Ogni volta che sui tavoli europei ci sono trattative e discussioni su temi spinosi e delicati c’è sempre qualcuno che sentenzia la morte dell’Unione Europea. Puntualmente mi viene in mente l’intro del pezzo di Fabri Fibra: “Oh, io non capisco perché ma ogni periodo c’è qualcuno che, se ne viene fuori dicendo che io sono morto”. “Che l’Europa è morta” in questo caso.

Se dovessimo ascoltare gli analisti da tastiera e i giornalisti catastrofisti, l’Europa e il suo progetto sarebbero già morti anni e anni fa. Forse perché non vedono l’ora di far uscire il coccodrillo che hanno scritto per l’occasione. (Per chi non lo sapesse il “coccodrillo” in gergo giornalistico è il necrologio commemorativo per un personaggio pubblico già scritto e pronto da pubblicare non appena muore).

Il Recovery Fund è parte del progetto franco-tedesco Next Generation EU, un piano di aiuti economici per superare la crisi economica dell’emergenza coronavirus. I fondi serviranno non per sussidiare l’economia per per accompagnarla verso un futuro più verde. Per la prima volta la Commissione europea chiederà ingenti prestiti sui mercati per finanziare i suoi programmi. Cioè un coronabond ma con un nome diverso. Con questo pacchetto da 750 miliardi si spiana la strada per creare gli Stati Uniti d’Europa.

Nel secondo negoziato più longevo dell’UE, sono certamente volati gli stracci tra i Paesi del Mediterraneo e i “frugali”, contrari all’idea di consentire all’UE di prendere in prestito denaro e distribuirlo come spesa di bilancio tra gli Stati membri. Peccato che questi ultimi sono arrivati ai tavoli negoziali già da sconfitti, sia perché è mancato l’appoggio della Cancelliera tedesca Angela Merkel e sia perché non avrebbero mai voluto un debito comune europeo.

Questi rigoristi capeggiati per l’occasione dall’Olanda hanno potuto ostacolare il processo soltanto discutendo dei dettagli anziché della sua fattibilità, quindi hanno tentato di porre condizioni nemmeno così tanto stringenti: come il “superfreno” ai fondi se un Paese non fosse convinto di come un beneficiario stia utilizzando le risorse comunitarie e una riduzione del budget iniziale.

Il freno così com’era stato formulato non è passato. Nel Consiglio Europeo un paese non può, da solo, porre il veto all’erogazione dei fondi ma deve limitarsi a proporre una discussione e in sede poi si vota a maggioranza.

Il programma proposto da Macron e Merkel e desiderato fortemente dai Paesi del Mediterraneo non ha dimenticato nessuno, nemmeno Ungheria di Orban e la Polonia, dove ultimamente è stata violata l’indipendenza della magistratura. I soldi saranno collegati al rispetto dello stato di diritto. Merkel e Krisjanis Karins, primo ministro lettone, hanno lavorato a un compromesso che avrebbe consentito a una maggioranza ponderata di governi dell’UE di bloccare i pagamenti a un paese per violazioni dello stato di diritto.

L’accordo non è perfetto ma è storico per il gruppo dei 27. Insomma i fondi ci sono tocca al Governo italiano ora. Per non buttare all’aria l’occasione deve presentare un programma ambizioso e coraggioso per evitare di sprecare l’ennesima occasione. Affrontare con questi soldi la costosa transizione verso la sostenibilità e l’economia verde. Evitare sussidi e piani pensionistici vantaggiosi per accaparrarsi voti. Perché peggio di una crisi, c’è solo una crisi sprecata.

Author: Roberto Del Latte

Da blogger indipendente ho deciso di fondare Cronache dei Figli Cambiati. Sono laureando in lettere moderne a Bari e appassionato di politica estera. Ho collaborato con diversi web-magazine, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, occupandomi di politiche energetiche, la politica degli Stati post-sovietici e geopolitica delle religioni.