Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Ricordo quando eri indeciso
E abusavi dell tua influenza.
A volte ho fatto la stessa cosa:
Ho abusato del mio potere, pieno di risentimento.
Risentimento che si è trasformato in una depressione nera.
Mi sono trovato a urlare in una stanza d’albergo.
Non volevo autodistruggermi,
Il male di Lucy1 era tutto attorno a me.
E così sono corso via in cerca di risposte.

Kendrick Lamar, Alright.

 

Ormai l’industria artistica vive di hype e periodicamente rivolge i suoi occhi in maniera adorante ad un artista. Tutti, gli addetti ai lavori, la stampa, la scena specifica in cui l’artista si colloca ne tessono le lodi per poi girare gli occhi e, a cadenza mensile, adorare qualcun altro. Altre volte la adorazione è giustificata, accompagnata da artisti ed opere il cui status più che un riconoscimento, sono il giusto tributo da pagare per ciò che riescono a fare e dire con i loro linguaggi, qualsiasi essi siano. E’ il caso di Kendrick Lamar, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo nuovo album: DAMN. E a giustificare ciò ci sono le mosse di marketing di cui il rapper di Compton non ha fatto a meno, rilasciando a fine marzo il primo singolo, HUMBLE., che ha fatto salire le aspettative dei fan.

L’artista losangelino ha dato alle stampe quello che personalmente ho trovato uno dei più bei album del 2015, To Pimp a Butterfly: l’album è musicalmente eccelso, dove la sezione musicale sfocia nel free-jazz e ha ispirato Blackstar, l’ultimo album di David Bowie, parola del produttore storico Tony Visconti. I testi partono da alcune riflessioni molto intime di Kendrick, non è un mistero sia nato da un periodo di forte depressione ma si allarga così tanto da riflettere in un disegno sempre più ampio il rapporto col denaro, il potere politico e la sua relazione con la comunità nera. L’artwork, che è sempre importantissimo nella cultura rap, ha il suo punto di forza nella copertina, che vede un gruppo di ragazzi neri davanti alla casa Bianca che stappano bottiglie e mostrano “verdoni” sul cadavere di un giudice.

La foto è stata scattata da Denis Rouvre, sotto la supervisione di Kendrick Lamar e Vlad Sepeltov, che ha anche curato l’artwork di DAMN.

Pochi album rivendicano il ruolo sociale e l’orgoglio nero quanto To Pimp a Butterfly, la Casa Bianca non è un posto scelto a caso, gli edifici del potere americano come la stessa Casa Bianca, il Campidoglio, sono stati costruiti infatti da afro-americani schiavi e non. Due anni fa inoltre eravamo ancora nell’era Obama, un presidente che mai come nessuno ha aperto le porte agli artisti neri (tra cui lo stesso Lamar) chiamandoli in causa per riflettere insieme sulla riforma della giustizia.

                                    Uno scatto della visita di Kendrick Lamar nello studio Ovale.

La genialità di Kendrick Lamar sta nella costruzione: i suoi testi hanno migliaia di riferimenti, che passano dalla cultura di massa alla religione senza dimenticare il suo legame con Los Angeles e in particolare la zona di Compton. E il disegno si amplia quando si passa ad analizzare l’album: l’opera è concepita come un  “concept album”, racconta una storia attraverso i brani, pieni di collegamenti e autoriferimenti. Per capire bene la magnificenza dell’opera di Lamar bisogna quindi viaggiare con lui nei suoi brani, parola dopo parola.

BLOOD.

 

Anche DAMN. racconta una storia, che racchiude al suo interno le confessioni del rapper, che si mischiano alla storia che racconta. Il disco si apre con un BLOOD., un interludio, ossia una parte che di solito è all’interno dell’album e contiene una traccia parlata: il rapper ci racconta di aver visto una vecchia non-vedente per strada ed essersi avvicinato per aiutarla. La vecchietta però lo spara.
Un inizio del genere lascia di stucco ma se c’è un modo di seguire K-Dot (il soprannome di Kendrick) è solo attraverso i testi e gli indizi nascosti nei suoi versi.

