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Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Foto: copertina dell’album Cigarettes after Sex di Cigarettes after Sex

No, cosa sono adesso non lo so.
Sono come un uomo in cerca di sè stesso.
No, cosa sono adesso non lo so.
Sono solo, solo il suono del mio passo…
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà. (da Impressioni di settembre, PFM)

Impressioni di Settembre cantava la PFM,  in questo mese forse un po’ malinconico, che rappresenta un po’ la terra di mezzo fra l’estate e l’inverno. Un mese misterioso, fatto di piogge insistenti e principi di venti freddi, come se fossero un arrivederci sussurrato all’ennesima estate che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Ma la musica  non si ferma, non lo ha fatto nemmeno in questa estate. Tanti sono stati gli album pubblicati, da quello degli Arcade Fire a quello dei National recentemente, per arrivare alla band di cui parliamo oggi, anche noi di ritorno dalla pausa estiva.

I Cigarettes After Sex, band di El Paso, Texas, che da un paio di anni ci tengono sulle spine, rilasciando singoli a singhiozzo, finalmente a giugno sono usciti allo scoperto con un nuovo album dal titolo omonimo. I Cigarettes After Sex, con questo loro “carisma e sintomatico mistero” hanno avuto la capacità di portarci con una curiosità a dir poco atavica a scandagliare il fondale del nostro intimo, in quella zona recondita fra il cuore e lo stomaco.

Il primo EP, I, contiene quattro tracce, e, paradossalmente, il cantante ha dichiarato che questo album è stato quasi un errore, ma come la Storia insegna, le scoperte avvenute per errore o per caso sono sempre le migliori, Cristoforo Colombo docet. Alla prima traccia, qualsiasi essa sia, si reagisce con un’esplosione di meraviglia e stupore perché la tonalità vocale di Gonzales, al limite fra il maschile e il femminile, ci conduce a fare esperienza di atmosfere ovattate, quasi una carezza sottopelle, producendo pezzi che hanno in sé, azzarderemmo, anche qualcosa di erotico, laddove dionisiaco e romantico si fondono in una combinazione che è stata sinora vincente per la band.

I contiene Nothing’s gonna Hurt you baby: gli accordi di basso, che fanno molto Joy Division in pezzi come Disorder o Transmission, cadenzati da percussioni, sono gli ingredienti di questa ricetta musicale che ci aveva forse già convinto. Il romanticismo è il lietmotiv di ogni singolo pezzo, e non a caso la band dichiara di ispirarsi ad altri gruppi come i Cocteau Twins e ai Mazzy Star, quelli della bellissima Fade into You.

A questa prima traccia ne seguono altre tre melanconiche, che pur conservano la stessa forza evocativa. Le sigarette che portano nel nome sono un po’ il tratto distintivo di questo gruppo, se pensiamo a questo cantare con pacatezza, che riesce a trasportarci in ambienti un po’ fumosi, locali esclusivi, forse francesi, in cui la puntina sul giradischi si ferma grattando un po’ sul vinile e riparte sorprendendoci con questa voce eterea, ineffabile e inafferrabile. Il brivido lungo la schiena all’ascolto crediamo sia un must.

Dreaming of you, poi, è la storia di un sogno incentrato, come è prevedibile, sulla donna amata, cosa che lei non verrà mai a sapere, a descrivere la bellezza di non avere il controllo della propria mente nel sonno e la libertà del sognato di girovagare per i sogni altrui. K. è l’album successivo del 2014, sta per Katherine; la donna è la protagonista di questo ricordo di un momento passato con chi narra, in un ristorante. Flashback di momenti passati insieme, dalla cena al ballo lento, il Texas forse il luogo migliore in cui immaginare lo svolgimento di questa storia d’amore a puntate o se vogliamo anche un po’ una storia che potrebbe svolgersi in una tavola calda, di quelle con le insegne con le luci al neon, lungo una highway americana.

Apocalypse, la quarta traccia del nuovo album, è come dice il titolo Apocalisse, ma anche estasi più pura.

Your lips, my lips, apocalypse.

Your lips, my lips, apocalypse.

Go and sneak us through the rivers, flood is rising up on your knees, oh please,

come on and haunt me, I know you want me. (da Apocalypse)

In questa sinergia di labbra sofferta, passionale e famelica ritroviamo la voce suadente di Gonzales e, non a caso, è un po’ la fine del mondo. Il bacio, si scopre dal testo, è apocalittico perché è il culmine di un’altra storia d’amore chiusasi sulle note di  questa melodia ridondante e bellissima.

Prima di Apocalypse, in ordine forse voluto, c’è Sunsetz: ci piace immaginare una trama in questo romanzo texano disconnesso, ci piace forse forzare la mano e trovare un senso a questo amore disperato, sexy e paradisiaco.

And when you go away,

I still see you.

