The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

[In copertina: Elisabeth Moss nei panni di June, protagonista della serie. Foto da arstechnica.com]

Adattamento cinematografico del best seller internazionale Il racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Antwood, The Handmaid’s Tale è una storia ambientato nel distretto di Gilead, un neo Stato a regime totalitario situato indicativamente nella zona orientale degli Stati Uniti. La dimensione spazio-temporale, la medesima in cui il mondo occidentale si definisce libero e si proclama autosufficiente, viene stravolta da un manipolo di fondamentalisti armati, che si dichiara in linea con il ritorno agli antichi valori biblici, imponendo il rispetto delle regole con le armi.  

The Handmaid’s tale, vincitore di ben otto Emmy awards nell’agosto 2017, accompagna per mano lo spettatore in una realtà distopica, popolata da un fantasma in carne ed ossa: il Regime. 
Abbattutosi come un violento tornado su una società occidentale open mindedesso impone alle poche donne rimaste indenni dalla piaga dell’infertilità di mettere al mondo creature senza il loro consenso, allontanandole dal contesto famigliare e addestrandole ad un fuorviante training educativo. Perversa e anacronistica è la giustificazione fornita dalla dura lex: come nell’Antico Testamento Giacobbe si unì a Bila, schiava fertile di sua moglie Rachele, perché gli desse un figlio, così le ancelle si trovano in stato di completo asservimento, premio di un capriccio bestiale. Sed lex 

La serie tv dà voce alla storia di June, divenuta Of-Fred (Elisabeth Moss), una giovane donna, privata del suo nome e asservita ad ancella di Fred Waterford (Joseph Fiennes), un facoltoso Comandante di Gilead. In questa terrificante società, le ancelle e le mogli dei ricchi dirigenti di partito sono definitivamente private di qualsiasi tipo di libertà: non possono leggere, non possiedono denaro, non vestono che una divisa, spersonalizzante e anonima, non prendono decisioni e non sono libere di uscire di casa se non sotto scorta.  

Non esattamente adatta ai deboli di cuore, la regia di Reed Morano sferza un pugno direttamente nello stomaco, non si serve di mezzi termini e inquadra in lunghi campi le impiccagioni e in primissimi piani le espressioni di terrore. Sistematicamente, all’apice della tensione e della suspance, decide di realizzare ciò che lo spettatore più teme. E lo fa magistralmente ingrigendo e addensando i toni della fotografia che si mostra, invece, più soffice e luminosa quando la protagonista si esercita costantemente al ricordo dei suoi affetti più cari, strappatigli su una strada fredda e pericolosa di Maccarthiana memoria. La cura estetica e il contouring cromatico, che ne derivano, rispecchiano pure la consuetudine del sistema propagandistico del Regime: la purezza e la semplicità esteriori intendono seppellire le brutalità nascoste tra maniere candide e diabolicamente gentili.  

The Handmaid’s Tale è, tra gli altri, un capolavoro di sceneggiatura: parallelamente allo straniamento di ambienti, alla circuizione di circostanze e alle manifestazioni di violenze la cui visione dello spettatore è sottoposta, c’è il coraggio di June. L’ancella non si piega alle lusinghe della stupidità. Si stupisce delle indicibili angherie a cui le compagne sono sottoposte, concede che le sia fatta violenza, ingoia l’amarezza delle ingiustizie, ma mai dispera. È, infatti, la sua voce fuoricampo che consola lo spettatore e lo guida fino all’ultima puntata della stagione che, con un finale aperto e volutamente sospeso, preconizza una rivincita e un “ritorno all’ordine” nel futuro.   


Agnese Lovecchio

Il bistrot h 24 di The Place

Il bistrot h 24 di The Place

 [ Foto in copertina da comingsoon.it ]

Dopo aver fatto molto parlare di sé per la regia di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese si fa abituè del grande schermo con una pellicola per niente banale che ambisce a sovvertire i luoghi comuni della morale dello spettatore.

