Foto di copertina a cura dell’autore

Mio nonno non esce più molto di casa. Mia nonna lo ha lasciato come un tavolo a tre gambe: con abbastanza appoggi da rimaner fermo ma pochi sostegni per riuscire a trascinarlo senza vederlo cadere ricordandola. Vado a fargli visita a giorni alterni, nei ritagli amorfi di tempo, al mattino o alla sera, trovandolo ogni giorno più radicato alla poltrona, con le caviglie nodose come rami d’ulivo. Mi racconta, fissando il vuoto lattiginoso d’una cecità che avanza, di quando, nei tempi che furono, si andava in campagna e i terreni si misuravano con unità fuori dal Sistema Internazionale.

La laurea è ormai certa e vicina, la noia incombe come segugio e il dopo è un nodo alla gola che si traduce spesso in immotivati rigurgiti di nervosismo. In altre parole, sto vivendo quel periodo paradossale che io e Eleonora chiamiamo dell’aspettativa delusa.

Sei lì, il tuo diploma ti aspetta e tutti son felici per te e tu incazzato con loro perché felici per te. Sembrava più bello, da lontano, il raggiungimento dei 180 crediti. I parenti chiedono insistentemente quando potranno complimentarsi con te e chiamarti finalmente dottore. Vogliono sapere il titolo della tesi e annuiranno, accomodanti, quanto più incomprensibile sarà l’intestazione di quelle 50 pagine rilegate per 50 euro. Non rimane che, almeno, gioire delle proprie finanze.

In periodo di laurea, chi non ti conosce abbastanza da saper cosa regalarti né abbastanza poco da limitarsi agli auguri diventa una miniera d’oro. Il conto corrente che hai aperto prima di partire e diventare un fuorisede vede cifre fino ad allora sconosciute, credute raggiungibili solo dopo il primo contratto lavorativo. E invece, dopo la laurea, i soldi entrano, in abbondanza.

 

Mio nonno cominciò dalla terra. Aveva studiato, era diventato ragioniere, e sposò mia nonna che aveva l’età che ho mentre scrivo queste parole al pc sul divano di casa. Erano i tempi delle vacche grasse, anzi, delle vacche che se solo avessero voluto, avrebbero potuto spostare le vacche obese e le stalle e arrivare alle stelle. Cosa che fecero, in tutti i sensi. Cominciò, mio nonno, dalla terra, dalla dote, una specie di eredità anticipata che i genitori lasciavano ai figli man mano che si sposavano. Non gli diede niente, la terra, ma cominciò da quella. Durò poco la sua storia d’amore coi campi, poi decise di aprire, con mia nonna, un negozio.

 

Non so se la laurea mi darà qualcosa: non è pessimismo, non è quell’apatia di cui le generazioni precedenti ci accusano. E’ piuttosto disillusione: adesso cominceranno le lezioni della specialistica, passeremo un anno di novità, nuovi colleghi e nuove feste, nuovi album d’ascoltare e poi un altro diploma e il curriculum. Arriveranno le risposte, invieremo domande, riceveremo risposte a domande che non abbiamo formulato e ci faranno domande a cui non sapremo rispondere. Forse mi darà il lavoro, la laurea, e forse non sarà il lavoro dei miei sogni, ma è solo per iniziare. Ma è una vita che inizio nuove esperienze: e mai una che termini così come è iniziata. Sono matrioske, queste esperienze.

Mio nonno racconta spesso di quando  si piantano gli alberi e si fanno gli innesti. In particolare, mi è sembrato di capire, ama raccontare di quando piantò gli alberi a casa sua, la villa in cui adesso vive mia zia. Ci sono pini, limoni e siepi, tutti piantati da lui. E’ felice quando si parla di terra, come un contadino che parla di un’annata particolarmente fruttuosa.

Quando frequentavo il liceo piantai, in uno dei vasi sul balcone di casa, una cipolla. Nacque come una scommessa con mio padre: di lì a poco piantai altre piante, fino a riempire il balcone di verde variegato. La cipolla diede vita ad un fiore stupendo, una specie di grosso soffione viola. Quando decisi di raccogliere le cipolle figlie però, sottoterra non trovai nulla. Piccoli bulbi bianchicci pieni di difetti, molto differenti dall’aspettativa di cipolla generata dal mercato. Fui felice lo stesso.

Dopo la maturità liceale abbandonai il mio balconorto per trasferirmi in una lontana città del Nord. Non ho più piantato nulla e l’unico contatto col mondo botanico fu un amico che mi chiedeva consigli su come mettere la terra in un armadio. Capì in seguito voleva far fiorire una grossa pianta di marijuana in camera da letto.

Mano a mano che il negozio prendeva, mio nonno vendeva i suoi terreni che oggi ricorda, tra l’altro, tutti per nome. Il Toppone, la Cinquanta, il Belvedere. Parenti lontani ormai persi. Rimane oggi, adibito a uliveto, un piccolo triangolo di terra che mio padre cura per farci l’olio da mettere sulle bruschette.  Non lo visitava da molto, quel suo terreno orfano, mio nonno. Qualche giorno fa decisi di portarcelo, quell’albero antico, in mezzo ai suoi ulivi. Ma è piovuto, e aveva paura di scivolare.

I soldi della laurea li investirò in un piccolo terreno, ho deciso il giorno dopo. Mia sorella ha cercato di farmi demordere,  alcuni amici hanno tentato di spiegarmi l’importanza della liquidità”, altri ancora m’hanno appoggiato: “… è  il momento giusto Fra’, adesso i prezzi sono bassi”. Non ci hanno preso, non ho saputo spiegarmi bene, e allora cerco di farlo in questa specie di articolo.

Ivana mi ha scritto “… sei tutto al contrario. Gli altri ci comprano un biglietto aereo con i soldi della laurea, tu un terreno. Gli altri vogliono volare, e tu cerchi le radici”. Credo sia così, più o meno. Ma senza voglia di sentirsi diversi, senza propulsione eco chic, senza voglie d’isolamento né bisogno d’alternativismo. Me lo immagino, piuttosto, come il luogo adatto a soddisfare le  neonate voglie di stabilità, normalità e abitudinarietà.

Ho vissuto quattro anni lontano da casa, in un posto che veramente non mi è mai piaciuto, non fosse stato per le persone che ci ho trovato. Ho predisposto, nel mio fondo immaginato, uno spazio per il falò. Magari verranno un giorno, dal Nord, i miei amici a sentire gli odori pugliesi che mai ho saputo realmente rendere con le parole.  E le piante, dentro il mio giardino, saranno autoctone e biologiche, non tanto per salutismo quanto per menefreghismo: non ho intenzione di guadagnarci, d’altronde non guadagna dalla terra chi la coltiva per mestiere, figuriamoci me. Se vi troverete a passare dinanzi ad un terreno solo apparentemente incolto, piccolo, con le ceneri ancora calde e qualche mozzicone lasciato sulla terra, non giudicatelo male. E’ solo frutto di un nipote cambiato.

Mio nonno è stato felicissimo: sei saggio, nipote mio. Poi gli ho spiegato meglio quello che intendo fare, e lui non mi ha capito completamente. Devi pensare a studiare, quello può restare un passatempo. Spero si sbagli, almeno un po’.

E chissà se suo nonno gli disse lo stesso.

 

Author: Francesco Paolo Lagrasta

Nato a Sud nel 1993, di professione studente, scrittore per vezzo, ingegnere per necessità, lettore per piacere. Alto uno e settantatrè, preferisco casa ai pub, la doccia completa al bidet.

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