Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Nelle profondità di Manchester by the Sea: la recensione

Dopo aver visto per la prima volta “Manchester by the sea” effettivamente mi sono chiesto come mai l’Academy avesse scelto la performance di Casey Affleck, premiato quest’anno come miglior attore protagonista, un interprete che personalmente trovo sempre molto emotivamente a fuoco. E’ una performance scarna, mai sopra le righe se non attraverso poche azioni compiute dal protagonista. Ho dovuto riguardare il film per apprezzare la performance fisica impostata e molto chiusa di Affleck, quella sua maschera sempre intontita che solo in alcuni attimi si apre alle lacrime e all’emotività, in generale la gamma di emozioni che passano quasi in sordina ma arrivano in alcuni precisi momenti del film.

Coincidenza vuole che in alcuni dei film premiati quest’anno agli Oscar protagonista sia l’acqua: in Moonlight, vincitore del miglior film (anche se volevano farci credere di no), essa è simbolo di purezza ed accompagna le tre diverse fasi della storia. In Manchester by the sea invece è un luogo legato all’attaccamento familiare.

Manchester by the sea è dominato dal senso di famiglia, dal legame di sangue e dalle responsabilità che esso comporta e che quando vengono tradite, nel modo più tragico possibile, spezzano l’umanità degli uomini e li travolgono totalmente.

Lee torna a Manchester, Massachusetts a causa della morte del fratello Joe e si trova, per le disposizioni legali che Joe aveva dato avendo una malattia congenita al cuore, a dover fare da tutore al nipote Patrick.

Il sapiente montaggio ci restituisce le ragioni della fuga di Lee dal paesino, nonostante la sua intera famiglia si trovasse lì: Lee viveva a Manchester con la moglie Randi (una Michelle Williams che quando compare, ruba la scena) e le due figlie. Dopo una serata ad alto tasso alcolico con gli amici era uscito di casa per andare a comprare altro alcol, lasciando dei ciocchi di legno nel camino e causando un incendio che ha ucciso le due figlie. Quando lo ammette di fronte a due poliziotti, ha la faccia di un uomo che pensa di non avere responsabilità ma capisce di essere colpevole in ogni caso.

L’evento, è banale da dire, è uno spartiacque nella psicologia del personaggio che Affleck rende benissimo: il film si apre con lui e Joe che prendono in giro Patrick, dicendogli di star attento a non pescare uno squalo bianco, una cosa impensabile se si guarda alla assenza di vocabolario che caratterizza il parlato di Lee, sempre stringato e conciso, e alla difficoltà nel ristabilire il tipo di dialogo che avevano.

Il parallelo tra l’umanità impoverita del protagonista e i paesaggi glaciali e spogli è reso benissimo tramite un’attenta fotografia che si nutre del paesaggio rigido della zona.
La distanza tra sé stesso e gli altri che Lee ha voluto imporre lo trascina in un’indole depressiva,una lontananza emotiva triste e totale. Il montaggio, unito allo sguardo della regia lo mostra spesso mentre lavora, da solo, spalando la neve, aggiustando dei tubi, “un tuttofare” come ricorda più volte lui stesso.
Il clima è la ragione che fà si che Lee rimanga a Manchester, Joe non può essere sepolto a causa del gelo e il suo corpo viene tenuto in un freezer per conservarlo in attesa del funerale. Ciò scatena una crisi isterica una sera a Patrick, perché cade della carne dal freezer del frigorifero e l’analogia con la sorte del padre scatena in lui uno stato d’ansia molto forte: è grazie a questo che Lee si rende conto di dover restare accanto al nipote nonostante avesse subito messo in chiaro di voler andar subito via dalla città.

Kenneth Lonergan, regista della pellicola, ha raccontato al Times che ciò che più lo ha sconvolto, leggendo la sceneggiatura era come Lee cercasse di controllare la situazione. Razionalizza la cosa, parla di semplice carne nel frigo e si accerta delle sue condizioni,ma non riesce a esserne partecipe.

