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Atei, scettici e non, ci si ritrova, nel bene o nel male, a sentirsi più o meno coinvolti dall’atmosfera pasquale. Restano, al di là del credo professato, le tradizioni. Pare che non molti anni fa, in queste giornate, i genitori, nelle famiglie cattoliche, chiedessero ai loro bambini di non accendere la TV (quando l’avevano). Il silenzio doveva regnare, perché qualcuno era morto. Colpisce forse, oltre all’essere anacronistico (tanto quanto assurdo) del gesto, anche un senso di rispetto che, oggi, difficilmente riusciremmo a mettere in pratica. Al di là della retorica e delle omelie che lasciamo ai parroci nelle chiese, oggi ci proviamo, nel solco di questa usanza demodè a fare silenzio, un silenzio che ha lo scopo di essere provocatorio, pur restando comunque silenzio perché i pensieri, come la neve, non fanno rumore.

Nel 1970, un certo Fabrizio De André, dopo un concerto tenuto a Brancaccio dichiarava:

Quando scrissi “La Buona Novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

De André scrive La Buona Novella con Roberto Danè, leggendo passo dopo passo i Vangeli Apocrifi, il Protovangelo di Giovanni e il Vangelo arabo dell’infanzia in particolare. Lo scopo che De André voleva raggiungere era quello di una demitizzazione di queste figure che, volenti o nolenti, ci raccontano sin dall’infanzia. Faber ne avrebbe voluto (e ci riesce) cogliere l’umanità, le passioni, le sofferenze. Ci racconta una favola rivoluzionaria, che nelle navate delle chiese spesso ci ha annoiati. La prima traccia, di pochissimi secondi, è Laudate Dominum, che sembra un canto liturgico ed è anche un inizio che ritornerà nell’ultima traccia.

Si comincia con la storia di una donna, Maria. Il ritmo della canzone, con gli intermezzi del coro, sta a sottolineare le ingiustizie che Maria ha dovuto subire, dal matrimonio che le venne imposto alle ore di penitenza trascorse “a cibo e Signore“. Accanto a Maria c’è Giuseppe, più in là con l’età, a cui questa bambina fu affidata come sposa. Due personaggi che sembrano non avere voce in capitolo, due umani che si muovono come burattini, vittime e prescelti di decisioni più grandi di loro. E siccome la Buona Novella è un concept album, la canzone precedente si chiude con Giuseppe che va via per quattro anni e continua con Il ritorno di Giuseppe. Quest’ultima comincia con melodie orientali e finisce con una parte lenta e dolcissima in cui Giuseppe, nell’abbracciare di nuovo Maria al suo ritorno, quando la stringe, scopre “vita recente”. Maria è incinta e Giuseppe che cerca la ragione delle rotondità di sua moglie, ottiene come responso il fatto che quella risposta in realtà si trova in un sogno. De André racconta in questa canzone (e chissà che non sia il solo), l’essere coppia di Giuseppe e Maria, come si narra di due persone che si amano profondamente, nonostante tutto.

Il sogno di Maria, che segue, è una canzone che ha in sé qualcosa di ineffabile. La sua valenza icastica è così alta che forse nemmeno nelle Annunciazioni di Leonardo o Beato Angelico ci si sente così coinvolti, tanto il cantautore genovese delinea nitidamente la scena. Gabriele e Maria, in un atmosfera primaverile, nella brezza, si parlano, Maria ha paura per quello che l’aspetta, vuole quasi fuggire, ma poi vede “l’angelo mutarsi in cometa” e capisce. Una rappresentazione questa che vale, appunto, più di mille quadri.

Qui, De André, alla traccia numero 4 compie, non a caso, il miracolo. Della Buona Novella, che si ama integralmente, probabilmente ogni conoscitore ha la sua canzone-rifugio, quella che continua a fargli lo stesso effetto anche se ascoltata infinite volte, Ave Maria è potenzialmente una di queste. Ave Maria è un’ode a Maria degna di Dante, è un’ode alla maternità, alla femminilità che solo la grazia delle parole del poeta genovese poteva osare. De André in poco più di due minuti, racchiude l’essenziale dell’essere donna in una melodia che forse gran parte di noi avrebbe voluto durasse di più, per l’immensa dolcezza. Che non ci tragga in inganno però questa dolcezza, perché quest’ Ave Maria è una canzone che vuole condannare un modello tradizionale di famiglia, criticandone anche la componente patriarcale.