Nato come un remake della serie televisiva statunitense The Booth at the End, il neonato The Place racconta i tormenti e i desideri di nove personaggi che frequentano un bistrot ad angolo, il the place appunto, abitato giorno e notte da un uomo misterioso. Valerio Mastrandrea interpreta un deus ex machina meticolosamente seduto ogni giorno allo stesso tavolino del bar, intento a scrivere appunti su una poderosa agenda, mentre ascolta i suoi “clienti” parlare di se stessi. Interpretando un moderno Faust in giacca e camicia, l’uomo sottopone soluzioni a coloro che disperati gli si rivolgono per le più svariate ragioni: una giovane suora vuole ritrovare il suo Dio, un poliziotto riavvicinarsi a suo figlio, una giovinetta desidera essere più bella, una moglie riconquistare la passione di un giovane e annoiato marito, o un attempato meccanico passare una sola notte con una pin-up. Qualsiasi richiesta essi facciano, la soluzione è letteralmente a portata di mano, nascosta tra le fittissime righe di quell’agenda. A sancire il patto col diavolo, i richiedenti però hanno l’obbligo di svolgere un compito, pagando il pegno delle loro velleità con un’azione crudele e, il più delle volte, criminale.

La questione centrale di The Place sta tutta in “cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri”. E a quanto pare la sceneggiatura indovina realisticamente l’acme del punto di non ritorno: i personaggi raschiano il fondo, e, prima di subire le pesanti conseguenze dei loro gesti, decidono di risalire la china.

La tecnica narrativa è costruita grazie ad una impalcatura stilistica che non annoia, e anzi canalizza l’attenzione dello spettatore sulle preoccupazioni dei personaggi attraverso un linguaggio estetizzante. Sta qui, infatti, il pregio della sceneggiatura, che funzionerebbe debolmente se l’intera pellicola non fosse girata in un’unica unità di luogo e d’azione. Il bistrot riecheggia evidentemente l’appartamento di Perfetti sconosciuti, e, nonostante inquadrature siano sicure, fisse, tra campi e contro-campi attorno ad un tavolino, condivide con quello il format narrativo: i dialoghi si nutrono dell’immaginazione dello spettatore, che, dal canto suo, vive i flash-back dei personaggi senza assistervi. Non c’è azione, non c’è suspance; non c’è lotta, non c’è sangue. Eppure tutti ne escono trafitti, come confessa Angela (Sabrina Ferilli), cameriera in cerca di felicità e personaggio funzionale più nel finale, che nella trama.

Probabilmente un po’ troppo ingombrante il sottofondo musicale di Maurizio Filardo che aiuta tuttavia le emozioni a srotolarsi e a scandire il ritmo della recitazione. Gli attori, più che mostrare un approccio cinematografico alla recitazione, sembrano interpretare la corale di una pièce teatrale, mentre trasmettono allo spettatore l’emozione nei volti e la vibrazione nelle voci. A conti fatti, The Place soddisfa le aspettative, a patto che esse siano superiori all’umile e tradizionale sceneggiato tv, ma lascia spazio a sbavature e lacune su cui è necessario ritornare.


Agnese Lovecchio

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Nanni Moretti è un autarchico.

Nanni Moretti è un uomo pieno di idiosincrasie e l’unico modo che ha per esorcizzarle è attraverso il suo cinema, quello che molti di noi fanno su un divano parlando con lo psicologo, lui lo fa attraverso una macchina da presa.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera c’è davvero un momento molto visibile dove non esiste più il Nanni Moretti regista e attore, nè il personaggio autobiografico di Michele Apicella,da lui interpretato per quattro diversi film (giusto per non lasciar molti dubbi, il cognome è quello della mamma di Moretti) ma questi si mischiano fino a non capire dove ci sia la sceneggiatura e dove invece la recitazione venga sostituita dalla realtà. Si tratta di un’operazione che ha un analogo da un punto di vista autoriale soltanto in un’altra occasione, è l’Antoine Doinel protagonista della saga di film di Truffault che parte da “I 400 colpi” per finire con “L’amore fugge”.

