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Il 23 settembre è uscito il cofanetto Who Can I Be Now? (1974-1976) che contiene tutti gli album in studio (compresi differenti mix ed anche un album semi-inedito), i live e un disco di bonus track della cosiddetta “fase americana” di David Bowie.

Decido di ascoltare, su Spotify, qualche disco della raccolta, così per rispolverare alcuni dei miei dischi preferiti. Parto proprio dal semi-inedito The Gouster, versione “primitiva” dell’album Young Americans ( pubblicato nel 1975) che include alcuni pezzi del suddetto LP in un diverso mixaggio e altri pezzi apparsi nel corso degli anni come singoli o come tracce bonus in varie ristampe (ecco perché è sbagliato spacciarlo per album inedito). Che dire… molto bello, indubbiamente, nell’insieme, molto più funk, sensuale e soprattutto omogeneo di Young Americans.

Non mi fermo, voglio ri-ascoltare per l’ennesima volta il mio preferito (della raccolta): Station to Station (pubblicato nel 1976).

Parte il primo brano, quello che da il titolo all’album: l’intro di un treno in corsa, il riff di piano di Roy Bittan e la chitarra graffiante di Earl Slick… e poi il canto iniziale “The return of the Thin White Duke / throwing darts in lover’s eyes”… comincio a cantare anch’io (a volte in uno pseudo-inglese) ed ecco arrivare il ritornello: “It’s not the side-effects of the cocaine / I’m thinking that it must be love…”. Traduco: “Non sono gli effetti collaterali della cocaina / Penso proprio che questo sia amore…”.

La cocaina: eccoci ricollegati al titolo di questo articolo; eccoci giunti al capolinea, tanto per rimanere in tema. La cosiddetta “fase americana”, che come suggerisce il titolo della raccolta va dal 1974 al 1976, è stata per Bowie anche la fase esistenziale più critica della sua vita. Proprio riguardo a Station to Station disse qualche tempo fa: “Ascolto Station to Station come se fosse un’opera di una persona completamente diversa… è un album estremamente tenebroso”.

Quella “persona diversa” viveva a Los Angeles che al tempo era un “alveare” di tossici, satanisti e tanta altra gente fuori di testa (nella città si ascoltavano ancora gli echi di Charles Manson e del suo gruppo). Bowie come tutte le rockstar dell’epoca si dava agli eccessi più disparati e la cocaina era ormai un appuntamento fisso di quelle giornate (probabilmente anche per sostenere i vari impegni lavorativi) di “costante terrore psichico”.

Quando non era in studio di registrazione ad incidere, quando non era in tour o ancora quando non era in qualche set cinematografico (in quegli anni uscì il suo primo film da protagonista L’uomo che cadde sulla Terra), Bowie era solito starsene nel suo appartamento a Doheny Drive, completamente distaccato dal mondo e dalla realtà: finestre serrate, candele nere accese come unica fonte di luce, manufatti egizi come arredamento, scritte, svastiche e simboli esoterici sulle pareti.

In un’intervista dell’epoca, l’amico Elton John arrivò ad affermare che il Duca Bianco sarebbe morto da lì a poco. Bowie pesava solamente quaranta chili e si ostinava a condurre una dieta basata solamente su latte, peperoni rossi e poco altro. Leggeva molto Bowie all’epoca, soprattutto testi sulla Kaballah ebraica e di Aleister Crowley. Arrivò persino ad avere strane paranoie e manie di persecuzione: metteva la sua stessa urina in frigo ed era ossessionato dall’idea che una setta di satanisti volesse il suo sperma per mettere al mondo l’anticristo durante una messa nera. Lui stesso si prestò a riti magici, come quando immerse un immagine del diavolo in piscina e portò ad ebollizione l’acqua fino a quando l’immagine non si dissolse nell’acqua.

David Bowie alla fine riuscì ad uscire da tutto questo, grazie ad un percorso di vita che lo riportò in Europa e che sfociò artisticamente parlando nella “trilogia berlinese” (Heroes vi dice qualcosa?) ma questa è un’altra storia. Scopo dell’articolo è anche sottolineare la profonda compenetrazione tra vita e creatività e di come questa possa essere “illuminata” anche da una vita “oscura”. Station to Station è l’esempio più calzante per questa tesi… ascoltare per credere!

Author: Nunzio D’Alessandro

“Studio filosofia presso l’Università di Bologna. Mi appassiona ricercare e ascoltare la musica anni ’70/80 dal rock progressivo alla new wave. ”

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