Un bambino australiano, nato a Melbourne nel 1988, cresciuto a pane e Chet Baker, una rivelazione degli anni dieci del duemila, che probabilmente mai si sarebbe immaginato di calcare i palcoscenici di tutto il mondo, vincendo diversi premi musicali. Nick Murphy, decide di cantare sotto lo pseudonimo di Chet Faker.  Un po’ ironicamente, con questo cambio di consonante, si propone al suo pubblico come il fake di Chet Baker, ma lo fa con devozione, come in una sorta di omaggio. Così ce lo immaginiamo passare dal giradischi alla consolle e al sintetizzatore.

Lui stesso ha dichiarato di aver ascoltato nella sua vita moltissima musica jazz, che gli ha concesso di apprezzare le tonalità vocali del jazzista americano, di averne apprezzato le movenze. Comincia un po’ tutto per gioco, come la cover di No Diggity in origine dei Blackstreet, gruppo R&B statunitense. Il riarrangiamento diventa virale su Youtube. La sua versione fa il giro, tanto che la Beck’s la sceglie come colonna sonora per la sua pubblicità per il Super Bowl.(1)

Da qui piovono su Faker valangate di premi, tra cui quello per il migliore artista rivelazione del 2012. Chet Faker si diletta con l’elettronica, genere che è l’anima del suo primo album del 2014, Built on Glass. Si passa da pezzi come 1998 a Cigarettes and loneliness in 7 e passa minuti di groove coinvolgenti.

Rolling Stone Australia recensendo l’EP Built on Glass dice che Faker è riuscito a utilizzare e riadattare la stessa intimità delle canzoni del trombettista americano. Era agli albori della sua carriera, ai tempi, e il giornale avvertiva gli ascoltatori di tenerlo d’occhio, perché con Cigarettes and Loneliness puntava in alto e, infatti, il ritmo accattivante unito ad un testo introspettivo riduce l’ascoltatore all’ascolto in loop (2). Nel singolo I am into you, inveceviene quasi da chiedersi come una cosa  così tecnica come l’elettronica possa essere così intima e, allo stesso tempo, quasi romantica.

Certo potrà sembrare folle il voler riutilizzare lo stile di Baker nell’elettronica, tanto che, prima di Faker, era quasi impensabile accostare il jazz all’elettronica. Però Faker ha le qualità per farlo; infatti, oltre che essere un musicista degno di tale appellativo, si autoproduce e suona anche più di venti strumenti. Risulta, allora, quasi ad un primo ascolto il fatto che, se Chet Baker parlava con la tromba, si potrebbe quasi dire che Chet Faker lo fa attraverso i sintetizzatori. Faker come Baker (e sembra quasi uno scioglilingua) suona e canta col cuore, e, la passione, si sa, muove il mondo.

Dichiara più spesso di non voler essere considerato una pop star, di non cantare per il suo ego, sentendosi già molto realizzato, tweetta addirittura che lo fa per i suoi fan, quelli che lo hanno sempre spinto ad essere creativo, che, se fosse per lui, più che tour massacranti sarebbe seduto a cazzeggiare sulla riva di un lago, proprio in Italia.(3)

Dopo essere stato ospite al Coachella, fra le altre cose, esausto e pieno di sensazioni più diverse, pieno di umanità, che invita sempre a connettere durante i suoi show, ha subito una fase di blocco. Per lui, che compone da quando ha 15 anni è stato abbastanza scioccante. Faker ama l’umanità dei suoi concerti, parla di  momenti personali anche senza averli vissuti, mette insieme la gente, come solo la musica sa fare, mette insieme i generi, perchè non si può non apprezzare il modo in cui lui fa elettronica, anche per i non amanti del genere stesso. (4)

Numerose sono, poi, le collaborazioni con altri artisti dell’elettronica, di successo è Drop the Game realizzata con Flume, dj australiano. Nel 2016, intanto annuncia di voler abbandonare lo pseudonimo e tornare al suo nome di battesimo Nick Murphy. L’ultimo Ep non segnerebbe allora la fine dell’era Faker, bensì sarebbe una metamofosi. Si sente però, nell’ultimo album, Fear Less, che Faker, da essere l’artista che componeva per gioco e per diletto, uno che ha sempre sperimentato, vira un po’ di più sul commerciale.

Forse sembrerà iperbolico, ma questo ragazzo ha del geniale, impossibile non vederlo, e sicuramente la strada da percorrere per lui è ancora lunga, ma bisogna tenerlo d’occhio, perchè questo crossover tra jazz ed elettronica ce ne farà vedere ancora delle belle, nonostante, e lo diciamo fra i denti, ci piacerebbe un ritorno ai tempi d’oro, al tempo in cui il grammofono incontrava il sintetizzatore, e il jazz l’elettronica.

NOTE:

(1)Chet Faker wins big at music awards, smh.com.au, nella pagina Wikipedia dell’artista

(2) Rolling Stones Australia, Built on Glass, http://rollingstoneaus.com/reviews/post/chet-faker

(3) (4)Chet Faker Just Wants a Genuine Emotional Connection, Earnest Australian singer explains why seeks out live-show “vibes” even when his ego “wants is to be sitting by a lake in Italy” di Arielle Castillo, Rolling Stone, 22 Aprile 2015

Foto: http://www.sonofmarketing.it

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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