(Il personaggio di Michele Apicella in Bianca, il terzo dei film di Moretti con questo personaggio come protagonista principale)

 

“Palombella Rossa” è l’ultimo episodio della saga di film che hanno come protagonista Michele Apicella e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna estiva organizzato dal “Nuovo Sacher” (la Sacher-torte farà venire in mente qualcosa agli ammiratori del regista romano): per l’occasione Nanni Moretti stesso ha presentato il film mettendo in luce come in molti, all’interno della critica, non lo compresero quando uscì.

In questo film, Apicella è un dirigente del PCI che però per un banale incidente all’inizio del film, perde la memoria. E quindi tutto il film si gioca su una specie di meccanismo alla Memento in una chiave che è impossibile definire se non riferendoci a ciò che provoca il cinema di Moretti: è quella sensazione agrodolce che ci punge anche quando sorridiamo con lui, mai di lui. Tutto ciò avviene perché quello che lo rende così riconoscibile è l’ampliare le sue nevrosi e vedere come esse in realtà corrispondano anche alle nostre.

 

Moretti stesso ha raccontato molti dei retroscena della lavorazione del film, ci furono tantissime difficoltà: scelse lui stesso di girare fuori Roma, a differenza di film come Bianca, e partiva con evidenti mancanze nella sceneggiatura che venne completata sul set. La lavorazione si prolungò per le evidenti difficoltà fisiche, svolgendosi il film in una piscina e durante una partita di pallanuoto, e quindi c’erano evidenti difficoltà perché come il regista ricordava: “dovevo dirigere attori che non erano pallanuotisti e pallanuotisti che non erano attori”. La regia aveva la necessità che alcune azioni della partita andassero a finire in un determinato modo, ad esempio con la palla in gol, per concentrarsi attraverso i movimenti della cinepresa su ciò che accadeva fuori, con tutti i personaggi che si relazionavano con Michele Apicella. Tra cui spiccano i due giornalisti che continuano a torchiare Michele per scucirgli dei nomi di deputati da denunciare.

Sulle parole si gioca un’altra partita molto importante, che emerge da un altro incontro con un’altra giornalista che vuole intervistare Apicella, e che rielabora costantemente i suoi pensieri non capendoli e filtrandoli attraverso il suo linguaggio moderno ma svuotato di significato, di cui “trend negativo” rappresenta l’esempio lampante nel film ed è diventata una delle battute proverbiali.

 

L’amnesia è quello che continua ad affliggere il protagonista, che non sa quale ruolo deve ricoprire all’interno della piscina, durante la partita di pallanuoto che lo vede protagonista: molteplici ricordi ci fanno vedere come da bambino non volesse entrare nella piscina, che avesse paura dell’acqua. La piscina è una metafora molto forte della politica e il comportamento manifesto del bambino che rifiuta di entrare in acqua ripercorre lo dello straniamento del protagonista nei confronti della politica e del PCI in primis. Palombella Rossa è una parabola incalcolabile sulla storia della sinistra e del PCI di quel periodo ed è quantomai attuale, alla luce delle comunali che hanno sancito una nuova crisi all’interno dei nuovi partiti di sinistra. Lo stesso Moretti ha ricordato come i critici di sinistra non riuscivano a contestualizzare la crisi di Apicella, gli dicevano che il film non era sul PCI di Occhetto ma di Natta, quindi anacronistico, la crisi non era più lo stato in cui il movimento comunista versava in Italia. Ebbene, due mesi dopo il Muro di Berlino crolla e con lui crolla il direttorio comunista, mandando in una crisi il versante di sinistra. Non solo, la crisi di cui soffre il protagonista, probabilmente era sintomo di un esaurimento della vena creativa di Moretti, che ormai doveva lasciare i panni del suo “doppio”.

E riflettendoci a posteriori, il regista indugia in questo senso affermando che a posteriori l’amnesia di cui soffre Michele nel film, a livello personale significava quasi un rigetto nei confronti del personaggio. Michele dimentica chi è perché il Moretti regista e sceneggiatore voleva muovere in avanti rispetto a questo personaggio.

