La ideale ‘cronachesca’ colonna sonora di ogni sabato ideale dovrebbe essere opera di una certa Aretha Franklin o dovrebbe (banalmente) richiamare Dumenega del grande De Andrè. Ma oggi, assieme a Cosimo Cataleta, entriamo in punta di piedi nei vostri sabati, in maniera un po’ “Delicate” !

 

Spesso e volentieri, la musica come la moda si serve di trend e target. Ognuno di noi può ricordare di essere passato dal pop, da Tiziano Ferro (?) per intenderci, al grunge style anni 90 dei Nirvana, sino a De Andrè e Leonard Cohen. Ed ancora più in alto, come una scalata tesa al rilassamento delle nostre menti.

 

Non si nascondano quelli che si dichiarano intenditori. Al di là dei trend e dei target,  Damien Rice, grazie ad alcune canzoni, prestate a  colonne sonore di film del calibro di Closer o di alcune serie Tv,  riscuoteva un discreto successo tra il pubblico, intenditori compresi. Ognuno di noi potrebbe riconoscerlo in quel “And so  it is…” di the Blower’s Daughter. Sicuramente il pubblico femminile si interroga ancora oggi su chi fosse la destinataria del  “can’t take my eyes off you” : la figlia del maestro di musica. Ma se i trend esistono è per scelta di una maggioranza. Ed ogni tanto capita che quella maggioranza, pur rappresentando “come una malattia come una sfortuna” (come avrebbe detto Faber), non abbia tutti i torti.

 

Damien Rice è irlandese dal capello rosso, con una grande passione per bottiglie che non esita a portare con sè sul palco (il clichè non vuole essere offensivo, anzi contribuisce a rendere affascinante e più umano il cantautore). Comincia a suonare nei Juniper.  Separatosi dal gruppo nel 1999, si trasferisce in Toscana e torna un anno dopo a Dublino stracolmo di idee. Ricomincia da solo: il suo primo disco viene prodotto dallo stesso produttore di Bjòrk. (Damien Rice biography. All music. Artist)

 

Riparte così da menestrello itinerante nuovamente in Irlanda, e continua con il supporto della voce di Lisa Hannigan per 7 anni. Nel 2008, procederà in macchina con alcuni amici: destinazione Barcellona per il concerto dei Radiohead. Proposito? Scrivere una canzone al giorno, attingendo anche dalla creatività della band di Oxford.(1)

 

Un’idea che gli conferisce il fascino da artista della Beat Generation, nonché quella di cantante della porta accanto. L’abbigliamento sempre uguale lo rende un po’ folletto, un po’ uomo americano dei boschi o delle fattorie. Non a caso trascorse un anno in una di queste in Italia, dichiarando di essere andato lì ‘per fuggire da sè stesso’. (2)

 

Damien Rice va ascoltato ed approfondito dal vivo. Basti ascoltare il live di ‘The greatest Bastard o di Colour me in’,  per assaporare una sensazione di intimità, in un’atmosfera da falò accesi nelle stagioni invernali. I suoi testi rappresentano uno dei punti forti, dotati della capacità di trascinare dentro l’ascoltatore, lasciandolo sprofondare fra una nota e l’altra dello spartito. Uno stato di alienazione e malinconia, dal sapore amaro ma con l’altrettanta opposta voglia di innamorarsi ancora e di nuovo dell’amore. Il tutto avvalorato  dal forte potere icastico delle parole e della descrizione di donne, capelli, schiene e volti. La descrizione dell’amore, sentimento così mainstream per le arti, è qui sublimato da Rice, attraverso la sua meravigliosa voce ed una considerevole sofferenza delle e nelle interpretazioni.

 

Storie d’amore travagliate. Donne rincorse, lasciate brutalmente prima del pentimento.ancora, storie d’infanzia, dalle atmosfere quasi fatate ed antiche, rivestite di candelabri e polvere sui mobili, older chests, bimbi e anziani per strada. Come davanti ad una vecchia città irlandese, accompagnata da meravigliosi e delicatissimi archi che danno alle ballate quel medievale consumato ma vissuto.

 

“Some things in life may change And some things, they stay the same Like time, there’s always time On my mind.So pass me by, I’ll be fine Just give me time”

Damien Rice – Older Chests

 

Il primo Album O, che porta il nome di un romanzo erotico scritto da un’autrice francese, citato nella canzone Amie, è dedicato a Mic Cristopher, suo amico deceduto nel 2001. L’ascolto dell’intero album è un doloroso passaggio immediato e famelico verso il resto dei propri lavori. E così che puoi cominciare ad immaginare Damien Rice: un cuore malato e da curare e custodire, assieme ad una chitarra da ambienti intimi e raccolti.

 

Tre album (l’ultimo nel 2014) , successivo alla separazione dalla Hannigan, dal sound un po’ diverso rispetto ai primi, ma che conserva tanto di lui. Con la capacità di rapire l’animo dell’ascoltatore, trascinandolo  nell’abisso più profondo. Lì, dove l’amore fa male e suscita sofferenza, per poi passare dal pentimento e dal rimpianto. Un passaggio cruciale, prima di fare spazio ad un nuovo generale innamoramento, adornato di vecchi bauli stile Older chests.

E’così che Rice non può che essere definito il Caronte del terzo Millennio. Gli ascoltatori, tuttavia, non temano. La situazione delle anime di dantesca memoria non è poi così irreversibile. Per i fan di Damien Rice, non vi è pena eterna ma rinascita ottenuta da un ascolto catartico e pregevole.

NOTE

1)Ten Days To Barcelona: a recording trip with Damien Rice. 11 giugno 2008.

2) Damien Rice, cantautore solitario. Corriere della sera. Archivio storico. 30 luglio 2012

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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