Ma c’è un interrogativo che Kendrick pone a chi ascolta, anche se a posteriori sembra più una domanda rivolta a se’ stesso: deve riconoscere quale indole si nasconde dentro di sé, se quella di un uomo debole, schiavo dei suoi vizi ma nonostante la natura di peccatore, di indole buona oppure quella di un uomo malvagio. Questa dicotomia guida la comprensione e le due facce della personalità del rapper di Los Angeles che emergono a fasi alterne.

Metaforicamente la vecchia rappresenterebbe, usando una simbologia che risale al Deuteronomio, le conseguenze che portano alla dannazione, e in base alla scelta tra l’obbedienza a Dio o la ribellione al suo messaggio, spiega i due destini possibili a Kendrick: vita o morte.

DNA.

 

In DNA., probabilmente una delle vette dell’album a livello metrico, ritorna il tema dell’orgoglio black che però viene anche criticato adottando una visione a tutto tondo di ciò che ne circonda la cultura: Kendrick adotta il concetto del DNA vedendo se stesso e il suo sangue come immagine per il popolo afroamericano, il suo sangue contiene la regalità, di cui Lamar risale al significato etimologico citando la radice della parola negus: negus, è un vocabolo etiope che può significare sia Imperatore nero che regalità.

Non ha paura nel dire che ha la cocaina nel sangue, per i trascorsi di suo padre e addirittura paragona la sua nascita all’Immacolata Concezione per il ruolo che ha, sia per la scena rap americana che per la comunità nera.

YAH.

 

Il motivo religioso però esplode in YAH, dove cerca di allontanarsi dalla politicizzazione a tutti i costi della sua musica, preferendo vedersi come promotore di un messaggio di amore. Kendrick si identifica con la visione religiosa degli israeliti di colore: questa comunità vede gli afro-americani, i neri e i latino-americani come i discendenti delle tribù di Israele e per questo, essendo gli Israeliti i prescelti da Dio, lui li punirà per le loro iniquità, riferisce Kendrick attraverso una telefonata del cugino che cita una profezia contenuta nel Deuteronomio.

FEEL.

 

Un altro dei motivi ricorrenti e forse il più difficile da affrontare ed elaborare per lui, è la negatività con cui affronta la sua vita e che è alla base di una conclamata ed ammessa depressione. In FEEL. Kendrick diventa intimo e confessa di essere il suo stesso peso sulle spalle, ammette una disillusione fortissima per gli amici che non si son dimostrati tali, la paura per chi verrà dopo di lui, in quanto sente che partirà in una condizione di forte svantaggio economico e sociale, di chi lo guarda dall’alto in basso per capire perché ce l’abbia fatta. In To Pimp a Butterfly, la depressione era stata esplorata in “u”, dove Kendrick aveva detto di aver scelto “la strada, l’alcool e le troie” (cit.) riferendosi allo stile di vita in tour. Qui si esplorano le conseguenze: Lamar rimpiange la scelta rinchiudendosi nell’isolamento più totale. Il bersaglio, a metà del brano si sposta e ad essere sotto torchio ci va l’America, dove i neri vengono uccisi (non a caso, Alright di Kendrick è stato uno dei  brani simbolo di Black Lives Matter) o costretti alla strada da un sistema economico esclusivo, e alla contemporaneità, riempita di inutilità e gossip.

(Kendrick mentre si esibisce ai BET Awards del 2015, foto di Christopher Polk, Getty Images)

LUST.

 

In LUST., c’è un’analisi sul vizio come rappresentativa del mondo umano, in cui Lamar immerge anche se’ stesso. Il ritornello in cui domina la frase “I need some water” rievoca il bisogno di purezza a cui Kendrick aspira nonostante il mondo pieno di peccato che lo domina e lo strozza. L’immagine metaforica dell’acqua è stata utilizzata con lo stesso intento in un’altra opera nera che quest’anno è stata lodata, ossia Moonlight.

Bisogna vedere l’evoluzione di questi pezzi come dei piccoli passi che avvicinano la testa di Kendrick a quel proiettile sparato all’inizio del disco.

XXX.

 

In XXX, brano che vede la collaborazione degli U2, se nella prima strofa c’è un K-Dot che scivola ancora di più nel peccato, incitando un amico il cui figlio era stato ucciso per un debito di gioco ad una vendetta violenta, la seconda strofa è una dichiarazione lucidissima dell’America, impaurita e aggressiva, al termine della presidenza Obama e con lo spettro Trump alle porte: ricordiamo che il giorno in cui è uscito il disco, l’America ha sganciato la MOAB in Afghanistan.