The sunlight on your face in the rearview. (da Sunsetz)

 I Cigarettes After Sex hanno la capacità di mettere insieme una serie di polaroid di momenti vissuti, attraverso i testi, le musiche invece sono i negativi, quelli che si guardavano, stringendo gli occhi, dopo tanto tempo, giacché con la stessa nostalgia si ascoltano le loro canzoni.

Con il singolo Sweet  siamo all’apice di questa climax di sensualità e romanticismo. Gonzales comincia a cantare dal primo secondo della traccia, dichiarando apertamente di essere fortemente ossessionato dal corpo della musa ispiratrice della canzone. il testo è mellifluo al punto giusto e non poteva essere altrimenti per una canzone che si intitola Sweet.

Preferiamo, a questo punto, non andare oltre e lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta delle altre tracce dell’album, un po’ sullo stile dello stesso gruppo, crogiolandoci insieme in questa atmosfera di indefinito e di non finito. E intanto brindiamo, metafisicamente al successo dei Cigarettes After Sex, con l’augurio che non ci lascino sulle spine ancora per molto.

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

Welcome to the Hotel California: l’epica americana degli Eagles

Welcome to the Hotel California: l’epica americana degli Eagles

(In foto, da sinistra: Joe Walsh, Glenn Frey girato verso destra,Randy Meisner, Don Henley)

C’è un preciso momento in cui gli Eagles diventano davvero gli Eagles.

Nonostante ogni membro della band in periodi diversi abbia dato il massimo che ha potuto dare al processo creativo, è quando Bernie Leadon, uno dei membri fondatori della band con Glenn Frey e Don Henley, lascia il posto a Joe Walsh che si forma una specie di chimica indefinibile dove ogni tassello magicamente va al suo posto.

(Joe Walsh, 1977. Estratto da Youtube.)

Walsh non entra subito nella band. Durante un tour di supporto ai Rolling Stones, gli Eagles e Joe Walsh vengono scelti per aprire i concerti dei ragazzacci inglesi e brevettano un numero che ricorda più quello di un prestigiatore. Glenn Frey racconta che alla fine dell’apertura, mettevano Joe Walsh in una cassa che veniva portata sul palco e da cui una volta aperta, come la Venere nella conchiglia, usciva questo chitarrista smilzo e biondo, che con la sua Les Paul attaccava con gli Eagles “Rocky Mountain Way”.

 

Dopo “One of These nights”, che al suo interno mostrava una band ormai matura, che sfornava hit a ripetizione (la stessa title track, Lying Eyes, Take it to the limit), senza Bernie Leadon gli Eagles perdono qualcosa dal punto di vista delle armonie vocali (ascoltate Peaceful Easy Feeling per capire di cosa sto parlando) ma ne guadagnano dal punto di vista inventivo, essendo Walsh un personaggio molto estroverso. A sentire parecchio la pressione sono Don Henley e Glenn Frey, che sono i fondamentali autori della band, il vero e proprio nucleo creativo e infatti l’inizio non è così semplice.

Con l’arrivo di Joe Walsh, Don Felders, che è il primo chitarrista, voleva scrivere una canzone che si adattasse ad essere suonata da due chitarre soliste, per cui si rintana nella sua casa a Malibu, registrando su dei nastri alcune idee per delle canzoni che poi consegna alla band, che tradotto significa darle a Frey e Henley per vedere se riescono a tirarci fuori qualche brano. Frey ha dichiarato che il “90% delle cose che aveva ascoltato sulla cassetta erano dei fraseggi di chitarra su cui non si poteva cantare” ma tra le altre cose c’era una progressione che turba Glenn e Frey e su cui decidono di iniziare a scrivere un testo, anche se l’idea del titolo viene da Don Henley.

Il titolo di quel testo era “Hotel California”.

Hotel California è un capolavoro assoluto ed è la canzone che permette all’album di nascere nella sua interezza. Il testo è molto criptico, in quanto sia Don Henley che Glenn Frey erano fanatici dei messaggi nascosti e le parole si prestano a molteplici significati. Alla domanda, Henley ha risposto che la sua personale visione è che Hotel California evochi “un viaggio che attraversa un cammino che parte con l’innocenza fino ad arrivare all’esperienza”, quasi citando William Blake. La descrizione dell’edonismo sfrenato, che può trasformarsi in Paradiso o Inferno, è sicuramente autobiografica: gli Eagles erano grandi consumatori di sostanze e parlano di cose che conoscono, una Los Angeles piena di bottiglie di vino d’annata, del caldo odore delle colitas (lo slang messicano usa questa parola per riferirsi alle gemme della pianta di marijuana) e di donne dai dubbi valori. C’è un verso dove Henley canta: “So I called the captain, please bring me my wine/ he said we haven’t had that spirit here since 1969”, e la parola “spirit”, che di solito viene associata agli alcolici, è errata in lingua inglese se riferita al vino e questo ci porta a riflettere più ampiamente sulla metafora.