Nemmeno l’incontro con l’ex moglie riesce a risvegliare quella parte ormai morta e sepolta in lui, di fronte alla colpa di cui lei si accusa e alla rivelazione di un amore mai sopito, Lee non riesce a dir nulla se non poche frasi, delle scuse e l’esortazione alla moglie nel non essere così dura con sé stessa, abbandonandola in strada con un fugace “devo andare”. La rabbia schiuma dentro di lui ed è l’unica emozione di cui Lee lascia una testimonianza tangibile e sommata ai fumi dell’alcol fa sì che scateni una rissa in un bar, da cui viene salvato da Joe, l’amico che durante il film veglia su di lui, uno dei pochi a non evitare lui o il suo nome a Manchester a causa dei suoi trascorsi.

Tutto ciò però riesce a risvegliarlo emotivamente, e seppur conscio di non essere più lo stesso, si vede come dopo il funerale prova a riavvicinarsi almeno al nipote, che nonostante la giusta dose di egoismo adolescenziale, nutre per lui un bene sincero.
Il pregio della sceneggiatura, nata da un’idea di Matt Damon e sviluppata dal regista, vincitrice  è quello di mantenere quotidiano ogni dettaglio ed è forse questo il motivo principale per cui Manchester by the sea scatena una vicinanza in chi lo guarda.

L’ha scatenata sicuramente in me. In maniera fortissima verso il personaggio di Affleck, così affascinante nella sua spirale quotidiana. Ma guai a parlare di Manchester by the sea senza prescindere dallo sguardo di Lonergan, che non indugia mai sul dolore che le persone sono capaci di infliggere e autoinfliggersi. La sua regia guarda sempre alle azioni dei personaggi che dimostrano molto di più delle parole, ciò che essi provano. E il fatalismo con cui guarda alla tragedia e al trauma aiuta l’empatia che si prova verso i protagonisti, senza bisogno di inutili giustificazioni.

 

La La Land, la recensione

La La Land, la recensione

Forse con un po’ di ritardo, mi sono sentito in dovere di esprimere la mia sul film del momento:La La Land”. Esaltato per la sua atmosfera magica e la sua musica spensierata, deriso per la clamorosa gaffe durante la notte degli Oscar, “La La Land” è, piaccia o no, un film che ha fatto e fa parlare di sé.

La storia d’amore tra Sebastian (Ryan Gosling), appassionato pianista jazz col sogno di aprire un locale, e Mia (Emma Stone, aggiudicatasi la statuetta come miglior attrice protagonista), aspirante attrice e barista negli studi della Warner Bros. per necessità, nasce nella pittoresca Los Angeles.

Inverno. La scena iniziale della pellicola è uno stupendo piano sequenza (tecnica molto usata per tutta la durata del film) in pieno stile musical, in cui avviene il primo incontro/scontro tra i due protagonisti: questo tracking shot culminato in un campo lunghissimo ci immerge totalmente in quel paese dei balocchi per sognatori che è L.A., attraverso l’allegria trasmessaci dagli acrobatici movimenti della macchina da presa.

A contatto col mondo del cinema ogni giorno, Mia ne ammira ogni dettaglio, attrici snob comprese, col sogno di essere un giorno al loro posto. Ma al momento non è che una ragazza disposta a fare ore di fila per poi essere bistratta ad ogni casting, con la speranza che il prossimo andrà meglio. Uscita con le amiche per distrarsi, al ritorno viene ammaliata da un incantevole suono di pianoforte, che la conduce in un locale: il pianista è Sebastian, che non rispettando la scaletta, si diletta col free jazz. Colpo di testa non apprezzato dal suo capo, che lo licenzia sotto gli occhi di Mia, il cui tentativo di complimentarsi con lui viene ignorato.

Primavera. I due si rincontrano ad una festa, e questa volta l’aria è meno tesa. Escono insieme e improvvisano un ballo sulle note di “A lovely night” sul Cathy’s Corner. Sebastian e Mia si danno poi appuntamento al cinema per vedere Gioventù bruciata, ma dimentica di avere già un impegno col suo fidanzato, che dribblerà scappando: è l’inizio della loro storia d’amore.

Estate. Quando Keith (John Legend) propone a Sebastian di suonare per la sua band pop/jazz, qualcosa sembra cambiare tra di loro, o meglio Mia vede qualcosa cambiare in Sebastian, ora preso dal tour con la band, impegnato nel suonare una musica che non gli appartiene.