Ave Maria, Gesù e Giuseppe,
La grande bandiera americana
È piegata e avvolta di esplosivi.
Disordine compulsivo, figli e figlie,
Quartieri barricati e confini.
Guardate quello che ci avete insegnato!
Ci sono morti sulla mia strada, sulla vostra strada, nei vicoli,
Negli uffici di Wall Street.
Banche, impiegati e boss con
Pensieri omicidi; Donald Trump è il presidente,
Abbiamo perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare mai più di lui.
Ma l’America è onesta? O ci stiamo crogiolando nel peccato?

DUCKWORTH.

 

La chiusura dell’album è quasi nietszcheana, mostra un disegno ciclico, tutto basato sul rapporto tra vita e morte. DUCKWORTH racconta di come il padre di Kendrick e Top Dawg, al secolo Anthony Tiffith, il patron dell’etichetta discografica del rapper si conobbero: Ducky, Lamar Sr. lavorava in un KFC ed era a conoscenza dei giri in cui Top Dawg era immischiato. Per scongiurare qualsiasi illecito violento, era p solito offrire pane e pollo in più quando Tiffith visitava il negozio. Sarà questo a far sì che nella rapina al KFC, Top Dawg non sparerà al padre di Kendrick, lasciandolo libero.

La decisione cambierà totalmente le loro vite: grazie a questa decisione, la catena degli eventi porterà innanzitutto Kendrick ad avere un modello paterno che eviterà il suo coinvolgimento nella criminalità e nelle gang che avrebbero potuto portarlo alla morte. E Top Dawg avrebbe potuto essere arrestato, di conseguenza non avrebbe fondato la etichetta discografica che ha messo sotto contratto Kendrick a 15 anni. La traccia, che si interrompe con degli spari, vede tornare la voce di Kendrick nel finale, che ripete il primo verso dell’album, che introduce l’incontro con la vecchia cieca, mostrando la natura ciclica e contraria dell’album.

Come una moneta lanciata verso il soffitto. Testa, vivi. Croce, muori.

 

Con Kendrick Lamar, il rap ha raggiunto un nuovo livello di trama. Divisa, costantemente in bilico, che rispecchia la personalità dicotomica del suo creatore. DAMN. è immagine e somiglianza di Kendrick. E’ una estensione allegorica del suo cervello. E’ una metafora in costante evoluzione, da psicanalizzare. E’ la sua storia, filtrata e adattata per connettersi ad un tempo, ad un luogo specifico e soprattutto a noi che ascoltiamo.

 

 

 

note:

1) Lucy si riferisce a Lucifero, soggetto dell’album e simbolo delle tentazioni terrene che causano conflittualità nella psiche dell’autore.

Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Scrivere e parlare di Antonio Gramsci, o anche solo riassumerne l’essenza, evitando banalità o superficialità, non è affatto un compito semplice. “Chi è Gramsci? Cosa è stato? Perché è importante ricordarlo?” In queste brevissime domande molteplici si nascondono gli argomenti su cui è possibile riflettere.

Per parlare di Gramsci ho ritenuto opportuno, con un’analisi personale e totalmente spontanea, far riferimento al titolo di una canzone di Francesco De Gregori. Il cantautore nel testo citava un certo Pablo, e ritornano frasi come “parlava strano e io non lo capivo”, “il padrone non sembrava poi cattivo”, “il pane con lui lo dividevo”, ed alludeva ad un uomo di sinistra che aspirava a coinvolgere tutti nella sua causa, ma che il protagonista, a causa della sua ignoranza, non riusciva a capire.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo” ricorda anche la frase di Ernesto Che Guevara: “sparami, ucciderai solo un uomo”. Come per dire che Pablo è stato ucciso ma le sue idee restano vive. Come l’essenza di Gramsci.
Lui è morto  ma i suoi pensieri sono rimasti vivi e lo stesso vale per le sue lezioni che sconfinano al di là dell’uomo comunista che fu. Non esiste solo un Gramsci politico…

Questa sua ubiquità negli anni successivi alla sua morte, si percepisce dai testi di scienze politiche, antropologia, linguistica, pedagogia, cinema e letteratura fino agli atenei delle università che vanno dal Pacifico all’Atlantico. A ottant’anni dalla morte (1937) proprio il suo lessico l’ha portato ad essere tra i pensatori italiani più citati e tradotti al mondo.

