La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è entrata nel vivo negli ultimi due anni e le due superpotenze, in questo contesto, hanno ora il pretesto per costruirsi il proprio spazio geopolitico nel mondo. Nel frattempo l’Europa e i suoi Paesi non sanno ancora che fare.

Un nuovo mondo bipolare?
Donald Trump e Xi Jinping, rispettivi presidenti di USA e Cina, sono le due personalità che dominano oggi gli affari internazionali. Personalità antitetiche che geopoliticamente fungono da nuovi itinerari per il resto dei Paesi del mondo.

La conferma di ciò? Viene dall’ultimo vertice del G20 in Giappone. I caratteri dei due presidenti in ambito geopolitico hanno delineato un nuovo ordine mondiale che man mano si sta consolidando.

Nonostante la presenza di tutti i più grandi leader mondiali al tavolo delle discussioni tutti i riflettori erano puntati sull’“incontro prolungato” tra Trump e Xi offuscando il resto dei topic all’ordine del giorno.

Al termine non sono mancate le rispettive osservazioni positive sull’allentamento delle tensioni nella guerra commerciale. Ma a concretizzare questo nuovo assetto bipolare ci sono i risvolti geopolitici asiatici e il duello economico tra questi due big internazionali.

L’Europa, invece, si trova davanti ad una scelta difficile: chi tra questi due Stati è il partner ideale?
L’ex segretario di stato americano Henry Kissinger nel suo libro sulla Cina del 2011 scrive che “Otto von Bismarck, probabilmente il più insigne diplomatico della seconda metà del XIX secolo, una volta disse che, in un ordine mondiale formato da cinque Stati, è sempre desiderabile fare parte di un terzetto. In un sistema a tre paesi, si dovrebbe concluderne, è sempre desiderabile stare in una coppia.”

I tre paesi a cui Kissinger fa riferimento erano Cina, Unione Sovietica e Stati Uniti. L’ordine mondiale che avrebbe chiaramente preferito è quello formato da Cina e Stati Uniti che collaborano per contrastare l’URSS.

Kissinger contestualizzava il suo saggio ai giorni della guerra fredda (1947-1991), un periodo di forte tensione geopolitica tra Stati Uniti e URSS e i loro rispettivi alleati.

Facendo riferimento a questa teoria di Bismarck e Kissinger allo scontro USA-Cina la rivista Business Spotlight si è chiesta: ma l’Europa con chi dovrebbe stare e perché? Questo quesito provoca più di un grattacapo. Trump e Xi rappresentano qualcosa di nuovo rispetto a ciò che siamo stati abituati a studiare con la Guerra Fredda.

La trappola di Tucidide, ovvero la crescente rivalità tra la superpotenza in ascesa e la superpotenza riconosciuta, in cui si sono cacciati Usa e Cina dividono il mondo di oggi in due modelli economici e più che ideologici.

All’interno di questo scontro si inseriscono anche il resto dei Paesi che orbitano intorno alle superpotenze e che costituiscono la maggior parte del commercio globale.

Un conflitto incombente
In un articolo del Financial Times intitolato “The looming 100-year US-China conflict”, l’editorialista Martin Wolf scrive che questa rivalità “è lo sviluppo geopolitico più importante della nostra epoca” – aggiungendo che – “costringerà sempre più tutti gli altri [Paesi] a schierarsi o a lottare per la neutralità. Ma non è solo importante. È pericoloso. Rischia di trasformare una relazione gestibile, sebbene irritata, in un conflitto globale senza una buona ragione.”

La prospettiva di una Seconda Guerra Fredda può esserci solo che questa a differenza della prima questa volta coinvolge la Cina anziché l’URSS e in più non ha le sue origini in un dibattito ideologico, comunismo-capitalismo, ma ha puramente una natura economica.

A Washington credono da tempo di aver subito da Pechino furti di proprietà intellettuale perciò il presidente Trump sta respingendo la Cina con i Dazi, una misura scorretta stando ai trattati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Questa mossa di conseguenza influenza la catena di approvvigionamento da cui quasi tutti gli altri Paesi dipendono per produrre i loro beni.

Quindi, come dovrebbe reagire l’Europa? Per quella parte di europei che sognano un’America più simile all’Europa la risposta sarebbe stata più semplice se al posto di Trump ci fosse stata Hillary Clinton.

