Ritratto di Giorgio De Chirico. Originale qui

Figlio delle muse, padre metafisico. La storia

In un tempo indefinito e fermo nove bellissime sorelle si divertivano a trascorrere le loro giornate sul Monte Elicona, in Beozia, danzando e dilettandosi nelle arti, recitando poesie, cantando e osservando il cielo. Sono note come le Muse, allieve del dio Apollo e figlie del re degli Dei e di Mnemosyne, Memoria. Le fanciulle incarnavano l’ispirazione e il merito della gloria, ognuna con la sua peculiarità. Parole, parole in musica, stelle e numeri. Ma nessuna immagine. L’arte figurativa, pur esistendo, non aveva nessuna fonte di ispirazione antropomorfa. Apelle, un certo Bularco, Melanzio di Sicione erano noti pittori dell’antichità: a chi si rivolgevano affinché le loro opere e il loro nome raggiungessero l’eternità? A quanto pare nessuno.

e se invece…

…provassimo a reinventare il mito?

Mmmh. Facciamo che le muse erano dieci o forse undici. Sì, undici. C’erano queste gemelle i cui principali interessi erano il disegno e il gusto per i colori cupi e caldi. A quanto pare erano prive di occhi, timide e dall’aspetto di due manichini. Niente occhi, niente naso e niente bocca. Non amavano essere evocate, preferivano evocare. Il loro era un rapporto morboso e di simbiosi. Benché viste con ostilità dalle altre sorelle, decidono di stabilirsi sul Monte Pelio.

 

Alle pendici del suddetto monte, nello stesso tempo senza termini, un uomo di nome Giasone, capo degli Argonauti, guardava al dominio dell’intera Tessaglia, ambizione a cui rinunciò in cambio del famigerato vello d’oro. Alle pendici del suddetto monte, nel nostro tempo, il 10 luglio 1888, echeggiò il pianto natale di Giorgio De Chirico. Pianto a cui non rimasero indifferenti le Muse Inquietanti.

 

Ci troviamo a Volo, qui il piccolo Giorgio passeggia e si guarda attorno, osserva, ascolta e immortala. Vive circondato dai bellissimi paesaggi, dall’ archeologia, e dai racconti. E’ felice in Grecia ma è turbato dalla morte della sorella, mentre l’amore per l’arte avrà modo di condividerla con suo fratello Alberto.

 

Terra antica di magia e imprese eroiche, la Grecia sembra percuotere l’animo dell’artista dal profondo, il quale inizia a interrogarsi sugli ambienti, sulla concretezza della realtà focalizzandosi sul concetto di ‘enigma’, che avrà modo di sviluppare durante la sua maturità. Enigmatico, infatti, è il rapporto con la sua stessa terra. Egli dichiara di non sentirsi greco (i suoi genitori sono italiani) e che le sue origini non hanno mai condizionato la sua pittura, negando in un certo senso l’evidenza. Ammetterà, però in un’intervista concessa nel 1973 a Franco Simongini, che le acropoli bianche, oggetto di tanti suoi quadri, rappresentano proprio quel ricordo.

«La Grecia è un paese dalle linee giuste. Nulla è troppo alto né troppo basso. Sembra un paese sorto e cresciuto in una serra. L’Oceano e le Alpi sono lontano dalla Grecia. Anche il cielo ed il mare non sono mai troppo azzurri. Sembra che una leggera coltre grigia ricopra tutto il paese. I monti non sono mai troppo alti. Si ha sempre l’impressione che si possa andare ovunque a piedi e senza fatica. I fiumi non sono mai troppo larghi e ci sono dei corsi d’acqua che invitano alla passeggiata lungo la loro sponda ed alle meditazioni filosofiche. Così era l’Ilisso; dico era perché adesso non esiste più, che scorreva ad Atene e lungo il quale, nelle chiare notti estive, Socrate in compagnia di Aspasia, la cortigiana intellettuale, passeggiava parlando e discutendo con lei, sui problemi dell’essere e del divenire.»

Continua a studiare il giovane artista. A Monaco di Baviera elabora la sua prima fase artistica, mostrandosi attivo partecipe della rivoluzione pittorica moderna, fortemente influenzato dal romanticismo tedesco. Particolare punto di riferimento è rappresentato da Arnold Böcklin, di cui riprodurrà anche alcune opere. Dipinge personaggi fantastici: sirene, cavalieri e castelli, scene mitologiche di ninfee ed eroi, autoritratti.

Le muse son lì,  manon intervengono. Discutono tra loro, guardano la sua crescita e ne riconoscono le potenzialità. Forse, finalmente, vogliono essere evocate.

Intanto Giorgio va in Italia. Siamo alla fine del primo decennio del XX secolo, ma i luoghi iniziano ad assumere una forma diversa ai suoi occhi: L’italia e le sue piazzeNietzsche. Legge Nietzsche e tutto appare diverso. La guerra. Torino, Ferrara, le loro piazze: nasce la sua pittura metafisica nel tentativo di interpretare un “enigma di un pomeriggio d’autunno”.

«Nell’ombra di un uomo che cammina nel sole ci sono più enigmi di tutte le religioni del passato, del presente e del futuro.»

L’assurdo, sotto le spoglie di una visione, acquisisce una sua logica nella quale irreale e concretezza si combinano esitando in un disordine armonico di una nuova dimensione. Tutta la sua produzione futura segue questa linea, suggestionata dai precursori del surrealismo e, soprattutto, dalla figura di Guillaume Apollinaire. E così, eccoli i manichini nei suoi quadri, forse prima apparsi in sogno per volontà degli esseri immortali che ancora dal monte Pelio guardano in Italia, ora a Parigi. Poi di nuovo in Italia prima di avvicinarsi un giorno, silenziosamente, e sussurrare nel suo orecchio: «Dipingici».

