Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

[Foto in copertina da: hharrahssocal.com]

 

Londra, agosto 2011: fra gli scaffali di un negozio di dischi megagalattico, pesco a caso Hot Fuss, il primo album dei Killers, la band alternative rock di Las Vegas, spesso indicata come il miglior gruppo del XXI secolo. Di quell’estate infatti, porto a casa oltre agli innumerevoli ricordi, una raccolta di canzoni di Elvis,il primo album dei Kasabian e si, proprio i Killers.

Eravamo tutti più o meno adolescenti, quando tormentone indiscusso era Mr. Brightside, questa canzone della band americana che tutti abbiamo canticchiato o che conosciamo anche per averla sentita in commedie altrettanto americane (fu cantata ad esempio a squarciagola da Cameron Diaz nel film  L’amore non va in vacanza).

L’intro, basta ascoltare quello e quelle due o tre frasi :”it started out with a kiss,how did it end up like this? It was only a kiss” per capire che una canzone del genere avrebbe portato il gruppo esordiente a scalare le classifiche di musica mondiali, e così è stato, anche per le produzioni successive. Il mio incontro coi Killers durante l’adolescenza è stato  proprio questo, metaforicamente, un bacio in quel negozio di dischi londinese, a caso, finito poi, come finiscono i grandi amori, senza un motivo. Ma loro, la band americana che si proclama esponente di quello stesso glam rock di cui anche Bowie aveva fatto parte, sono tornati con il singolo The man, e noi li vogliamo celebrare a nostro modo, guardandoci indietro, rispolverando alcuni dei loro successi che sono stati un po’ la colonna sonora di chi, negli anni Dieci del Duemila, si faceva scuotere da questi riff di chitarra di stampo molto americano.

E partiamo proprio dal video di Mr Brightside, una specie di Moulin Rouge, il celebre musical di Baz Luhrmann, riassunto in questi pochi minuti di videoclip, in cui la bella ballerina, di cui il cantante pare essere innamorato, deve subire le angherie del proprietario del locale in cui balla, il proprietario è poi, non a caso, il cattivo di molti film degli anni 80.

Hot Fuss, l’album d’esordio dei Killers (in cui milita una componente italiana, il batterista Vannucci) contiene anche altri successi come Somebody told me e All these things that I’ve done. La bellezza della musica dei Killers sta, oltre che nella voce metallica e allo stesso tempo suadente di Brandon Flowers (che ha anche alle spalle un paio di interessanti album da solista), nel modo che hanno di catturare l’ascoltatore coi ritmi senza pretese, ma accattivanti delle loro canzoni. Lo si capisce subito, sin dall’inizio di che stoffa sono fatti Brandon Flowers e compagni, da questo primo album, che li ha inevitabilmente portati al successo, con questa ventata di novità che in quei tempi proponevano

Dopo Hot Fuss, (che ancora gelosamente conservo tra i miei cd) c’è Sam’s Town del 2006 che sembra essere un concept album. In questo album c’è una delle canzoni sul cui videoclip ho speso personalmente più pomeriggi della mia vita. Pomeriggi in cui, sembra passata un’eternità, si stava ore davanti a MTV a guardare le classifiche o i videoclip delle band emergenti.

In questo scenario, quasi messicano, una ragazza semplice di provincia, molto religiosa, (come religiosi dai testi delle canzoni sembrano essere paradossalmente gli stessi Killers), sposa un ragazzo conosciuto a caso nel bar in cui lavorava, credendo che lui fosse l’amore della sua vita, ignara che quell’uomo la tradisse da sempre. Il video è una specie di cortometraggio che si chiude con una scena di perdono: l’adultero, figliol prodigo, torna da sua moglie, che nel frattempo era sparita, per invitarla a desistere dal suicidio. Lo stesso frontman si è più volte prestato a impersonare i ruoli più disparati nei videooclip, vestito un po’ da cowboy e un po’da Elvis in Read my mind ad esempio. Fra le collaborazioni, poi, ricordiamo Tranquillize con Lou Reed e fra le cover, la meravigliosa Romeo and Juliet, pezzo celeberrimo dei Dire Straits.

C’è stato poi l’album Day & Age nel 2008 in cui si trova la ballabilissima Human ispirata ad un saggio che ispirò anche il film Paura e delirio a Las Vegas: “Are we human or are we dancers?”  l’interrogativo lietmotiv di tutta la canzone, non è un verso sconclusionato di quelli del cantante, bensì un passo dello stesso saggio.