Autunno. Convinta da Sebastian, Mia decide di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un proprio monologo teatrale, ma alla sua prima, visionata peraltro da pochissime persone, Sebastian non riesce ad arrivare in tempo: è la fine della loro storia d’amore. Mia decide di andare a casa dei suoi per schiarirsi le idee. Quando Sebastian riceve una chiamata da una direttrice di casting presente alla prima di Mia, che la invita a presentarsi l’indomani ad un provino, scappa da lei per spronarla a provarci. Lei segue il suo consiglio, ma malgrado i due si giurino amore eterno, il loro futuro appare incerto e destinato a separarli per sempre.

Inverno di cinque anni dopo. Mia ce l’ha fatta: ora è lei l’attrice di successo che ordina un caffè nel bar nel quale rivestiva il ruolo di semplice barista. È ricca, sposata, ha una figlia e una babysitter. Una sera decide di uscire con suo marito a cena, e attirati dalla musica, i due entrano in un locale:il Seb’s. Il nome del locale le ricorda che fu proprio lei a suggerirlo a Sebastian, se un giorno egli avesse realizzato il sogno di aprirne uno. Accortosi di lei, Sebastian decide di eseguire la stessa canzone che Mia sentì quando venne licenziato, e ciò ci porta a fantasticare insieme agli ex fidanzati su ciò che sarebbero potuti essere se non fosse stato per gli errori di lui, o forse di lei, o se non fosse stato per Los Angeles, che come Saturno che divora i suoi figli nel celebre dipinto di Goya, li ha creati e poi distrutti.

“La La Land”, film pluripremiato del 2016 scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle (miglior regista agli Oscar 2017), è un continuo omaggio del cinema anni ’50: dai costumi al sistema di ripresa Cinemascope, passando per le musiche e i continui riferimenti a capolavori assoluti di quegli anni. Grande attenzione viene riposta nei dettagli.
“La La Land” mi ha ricordato molti dei motivi per cui amo la settima arte.

Echo, la recensione

Echo, la recensione

Durante il mio cammino nel corso di filmmaking della National Film and Television School, mi sono imbattuto in ‘Echo’ di Lewis Arnold, un interessante cortometraggio riguardante le vicende della diciassettenne Caroline(Lauren Carse) e del suo disperato bisogno di affetto e comprensione.

Nottingham, tarda mattinata. Caroline riceve una chiamata in cui le comunicano che suo padre ha appena fatto un incidente di moto e si trova ora al City Hospital. La giovane si dispera in maniera evidente, attirando l’attenzione di un uomo e una donna propensi ad aiutarla. Senza che lei lo chiedesse, le vengono prestati dei soldi per il taxi al fine di raggiungere l’ospedale. Ma qualche secondo dopo essere entrata nel taxi, Caroline scende, pagando al tassista qualche spicciolo per il disturbo e prendendosi il resto dei soldi.

La visione totalmente oggettiva dello spettatore lo porta prima ad un profondo dispiacere per la ragazza, e poi ad un forte risentimento nei confronti della stessa e della sua sfacciataggine nel prendersi gioco di passanti comprensivi. Inoltre, questa sensazione di oggettività è rafforzata anche da un particolare della stessa scena: quando l’uomo si avvicina per aiutare Caroline, il suo approcciarsi in maniera pensierosa e taciturna alla borsa poggiata a terra della ragazza ci mette il dubbio che egli abbia la sola intenzione di derubarla.

Quando Caroline torna a casa conosciamo anche la sua famiglia, composta da sua madre (Carolina Giammetta) e suo fratello piccolo Ollie(Oliver Woollford), che le chiedono con preoccupazione il motivo della sua assenza all’uscita di scuola. La sua risposta non convince il fratello, che la segue la mattina seguente trovandola a rifare la sceneggiata dell’incidente del padre. Quando Ollie si avvicina e chiede spiegazioni, il piano di Caroline va a monte, la vittima comprende la situazione e minaccia di chiamare la polizia se l’avesse rivista fare una cosa simile. I due fratelli tornano a casa in treno, e la loro apparente separazione fisica non fa che in realtà farli sembrare più uniti che mai a livello emotivo.

Questa volta la scena appare ai nostri occhi come qualcosa di già conosciuto:non appena la rivediamo alle prese con la stessa recita, proviamo puro disprezzo. Poco dopo, Ollie chiede a Caroline come mai l’uomo di quella mattina fosse a conoscenza dell’incidente del loro padre, ed è qui che comprendiamo a fondo la psicologia della protagonista:tutte quelle messe in scena non erano indirizzate a trarne beneficio economico, ma comprensione e affetto per un trauma non ancora metabolizzato.

