Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Sono passati nove anni dall’omicidio di Stefano Cucchi, trovato morto all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di stupefacenti.

Presentato e acclamato all’edizione 2018 del Festival del cinema di Venezia, Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, racconta gli ultimi e infernali sei giorni di vita dal punto di vista di Stefano, interpretato da un magistrale Alessandro Borghi.

Il paragone con Diaz-non pulite questo sangue è qualcosa che è subito affiorato, per associazione di idee, nella mia mente ed ha plasmato le mie aspettative precedenti alla visione di Sulla mia pelle. Sono in realtà due film profondamente diversi, ed in questo sta, a mio avviso, la potenza narrativa di entrambi.

Voglio quindi, nonostante i punti in comune fra i due film siano appena qualcuno, procedere sulla linea del paragone fra essi in questa recensione di Sulla mia pelle, perché è stata proprio la mancata somiglianza fra le due opere a farmi prendere coscienza di alcuni punti cruciali che rendono la vicenda Cucchi un caso sui generis che ci dice qualcosa di più, della semplice brutalità delle forze dell’ordine, appurata anche se ad oggi senza colpevoli materiali nelle aule di giustizia.

In Diaz massacri e violenza su inermi sono brutalmente rappresentati sullo schermo senza alcun filtro. Il focus del film è l’abbruttimento completo di uomini che abbandonano ogni pietà umana cedendo il posto alla divisa; la brutalità di una violenza che sa di dissociazione, “la freddezza organizzata e meccanica” citando il commento di Pasolini sull’eccidio di Reggio Emilia, con cui “i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente la possa arrestare, […] come la voluttà distratta di un divertimento”, che lascia spazio solo all’impotenza, alla frustrazione, ad un’unica richiesta disperata e piena di rancore: “don’t clean up this blood”.

Il film del 2012 restituisce con efficacia queste sensazioni, così come il fatto, altrettanto cruciale, che la violenza di Genova 2001 fu sì barbaramente cieca nei singoli episodi, ma ebbe precise ragioni politiche reazionarie, e come obiettivo la repressione di precise istanze sociali.

Efficace quindi la brutalità del film, perché Genova ci ha lasciato più di ogni altra cosa come eredità morale precisamente quel sangue, quello shock, quell’incredulità di fronte a tale violenza cieca ma fortemente motivata politicamente.

La vicenda Cucchi non si esaurisce “solo” nell’episodio del pestaggio. Ci dice qualcosa di più profondo della “semplice” brutalità delle forze dell’ordine, ed è per questo necessario andare oltre nell’analisi della vicenda, e il film riesce efficacemente a suggerirlo.

Le percosse in Sulla mia pelle non sono mai mostrate. Questa scelta si spiega, ad un primo livello, con la volontà da parte del regista di non mostrare nulla che non sia comprovato dai verbali (si intende quelli non modificati a posteriori dai carabinieri indagati al fine di depistare le indagini) e dalle sentenze.

Le percosse sono sì riconosciute dall’ultima sentenza, ed esse sono imputate come seconda probabile causa del decesso – dopo l’epilessia –, ma restano al momento senza colpevoli. Mostrare le percosse sarebbe significato mostrare gli autori di queste e quindi accusare senza alcun fondamento giudiziario. L’essere innocenti fino al giudizio di un tribunale, principio fondamentale del garantismo che anima l’intero film, è rispettato anche nelle scelte registiche e di sceneggiatura.

A mio avviso c’è però in tale scelta registica una volontà di concentrare il focus del film su un altro tipo di violenza che non si esaurisce nel pestaggio e che rappresenta il vero “scandalo” nella vicenda Cucchi: una violenza da “calvario kafkiano” fatta di omertà, di abbandono, di incuria in cui viene lasciato un uomo, un cittadino, in quanto spacciatore e tossicodipendente.

Nella condizione che ha funto e che funge  inoltre da attenuante per l’omicidio presso l’opinione pubblica, come riconosciuto con disagio in un’intervista dallo stesso attore protagonista.