“It’s taken from a quote by  Hunter S. Thompson: ’We’re raising a generation of dancers,’ and I took it and ran. I guess it bothers people that it’s not grammatically correct, but I think I’m allowed to do whatever I want,” he laughed. ” ’Denser’? I hadn’t heard that one. I don’t like ’denser.’ ” (da una dichiarazione dello stesso frontman. (1))

In questo stesso album si trova una canzone, che senza voler aprire parentesi autobiografiche, ha segnato personalmente chi scrive. Anni Cinquanta, scene un po’ alla Grease, e il mondo della brillantina è anche un po’ il mondo dei Killers, un accoltellamento per gelosia, e una storia d’amore che si consuma nella tragedia. Un testo bello e a tratti poco comprensibile quello di  A dustland fairytale che si rivela una favola moderna, un po’ da Walt Disney per disillusi.

Ritornano poi nel 2012, ma gli adolescenti ai tempi di Mr. Latoluminoso, magari sono cresciuti, li hanno abbandonati, come succede con le mode, come tutti gli artisti che passano, perché per ogni genere musicale forse c’è un’età, e allora cos’è rimasto di quel brightside? delle paillettes, dei lustrini, del glamorous indie rock’n roll, dei videoclip? Sicuramente resta un affettuoso ricordo di canzoni cantate sotto la doccia, ballate e urlate a cui restano legati decine di ricordi.

Un successo quello avuto dai Killers, per molti critici non meritato e di cui sicuramente sono stati complici l’avvenenza del frontman, e tutto l’ambaradan di videoclip, testi romantici e quel modo americano di costruire favole televisive a portata di mano. Adesso stanno tornando con un nuovo album, la speranza è quella che non abbiano virato ancora una volta verso il pop commerciale, come quello del penultimo album che non aveva affatto convinto.


 

(1) https://www.quora.com/What-is-meant-by-the-Killers-song-Are-we-Human-or-are-we-Dancer

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Nanni Moretti è un autarchico.

Nanni Moretti è un uomo pieno di idiosincrasie e l’unico modo che ha per esorcizzarle è attraverso il suo cinema, quello che molti di noi fanno su un divano parlando con lo psicologo, lui lo fa attraverso una macchina da presa.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera c’è davvero un momento molto visibile dove non esiste più il Nanni Moretti regista e attore, nè il personaggio autobiografico di Michele Apicella,da lui interpretato per quattro diversi film (giusto per non lasciar molti dubbi, il cognome è quello della mamma di Moretti) ma questi si mischiano fino a non capire dove ci sia la sceneggiatura e dove invece la recitazione venga sostituita dalla realtà. Si tratta di un’operazione che ha un analogo da un punto di vista autoriale soltanto in un’altra occasione, è l’Antoine Doinel protagonista della saga di film di Truffault che parte da “I 400 colpi” per finire con “L’amore fugge”.

(Il personaggio di Michele Apicella in Bianca, il terzo dei film di Moretti con questo personaggio come protagonista principale)

 

“Palombella Rossa” è l’ultimo episodio della saga di film che hanno come protagonista Michele Apicella e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna estiva organizzato dal “Nuovo Sacher” (la Sacher-torte farà venire in mente qualcosa agli ammiratori del regista romano): per l’occasione Nanni Moretti stesso ha presentato il film mettendo in luce come in molti, all’interno della critica, non lo compresero quando uscì.

In questo film, Apicella è un dirigente del PCI che però per un banale incidente all’inizio del film, perde la memoria. E quindi tutto il film si gioca su una specie di meccanismo alla Memento in una chiave che è impossibile definire se non riferendoci a ciò che provoca il cinema di Moretti: è quella sensazione agrodolce che ci punge anche quando sorridiamo con lui, mai di lui. Tutto ciò avviene perché quello che lo rende così riconoscibile è l’ampliare le sue nevrosi e vedere come esse in realtà corrispondano anche alle nostre.

 

Moretti stesso ha raccontato molti dei retroscena della lavorazione del film, ci furono tantissime difficoltà: scelse lui stesso di girare fuori Roma, a differenza di film come Bianca, e partiva con evidenti mancanze nella sceneggiatura che venne completata sul set. La lavorazione si prolungò per le evidenti difficoltà fisiche, svolgendosi il film in una piscina e durante una partita di pallanuoto, e quindi c’erano evidenti difficoltà perché come il regista ricordava: “dovevo dirigere attori che non erano pallanuotisti e pallanuotisti che non erano attori”. La regia aveva la necessità che alcune azioni della partita andassero a finire in un determinato modo, ad esempio con la palla in gol, per concentrarsi attraverso i movimenti della cinepresa su ciò che accadeva fuori, con tutti i personaggi che si relazionavano con Michele Apicella. Tra cui spiccano i due giornalisti che continuano a torchiare Michele per scucirgli dei nomi di deputati da denunciare.