Eccolo: “Le Muse Inquietanti”, 1917

Originale qui

L’elemento classico che si inserisce nel quotidiano urbano. Il potere evocativo che diventa invenzione tra il tangibile e il sogno. O il sogno che viene contaminato da oggetti reali.

Le muse ormai hanno raggiunto il loro obiettivo, sono state evocate, hanno scelto lui. Ma lo abbandonano. Non è una scelta egoistica. Giorgio ora deve continuare da solo.

Camminando per la Galleria Borghese di Roma, contemplando i capolavori dei maestri di età rinascimentale, vagando e fantasticando tra Caravaggio e Raffaello, si sofferma dinanzi la bellezza di un’opera di Tiziano: “L’amore bendato”. Un’altra visione. E’ il 1918. All’improvviso si sente preda di una forte crisi artistica e spirituale. La sua concezione della pittura era sempre stata inquadrata da un punto di vista emozionale. Ora, per la prima volta, si rende conto che essa esigeva altri studi e sforzi. Ancor più gravosa si fa la necessità di riprendere i motivi della classicità e le figure dei costumi antichi. Appaiono i cavalli. Si dedica alla Natura Morta o meglio alla Still Life secondo l’esempio di Giorgio Morandi. Qual è il fine? Si deve percepire l’aria, il vento, il movimento. Il silenzio.

Si traveste e dipinge se stesso. L’ultima fase si inserisce in un’accurata ricerca di perfezione e si presenta come un complesso metafisico orientato secondo un personalissimo filone barocco.
Ironico e stravagante, burbero e polemico, non nasconde la sua sensibilità, l’educazione e la gentilezza. Aderisce al circondario ma da visionario, con la capacità di elevarsi oltre. Pensatore e filosofo, è anche autore di saggi. Si destreggia in maniera sciolta sia con linee e parole. Con scherzo e serietà.

MARCHAND: Nella sue Memorie cita una frase di Baudelaire: “Infelice l’uomo ma felice l’artista che è ossessionato dal desiderio della perfezione”.
DE CHIRICO: Sì, trovo che avesse ragione, è necessario che l’artista sia sempre ossessionato dal desiderio della perfezione.
MARCHAND: Ciò l’ha resa infelice come uomo?
DE CHIRICO: No, nessuna influenza. Niente mi ha reso infelice. Ci sono delle cose che mi disturbano ma parlare di infelicità mi sembra esagerato.
MARCHAND: [non dice nulla]
DE CHIRICO: [sorride] Posso respirare, in fondo! Ah… continuiamo?
MARCHAND: Sì.
DE CHIRICO: Allora, bisogna sorridere! Purtroppo, è un po’ noioso, è lungo per aspettare, o forse sarei morto, insomma faccio degli esorcismi per farvi crederei che non sia così. Allora… non posso che benedirvi
                                                                             Entretien avec de Chirico. Archives du XX Sièclea cura di Jean José Marchand,Roma nel marzo e ottobre del 1971

Guarda al di là, con i suoi occhi e con quelli delle muse. Gli occhi delle sue origini. Della storia. Da cui non si staccherà mai pur provandoci.

Dipingere è l’arte magica, è il fuoco acceso dagli ultimi raggi nei vetri dell’ostello ricco, come in quelli dell’umile stamberga di fronte al sole occiduo, è il segno lungo, il segno umido, il segno fluente e fermo, che l’onda morente stampa sulla rena calda, è il guizzo della lucertola immortale sul sasso arroventato dalla calura meridiana, è l’arcobaleno della conciliazione, nei pomeriggi tristi di maggio, dopo il temporale che s’allontana laggiù, facendo un cupo sfondo al chiaro dei mandorli in ore, agli orti dai colori lavati, ai casolari dei villici, ridenti e tranquilli, è la nube livida cacciata dai soffi veementi d’Eolo furioso, è il disco nebuloso della luna fuggente dietro il funebre sipario miele, è la lacrima pietrificata d’un tronco, è la linfa del frutto benolente, e l’olio greve ed il polline impalpabile, è la pietra dura e la schiuma del maroso, è l’avorio lustro del pachiderma, è la pelle ocellata della belva, è la piuma tenera e tepida dell’augello, è l’alba sgargiante, è il tramonto dolo-roso, è il pomeriggio immobile, è l’ombra lunga, è la luce ferma, convalescenza del giorno stancato dal meriggio, è la notte pudica che naviga velata tra la nebbia ed i vapori salenti dalla terra, che naviga nell’aere bruno sopra le case addormentate, sopra i tetti squarciato d’un cielo sconvolto nella notte fonda, è il sangue del toro trafitto nell’arena, del guerriero caduto nel fragore della battaglia, dell’immacolata coscia d’Adone ferita dalla zanna ricurva del cinghiale ostinato, è la vela rigonfia di vento nei pelaghi lontani, è l’albero secolare abbronzato dell’autunno, è la valle silente screziata dalla dispensatrice di fiori, da Flora l’ineffabile, da Flora la rinata, è l’ambra e il lucenti al chiarore della luna, è lo squillo delle trombe di Marte sulle schiere riposanti, nell’ore antelucane, è il canto del pastore povero e felice, tra il gregge ed il cane fedele, la sera, vicino al bosco silente.”

                                                                             Dipingere, presentazione catalogo Mostra personale del pittore Giorgio de Chirico, Galleria Rotta, Genova, maggio 1938.

 

Oggi, in un tempo definito e fermo, osserviamo le opere di Giorgio.
E voi..  sentite l’aria?

Author: Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

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