Il diritto all’inviolabilità individuale dell’arrestato, principio base del diritto civile, a Cucchi non viene riconosciuto, non solo per via di quelle percosse subite ancora prima dell’udienza di convalida dell’arresto, ma anche, e il film insiste soprattutto su questo, all’interno della struttura carceraria dove nessuno sembra notare o badare alle condizioni fisiche sempre peggiori in cui Stefano versa.

Un’incuria determinante nel concorrere alla sua morte e motivata, nemmeno troppo velatamente, dal fatto che in barba a qualsiasi pretesa garantista, egli è già condannato senza appello da uno stigma sociale che pur in assenza di una condanna, lo marchia a morte come tossicodipendente, spacciatore, deviante.

Ogni retorica di funzione rieducativa del carcere, ogni parvenza di diritto civile è abbandonata in una struttura carceraria che pure esiste in quanto deputata a eseguire le sentenze emesse in aula di giustizia, una giustizia formalmente garantista, ma che non sembra notare il volto tumefatto di Stefano prima, le sue richieste di un avvocato e il suo dolore dopo.

Il film, pur con un’ assoluta asciuttezza che mai scade nel pietismo, racconta l’impatto che tutto questo ha “sulla pelle” di chi, pur con le proprie responsabilità personali nella scelta di commettere reati, vede calpestata la propria umanità: Stefano è raccontato non come un eroe o una vittima sacrificale, ma come un uomo solo, comprensibilmente traumatizzato dalle percosse tanto da essere terrorizzato all’idea di chiedere aiuto.

D’altronde, i pochi che si curano di domandargli il perché dei quei lividi, lo fanno in maniera del tutto retorica o sono comunque sempre affiancati da membri delle forze dell’ordine. L’unica volta che Cucchi ammette, esausto e nervoso, il pestaggio, la sua denuncia cade nel vuoto, ed egli torna a rinchiudersi nel silenzio.

Il film insiste infinitamente di più sulla violenza di questo silenzio, condiviso tanto dalla vittima traumatizzata tanto dal personale della struttura detentiva, che, più del pestaggio, lo conduce lentamente ad una morte miserabile.

La disumanizzazione di Stefano si spinge al punto di negargli qualsiasi contatto con gli affetti all’esterno del carcere, quasi questi non fossero nemmeno previsti per i “devianti”. I familiari si scontrano contro una burocrazia estenuante e impersonale, che fra permessi negati e iter incomprensibili, a stento permette loro di vedere il figlio e fratello persino dopo la morte.

Ciò ha suscitato due interrogativi in chi scrive; il primo: Stefano ebbe la “fortuna” di avere una famiglia borghese alle spalle. Ciò, pur non avendo ancora portato a vedere riconosciuti con una sentenza dei colpevoli definitivi nella sua morte, ha quantomento portato la vicenda in tribunale e agli onori della cronaca, dividendo l’opinione pubblica e le istituzioni non senza dare vita a penose dichiarazioni.

Ma quanti Cucchi, magari con la pelle scura, magari clandestini, magari provenienti da vissuti che per i più disparati motivi economici o sociali non ottengono la stessa dovuta attenzione, muoiono ogni anno nelle carceri italiane senza che alcuna indagine faccia luce sulle loro vicende, e restano all’oscuro dell’opinione pubblica?

Il secondo: il dibattito sulla vicenda e sul processo Cucchi, rinvigorito da questa pellicola, ha portato alla luce (ma questo è purtroppo comune a fin troppi casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine dall’omicidio Pinelli ad oggi) un’inaccettabile atteggiamento omertoso da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei PM incaricati di indagare sul caso, espressosi con depistaggi, falsi ideologici, promozioni di carriera nei confronti di uno dei carabinieri indagati
e declassamento di coloro che collaborano con la giustizia testimoniando contro i colleghi.