Come già detto, il film parte da una simbologia molto immediata, la partita di pallanuoto che Apicella affronta in trasferta è come il PCI vedeva la politica, il risultato finale della partita è di 8-9 come l’anno d’uscita del film. Questo dualismo si nota nella scena del rigore, la soluzione politica che Apicella auspica per il partito è quella di una mobilitazione totale della gente, la stessa gente che in coro si ritrova a cantare “E ti vengo a cercare” con il protagonista stesso durante il rigore che vale la partita. Il rigore, Apicella lo sbaglia tirando a sinistra e questo la dice piuttosto lunga sulla interpretazione della crisi dell’epoca secondo Moretti.

Uno degli strumenti di aggregazione molto forti è rappresentato dalla musica stessa, la rimonta della Ac Monteverde (la squadra di pallanuoto di Moretti ha il nome del quartiere di Roma in cui vive) avviene sotto le note di I’m on fire di Bruce Springsteen dove la regia si sofferma inquadrando i volti dei protagonisti, nel momento in cui deve tirare il rigore decisivo, Apicella viene sostenuto da tutto il pubblico che canta con lui “e ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

 

Riuscire ad essere così pungenti e così lucidi nel saper trasmettere il senso di crisi pur rimanendo equilibrati nella divisione tra il protagonista e il movimento di cui fa parte è una cosa complicatissima oltre che un gran risultato per un film che ricordiamolo, partiva con delle zone d’ombra nella sceneggiatura.

Palombella Rossa” non è quindi il racconto di una partita, o almeno non solo: rappresenta anche dei meccanismi molto più personali della fine di un movimento civile e politico. Ed è questo alternarsi di registri, la connessione al mondo fanciullesco che probabilmente rappresenta uno dei film più maturi ma innovativi di Nanni Moretti.

 

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

L’Odio (La Haine) : la recensione

L’Odio (La Haine) : la recensione

Ci sono un nero, un arabo e un ebreo. Non è l’inizio di una barzelletta da Bar dello Sport, sono i protagonisti de L’ Odio, film in cui verrà descritta la loro giornata successiva alla guerriglia con la polizia, causata dal grave ferimento del sedicenne Abdel durante un interrogatorio.

Vinz(Vincent Cassel), Saïd(Saïd Taghmaoui) e Hubert(Hubert Koundé) sono degli aspiranti rivoluzionari che passano il loro tempo raccontandosi aneddoti, girovagando per le strade della banlieue di Parigi senza meta e fumando qualche spinello. Il senso di noia è amplificato dalla mancanza di dilatazione temporale, infatti il film si sviluppa interamente nell’arco di una giornata. Giornata in cui tutte le televisioni sono sintonizzate sulle reti che trasmettono gli ultimi aggiornamenti sugli avvenimenti della notte precedente e sulla instabile condizione medica di Abdel.

I tre ragazzi di vita(riprendendo il titolo di un noto romanzo di Pier Paolo Pasolini, che narra le vicende di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano) descritti rappresentano dei pannelli distanziometrici dal disfacimento, con Hubert che è il più riflessivo e meno propenso a cacciarsi nei guai, Saïd che si barcamena tra senso di responsabilità e violenza, e infine Vinz, un Accattone in chiave anni ’90, una bomba a orologeria carica di odio verso il sistema, col rischio costante che esploda nella maniera peggiore. Ed Il pericolo che si cacci nei guai da un momento all’altro nasce quando ritrova una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri e confida agli amici di volerla utilizzare al più presto per vendicare Abdel. Una situazione che genera tensione negli spettatori, i quali notano facilmente fragilità e contraddizioni di un disperato senza futuro, convinto di diventare un duro facendo credere agli altri di esserlo e mettendosi spesso in situazioni sul filo del rasoio.

