In copertina: Logo ufficiale dell’Erasmus. Originale qui 

Qualche giorno fa ho vissuto l’esperienza dell’Erasmus Plus. Lituania, Riterio Krantas, poche miglia dalla città di Trakai, non distante dalla capitale Vilnius. Il progetto, denominato Kick-Off for Social Inclusion, ha visto coinvolte sei diverse nazioni (Italia, Spagna, Polonia, Macedonia, Estonia, Lituania) per un totale di oltre quaranta ragazzi e ha interessato principalmente i temi dello sport e dell’inclusione/esclusione sociale, investendo nella discussione dei principali problemi europei, spesso fautori di emarginazione ed isolamento.

Come confermatomi durante un pranzo da uno dei due facilitators del progetto (i facilitators sono coloro che conducono le attività dell’organizzazione – nda) il limite principale di Erasmus Plus è nella concezione piuttosto deleteria di una parte dei partecipanti del vivere questa esperienza come vacanza piuttosto che come esperienza formativa. Una fattispecie che grazie alla bontà dei partecipanti non si è verificata regalando così al progetto una valenza straordinaria.

Vien da chiedersi: cosa ti hanno insegnato? Ritengo che descrivere una esperienza di tale calibro possa rivelarsi molto complicata e temo che difficilmente riuscirò a raccontare i fatti di una settimana. Tuttavia, è possibile riassumerne alcuni punti focali, suscettibili di riflessioni tutt’altro che scontate e lontane dal mondo reale. Le attività svoltesi si sono concentrate su un tema comune: l’inclusione sociale, appunto. Lo scopo del progetto è stato dunque sostanzialmente quello di educare alla diversità e al rispetto di chi ci sta accanto. Senza distinzioni del caso: politiche, religiose, sessuali ed etniche. Ma sono le modalità di insegnamento ad aver impressionato tutto il nostro gruppo italiano. Quella ‘No-Formal Education’ non pervenuta nel nostro Paese arretrato e lontano dagli sviluppi comunitari.

Ci hanno insegnato innanzitutto a concepire adeguatamente l’importanza del tempo: tutto è stato organizzato all’insegna della precisione e della gestione dello stesso. Dalle 9 alle 19, pause escluse, abbiamo lavorato sulle attitudini legate all’accettazione della diversità e al rispetto verso il prossimo. In veste di una corretta integrazione, che è termine fondamentale se non fondato sulle chiacchiere dei giorni nostri. Abbiamo eseguito ‘workshops’, sperimentato culture altrui, messo in atto la nostra creatività e discusso assieme della necessità di cambiare passo in termini culturali rispetto alle difficoltà che ci circondano.

Si noti che Erasmus Plus è progetto finanziato dall’Unione Europea, nella quale è possibile partecipare semplicemente mettendo in gioco se stessi, con costi nulli persino per famiglie in difficoltà economico-finanziarie. Ma in Italia, una settimana di assenza a scuola a causa di Erasmus Plus, è spesso e volentieri causa di emarginazione ed isolamento, ad opera di chi dovrebbe insegnarci a diventare gli uomini e le donne del futuro, favorendo lo sviluppo delle future generazioni e della nostra malata società.

Valgano due esempi per far capire la nostra esperienza, quella di 43 ragazzi diventati una famiglia e tutt’ora in lacrime per essere tornati ad una quotidianità ipocrita e crudele. Il primo: in una delle attività preparate dal progetto, i facilitators hanno diviso i ragazzi in gruppi (si badi, con una divisione che prescindeva dalle nazionalità presenti) portandoci ad una discussione di trenta minuti sul tema dei rifugiati. Ci hanno chiesto di fornire, dal nostro punto di vista, un pensiero su quali avrebbero potuto essere le soluzioni.