Questi intralci alla giustizia sono tanto più gravi in quanto minano alla base la legittimità dell’esercizio della forza che lo stato moderno delega alle istituzioni poliziesche, agendo queste ultime in aperto contrasto nei confronti del primo.

Questo fatto, unito al non rispetto dei diritti civili dei detenuti, getta una luce sinistra e denuncia una grave mancanza di coscienza civile da parte di quei rappresentanti delle istituzioni politiche e dell’opinio e pubblica che giustificano l’omicidio Cucchi o pretenderebbero di sbrigare la questione tacciandolo come “drogato”, e quindi, sottinteso, non meritevole di rispetto dei suoi diritti civili.

La cosa può sembrare un’osservazione ovvia, ma non lo è, nel quadro di una democrazia rappresentativa, che non può quindi prescindere da un’impronta culturale di stampo liberale.

Citando l’avvocato della famiglia Cucchi:“L’Italia ha prima di tutto bisogno di una crescita culturale oltre che di una legge sulla tortura. Una legge di questo tipo lascia invece freddi gli italiani, la consapevolezza necessaria riguarda il rispetto fondamentale dell’essere umano. In Italia il sistema di comunicazione è fallimentare, definisce la famiglia Cucchi e noi legali il partito dell’antipolizia, quando chi rispetta le istituzioni e la polizia sono proprio queste famiglie.  Vi è un sistema di scarsissima sensibilizzazione popolare per quello che è il tema delle condizioni di vita dei detenuti nelle nostre carceri.”

Paradossalmente, a fronte di istituzioni politiche e opinione collettiva più o meno narcotizzate riguardo l’argomento, le uniche realtà che portano avanti battaglie legate a questo e ad altri diritti che, piaccia o meno ammetterlo alle parti, sono liberali, sono, oltre alle associazioni create dai familiari, le realtà dei centri sociali o ad esse affini, che pure non si riconoscono nello stato liberale.

Cucchi ci dice quindi di più della brutalità, appurata, delle forze dell’ordine: ci dice delle contraddizioni in cui si consuma il degrado morale e civile di una democrazia illiberale; Il film in questione ha il merito di ricordarci, dolorosamente, che queste contraddizioni si consumano sulla pelle di esseri umani.

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

 

“L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone.” (Cosmo)

 

C’è una fauna che in Italia popola un genere chiamato pop, che è fatta perlopiù da dinosauri. E’ la roba che ascoltano le vostre mamme, quasi tutte, indistintamente. C’è qualcos’altro che la gente chiama indie con pochissima cognizione di causa, in quanto è vero, è partita da spazi indipendenti ma ha conquistato sempre più spazio grazie ad una certa pervasività sia nell’attività live ma soprattutto sui social.

Non tutto è da buttare, anzi.

In realtà il termine indie è quanto di più errato per gente che, di fatto, ultimamente sta popolando sempre di più le vostre radio.
Tommaso Paradiso e i TheGiornalisti, Calcutta, gente che sta proponendosi di ridefinire un certo contesto musicale nel panorama italiano, con esiti a volte riusciti, a volte no.

(Ecco, ovviamente questo non si può dire riuscitissimo)

In mezzo a tutta questa galassia di autori relativamente giovani, troviamo una scheggia impazzita di nome Cosmo.

Classe ’82, di Ivrea, laureato in filosofia. Marco Jacopo Bianchi, questo il suo vero nome, prima della carriera solista, è stato il frontman dei Drink to me, un gruppo italiano post-punk famoso nella scena indipendente italiana, ma ha anche fatto il professore di storia in alcuni istituti superiori. E’ già padre di due figli, in questo senso il suo identikit non è quello di una persona comune.