Ma se è vero che l’amore genera amore, come ci suggerisce Hubert ‘l’ Odio chiama l’ Odio’, sentimento chiave del film che dunque non è unilaterale:così come la gioventù bruciata lo nutre nei confronti della polizia, quest’ultima non porge certo l’altra guancia e mette nei guai persone innocenti per puri pregiudizi, causa tra l’altro dell’odio provato dalla società verso questi ragazzi.

Come andrà a finire?

L’intro con Burnin’ and Lootin’ di Bob Marley & The Wailers a fare da sottofondo alle immagini documentaristiche di archivio reali raffiguranti la guerriglia urbana, ci immerge già nel clima di chi sta per guardare un film che da ogni appassionato di cinema dovrebbe essere visto come un sommelier osserva uno Chateau Lafite Rothschild. “We gonna burn and loot tonight” cantava Bob Marley, la cui traduzione è “Stanotte bruceremo e saccheggeremo”, e questo sembra essere l’inno dei quartieri di Parigi dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come Fabrizio De André poetava nella sua Città vecchia, quelle realtà popolari di cui l’alta società si disinteressa.
In un’epoca in cui gli esseri umani danno poca importanza a problematiche ritenute di secondo piano, tra cui l’odio con le sue molteplici sfumature che spaziano dal razzismo alla misoginia, appare più che mai attuale questa pellicola del 1995, ed ancora più attuali sono le parole che, nell’aneddoto più famoso del film, si ripete l’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, facendo da eco alle allucinazioni della società:“Fino a qui tutto bene”.

Questa opera targata Mathieu Kassovitz, vincitore della miglior regia al 48° Festival di Cannes, ha destato, oltre che scroscianti applausi da spettatori e critici di tutto il mondo, scalpore e sgomento tra gli agenti a causa del ritratto brutale della polizia.
La scelta di girare il film interamente in bianco e nero è certamente una scelta coraggiosa, ma coerente col messaggio lanciato:le immagini a colori, infatti, con la loro cromia distraggono e talvolta non trasmettono l’intimità a cui il racconto mira, limitandosi ad una visione spesso più superficiale; il bianco e nero, al contrario, trascende questa superficialità, e nel corso del film ci dona immagini da cui traspaiono i diversi spiriti dei protagonisti.
I virtuosismi tecnici di una regia superba fanno da contraltare ad una trama più che mai lineare, che non confonde lo spettatore, ma anzi lo tiene incollato davanti allo schermo con l’ausilio di una sceneggiatura simbolica(si pensi alla vacca che ossessiona Vinz) condita da discorsi frivoli alternati ad altri con una nuance filosofica.

Da chi sia nato questo odio non possiamo saperlo, ma per dare una spiegazione alla sua onnipresenza possiamo parafrasare il filosofo francese Jean Paul Sartre:

Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”. Imperdibile.

 

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Esistono storie che solo alcuni uomini sono capaci di raccontare. Ci sono storie mai raccontate e storie raccontate e andate perdute che continuano ad esistere perché ad essi legate. E il racconto di una storia mai raccontata o di uomini che sapevano raccontare sa sopraffare, avvolgendo con il suo alone leggendario, tutto ciò che sarà raccontato successivamente risentendo,quest’ultimo, della superiorità di qualcosa che è stato e non ci è pervenuto.

Una storia complessa, che doveva essere raccontata,  l’ha saputa raccontare nel 1965 Frank Herbert: “Dune”.

Copertina del libro Dune, edizione Nord

Il noto romanzo fantascientifico è dotato di una trama vivace in cui convogliano tante dinamiche quotidiane translate in un’ambientazione galattica futura e dove, sapientemente, l’autore combina molteplici livelli di lettura con particolare attenzione alla descrizione degli ambienti, ai costumi sociali e alla dimensione introspettiva.
La letteratura è sicuramente uno dei supporti più interessanti con il quale è possibile creare infiniti mondi. In questo caso una narrazione come Dune, in forma scrittoria, ha la possibilità di esplicarsi in tutte le sue intenzioni e dar luce in maniera equilibrata ad ogni componente.

Ma un supporto come il cinema come renderebbe una storia così intrisa di concetti filosofici, antropologici e sociologici?