L’Europa ovviamente condivide molti più valori con gli Stati Uniti che con una Cina autoritaria. Ma le politiche trumpiane dell’“America First” mettono in difficoltà l’Europa, compresi Canada e Giappone.

Tutti questi Paesi e in particolar modo la Germania sono legati alla Cina tramite l’import e agli USA per surplus commerciale, quindi la scelta tra Washington e Pechino non è tra est/ovest o buoni/cattivi. Ma la risposta è esistenziale da un punto di vista industriale-economico-tecnologico.

Containers crash. Illustrazione di Ferguson Financial Times.

Un’Europa divisa
Se guardiamo a nord, possiamo vedere quanto sia disunita l’Europa. Seppur aperti al multilateralismo i Paesi nordeuropei sono rivali della Cina economicamente, ma non la ritengono un nemico politico e allo stesso tempo rifiutano completamente le scelte politico-economiche di Donald Trump.

L’UE, invece, essendo una comunità basata sullo stato di diritto e, come tale, i trattati e l’ordine internazionale sono di conseguenza importanti, sostiene l’alleanza transatlantica e vede in Pechino un nemico politico e militare.

Ma Bruxelles manca di una chiara direzione da intraprendere e i suoi principi fondanti la lasciano in una posizione ostile sia con Cina che con gli Stati Uniti, nel mentre cercano di ottenere un vantaggio geopolitico usando la loro potenza economica.

Diverse ideologie
La guerra commerciale di Trump ha colto di sorpresa la Cina perché rimane dipendente dagli Stati Uniti per così tante tecnologie essenziali, ma la Cina sta passando dalla difesa all’attacco e ha una sua carta vincente.

Alla fine di maggio, Pechino ha presentato il proprio elenco di società straniere “inaffidabili” e ha minacciato di interrompere le esportazioni di metalli delle terre rare, che sono essenziali per l’industria dell’alta tecnologia. La Cina produce oltre il 95% mondiale di terre rare come cerio, praseodimio e ittrio.

Gli ossidi di terre rare sono utilizzate in molti apparecchi tecnologici: superconduttori; magneti; alliganti in numerose leghe metalliche; catalizzatori; componenti di veicoli ibridi;
applicazioni di optoelettronica; fibre ottiche (erbio); risonatori a microonde.

In un forum sulla sicurezza a Washington ad aprile, Kiron Skinner, direttore della pianificazione politica presso il Dipartimento di Stato americano, ha descritto la competizione con la Cina come “una lotta con una civiltà molto diversa e una diversa ideologia”. Ha anche detto che mentre la “Guerra fredda costituiva […] una lotta all’interno della famiglia occidentale”, il confronto con la Cina è “la prima volta che abbiamo un grande concorrente non caucasico”.

Li Zheng, assistente ricercatore presso il China Institutes of Contemporary International Relations, ha risposto a Skinner sul China Daily, un quotidiano in lingua inglese di proprietà del Dipartimento Pubblicità del Partito Comunista Cinese, affermando: “Le osservazioni razziste non sono nuove nei circoli politici e sociali statunitensi, ma prima che l’attuale amministrazione prendesse il suo posto, non provenivano dalla bocca dei funzionari statunitensi”.

Illustrazione di due container sulle tensioni commerciali tra USA e Cina

Le parole di entrambe le parti ricordano il linguaggio usato durante i giorni più bui della guerra fredda. In seguito all’accordo Trump-Xi al vertice del G20 in Giappone di giugno per riavviare i colloqui commerciali, il mondo spera ora che una tregua porterà alla pace.

Ma la maggior parte degli osservatori della politica americana affermano che molto dipenderà dalla campagna di rielezione del presidente Trump il prossimo anno. Un accordo con Xi Jinping potrebbe essere venduto agli elettori come il “miglior affare della storia” mostrandosi come un vincitore. O al contrario Trump potrebbe sfruttare di nuovo la narrazione della minaccia cinese per farsi rieleggere.

Author: Roberto Del Latte

Da blogger indipendente ho deciso di fondare Cronache dei Figli Cambiati. Sono laureando in lettere moderne a Bari e appassionato di politica estera. Ho collaborato con diversi web-magazine, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, occupandomi di politiche energetiche, la politica degli Stati post-sovietici e geopolitica delle religioni.

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