Nella scena finale Caroline è seduta in un bar, e la macchina da presa punta sul dettaglio del suo pollice mentre accende la fiamma di un accendino, ampliando la ferita già presente sul dito:questa forma di masochismo ci riporta alla sua persona in maniera profonda. Ha ora luogo una terza telefonata, stesso copione, ma questa volta tutto il disprezzo che avevamo provato per lei nella telefonata precedente, si trasforma in comprensione, elemento chiave di tutto il film e la cui disperata ricerca porta Caroline ad agire disperatamente. Ora il nostro pensiero verso la scena è influenzato dalla nostra conoscenza: stiamo pensando soggettivamente.

‘Echo’ è un lavoro molto valido nella sua semplicità, in cui Lewis Arnold ci fa capire come talvolta la nostra visione della realtà possa essere distorta ed incompleta, e ci possa dunque portare a pensare erroneamente.

foto da: vimeo.com

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown e il dramma della femminilità

The Crown è un dramma biografico scritto e creato da Peter Morgan. La prima stagione, appena terminata, è andata in onda dal 4 novembre 2016. Si tratta del più grande investimento di Netflix, con un budget stimato di oltre 100 milioni di sterline. Una grossa produzione per una serie che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica e che ha vinto diversi premi tra i quali due Golden Globe: uno come Best Television Series e l’altro all’interpretazione di Claire Foy che veste i panni della protagonista Elizabeth II.

È un progetto ambizioso che prevede la messa in onda di sei stagioni composte da dieci puntate ciascuna, che andranno a coprire l’intero arco del regno di Elizabeth II.

Morgan è già stato anche sceneggiatore del film di successo The Queen (2006) diretto da Harry Frears con protagonista Helen Mirren, che era però incentrato unicamente sul periodo della morte di Lady D.

The Crown ha il merito di mettere in scena gli esordi di quello che è attualmente il regno più lungo della storia della monarchia inglese, incentrando la sua serie su una figura quanto mai discussa ed enigmatica: Elizabeth II. E lo fa con una straordinaria eleganza formale ed una messa in scena impeccabile.

Ciò che più colpisce di questa serie è la delicatezza. Una delicatezza che investe sia il modo di raccontare sia quello di riprendere, inquadrare, ritagliare e seguire le vicende e la figura della Regina. Quello che andiamo a guardare infatti non è un racconto storico celebrativo e distaccato, quanto un dramma personale di una donna diventata regina all’età di 26 anni in un momento storico di grandi e profondi cambiamenti sociali.

È una storia che si dipana non fra i fili dorati di abiti sontuosi e scintillanti ma fra le ciglia sottili di una personalità fragile e confusa che si muove con passo leggero e incerto fra i corridoi di una maestosità fredda e intimidante, cercando di non fare rumore.

Elizabeth è una protagonista quanto mai singolare in un panorama cinematografico e televisivo che ci sta abituando a personalità femminili forti e decise a conquistare e dominare la scena come atto di rivalsa secolare. Ciò che colpisce di lei è proprio la sua natura timida, umile e dimessa. È sorprendente il modo in cui il dramma riesce a reggersi su una figura tanto anonima e riservata. Il contrasto con la frizzante ed energica sorella Margareth (grande fonte di scandali) è reso evidente anche dalla frustrazione con la quale Elizabeth stessa vive questo confronto. È un personaggio vittima del proprio anonimato, della propria mancanza di personalità e di un’istruzione approfondita che potesse renderla meno inadeguata nel proprio ruolo.

Qui sta la forza di questa serie. Nelle sue debolezze e fragilità, Elizabeth si fa manifestazione di una condizione più grande di lei. La sua frustrazione non sfocia in una rabbia dis/cos-truttiva come quella delle non tanto lontane suffraggette. Elizabeth rende manifeste le sue paure e le sue insicurezze di donna in un mondo personale, tutto suo, che proprio a causa della propria posizione non può raccontare a nessuno.

The Crown è quindi un dramma sulle donne. Donne che si muovono fra le fredde mura di un palazzo che domina le inquadrature mostrando i personaggi rinchiusi nella propria claustrofobica umanità. Troppo piccoli per le ancestrali aspettative che li investono. Sono amazzoni di un regno silenzioso, custode dei loro tormenti. Eppure sono donne necessarie che prendono costantemente decisioni.