Ne è nato un dibattito straordinario: per la prima volta nella mia vita ho visto coetanei ragionare senza preconcetti e nel rispetto della differenza di pensiero. Tutti hanno dato prova di una maturità forse sconosciuta in primis alla nostra Italia (ripensando al banale dibattito sul referendum costituzionale delle ragioni del Sì o del No) e poi (ma non meno rilevante) alla nostra Ue, spesso incapace di risolvere i problemi odierni proprio perché vittima di un pensiero generalizzante che è spesso causa di emarginazione rispetto alla diversità.

Ho sorriso e ho pianto. Ho accarezzato tra foreste, laghi e sentimenti l’Europa che volevo, quella che cerco attualmente. Una Europa con simili progetti, con ragazzi straordinari che per il momento ho dovuto lasciare ma che non dimenticherò e ritroverò. Certo, non esiste un pensiero comune: proprio sul tema migranti si è riscontrata la maggiore diversità. Ma in Lituania ci hanno insegnato che il mondo non funziona e non funzionerà a suon di stereotipi, emarginazioni ed isolamenti sociali legati a preconcetti di stampo spesso occidentale.

Il secondo esempio è stato ‘mediaticamente’ il più devastante: un esperimento sociale, con due gruppi divisi tra attori e spettatori. Gli attori hanno messo in scena un rituale piuttosto controverso (ma come dirò solo apparentemente e ingannevolmente) nel quale gli uomini intimavano alle donne di chinare la propria testa attraverso le mani. Ovviamente abbiamo pensato al peggio. In realtà, altro non era che l’opposto, ovvero un rituale nel quale gli uomini cercavano di raggiungere la superiorità della donna.

Ci hanno insegnato tutto quello che serve a vivere in armonia: la vittoria dell’uomo sul tempo, il rispetto delle diversità, il tentativo di vivere i problemi come fonte di soluzioni improntate su una vastità culturale che non può fermarsi al contesto nel quale siamo nati o abbiamo vissuto. Ci hanno insegnato ad amare, a guardare oltre.

Questo secondo ed ultimo esperimento mi ha ricordato parecchio il saggio della mia professoressa di Sociologia del Diritto, Letizia Mancini, intitolato ‘Burqa, Niqab e diritti della donna’. Nel saggio si discute dell’approccio europeo con la cultura islamica ed i problemi che ne sono conseguiti, del tutto attuali. La soluzione della docente è altamente simile a ciò che questo progetto ha cercato di inculcare:

«Come dare torto a Mufuliat Fijabi, giornalista nigeriana impegnata nella difesa delle donne, quando sostiene che il burqa è innanzitutto un capo di abbigliamento e come tale non deve essere soggetto, in linea generale, ad alcuna regolamentazione o divieto? Chi può decidere che tipo di abbigliamento è accettabile o meno per la donna e in base a quali standard si fonda questa decisione? L’emancipazione della donna musulmana, sostiene l’antropologa Fadwa El Guindi, può avvenire mediante l’uso del velo, o mediante il suo rifiuto. Il velo può avere un significato personale secolare o religioso, può rappresentare tanto la tradizione, quanto l’emancipazione e la lotta. Liberando la questione dell’eguaglianza e della dignità di genere da considerazioni paternalistiche e strumentali, ciò che dobbiamo auspicare da parte delle istituzioni europee è che guardino alle donne oltre il burqa, garantendo loro il godimento e la tutela dei diritti, del diritto di partecipare, di essere ascoltate e di tutti i diritti economici e sociali senza i quali la libertà, l’autonomia, la dignità e l’integrazione non sono altro che concetti sui quali possiamo continuare a discutere, ma che, nella realtà, non hanno alcuna consistenza».

Da queste parole straordinarie e dalla mia esperienza, l’auspicio è che si possa cambiare marcia attraverso il guardare oltre. Oltre le distanze, oltre la diversità, oltre la stupidità di chi vuole un pensiero comune, prevalente solo perché frutto di società più evolute, con il disastroso risultato di ottenere effetti devastanti e contrari. Il potere è nella differenza e nell’accettazione della stessa.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!