Qui la storia fa un salto nel tempo: siamo nella bottega di Giuseppe, martelli e pialle scandiscono il ritmo della canzone. I gesti dell’artigiano vengono descritti meticolosamente nel costruire quella che sarà la tomba del suo essere un padre a metà. E così siamo arrivati a Via Della croce, una delle canzoni più politiche di quest’album, in cui oltre alla reazione del popolo, oltre alla vicenda della crocifissione, fanno capolino temi come le logiche di potere, i servi di partito, la crudeltà umana che si manifesta in tutta la sua natura. I dettagli quasi macabri della violenza sul corpo hanno come sottofondo gli ultimi pensieri di Gesù. La canzone trasuda così tanto dolore, che nemmeno il tamburello in sottofondo ha la capacità di nascondere e lenire. La rabbia è rivolta a chi non ha saputo riconoscere il Messia, ma anzi lo ha fatto diventare capro espiatorio. L’uomo, simbolo di un cambiamento rivoluzionario, sta morendo, sembra quasi che il Male abbia già vinto sul Bene. Ma non è così, ci sono i poveri che piangono altrove, ci sono i ladroni, che insospettabilmente e paradossalmente stanno accanto a Gesù. In Tre madri, sono le tre madri dei condannati, Tito, Dimaco e il  Messia, ai piedi della croce, che soffrono per un dolore straziante, il più straziante che ci possa essere. Maria, è lì con loro e, a lei nonostante sia la madre di Dio, non viene fatto nessuno sconto, perché le è riservata la stessa sofferenza.

Siamo alla fine e questa De André la bollò come una delle canzoni meglio riuscite. Tito in croce con Gesù, ripercorre attraverso i comandamenti la sua vita dissoluta, lui che ha violato ogni genere di legge divina. De André quasi sfiora la blasfemia con questa canzone, anzi la confessione di Tito è una continua bestemmia. Tito è il cattivo della storia, ma è meno cattivo degli altri, dei farisei, di coloro che non hanno riconosciuto questo eroe rivoluzionario che era Gesù, di chi ha rubato, ucciso, bestemmiato fingendo di rispettare i comandamenti stessi. Ma ogni volta, ad occhi chiusi, si  trattiene il fiato, aspettando l’ultima strofa, Tito, ultimo fra gli ultimi, sulla croce si guadagna la redenzione, perché “nella pietà che non cede al rancore“, nel vedere un uomo che muore, Tito impara l’amore. I versi non c’erano nella versione precedente della canzone, furono aggiunti dopo. Faber ci piazza davanti l’umanità, gli errori, la malvagità, il sozzume del mondo e lo distrugge alla fine con la parola Amore, come se ci avesse sganciato addosso un’atomica. L’amore, che non ha nessuna connotazione teologica e che, per questo, pugnala e meraviglia rendendoci tutti Tito, nessuno escluso.

Crediamo che questa sia la Buona Novella che De André ci ha lasciato in dono per sempre, certo alla sua maniera, con toni provocatori, irrispettosi, blasfemi quasi, mettendosi con precisione a sdoganare tutto: la divinità, la famiglia tradizionale, la normalità, la concezione della donna, la “cognizione del dolore”, il potere e la morte. Faber, come già aveva fatto con l’Antologia di Spoon River, rivisita qualcosa di noto, dandogli una nuova forma e un nuovo significato. Attraverso La Buona Novella ci lancia un messaggio di speranza, ci insegna che non è mai troppo tardi per lottare, che non è mai troppo tardi per cambiare, nemmeno in punto di morte, nemmeno per la Pace.

Foto: Copertina dell’album La Buona Novella

 

 

 

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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