In Cosmo convivono molte anime, e la sua nuova creatura, Cosmotronic è l’esempio lampante. Già con il precedente album, L’ultima festa, Cosmo si è immerso in una ricerca musicale che ha virato verso l’elettronica fino a sconfinare nel clubbing puro, da cassa dritta, mentre in altri momenti ha voluto mantenere una certa purezza negli arrangiamenti, soluzione che permetteva ai testi più affascinanti di emergere.
Non parliamo di testi che affrontano tematiche complesse, le parole si uniscono e spesso partono da una radice autobiografica, presentando immagini che nella loro semplicità, costruiscono un universo quotidiano e affascinante per quanto è possibile sentirlo vicino e rassicurante. Un senso poetico unito a cose e immagini reali è ciò in cui risiede la forza e una certa bellezza dei testi di questo artista.

(Una gita sul lago/ pedalò e vino bianco/a mille all’ora col Suv in un sentiero di fango/ e dopo l’ora del tè corriamo all’autolavaggio/  […]Il nostro amore ci aspetta/ non c’è fretta/ niente canzoni tristi, è un lunedì di festa)

Dopo un album indovinatissimo, Cosmo avrebbe potuto seguire l’onda, proseguire con una formula che funzionava, risultando oltretutto originale per sound. Ma probabilmente avrebbe snaturato la sua natura. 

In un percorso pop, spesso è consigliata una certa prudenza editoriale. Ti dicono che sarebbe meglio fare un disco da 10, 12 tracce. Cosmotronic è un album doppio. La forma delle canzoni pop si ricava perlopiù dall’alternanza tra strofa e ritornello, mentre Cosmo già ne L’Ultima festa usa strofe libere. Inoltre nel secondo album che compone Cosmotronic trovano spazio anche brani strumentali, che magari vedono come testo solo due frasi e si sviluppano formando un campionamento che viene “suonato” e si ripete all’interno del brano stesso.

“Non c’è contraddizione, perché l’identità è un’invenzione sociale.”

 

La prima parte è quella dove troviamo il Cosmo che prova a rubare dal cantautorato di Battisti e Panella. Che in Bentornato, sembra quasi volerci dare il suo manifesto e svelare contemporaneamente tutte le sue insicurezze artistiche (Vorrei cantare bene al primo colpo/vorrei scrivere una canzone in un minuto/fare tutto in un unico concerto). 

Con Turbo e Sei la mia città, si esplorano due lati totalmente diversi.

Turbo, che appare scanzonata, lo è solo in apparenza. La melodia parte da alcuni campionamenti di musica siriana e in generale la canzone mantiene un’atmosfera molto tribale. A Radio Deejay, lo stesso Cosmo ha dichiarato:”Tutto è partito da un campionamento di musica siriana. Mi sono lasciato guidare da quella suggestione, sia per la musica che per il testo. Non mi va di spiegare troppo, ma la realtà che bussa oggi alla porta non è qualcosa di piacevole e per questo viene seppellita da una risata, dalla distrazione, dalla scarsa consapevolezza della responsabilità verso il resto del mondo “.

Quando Cosmo invece canta “Sei la mia città”, lo canta riferendosi a Ivrea. Ma lo canta anche riferendosi alla sua donna, usando una metafora anche piuttosto abusata. Ma canta le stesse parole riferendosi allo spazio fisico di casa sua. L’ispirazione per il sound malinconico è presa da “I am Sky”, un pezzo di Laraaji, a cui Cosmo ha unito, attraverso il testo, tutte le sensazioni che provava durante il tour.

Così, pur con un sound fresco, coinvolgente, Cosmo si è preso uno spazio che in Italia non era occupato da nessuno. Ha colmato un vuoto di elettronica puntando però ad usarla in direzione di ritmi ballabili. Ed è questo che Cosmo ha voluto cercare con Cosmotronic: un ritorno alla musica come “viaggio”, parola che ricorre sempre di più nelle sue interviste. Essendo un adolescente negli anni ’90, è perfettamente logico l’amore che il Bianchi nutre per il clubbing e lui stesso ha notato come nel tour de L’ultima festa, alcuni brani scatenassero “dei picchi di delirio in pista”, per questo ha voluto inseguire questa direzione consapevolmente, curandone tutti gli aspetti, dalla produzione al mixing.