Non avere lo spirito del ’69 (è l’anno di Woodstock, l’ultimo grande evento con dei risvolti sociali prima che il business musicale cominciasse a pensare totalmente al guadagno) è quindi una vera e propria riflessione sociale, una specie di rimpianto per ciò che la musica stava diventando, non è la citazione dell’annata di un vino qualsiasi.

La canzone si conclude con uno degli assoli più belli mai incisi su album, le chitarre dialogano per tutta la canzone e in seguito ci sono due assoli, uno di Felder e uno di Walsh, che in seguito si uniscono nel finale. La relazione tra i due chitarristi era una delle più positive all’interno del gruppo perchè pur nutrendo reciproca stima, erano soliti imbeccarsi, preda di una forte competitività, per vedere chi dominava e chi fosse il più dotato tecnicamente. E’ da qui che nasce quindi la commistione delle due chitarre degli Eagles fino all’assolo che il loro ingegnere del suono, Bill Szymczyk considera l’apice della sua carriera in studio.

(Don Felder e Joe Walsh durante l’assolo di Hotel California)

Hotel California diventa quindi un vero e proprio manifesto. E’ la canzone che detta il concetto racchiuso all’interno dell’album, va vista come un vero e proprio commento che viene dall’interno dell’industria musicale e della cultura americana e su questi aspetti crea una riflessione, cercando di comprendere come l’America creatrice di miti in realtà sia fallace.

In definitiva il problema è che se si parla di sogno americano, c’era e c’è ancora oggi un confine sottile tra sogno americano e incubo americano.

La celebrità viene esplorata, attraverso la metafora del legame amoroso (presente tra un uomo e una donna come tra l’artista e il suo pubblico) in “New Kid in Town”, dove la facilità con cui,dopo un legame amoroso, si frequenta qualcun altro viene comparata al pubblico che segue sempre gli artisti nuovi sulla scena, disinteressandosene completamente dopo il primo album, spesso perchè molte band non hanno molto da dire. La verità è che spesso le band sono facilmente rimpiazzabili da qualcun altro e infatti la canzone si pone contro questa logica ad uso e consumo, è difficile accettarlo per il protagonista.

Quanto gli Eagles erano dentro ciò che scrivevano? Life in the fast lane ne è una piena dimostrazione.

La canzone nasce in studio quando gli altri sentono Joe Walsh mentre fa un esercizio di coordinazione alla chitarra: gli chiedono di risuonarlo, capendo che su quel motivo suonato da Walsh va costruita la canzone. Il titolo e il testo nascono da quello che succede una sera a Glenn Frey: il chitarrista era su una Corvette con uno spacciatore, la macchina era parecchio carica di cose non proprio legalissime. I due stavano andando a giocare a poker, quando il membro degli Eagles guardò il tachimetro e lo vide segnare 140 km/h. Glenn sbianca e si rivolge al tipo spaventato: “Che fai, amico?”. La risposta è perentoria: “Vivo nella corsia di sorpasso”. Life in the fast lane. Difficilmente un ritornello è stato più rappresentativo e diretto.

 

Hotel California rappresenta un capolavoro ma è palese e probabilmente è parte del suo fascino il fatto che mostri un lato oscuro che corrisponde poi al lato oscuro di chi l’ha scritto. Irving Azoff, il manager degli Eagles ha detto che la band ha iniziato a sciogliersi proprio mentre lavorava a quest’album perchè a fianco delle tensioni creative, sane e necessarie per mantenere luminoso il fuoco artistico, si sono affiancate tensioni personali tra i vari membri, soprattutto tra Felder e il nucleo composto da Frey ed Henley. Il risentimento nasce da un episodio legato a una traccia di questo album, “Victim of Love”. Felder, che ne aveva scritto la traccia musicale, voleva anche cantarla, e lo fece sebbene la canzone non raggiungesse gli standard della band per quanto riguarda la parte cantata. Azoff fu perciò incaricato di farlo uscire, portarlo in giro per la città tra pranzi e cene mentre gli altri membri della band la registravano in studio con la parte vocale cantata da Henley. A posteriori Felder ammise di essersi sentito molto ferito a causa di questo comportamento, quasi una testimonianza di poco apprezzamento del suo lavoro all’interno della band.

Le tensioni sottostanti sarebbero presto diventate insanabili nell’ultimo album degli Eagles, “The Long Run”, fino addirittura ad uno scontro a parole sul palco tra Frey e Felder mentre la band suonava in un live a Long Beach nell’80 che ha significato la rottura totale della band, fino al ’94, quando si sono appianati gli scontri e tutti i membri si sono riuniti.