Lemmi come egemonia; società civile; rivoluzione passiva; concetto di classe sono oggi presenti nei dibattiti politici del partito spagnolo Podemos e di altre sinistre nel mondo. Negli USA, dov’è fortemente apprezzato, è stato installato da Thomas Hirschhorn il “Gramsci Monuments” nel South Bronx. In Cina dopo gli anni in cui il suo pensiero è stato condannato per “idealismo” è stato tradotto e studiato, nonostante gli evidenti problemi lessicali. Nei paesi arabi I quaderni dal carcere sono applicati alla comprensione dei movimenti degli ultimi anni da studiosi costretti all’esilio.

Leggere i testi politici del leader sardo in quest’era di post-verità e di post-ideologia, che fortemente condiziona i pensieri e i risultati elettorali, fa presupporre che molto ci sia ancora da dire e da fare.

Ne La città futura l’11 febbraio 1917 scriveva “Odio gli indifferenti”. Questo sentimento è giustificato dal paragone dell’indifferenza accostato all’abulia, il parassitismo e la vigliaccheria. Per Gramsci l’indifferenza non si ferma ad essere un peso morto della storia, ma finisce per operare inconsciamente fino a sconvolgere i programmi e i piani meglio costruiti fino a rovesciarli.

L’indifferenza strozza l’intelligenza abbattendosi sulle masse che abdicano a loro volta, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Il suo pensiero è vivo nell’attualità della lotta contro le disuguaglianze e della complessità dei processi di modernizzazione, argomenti che spesso sono stati tacciati di anacronismo. È presente nella nozione di egemonia politica e culturale, che oggi nelle sue carenze coinvolge in particolar modo le democrazie occidentali, se si tiene conto della corruzione nella società civile. È presente anche nei discorsi pieni d’odio, nella circolazione delle false informazioni e dall’espressione pubblica di risentimenti razzisti. Dato di fatto è il demagogo che oggi sostituisce la figura del leader politico. Bisogna sempre ricordare che per Gramsci il softpower dell’egemonia culturale non dura senza l’hardpower del controllo delle risorse economiche.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Dietro le parole di quest’uomo cosa c’è? Perché continuiamo a studiarlo? Forse per necessità e/o voglia di fare una riflessione rigorosa? Probabile! A maggior ragione  nell’epoca dove i pensieri di pancia sono i più forti. Questo è un richiamo non solo alla sua figura, ma anche al desiderio di recuperare quel pensiero politico non violento che oggi pare perduto.

Il titolo del mio articolo è frutto di un personale pensiero casuale e non vuole assolutamente alludere alla pubblicazione di Giovanni Zanardelli; Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo; Prospettiva Editrice; 2017.

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

La Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore è un evento patrocinato dall’UNESCO che si tiene il 23 Aprile ogni anno dal 1996 per promuovere la lettura e la pubblicazione dei libri.

Secondo una recente indagine Istat in Italia ci sono oltre 4 milioni di lettori di libri in meno rispetto al 2010. Dai dati emerge che nel 2016 sono circa 33 milioni le persone con più di 6 anni che non hanno letto nemmeno un libro di carta in un anno, cioè il 57,6% della popolazione, la stessa quota che era stata toccata nel 2000.

Ma in un’occasione come questa, invece di considerare la lettura come un fenomeno del quale valutare in maniera chirurgica deficit e statistiche, occorrerebbe forse misurarsi e far misurare lettori effettivi e potenziali con quella che è la reale intima esperienza della lettura perché leggere non è un processo meccanico che implica un sordo e freddo assoggettamento alla parola di una pagina stampata.

Leggere è “un processo che coinvolge mente e occhi insieme, un processo d’astrazione o meglio un’estrazione di concretezza da operazioni astratte, come il riconoscere segni distintivi, frantumare tutto ciò che vediamo in elementi minimi, ricomporli in segmenti significativi, scoprire intorno a noi regolarità, differenze, ricorrenze, singolarità,sostituzioni, ridondanze”

scrive Italo Calvino in Mondo scritto e Mondo non scritto. E Calvino è uno dei pochi autori che hanno condotto una vera e propria indagine su un atto che viene spesso dato troppo per scontato e lo ha fatto dedicando svariati saggi al tema ma soprattutto consegnandoci un’opera tanto singolare come Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un’opera in cui la figura dell’autore e quella del lettore si con/fondono in un gioco in cui si svelano i meccanismi sottesi a quel misterioso incontro che avviene fra le pagine di un testo. Calvino nello spiegare il suo lavoro scrive:

“è un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. […] Ho dovuto scrivere l’inizio di dieci romanzi d’autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro […] più che d’identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato d’identificarmi col lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. […] Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri.”

