balleremo tutti assieme Gabbani (mi attrezzerò per l’acquisto di scimmie personalizzate sulla base delle attitudini di ogni singolo festeggiato).

Ci eravamo fermati, prima del mio classico divagare, al XVI secolo. Cosa accadeva esattamente ai neolaureati durante e dopo la cerimonia della ‘liberazione’? In quegli anni, era ritenuta comune tradizione la partecipazione ai festeggiamenti della cittadinanza intera. Si prenda come esempio Padova, nella quale si intratteneva una cerimonia alla presenza del Vescovo in piazza Duomo. Messa solenne, addobbi alla cattedrale di riferimento, corona d’alloro, scettri, corone: il tutto alla presenza di Istituzioni come Rettore, Podestà, Nationes, al fine di creare una atmosfera solenne e di riconoscimento professionale.

Tali riferimenti riconducono poi al rito del cosiddetto ‘papiro’, che prenderà forma a Padova tra l’Ottocento e il Novecento dando vita a riti tutt’altro che solenni, ora attuali ed in contrapposizione alla ‘solennità del passato’. Un vero e proprio cambio di rotta rispetto al passato: già, ma per quale motivo?

Una teoria potrebbe essere quella del rovesciamento rispetto alla serietà borghese, ricordando al laureato come in realtà potrebbe cambiare ben poco, ed invitandolo inoltre a restare se stesso nonostante il risultato conseguito. Problema è che ormai questa ‘risposta anticonformista’ pare aver davvero raggiunto i limiti della propria popolarità: di sicuro, parliamo di cerimonie tutt’altro che gradite a chi scrive.

Si aggiunga inoltre come l’odierna tradizione non fosse ben vista trent’anni addietro, essendo considerata una pseudo goliardia di destra, oltre che eccessivamente frivola e no-sense. Nonostante ciò, contrastare questo rito oggi pare impresa ancor più ardua del ritrovamento di un lavoratore retribuito senza voucher.

Non è forse tempo di reagire a questa ‘umiliazione’? Comunque vada, nessuno alla mia laurea canterà ‘Dottore, dottore’. Almeno quel giorno, lasciatemi il diritto di godere della effimera felicità della nostra esistenza: prestate attenzione alle vostre (future) intenzioni, perché sono persino disposto a sollecitare Change.org.

Namasté!

(Il presente articolo è ironico ma neanche troppo)

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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