Sulle parole si gioca un’altra partita molto importante, che emerge da un altro incontro con un’altra giornalista che vuole intervistare Apicella, e che rielabora costantemente i suoi pensieri non capendoli e filtrandoli attraverso il suo linguaggio moderno ma svuotato di significato, di cui “trend negativo” rappresenta l’esempio lampante nel film ed è diventata una delle battute proverbiali.

 

L’amnesia è quello che continua ad affliggere il protagonista, che non sa quale ruolo deve ricoprire all’interno della piscina, durante la partita di pallanuoto che lo vede protagonista: molteplici ricordi ci fanno vedere come da bambino non volesse entrare nella piscina, che avesse paura dell’acqua. La piscina è una metafora molto forte della politica e il comportamento manifesto del bambino che rifiuta di entrare in acqua ripercorre lo dello straniamento del protagonista nei confronti della politica e del PCI in primis. Palombella Rossa è una parabola incalcolabile sulla storia della sinistra e del PCI di quel periodo ed è quantomai attuale, alla luce delle comunali che hanno sancito una nuova crisi all’interno dei nuovi partiti di sinistra. Lo stesso Moretti ha ricordato come i critici di sinistra non riuscivano a contestualizzare la crisi di Apicella, gli dicevano che il film non era sul PCI di Occhetto ma di Natta, quindi anacronistico, la crisi non era più lo stato in cui il movimento comunista versava in Italia. Ebbene, due mesi dopo il Muro di Berlino crolla e con lui crolla il direttorio comunista, mandando in una crisi il versante di sinistra. Non solo, la crisi di cui soffre il protagonista, probabilmente era sintomo di un esaurimento della vena creativa di Moretti, che ormai doveva lasciare i panni del suo “doppio”.

E riflettendoci a posteriori, il regista indugia in questo senso affermando che a posteriori l’amnesia di cui soffre Michele nel film, a livello personale significava quasi un rigetto nei confronti del personaggio. Michele dimentica chi è perché il Moretti regista e sceneggiatore voleva muovere in avanti rispetto a questo personaggio.

Come già detto, il film parte da una simbologia molto immediata, la partita di pallanuoto che Apicella affronta in trasferta è come il PCI vedeva la politica, il risultato finale della partita è di 8-9 come l’anno d’uscita del film. Questo dualismo si nota nella scena del rigore, la soluzione politica che Apicella auspica per il partito è quella di una mobilitazione totale della gente, la stessa gente che in coro si ritrova a cantare “E ti vengo a cercare” con il protagonista stesso durante il rigore che vale la partita. Il rigore, Apicella lo sbaglia tirando a sinistra e questo la dice piuttosto lunga sulla interpretazione della crisi dell’epoca secondo Moretti.

Uno degli strumenti di aggregazione molto forti è rappresentato dalla musica stessa, la rimonta della Ac Monteverde (la squadra di pallanuoto di Moretti ha il nome del quartiere di Roma in cui vive) avviene sotto le note di I’m on fire di Bruce Springsteen dove la regia si sofferma inquadrando i volti dei protagonisti, nel momento in cui deve tirare il rigore decisivo, Apicella viene sostenuto da tutto il pubblico che canta con lui “e ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

 

Riuscire ad essere così pungenti e così lucidi nel saper trasmettere il senso di crisi pur rimanendo equilibrati nella divisione tra il protagonista e il movimento di cui fa parte è una cosa complicatissima oltre che un gran risultato per un film che ricordiamolo, partiva con delle zone d’ombra nella sceneggiatura.

Palombella Rossa” non è quindi il racconto di una partita, o almeno non solo: rappresenta anche dei meccanismi molto più personali della fine di un movimento civile e politico. Ed è questo alternarsi di registri, la connessione al mondo fanciullesco che probabilmente rappresenta uno dei film più maturi ma innovativi di Nanni Moretti.