 La lettura per Calvino è infatti un’esperienza soggettiva che lascia tracce diverse su ogni individuo. In Perché leggere i Classici l’autore scrive: “Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.” Ognuno di noi è quindi in realtà portatore delle centinaia e migliaia di esistenze raccolte tra le pagine che lo hanno accompagnato e che finiscono in qualche modo per costruirgli intorno un’identità fondata sulla molteplicità. La molteplicità di cui parla Calvino ne Le Lezioni Americane è quella delle coscienze. Quale atto è infatti più democratico della lettura? È una forma di comunicazione pura in cui si accoglie la parola dell’altro praticando un silenzio interiore che raramente conosciamo. Ma è anche un processo di transfert in cui si guarda al mondo indossando uno sguardo estraneo, dando forma a quello che è probabilmente il più puro ed intimo esempio di contatto umano.

Nella sua ancestralità la lettura è in realtà ancora oggi la più forte ed efficace esperienza interattiva che si possa compiere. Nell’abitare gli svariati corpi dei personaggi con cui entra a conoscenza e nel vivere e assaporare i tempi e gli spazi che appartengono loro, il lettore si fa protagonista di un’immensa varietà di esistenze in un puro, breve e provvisorio momento di convergenze temporali. E lo fa mettendo in moto un processo cognitivo che, passando prima per il corpo e poi per la mente, crea una forma di conoscenza altrimenti inafferrabile. Questa conoscenza passa prima di tutto per un’autoconoscenza  perché “la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo col libro, col nostro mondo interiore attraverso il mondo che il libro ci apre.”

Con la straordinaria ironia che tanto lo caratterizza, Calvino apre il suo romanzo con un cerimonioso quanto goliardico invito alla lettura che prende lo spazio di un intero capitolo in quello che è un gioco di strizzate d’occhio e complicità che instaura con il lettore.

 “Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.”

Calvino va poi a costruire un romanzo che è un costante lanciarsi ed aprirsi ad una storia che sembra non assestarsi mai finché il lettore non arriva a comprendere di essere lui stesso il protagonista di un racconto che gli affida la propria trama. E in questo Calvino si rende autore straordinario. Nell’elevare il mistero dell’incontro tra un narratore ed un lettore a tema del romanzo, Calvino spinge il lettore reale a guardare se stesso con la stessa lente indagatrice con la quale descrive minuziosamente i suoi piccoli rituali e a rendersi quindi cosciente di ciò che realmente lui/lei chiede al libro.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è quindi un romanzo che celebra la lettura sollevandola dalle ceneri dell’atto scontato per renderla una piena presa di consapevolezza. Nelle parole del narratore, sotto lo strato di compiaciuta ironia, si cela la poesia di chi vuole raccontare il piacere di un’esperienza che non trova quasi mai lo spazio per far parlare di sé, un’esperienza spesso relegata a strumento, a tramite, a filtro. Ma nel descrivere le piccole azioni che la circondano Calvino le restituisce una fetta di visibilità, ponendola sotto i suoi stessi riflettori in modo che possa auto raccontarsi e lasciare intravedere, anche se in minima parte, il suo misterioso richiamo. Quel richiamo che ogni giorno ci spinge ad andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.”.

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

La Finlandia è stata eletta da Travel Leisure and World of Wanderlust una delle migliori destinazioni nel 2017 per viaggiatori solitari. Inoltre è l’unico Paese europeo a figurare nella lista di Lonely Planet delle dieci migliori destinazioni al mondo del 2017.

Da un punto di vista economico, la Finlandia fatica a star dietro alle “stars” del Nord (Danimarca, Svezia e Norvegia) eppure, non ha nulla da invidiare ai Paesi Scandinavi in quanto a bellezza del territorio.

La Lapponia, in particolare, è un posto autentico e ospitale che celebra quotidianamente l’unione tra l’uomo e la natura.