E’ da questa considerazione che nasce la seconda anima di Cosmotronic. Tutti i pezzi del secondo disco nascono per essere mixati durante dj-set, motivo per cui anche i live di Cosmo cambieranno: come spiegato a Giovanni Ansaldo per Internazionale, il live è solo una parte del concerto. Prima e dopo, ci saranno dei dj set che a volte si trascineranno fino a mattina, come se fosse una vera serata.

Ed è qui che prendono forma e acquistano ancora più senso pezzi come Ivrea-Bangkok, un pezzo totalmente strumentale a cassa dritta, che nel corso del suo sviluppo Cosmo ha suonato più volte durante le serate di Ivreatronic, una rassegna di musica elettronica che lui stesso ha ideato con un gruppo di amici e produttori/dj di Ivrea, non è altro che una manifestazione per restituire alla città qualcosa di interessante e stimolante dal punto di vista musicale e sociale.

L’idea di mettere in piedi il progetto mi è venuta un giorno insieme ai miei amici. Ci siamo detti: “Facciamo qualcosa a Ivrea, tanto da qua mica ce ne andiamo”.

Parte quasi sempre tutto da dei campionamenti, in Ivrea Bangkok a essere campionato è un disco appartenente a un catalogo tailandese. In Barbara invece, è la voce della mamma di Marco ad essere campionata, e per questo la canzone porta il suo nome nel titolo, mentre dice alcune brevi frasi. In questo Cosmo si è ispirato, rivalutandone le qualità, a ciò che facevano i vocalist, in quanto secondo lui nel momento in cui viene fatta con gusto, rivela potenzialità espressive infinite.

(Cosmo, via Instagram)

 

E’ possibile prendere Barbara come una riflessione sulla vita ma anche su questo flusso di coscienza che si chiama Cosmotronic. Le parole che Barbara pronuncia sono una riflessione su quanto le forze ci muovono e dobbiamo ricercare un nostro equilibrio.

Come un acrobata
Camminando su un filo sottile
Cercando di non cadere

 

E’ possibile trovare delle analogie tra la descrizione della vita che Barbara fa, da mamma a figlio, con quello che Cosmo ha voluto fare con questo album.Tirato per la manica del braccio sinistro dai cantautori e per il braccio destro da Gigi D’Agostino,Cosmo ha cercato senza voler essere ipocrita, di presentarsi nelle sue contraddizioni.

Separandole, ha mostrato come due anime diversissime possono convivere.

Ed è davvero un Cosmo all’apice della sua forza e della sua consapevolezza artistica, quello che ne è uscito fuori.

 

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Premessa: in questo articolo scriverò di The End of the Fucking World, una black comedy britannica uscita lo scorso 5 gennaio su Netflix, che per chi non abita questo pianeta è una piattaforma di distribuzione di contenuti d’intrattenimento a pagamento. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni personali basati sulla visione del prodotto e non descrizioni delle trame degli episodi, questo articolo potrebbe contenere spoiler.

Il 2018 è iniziato da meno di una settimana ma Netflix, approfittando delle festività natalizie e del conseguente aumento nel flusso di fruizione dei contenuti sulla sua piattaforma, ha rilasciato lo scorso 5 gennaio questa black comedy che può per certi versi passare inosservata, ma che ha dentro di sé tanto materiale da renderla tra le serie rivelazione dell’anno.

The End of the Fucking World non è per tutti. Il prodotto uscito fuori dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, premiato tra i migliori del 2017, è sicuramente difficile da digerire e non troppo leggero da guardare: l’humor nerissimo, quasi esasperato che corre durante gli episodi e il continuo disagio che segue i due protagonisti compongono una fotografia amara ma mai forzata della mia, nostra generazione, sempre più priva di ideali e punti fermi, frutto di insicurezze e sbagli della generazione che l’ha preceduta.