Le relazioni tra i membri non hanno però fermato il successo di un album che continua ad affascinare chiunque lo ascolti, che vede probabilmente ogni membro degli Eagles al massimo, con Glenn Frey e Don Henley all’apice del loro talento come autori e di tutto il resto della band come interpreti e musicisti.

 

La Tomba del tuffatore

La Tomba del tuffatore

Un giovane nudo viene ritratto sospeso per sempre nell’istante del tuffo. Un’immagine metaforica del passaggio dalla vita alla morte. L’ affresco sopra riportato è parte di una delle più celebri tombe della Magna Grecia: la tomba del tuffatore, riconducibile cronologicamente al 480/470 a.C. Si tratta dell’ unica testimonianza di pittura greca, non vascolare, a grandi dimensioni.

La piattaforma da cui si lancia il tuffatore allude forse alle pulai, colonne poste da Ercole a segnare il confine del mondo, assurte a simbolo del limite della conoscenza umana. Lo specchio d’acqua rappresenterebbe il mare aperto. Il tuffo rappresenterebbe il transito verso il mondo dell’ignoto, dell’ aldilà, un mondo diverso rispetto a quello della conoscenza terrena, cui il giovane greco vi accede attraverso le pratiche convenzionali del banchetto.

La pittura sopra riportata è parte del lato interno della lastra di copertura di una delle più celebri tombe rinvenute in Italia meridionale precisamente a Paestum: Un manufatto prodotto da greci che abitavano l’Italia meridionale in tempi antichi. Si tratta di una tomba a cassa, costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale. Le lastre sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, come si nota, realizzate con la tecnica dell’affresco.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Le pareti della tomba sono arricchite con scene di simposio: dieci uomini adagiati sulle Klinai, letti triclinari, animano le raffigurazioni delle pareti più lunghe: i simposiasti, a coppie di due rispettivamente un giovane e un adulto, stanno bevendo, giocando e fanno musica, come si nota le mani sono impegnate a sorreggere delle coppe funzionali al consumo del vino oppure occupate nel suonare il diaulos e la lira.

Iniziatosi lo scavo, la quarta tomba posta in luce, in circostanze certamente fortunate, è la tomba del Tuffatore: si verificava così il più sconvolgente rinvenimento archeologico da moltissimi anni a questa parte.

Queste sono le parole di Mario Napoli, colui che scoprì la tomba il 3 giugno del 1968, a meno di due km a sud di Paestum. Il rinvenimento rappresenta un unicum nell’ambito della pittura greca e in quanto tale non ha consentito significativi progressi nello studio della pittura greca successiva andata perduta, si tratta dunque di un manufatto isolato, difficilmente collocabile nel contesto evolutivo dell’arte greca.

Fondamentale invece è il messaggio ontologico che la tomba trasmette attraverso il linguaggio visivo. Proprio qualche tempo prima rispetto alla datazione della tomba, nelle città greche dell’Italia meridionale, filosofi come Pitagora stavano affrontando questioni metafisiche legate alla vita dopo la morte. Si stavano diffondendo credenze, ispirate dall’orfismo, condiviso solo da chi era iniziato ai misteri di questa tradizione. Dunque è ipotizzabile che il defunto sepolto all’interno della tomba fosse un “Iniziato”.

 L’ Orfismo

I misteri orfici prendono il nome da Orfeo, poeta realmente esistito che nel mito è rappresentato come un musicista capace di incantare gli animali e soggiogare la natura col suo canto. Cultore del potere della parola e inventore della retorica, secondo ciò che sostiene Platone, Orfeo fu figlio di Apollo e della musa Calliope e nacque in Tracia. La Tracia rappresentava un’origine misteriosa che collegava Orfeo allo sciamanesimo. Lo storico Erodoto testimonia l’opera degli sciamani traci che avevano poteri magici e mettevano in rapporto il mondo dei vivi con quello dei morti e che con la musica producevano negli ascoltatori uno stato di trance. Secondo la filosofia Orfica, l’anima è una realtà semi-divina e immortale che a causa di un originario peccato d’orgoglio viene sepolta in un corpo. La morte perciò è vista come una via di liberazione dai limiti della corporeità. Ma l’anima legata al corpo non è pura e dopo la morte deve scontare una pena. L’anima allora trasmigra in un nuovo corpo, umano, animale o vegetale in base alla gravità delle colpe accumulate nella vita precedente. Da qui deriva la necessità di condurre una vita di purificazione per ricongiungersi alla dimensione divina attraverso la conoscenza e l’estasi mistica: orgia dionisiaca, vino e carne. Le fonti principali relative all’orfismo sono le lamine d’oro datate tra il IV e il II secolo a.C, rinvenute in vari sepolcri della Magna Grecia a Creta e in Tessaglia.

Lamine orfiche

Lamine orfiche

Queste recano istruzioni destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l’anima che è stata debitamente iniziata a una dottrina misterica.

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