Paesaggio Lapponia

Vi racconto di un posto speciale, Ivalo, un piccolo villaggio del comune di Inari, nella parte più a nord della Lapponia. Ivalo è una delle principali destinazioni  per chi vuole visitare la Lapponia, insieme a Levi, conosciuta per essere una buona località sciistica, e alla più famosa Rovaniemi, la sede del Papà di tutti i bambini: Santa Claus.

Ivalo è un grande villaggio in Lapponia: un aeroporto, due supermercati, qualche negozietto e due o tre bar e ristoranti in tutto. Quel che basta.

aeroporto ivalo Lapponia

L’areoporto di Ivalo

In questi luoghi, sembra che il Natale si viva tutto l’anno. Eppure, nonostante il bianco sia il colore predominante dell’anno, il decorrere delle stagioni muta i colori dei paesaggi così intensamente.

Siamo quasi ad Aprile. Le immense distese bianche sono interrotte da laghi, che dopo un lungo inverno di fermo, riprendono il loro corso naturale. Tutto intorno è silenzio, foresta di betulle e neve; pace e neve.

paesaggio lapponia

Non distante, si trova il villaggio di Inari, dove, quel giorno, come ogni anno, sarebbe avvenuto uno degli eventi più importanti per la comunità locale: la corsa delle renne. Si tratta di una competizione di due giorni, che vede sfidarsi adulti e bambini, anche piccolissimi, con le proprie renne in una corsa di due chilometri su scii. La corsa delle renne è alla 63esima edizione e attrae ogni anno sempre più gente. È il derby più atteso del circolo polare e c’è chi arriva da Helsinki o addirittura dal Belgio e l’Italia appositamente per assistervi.

corsa renne Inari Lapponia

Corsa delle renne a Inari

Tuttavia, non si tratta propriamente di un evento turistico e la sensazione che si ha, appena arrivati, è la stessa di quando si entra in casa di uno sconosciuto. Si prosegue con passo discreto e ci si guarda intorno per cercare di trarre da ogni singolo dettaglio un’ informazione in più sul posto e le persone che vi abitano.

Siamo nel vivo della competizione ma la gente non mostra un eccessivo entusiasmo. Il suono degli applausi ad ogni fine corsa fatica ad uscire dall’imbottitura dei guanti. Fa davvero freddo. Una donna arriva con suo figlio in passeggino e una renna al guinzaglio, come se stesse portando il suo cane a spasso.

renna al guinzaglio lapponia

Una donna tiene la sua renna al guinzaglio a Inari

La maggior parte della gente indossa cappelli ingombranti di vera pelliccia, abbinati a moderne giacche antivento e  scarpe di pelo fatte con pelle di renna. Le scarpe di renna, infatti, sono un simbolo di della popolazione locale, e che ci crediate o no rappresentano oggi un vero prodotto di design, realizzato completamente a mano.

Per chi giunge a Inari, una tappa obbligatoria, è la visita al Museo Siida, dedicato alla storia e le tradizioni della popolazione dei Sámi. I Sámi sono un popolo indigeno di origine nomade che occupa principalmente le terre al nord della Finlandia, contando circa 90000 abitanti, e della Svezia. Oggi è un popolo moderno e stanziale, che vive ancora di forti tradizioni come l’allevamento delle renne.

I Sámi sono l’unico popolo indigeno d’Europa. Se, come me, state pensando a quanto siano coraggiosi ad abitare le estreme terre del nord, allora dovreste saper che non sono gli unici: il Circolo Polare è abitato da 72 diverse etnie in totale, qui sotto elencate (in inglese).

etnie circolo polare artico

Oltre all’incontro con i Sámi, in Lapponia troverete una serie di abitudini autentiche e di attività curiose, dalle corse in motoslitta, o trainati dagli Huskies, alla pesca sul ghiaccio, hiking e per finire lo spettacolo mozzafiato dell’aurora boreale.

È importante ricordare che la Finlandia celebra quest’anno 100 anni di indipendenza dalla Russia, occasione che ha spinto la Norvegia, in un’iniziativa a dir poco singolare, a regalarle un picco delle sue montagne, nella località di Kåfjord.

bandiera finlandia lapponia

 

[Foto in evidenza di  Ferdinando Castaldo]

 

 

C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

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