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto sempre al meglio) di Forsman

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto non sempre al meglio) di Forsman

La serie è composta da 8 episodi da 20 minuti ciascuno, che costituiscono un’arma a doppio taglio per la serie, che si presenta scorrevolissima (praticamente un film di 2:30h) che si guarda agevolmente in binge watching in una serata libera, ma che non riesce a dare una completa costruzione alla trama e ai personaggi.

TEOTFW (sarà utilizzato l’acronimo, d’ora in poi) racconta il viaggio di una coppia di ragazzi ai margini, pesantemente segnati dal proprio passato, che legano e formano un mix pronto ad esplodere nello sviluppo della trama. Sono proprio i 2 protagonisti a rendere forte la serie grazie alle loro memorabili performances.

Abbiamo il catatonico e psicopatico James (interpretato da Alex Lawther, già visto in un incredibile episodio di Black Mirror) e la dissacrante e arrabbiata Alyssa (interpretata dalla strepitosa Jessica Barden, che probabilmente è la vera traghettatrice di questa serie).

Sono entrambi in fuga da un mondo dove rifiutano di vivere alla ricerca dell’El Dorado, rappresentato dalla casa del padre di Alyssa.

James & Alyssa

Il viaggio che li aspetta, però, è colmo di situazioni esagerate. La coppia si farà strada attraverso stupratori, molestatori, madri insicure e padri immaturi, che spingeranno chi guarda ad empatizzare la loro situazione, anche per la loro relazione che continua a maturare nel corso della breve trama.

Come nel giovane Holden di Salinger, i due ragazzi sono senza radici e probabilmente, senza futuro. La loro arroganza (specie quella di Alyssa) è uno scudo per la propria fragilità e frutto della paura del domani, come quella di rimanere soli o, peggio, aprirsi al prossimo e soffrire.

Il viaggio dei due ragazzi assume contorni spiccatamente indie (la scelta dei vestiti, delle auto completamente fuori dal contesto, a cui va aggiunto un plauso per la scelta della colonna sonora anni ’50 e per una scelta della fotografia davvero incredibile per la forza dell’impatto visivo che genera).

La costante ostentazione di una maturità, anche sessuale, in verità ancora lontana dal completo raggiungimento ci fa capire che, in fondo, James e Alyssa sono ancora dei ragazzini che giocano a fare gli adulti, non riuscendone a sopportare i problemi.

E forse sono proprio gli adulti e la loro inadeguatezza al ruolo il vero soggetto della trama, che ha spinto e spinge una generazione di giovani a navigare in un mondo fatto di ansie ed insicurezze.

Come già accennato in precedenza, la serie si guarda d’un fiato, e al termine degli otto episodi rimane un viaggio di epurazione e rifiuto, ma soprattutto una storia d’amore atipica quanto coerente con se stessa.

Il finale di serie è amaro quanto sospeso, e sinceramente dubito che possa esserci un seguito ad un cerchio che sembra inevitabilmente essersi chiuso, anche simbolicamente, con la maggiore età di James, pronto per entrare in un mondo di adulti che non accetta.

Mi rendo conto di aver esplorato un mondo cosi variegato e cosi facilmente opinabile come quello delle serie tv, ma questa serie mi ha colpito come poche, e come nessuna mi ha ispirato, ho deciso di scriverne per condividerne il mio messaggio. Rispetto a TEOTFW ho da dire che la serie rispecchia, cogliendone il messaggio di fondo, fuori dall’esasperazione caratteriale dei personaggi, quello che è il conflitto tra la generazione dei giovani, la mia, contro quella degli adulti, di cui ogni giorno paghiamo le conseguenze e di cui probabilmente trasmetteremo gli stessi a quella successiva a noi. L’immaturità, inadeguatezza e il gap generazionale sono spesso lampanti nella società odierna, spaziando in molti dei campi sensibili alla nostra quotidianità: dalla politica, all’informazione, all’intrattenimento, all’amministrazione pubblica. Naturalmente questo discorso generalista merita di essere affrontato, ma non vedo questo come il palcoscenico adatto.