Le grandi protagoniste di questa storia sono la Regina Madre, Elizabeth e sua sorella Margareth. Protagoniste che, ognuna a proprio modo, cercano di manifestare la propria forza e le proprie debolezze fra le sottili e perfette incisioni di una corona troppo grande e allo stesso tempo troppo stretta per le loro vite. Si tratta di generazioni di donne attraversate dalle contraddizioni dei loro secoli che marciano con le loro intime tragedie in un mondo di uomini che viene escluso dalla nostra visione (si parla tanto del Parlamento ma tecnicamente non viene mai ripreso in azione).

Gli uomini barcollano e cedono di fronte alla loro forza. Sono uomini che non agiscono senza il benestare di queste figure. Dal leggendario Winston Churchill al giovane principe Philip, abbiamo a che fare con uomini impotenti, capricciosi, bisbetici ed inetti. Uomini incapaci di gestire la propria irrazionalità. Mentre Elizabeth mette in questione ogni singolo aspetto della propria esistenza di donna e Regina, questi uomini si muovono intorno a lei facendo un gran chiasso con la propria ostentata sicurezza, per poi piegarsi di fronte alle sue dignitosamente sofferte decisioni. È una Regina che non può incutere timore ma suscitare rispetto dalla propria gentile regalità. Una regalità guadagnata con spirito razionale. Elizabeth è una donna che pensa. Claire Foy riesce a comunicare perfettamente la delicata determinazione del personaggio attraverso gli occhi e un loro particolare scintillio che mette insieme risoluzione e fragilità.

The Crown ci mette quindi di fronte ad un modo alternativo di superare cliché e pregiudizi di genere. Queste donne non devono dimostrare nulla né tanto meno affermare la forza del proprio sesso. La loro ricchezza come personaggi esplode silenziosamente nel fruscio delicato dei loro abiti quando, entrando in scena, decidono di escludere i propri drammi dal palcoscenico e di interpretare la propria necessaria parte nel mondo.

foto: popsugar.com.au

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

L’universo de “Una giornata particolare” di Ettore Scola

Una giornata particolare è il film del 1977 di Ettore Scola. Adesso, non starò di certo qui ad elencare i vari premi e riconoscimenti e nemmeno a fare l’ennesima recensione lunga e celebrativa della pellicola. Di fondamentale importanza, a mio parere, è tracciare un’analisi dei dettagli più importanti, alcuni anacronistici, scelti dalla regia per migliorare la contestualizzazione del film.

Scola colloca all’interno di un momento storico di grande rilevanza un microcosmo condominiale romano. Il 6 maggio 1938, data dell’ufficiale incontro a Roma tra Hitler e Mussolini, viene aperta una minuscola parentesi sulla vita di Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni). Lei è una casalinga ignorante e dedita al partito, moglie di un impiegato statale fascista, e lui un ex-voce EIAR (ente italiano per le audizioni radiofoniche) destinato ad essere confinato perché omosessuale. Il film, con questa “giornata particolare” come sfondo, è stato il primo in Italia ad aver affrontato il tema dell’omosessualità.

MACROCOSMO

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

Benito Mussolini, Adolf Hitler e Vittorio Emanuele III. Immagine da una rivista militare del 6 maggio 1938

La scena d’apertura con le immagini del cinegiornale dell’istituto Luce sulla settimana di Hitler in Italia, arrivato dal Brennero e diretto a Roma dove l’aspettano l’omologo italiano, il re Vittorio Emanuele III e il conte Galeazzo Ciano, mostra il contesto nel macrocosmo. Hitler, già dittatore, dopo aver destituito il precedente comandante ha assunto da pochi mesi il comando supremo delle forze armate tedesche e ha annesso alla Germania: l’Austria, i territori cecoslovacchi e i Sudeti.

Entrambi i dittatori godono di un momento di pieno consenso dal popolo e di lì a poco avrebbero portato i paesi alla catastrofe già con la successiva proclamazione delle Leggi Razziali. Il Papa Pio XI si ritira a Castel Gandolfo e fa chiudere i musei vaticani per tutto il periodo della                                                                                      visita.