 

Canova: un po’ fuori dal coro

Canova: un po’ fuori dal coro

[In copertina: Canova – Avete ragione tutti]

Anche i Canova, con quest’esordio, si ascrivono al sottoinsieme dei nuovi neorealisti della canzone. Avvolti dagli spleen post adolescenziali a cantare il tableau vivant di aperitivi, Navigli, amori fallimentari e cantanti alla meno peggio. Davvero non riusciamo a permetterci di più? Davvero dopo tutte le copie dei cantautori 70s, ora ci tocca un elementare passaggio alla riproduzione degli 80s? Basteranno musiche catchy, produzioni dorate e chitarre acchiappa attenzione a offrire alla nostra musica qualcosa di significativo? Ma, soprattutto, è questo il modo migliore che abbiamo per cantare questo tempo? Preferiremmo pensare di no.(1)

Rolling Stone, in maniera tranchant, critica aspramente i Canova, la band milanese super in auge nell’ultimo periodo. Prima però di bocciarli in toto sarebbe opportuno e legittimo capire chi sono e quali novità magari apportano al panorama musicale italiano.

Crediamo di concordare con Rolling Stone per ciò che riguarda lo status attuale della musica italiana. Raf si chiedeva in una famosa hit dell’inizio degli anni 90 cosa resterà degli anni 80, mentre Vasco Brondi si chiede ne’ La lotta armata al bar, “che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero”. In effetti, sono entrambe domande legittime, chiaramente dal punto di vista musicale. In un proliferare di band, cantautori, soprattutto nel filone indie-pop, tra chi si atteggia a paraculo e chi incarna il disagio giovanile, come cantava Battiato, chi non butteremmo giù dalla torre? Ecco, magari i Canova li salveremo.

I Canova sono un po’ fuori dal coro, si inseriscono in quel filone che cerca di narrare agli ascoltatori il disagio giovanile. Già la parola disagio è stata proprio riportata in auge dalla nostra generazione. I millennials, che non vogliono crescere e passano le loro esistenze fra una conversazione Whatsapp e Instagram. Tra “ape” e Navigli, i Canova ci raccontano, con melodie cantabili e orecchiabili, la nostra condizione, e lo fanno senza essere pretenziosi, senza essere completamente avulsi dal contesto sociale in cui viviamo.

L’album ha un titolo tanto democratico quanto provocatorio, si intitola Avete ragione tutti e la prima canzone si chiama Vita Sociale, canzone in cui il cantante dalla voce un po’ nasale ci dice che tutto è destinato a passare, dall’estate alle leggi sul posto fisso. Non c’è particolare ricerca nell’utilizzo del linguaggio, vi ritroviamo testi semplici i cui ritornelli entrano nella mente. Siamo di fronte alla solita canzonetta? Certo i ritmi anni 80 lo suggeriscono.

L’Expo viene raccontata nella seconda traccia, ma è solo un luogo, un retroscena perché è la storia di un incontro romantico di “due sanguinanti amanti”. Ritornano qui la solitudine e l’individualismo, annettendoci la descrizione della vita quotidiana di una qualunque persona che vive in città, Milano, ad esempio perché da lì provengono i Canova. Expo, è la storia convenzionale di due ragazzi del nostro tempo, lui tenta di dire a lei qualcosa (lo si scopre all’ultimo secondo della canzone), ma nemmeno alla fine della canzone ci riesce.

Come ha scritto rockol(2) ogni canzone di quest’album può essere indipendente e potrebbe essere un potenziale singolo. Portovenere è una di queste. Ci si chiede perché bisognerebbe andare fino Portovenere solo per litigare? Anche le parole usate sono la fotografia dei nostri tempi, ricorrono espressioni e frasi come “prenderci male”.

Manzarek, traccia successiva, ha un inizio da canzone di Vasco Rossi, è una canzone d’amore sgangherata, tra “la Borsa che cade e l’Oroscopo che dice che tornerà tutto a posto”, mentre la protagonista si spoglia su una canzone dei Doors. Un bel quadretto quotidiano, una canzone da strimpellare al mare.

“Siamo tutti quanti personaggi” è l’intro della canzone Brexit, canzone sulla mancanza di un futuro, inno generazionale di una generazione allo sbando che non ha “neanche un soldo per viaggiare, andare a Londra”, mentre la Brexit è solo un’esclusione fatale e personale dalla possibilità stessa di viaggiare.