L’uomo della psicomagia e dei tarocchi Alejandro Jodorowsky comprese la portata del messaggio che Dune era capace di offrire.
Il regista cileno era all’apice della sua carriera quando nel 1974 gli venne chiesto di cosa avrebbe trattato il prossimo film. Non aveva mai letto il romanzo del ’65 ma come folgorato decise che il racconto di Herbert doveva essere anche il suo.

“Avevo trovato un libro che era la continuazione dei film che scrivevo. Quel tema mi permetteva di fare di questo film una profezia e di pormi al servizio di un’idea capace di realizzarmi. Quel pianeta deserto, con una nuova razza che si adattava a delle nuove condizioni ecologiche, forse era il simbolo di una città come New York, dove avrebbe potuto nascere una razza di giovani guerrieri adattati in maniera mutante alle attuali condizioni di inquinamento intellettuale, emotivo, sessuale e corporeo”.

Una ferrea dedizione, sofferta ma anche animata da grandi aspettative caratterizzò la preparazione della durata di due anni del film. La sua era un’idea alta, strettamente di natura spirituale, perciò chi doveva affiancarlo doveva condividerne “la stessa anima”: Gli spiritual warriors. Tra i grandi nomi coinvolti fondamentali sono quelli dell’illustratore Moebius con cui immediata e complice fu la collaborazione; Salvador Dalì; i Pink Floyd con cui però non pochi furono i diverbi.

L’imperatore delle galassie, cui personaggio doveva essere interpretato da Dalì. Illustrazione di Moebius

L’entusiasmo con il quale si portò avanti il progetto rifletteva la grandiosità di quello che ne sarebbe stato l’esito, l’esito mai concretizzatosi: le majors americane non gli concessero finanziamenti in quanto non fiduciosi dell’attrattività che un Jodorowsky potesse avere sulle masse. I soliti meccanismi commerciali in termini di business a cui, però, il regista non intendeva sottomettersi. Aveva inteso che l’altezza delle sue intenzioni erano vane in quell’ambiente e decise di abbandonare il racconto,arrendendosi agli sciacalli. I diritti furono venduti ad Hollywood, fu Dino De Laurentis a comprarli, e ne affidò la regia  a David Lynch.  Ad oggi  esistono solo due copie della sceneggiatura originale e i disegni di Moebius con cui si regolavano le inquadrature, la fotografia, il design dei costumi e delle macchine.

”Quando si spendono 250 milioni di dollari, il film non può che essere un’operazione commerciale. Lynch ha perso 4 anni della sua vita e fare il regista in quelle condizioni è come essere una specie di vigile urbano.”

“Quello di Dune è un tema alchemico, ecologico, profondo, non è Hollywood”

David Lynch come il collega cileno è tra quegli uomini che le storie le sa raccontare. Le racconta perfettamente in un modo del tutto personale che inganna e ti guida in inciampi labirintici meditadivi nei quali rimanere intrappolati è un piacere. Non è casuale quindi che il film nel quale preso a considerare ciò che doveva piacere al pubblico piuttosto che dar adito alle proprie inclinazioni, burattinato dalla produzione, sia la sua opera meno riuscita. Pur non essendo un capolavoro gli elementi lynchiani sono individuabili, soprattutto nell’attribuire rilievo ai tortuosi percorsi mentali dei personaggi la cui suggestione è resa dalla colonna sonora di Brian Eno e i Toto.Una storia mediocre però che deve subire il confronto con quella mai raccontata di Jodorowsky che ha aperto strada a un tipo di fantascienza differente che discostandosi dal rigore scientifico segue i canoni dell’ immaginazione e della fantasia.

Quando andai a vedere Dune di David Lynch diventai verde per la rabbia. Lui era l’unico capace di realizzarlo. Ma alla fine del film mi rilassai e divenni allegro: il film era una merda. E la colpa non era di certo di Lynch”.

E oggi possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Eppure il racconto di come sarebbe stato raccontato possiamo raccontarlo. E ce lo racconta lo stesso Jodorowsky nel suo documentario:

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