MICROCOSMO

Sono quasi le 6 di mattina; la cinepresa entra nell’appartamento di Antonietta che si sta apprestando ad accendere le luci e a svegliare marito e figli che dovranno prepararsi alla parata fascista. La giornata particolare è cominciata…

Sophia Loren in una scena dal film una giornata particolare

Sophia Loren in una scena dal film “una giornata particolare”

Il figlioletto adolescente di Antonietta canticchia “La Jugoslavia ha detto che la Dalmazia è sua.. e noi je risponnemo ma li mortacci tua!”. La canzoncina si riferisce al territorio (oggi croato) che sbocca a nord del mar Adriatico. Fu motivo di propaganda fascista e del malcontento italiano perché il Regno d’Italia l’avrebbe ottenuta con la sigla del Patto di Londra dall’Austro-Ungheria dopo l’ingresso nella grande guerra. Si parlò di Vittoria Mutilata italiana perché al termine della grande guerra non fu permessa l’annessione completa, a causa del principio di autodeterminazione dei popoli. Questa fu una delle ragioni che portarono alla marcia su Roma e all’occupazione italo-tedesca nella seconda guerra mondiale di quella parte di Jugoslavia.

Nei primi dialoghi un altro dei figli spiega alla mamma che ha perso il suo “Pon Pon”. Suo padre lo rimprovera per aver utilizzato un termine straniero. Gli dice di italianizzare la parola (in ponpono) o di sostituirla con un corrispettivo in italiano. L’italianizzazione è stato un processo volontario o forzato, di assimilazione culturale e linguistica in Italia. Durante il ventennio furono italianizzati non solo i vocaboli ma anche i cognomi degli stranieri residenti e la toponomastica.

I due protagonisti in una scena di una giornata particolare

I due protagonisti in una scena de “una giornata particolare”

In un paio d’ore il condominio si svuota come un formicaio per la grande parata dei Fori imperiali ed emerge subito un dettaglio anacronistico. Antonietta rimasta in casa sospira che “di mamma [purtroppo] ce n’è una sola – poi con lo sguardo sul disordine aggiunge – ma qui ce ne vorrebbero tre: una che pulisce; una che sistema la cucina e la terza, io, che si rificca a letto” e subito intona il ritornello di Mamma di Beniamino Gigli che però uscirà 2 anni dopo.

E’ con la fuga del pappagalletto domestico che si incontrano i due protagonisti. Gabriele che fino ad un attimo prima meditava di suicidarsi con una Beretta 1922, di probabile diffusione civile, soccorre Antonietta ed improvvisamente risollevato inizia a scherzare, accenna passi di rumba con lei e le offre in dono I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Lei riconosce il romanzo perché ricorda la trasmissione radiofonica dell’EIAR ma Gabriele le ricorda che la trasmissione si chiamava i quattro moschettieri, una visione parodistica del romanzo. Tra le altre citazioni radiofoniche nei dialoghi spuntano fuori 2 importanti nomi: Guido Notari un annunciatore, di cui si sente anche la voce alla radio estratta da un documentario dell’epoca sull’incontro dei dittatori dato che i nastri originali sono stati perduti, e Alberto Rabagliati, l’interprete di Baciami Piccina che ogni lunedì sera andava in onda con Canta Rabagliati.

Il personaggio di Mastroianni afferma di essere scapolo e di pagare la tassa sul Celibato. L’imposta mirata agli over-25 fu introdotta dal regime, poi abolita da Badoglio nel 1945, per spronare i matrimoni e le nascite e ne segue poi la critica:“come se la solitudine fosse una ricchezza”. Antitetica è l’altra protagonista che invece spera di ottenere la medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose, degli incentivi economici dedicati alle famiglie con più di 7 figli.

Una giornata particolare scena sul terrazzo

Una giornata particolare, scena sul terrazzo

Di fondamentale importanza sono i dettagli che emergono sulle analoghe condizioni degli omosessuali. Alcuni che mascheravano l’orientamento dietro un certificato medico che attestava la non-omosessualità rilasciato dopo umilianti analisi altri destinati al confino e lavori in miniera a “Carbonia”. La scelta di collocare il film nel 1938 fa capo alle propagande fasciste contro gli omosessuali durate dal 1936 al 1939.