Cosa mi rimarrà di TEOTFW? La mano fritta di James, la scena del ballo tra James e Alyssa, sinceramente una delle cose più romantiche dell’ultimo periodo, Frodo e i 5 minuti più esilaranti della serie, e Alyssa, che è una bellissima risposta femminile a Begbie di Trainspotting.

Per i più audaci, che sono arrivati fin qui, significa che vi ho incuriosito abbastanza.

Ecco il trailer di TEOTFW, buona visione!

 

Vincenzo Matarrese

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

The handmaid’s tale: il risveglio puritano dell’Occidente:

[In copertina: Elisabeth Moss nei panni di June, protagonista della serie. Foto da arstechnica.com]

Adattamento cinematografico del best seller internazionale Il racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Antwood, The Handmaid’s Tale è una storia ambientato nel distretto di Gilead, un neo Stato a regime totalitario situato indicativamente nella zona orientale degli Stati Uniti. La dimensione spazio-temporale, la medesima in cui il mondo occidentale si definisce libero e si proclama autosufficiente, viene stravolta da un manipolo di fondamentalisti armati, che si dichiara in linea con il ritorno agli antichi valori biblici, imponendo il rispetto delle regole con le armi.  

The Handmaid’s tale, vincitore di ben otto Emmy awards nell’agosto 2017, accompagna per mano lo spettatore in una realtà distopica, popolata da un fantasma in carne ed ossa: il Regime. 
Abbattutosi come un violento tornado su una società occidentale open mindedesso impone alle poche donne rimaste indenni dalla piaga dell’infertilità di mettere al mondo creature senza il loro consenso, allontanandole dal contesto famigliare e addestrandole ad un fuorviante training educativo. Perversa e anacronistica è la giustificazione fornita dalla dura lex: come nell’Antico Testamento Giacobbe si unì a Bila, schiava fertile di sua moglie Rachele, perché gli desse un figlio, così le ancelle si trovano in stato di completo asservimento, premio di un capriccio bestiale. Sed lex 

La serie tv dà voce alla storia di June, divenuta Of-Fred (Elisabeth Moss), una giovane donna, privata del suo nome e asservita ad ancella di Fred Waterford (Joseph Fiennes), un facoltoso Comandante di Gilead. In questa terrificante società, le ancelle e le mogli dei ricchi dirigenti di partito sono definitivamente private di qualsiasi tipo di libertà: non possono leggere, non possiedono denaro, non vestono che una divisa, spersonalizzante e anonima, non prendono decisioni e non sono libere di uscire di casa se non sotto scorta.  

Non esattamente adatta ai deboli di cuore, la regia di Reed Morano sferza un pugno direttamente nello stomaco, non si serve di mezzi termini e inquadra in lunghi campi le impiccagioni e in primissimi piani le espressioni di terrore. Sistematicamente, all’apice della tensione e della suspance, decide di realizzare ciò che lo spettatore più teme. E lo fa magistralmente ingrigendo e addensando i toni della fotografia che si mostra, invece, più soffice e luminosa quando la protagonista si esercita costantemente al ricordo dei suoi affetti più cari, strappatigli su una strada fredda e pericolosa di Maccarthiana memoria. La cura estetica e il contouring cromatico, che ne derivano, rispecchiano pure la consuetudine del sistema propagandistico del Regime: la purezza e la semplicità esteriori intendono seppellire le brutalità nascoste tra maniere candide e diabolicamente gentili.  

