In copertina: originale qui

Una notte d’ottobre promisi a me stesso di esser leggero per potermi abbracciare, soffocare adagio o volare via come una lanterna nel Loy Krathong, finendo poi chissà dove. Da allora di me non è rimasto che un fine ramo di ciliegio irrobustito all’interno, che crepita nel freddo afoso di questo strano e novello ottobre o novembre. Di preciso non ricordo…Dove sono? Dov’è casa mia?

Devo aver bevuto troppo o mangiato troppo poco. O forse è colpa di quello stronzo impasticcato che mi sedeva accanto nel bus promettendomi un “viaggio in paradiso”.

Che diamine vi scansate? Non avete mai visto un giovane ubriaco? Tranquilli, non scoppio…a dispetto di questa barba intirizzita dal freddo. Questo viale pare la Promenade des Anglais: veste una lunga sciarpa di seta rosa e ricorda il suono di agili ossa rotte. Sento un sudicio ubriacone gridare da un’osteria: blatera qualcosa sul giudizio universale e parla di sua figlia Sonja.

-Una vodka al caramello, grazie!

Dopo aver commesso una simile eresia, esco senza pagare. Sento qualcuno alle calcagna: deve trattarsi di quel sudicio ubriacone. Mi ammonisce dicendo che la vodka debba essere bevuta liscia. Come se non lo sapessi…Poi sparisce sotto il ghigno spietato di un’auto.

Corro.

Mi arresteranno per omissione di soccorso! Ma no, sono già impegnati nel caso di quella vecchia trovata morta con il cranio diviso a metà.

Ansimante, arrivo in una vecchia stazione abbandonata. Mi stendo sui binari. Deve essere qui che ho conosciuto per la prima volta l’amore. Lei sapeva d’oppio e margherite ed era promessa sposa di una ciminiera con le orecchie a sventola. Io sapevo di caffè e subdolerie. Un treno l’ha portata via. Da allora la stazione è punicea, vuota, vecchia.

Da qui però il cielo è limpido, si può vedere Dio rimestare la zuppa di pesce delle stelle. Sento un uomo gridare da lontano. Inveisce nei Suoi confronti. Lo sgrida dicendo: «Non Vi dà noia inzuppare ogni giorno nella composta di nuvole gli occhi ingrassati?». Poi uno sparo…silenzio.

Corro.

“Piskarev, Piskarev! Datemi l’oppio del persiano!”. Ho bisogno di cavarmi gli occhi con gli spilli di un sogno.

Grondante di sudore, giungo in un sordido albergo. All’ingresso siede una donna impoverita e tisica, che costringe i suoi tre figli a cantare e ballare per racimolare qualche soldo. Le lancio quattro spicci e mi fiondo in reception.

-Una stanza singola, grazie!

La chiave oleosa reca il numero 38. Entro, apro la finestra, fumo il sigaro alla vaniglia “offerto dalla casa”, lancio un colpo di tosse, faccio il bagno e mi addormento…O cerco di farlo. Una mosca, proveniente da qualche sguaiata bettola del posto, si insinua nelle mie orecchie. Sembra volervisi accasare. Toh, morta! Puttana…

Sogno di essere un matto, di strappare i tre fiori rossi del male per salvare l’umanità ma, prima di esalare sorridente l’ultimo respiro, sento qualcuno adagiarsi accanto a me e sussurrare piano: «Morire non è nuovo sotto il sole, ma nuovo non è più nemmeno vivere».

Inorridito, mi sveglio. Nella 39 un uomo dondola, danzando al ritmo dei rintocchi di un orologio a pendolo. Corro scalzo facendomi spazio tra le grida generali di uomini curiosi.

Il vento ulula, è ancora notte. Un corvo gracchiando gira le viti del mondo. Di nuovo uno sparo. Silenzio. Un uomo, sospettato di omicidio e pedofilia, si è tolto la vita.

Questo è quanto ho saputo da una donna incontrata nel mio peregrinare. Diceva di chiamarsi Sonja e di essere pronta a recarsi in Siberia dopo che “il suo uomo”, ex studente universitario accusato dell’omicidio di una vecchia usuraia, si era costituito.

Sembra tornarmi in mente qualcosa: Sonja, l’assassinio di una vecchia…No, forse mi sbaglio. Devo essere ancora sotto gli effetti dell’alcol.

Esausto, mi accascio al suolo.

Chi sono? Dove sono? Dov’è casa mia?

Forse l’ho dimenticato, o meglio, l’ho voluto dimenticare. Di una cosa sono certo però: giocando a rimpiattino coi miei ricordi, ho finito per perderli. Nessuno di loro è tornato per dire “Campo!”. Nessuno di loro è tornato per salvare tutti.

Allora li ho cercati consumandomi finché di me non è rimasto nulla, se non quel ramoscello di ciliegio che desidera volare nei cieli di Chiang Mai.

Comincio a ricordare.

Una notte d’ottobre dissi a me stesso: “Mi sto per slegare”.

Una mano angelica mi tirò giù: amava il caffè (per quanto la eccitasse terribilmente) e leggeva Ivanov. Se n’era talmente appassionata da imparare a memoria il primo capitolo dei suoi Peterburgskie zimy. Mentre mi raccontava di quanto le piacesse un’altra delle sue opere, Raspad atoma, io trovavo sempre il pretesto per inserire nel discorso Dostoevskij e Majakovskij.

Ieri eravamo a Chiang Mai a ridere di come le coppie sperassero che le proprie lanterne volassero insieme come simbolo del proprio amore. Tu, invece, continuavi a tenermi giù.

Ti dicevo:

-Non pensi che Tolstoj sia un po’ logorroico?

-Beh, anche tu lo sei a volte.

E ridevi.

Allora come sono finito qui?

Sto tornando a casa.

Author: Sergio Garofalo

Dopo aver conseguito il diploma socio-psicopedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia, approdo nel mondo delle lingue straniere iscrivendomi al corso di studio in Culture delle lingue moderne e del turismo dell’università di Bari. Attualmente sto approfondendo la grammatica e la cultura della lingua russa, inglese e portoghese, ma spero di allargare il campo delle conoscenze ad almeno venti lingue aggiungendo ad esse, magari, una seconda laurea in psicologia.
Lupo solitario, sempre con una penna ed un taccuino nello zaino, spero di poter ultimare un giorno il romanzo cui sto dedicando tutto me stesso, per non finire con gli anni, ormai maturo, uggioso e nostalgico, a celebrare la vita con la maschera di un libro che non ho mai scritto, ma che sapeva di me.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!