Siamo quelli che domani morirò,
ti dedico un pezzo degli Strokes.
Stiamo insieme dopo mezzanotte,
che poi ci viene l’ansia di esser coppie. (da Brexit)

L’album quindi è uno di quelli in cui non c’è una canzone sbagliata dal punto di vista musicale, tutte potrebbero essere dei potenziali successi. I Canova e gli altri come loro che hanno raccontato la gioventù e i sogni, le speranze, le delusioni non sono nuovi nella musica, si pensi a Guccini (ma Guccini scriveva Eskimo e Farewell, poesie quasi infarcite di lotta studentesca, idee politiche, viaggi in America, Edgar Lee Masters!). La differenza fra i due modi di essere la colonna sonora dei vent’anni è abissale, ma di questo non c’è n’è da fare una colpa ai Canova o a chi come loro ci prova, perché ogni forma d’arte è figlia del suo tempo. Al di là della sociologia spicciola, forse i Canova passeranno, forse no, intanto, nello scorso 2016, va messo agli atti,  ci hanno regalato un’ora e mezza di musica giovane, fresca e spensierata non senza una buona dose di cinismo.


(1) Rolling Stone Italia, 31 ottobre 2016, di Giulia Cavaliere

(2) Rockol, 12 novembre 2016, di Marco Jeannin

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Qualche pomeriggio fa, nel cortile dello studentato in cui vivo, seduta per terra con un amico, chiacchieravo di futuro, di depressione post-Erasmus, di crisi dei 25 anni, e, in preda all’ ‘”allegria”, a caso dico che sarebbe stato bello stare in quel momento ” in questi posti davanti al mare”, ignara che il mio amico sapesse. Lui  a tono mi risponde con i versi successivi della canzone, ovvero “per noi che non ci sappiamo raccontare, nei bar davanti al mare”. Da questo discorso alquanto sconclusionato è nata una conversazione su Fossati, parzialmente ignoto a chi scrive, sostanzialmente perché la verità è che, quando cresci con la triade di Francesco (con annesso Fabrizio), la tua mente si stagna sulle loro intere discografie e diventa difficile spaziare.

Quello stesso mio amico mi propone l’ascolto di Terra dove andare, seconda traccia dell’album La pianta del tè. Lo fa apposta, perché sa che quella canzone rappresenta la sintesi dei discorsi fatti qualche minuto prima. Un’incipit, con fisarmonica in sottofondo, accompagna il ragazzo protagonista della canzone che è perso, incastrato nei suoi 18 anni, mentre rifiuta l’età adulta, in questo battere e levare quasi reggae. A fare pressione il sindacato, i contratti e suo padre che sono solo metafore di un mondo, che come dice Guccini in Un giorno, ” là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola.” ché “non è senza un prezzo salato diventare grandi”.

(Piacevolmente sorpresa, faccio a due a due le scale, mi piazzo su Spotify e in un’oretta ascolto tutto l’album, pentendomi per aver ignorato così a lungo questo capolavoro.)

Alla terza traccia, più lenta, più malinconica, a tratti nostalgica, troviamo un altro (quasi)ragazzo:

Qui il ricordo non è uomo,
e il più delle volte nemmeno donna.
Qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna,
non per tracciare una rotta
che non si può dare una via,
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia. (da L’uomo coi capelli da ragazzo)

La gioventù ritorna, col paradosso dell’uomo di 40 anni che ha i capelli da ragazzo, in una canzone piena di rimpianti, di rabbia non contro qualcuno, ma contro il destino, contro lo scorrere del tempo, contro la solitudine, le scelte sbagliate. Un ritratto, questo, di estrema delicatezza che tocca l’anima dell’ascoltatore, calandolo in un’atmosfera da romanzo ottocentesco. Questo dialogo fra il medico e il ragazzo diventa apologo del tempo che passa, senza possibilità di intervento alcuno,lasciando solo, baluardo di una stagione passata, e forse migliore, “i capelli da ragazzo”.

La pianta del tè, è un album di ricerca, ma, paradossalmente, anche di rassegnazione. La prima traccia, omonimo titolo dell’album, usa la pianta del tè come metafora di sperimentalismo, di nuovo, esotico e lontano, che è ciò che Fossati ha cercato di produrre artisticamente, allontanandosi dal modo di fare musica utilizzato negli album pregressi:

Ma le metafore non si fermano a quella della pianta del tè, la volpe è la protagonista della quarta traccia: è una canzone inquieta all’inizio, quasi angosciante, è una canzone basata sui “forse”, sull’attesa di qualcuno che si vede all’orizzonte, sull’attesa di un ritorno, cani, volpi, amici o amore non si sa e Fossati si riserva bene dal dircelo.