The Handmaid’s Tale è, tra gli altri, un capolavoro di sceneggiatura: parallelamente allo straniamento di ambienti, alla circuizione di circostanze e alle manifestazioni di violenze la cui visione dello spettatore è sottoposta, c’è il coraggio di June. L’ancella non si piega alle lusinghe della stupidità. Si stupisce delle indicibili angherie a cui le compagne sono sottoposte, concede che le sia fatta violenza, ingoia l’amarezza delle ingiustizie, ma mai dispera. È, infatti, la sua voce fuoricampo che consola lo spettatore e lo guida fino all’ultima puntata della stagione che, con un finale aperto e volutamente sospeso, preconizza una rivincita e un “ritorno all’ordine” nel futuro.

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Il bistrot h 24 di The Place

Il bistrot h 24 di The Place

 [ Foto in copertina da comingsoon.it ]

Dopo aver fatto molto parlare di sé per la regia di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese si fa abituè del grande schermo con una pellicola per niente banale che ambisce a sovvertire i luoghi comuni della morale dello spettatore.

Nato come un remake della serie televisiva statunitense The Booth at the End, il neonato The Place racconta i tormenti e i desideri di nove personaggi che frequentano un bistrot ad angolo, il the place appunto, abitato giorno e notte da un uomo misterioso. Valerio Mastrandrea interpreta un deus ex machina meticolosamente seduto ogni giorno allo stesso tavolino del bar, intento a scrivere appunti su una poderosa agenda, mentre ascolta i suoi “clienti” parlare di se stessi. Interpretando un moderno Faust in giacca e camicia, l’uomo sottopone soluzioni a coloro che disperati gli si rivolgono per le più svariate ragioni: una giovane suora vuole ritrovare il suo Dio, un poliziotto riavvicinarsi a suo figlio, una giovinetta desidera essere più bella, una moglie riconquistare la passione di un giovane e annoiato marito, o un attempato meccanico passare una sola notte con una pin-up. Qualsiasi richiesta essi facciano, la soluzione è letteralmente a portata di mano, nascosta tra le fittissime righe di quell’agenda. A sancire il patto col diavolo, i richiedenti però hanno l’obbligo di svolgere un compito, pagando il pegno delle loro velleità con un’azione crudele e, il più delle volte, criminale.

La questione centrale di The Place sta tutta in “cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri”. E a quanto pare la sceneggiatura indovina realisticamente l’acme del punto di non ritorno: i personaggi raschiano il fondo, e, prima di subire le pesanti conseguenze dei loro gesti, decidono di risalire la china.

La tecnica narrativa è costruita grazie ad una impalcatura stilistica che non annoia, e anzi canalizza l’attenzione dello spettatore sulle preoccupazioni dei personaggi attraverso un linguaggio estetizzante. Sta qui, infatti, il pregio della sceneggiatura, che funzionerebbe debolmente se l’intera pellicola non fosse girata in un’unica unità di luogo e d’azione. Il bistrot riecheggia evidentemente l’appartamento di Perfetti sconosciuti, e, nonostante inquadrature siano sicure, fisse, tra campi e contro-campi attorno ad un tavolino, condivide con quello il format narrativo: i dialoghi si nutrono dell’immaginazione dello spettatore, che, dal canto suo, vive i flash-back dei personaggi senza assistervi. Non c’è azione, non c’è suspance; non c’è lotta, non c’è sangue. Eppure tutti ne escono trafitti, come confessa Angela (Sabrina Ferilli), cameriera in cerca di felicità e personaggio funzionale più nel finale, che nella trama.

Probabilmente un po’ troppo ingombrante il sottofondo musicale di Maurizio Filardo che aiuta tuttavia le emozioni a srotolarsi e a scandire il ritmo della recitazione. Gli attori, più che mostrare un approccio cinematografico alla recitazione, sembrano interpretare la corale di una pièce teatrale, mentre trasmettono allo spettatore l’emozione nei volti e la vibrazione nelle voci. A conti fatti, The Place soddisfa le aspettative, a patto che esse siano superiori all’umile e tradizionale sceneggiato tv, ma lascia spazio a sbavature e lacune su cui è necessario ritornare.

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