E’ come se il regista avesse tagliato sagittalmente la Roma del 1938, facendoci toccare ed assaporare, grazie all’imponente cascata di dettagli importanti e non, il “recinto” claustrofobico della sfera pubblica e privata dei cittadini marginali o emarginati (che fossero omosessuali o madri, poco importa, data la condizione di “eterne scolare da premiare con stelline” delle seconde) che si ritrovano a vivere, insieme all’Italia intera, una “giornata particolare”

Ladri di biciclette, la recensione

Ladri di biciclette, la recensione

Italia del secondo dopoguerra. Un uomo, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), riesce a trovare un lavoro, ma gli serve una bicicletta per ottenerlo. Tramite la vendita di alcune coperte, sua moglie Maria (Lianella Carell) riesce a procurare abbastanza soldi per riscattare la loro bici dall’officina di riparazione. Antonio comincia entusiasta il suo lavoro, ma il primo giorno gli rubano la bicicletta. Sconsolato e senza più possibilità di lavorare, egli dapprima denuncia il furto, ma vedendo la freddezza della caserma di fronte al suo dramma, decide di chiedere aiuto ad un suo compagno di partito che lo tranquillizza, promettendogli che l’avrebbero ritrovata l’indomani mattina ad un mercatino di merci rubate.

Il giorno seguente inizia dunque una disperata ricerca con l’aiuto del figlioletto Bruno(Enzo Staiola), che porta ad un anziano signore sorpreso a parlare con un ragazzo in sella alla bici incriminata. Il vecchio però, inseguito fino ad una mensa per poveri, si dimostra restio alla richiesta del Ricci di condurlo dal giovane, e così Antonio decide di affidarsi ad una “santona” da cui sorprese sua moglie Maria. Purtroppo però, non ottiene che una vacua risposta, ma all’uscita trova il ragazzo che cercava, sebbene perfino la perquisizione della sua casa non gli frutterà alcun risultato. Antonio decide allora di rubare una bicicletta, ma il suo maldestro tentativo viene fermato in breve tempo :l’uomo ha fallito anche nel più disperato dei suoi piani.

Commovente lo scambio di sguardi finale tra Antonio e Bruno che, piangenti e senza più speranze, tornano a casa, mescolati in una massa di gente come loro:indigente e sfiduciata.

Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, è una storia di ordinaria miseria, la cui scena iniziale mostra la disperazione di un ammasso di uomini costretti ogni mattina a chiedere angosciosamente lavoro, nella maggior parte dei casi invano. La disperazione però, non fa distinzioni di genere, ed infatti presto vediamo un gruppo di donne di ogni età, Maria compresa, ricorrere ai fantomatici aiuti di un’anziana “santona”. Quando poi padre e figlio provano a dimenticare la tristezza per la bici rubata andando in un’osteria, la loro felicità ci sembra assurda in riferimento ai giorni nostri.

Rarissimi i primi piani, per risaltare lo stato emotivo dei protagonisti. Vittorio De Sica si è invece servito dei mezzi primi piani, molto sfruttati durante tutto l’arco del film. Questo capolavoro è il manifesto del neorealismo italiano per eccellenza: gli attori non sono professionisti, le scene sono girate prevalentemente in esterno, per lo più in periferia e in campagna. Il soggetto rappresenta la vita di lavoratori impoveriti dalla guerra. La trama è costruita su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, e il bimbo, Bruno, riveste un ruolo di grande importanza. Enzo Staiola ha raccontato che nella scena finale del transito del tram, si manifesta un passaggio non previsto dal copione.

Bruno, infatti, va da una parte e Antonio dall’altra, creando una scena completamente improvvisata, come dimostrato anche dai passeggeri del tram che in coro si sporgono a guardare l’arresto,poichè lo credevano reale, non essendosi accorti della macchina da presa:questo è stato il cinema neorealista, in cui la realtà entrava totalmente nel film, e la fantasia si confondeva spesso con la vita vera.

La pellicola parla di un’Italia fatta a pezzi, la cui unica speranza sembrava essere riposta nel “mal comune mezzo gaudio”, la quale rappresentava l’unica risposta alla sofferenza che attanagliava gran parte della popolazione: nella scena finale, difatti, si può vedere come tutto sommato la gente sorrida, trovando conforto proprio nel non essere sola, nel sentirsi una goccia nell’oceano di miseria di quegli anni.

Un film che ha segnato un’epoca.

foto da: scuolanticoli.com

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