Proprio a metà delle tracce si trova la seconda parte de’ La Pianta del tè, come se fosse un’opera in due movimenti, i ritmi sono chiaramente orientali, e, questa canzone segna una sorta di cesura e di preludio per la seconda parte dell’album.Non ci sono parole, ma solo quasi 4 minuti di arpeggi che ci sbalzano  direttamente dalle persone e dai luoghi delle prime 4 tracce ad altri universi. Infatti, dopo il ragazzo-Peter Pan, l’uomo quarantenne e la volpe, si sbarca in altri luoghi.

Questi posti davanti al mare, citata prima, fu cantata da una trinità, azzarderemmo, quasi sacra: De Gregori, De Andrè e Fossati appunto. L’incipit di Fossati si sofferma su ragazze provenienti da diversi posti in Italia, immaginarie le ragazze, come si immagina che nei posti da cui provengono ci sia il mare. Queste donne ce le si immagina belle, abbronzate e fiere ondeggiare dopo il lavoro verso le spiagge. A guardarle, questi tre uomini che dal mare provengono,e, che pur osservando i vari flirt estivi, non si sentono a loro agio, timidi, discreti, perché tra le altre cose ” non si sanno raccontare”. Il connubio di queste tre voci, roche e scure quasi allo stesso modo, sul ritmo spensierato della canzone hanno un’effetto così prorompente, che al bancone del bar ci piacerebbe ritrovarci a bere con loro, ci piacerebbe provarci a indurli a raccontarsi, facendoci dolcemente accarezzare dalla brezza, al tramonto.

Dopo l’estasi per la bellezza di questo trio meraviglioso ricomposto in questa perla rara, ci si sposta a Genova, quello stesso luogo che ci ha regalato talenti a iosa, che ci ha regalato la musica in versi, come se lì si fosse radicato l’ultimo germe di poesia. Le donne del ponte lance, sono le protagoniste della traccia successiva. Fossati, dalla parte dei marinai, le guarda, cantando un pezzo anche in francese (tanto che potrebbe sembrare una canzone di Brassens o Jacques Brel), racchiudendo in questi versi la bellezza e la fugacità del momento, perché questa canzone di marinai ha in sé la brevità degli arrivi e delle partenze di chi va per mare.

Il marchio di Fossati dell’album si riconosce in Chi guarda Genova, quasi che quest’ultima, Terra dove andare e Questi posti davanti al mare  potrebbero essere tre canzoni gemelle. Questa canzone è un altro inno al mare, che come si potrà notare, resta il lietmotiv di tutto l’album. Genova, poi, si ammonisce nel testo, si guarda solo dal mare. Un luogo aspro ma bello, vero, tutto “rocce e gerani”. Il porto, la Procura e gli avvocati con le loro segretarie (forse “con gli occhiali che come fanno a farsi sposare dagli avvocati” ) sono tutti parte di questo paesaggio, mentre Fossati descrive scorci di vita quotidiana, belle signore, amori non da aspettare, sé stesso e i suoi affaires: Fossati fa diventare Genova il retroscena e l’alter ego di chi “ha il cuore arido e un orecchio al traffico”.

La costruzione di un amore è forse la canzone più celebre dell’album e qui ritroviamo il Fossati poeta deluso ma realista di Di Tanto Amore, Carte da decifrare e Il bacio sulla bocca. L’ultima canzone è invece Caffè lontano:

Io cosa non ti direi,
e, mi viene da pensare che,
se chiudi gli occhi anche tu
nello stesso momento,
puoi prendermi la mano.

Il cantautore genovese ci lascia sospesi in quest’ultima canzone, quasi come il caffè si lascia sospeso, secondo una nostra usanza contemporanea. Lui, lontano da casa sua, lontano dalla donna che ama, solo davanti ad un caffè, fa pensare ad una canzone di un altro genovese, Paolo Conte, che  parlava di amori fugaci e distanti, in Architetture lontane. Fossati si racconta in un momento fisso ma lontano nel tempo, ed è  quasi come se si guardasse attraverso o meglio è come se si fosse sdoppiato e si stesse guardando dall’esterno.

Questo album, così delicato, è uno scrigno magico, un breve racconto moderno, con una trama difficilmente intelligibile ma sensata e bellissima e, se non vi è ancora capitato di farlo, non vi resta che  tuffarvi in questa pietra miliare di un’ età aurea della musica italiana, forse troppo lontana.

 

 

Foto: copertina del vinile La Pianta del tè

 

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.