Il caso Weinstein ha raggiunto anche l’Italia e, ovviamente, come sempre, il dibattito riesce a focalizzare il punto della questione ed a suscitare riflessioni di grande importanza. O forse no…

Ma prima, per chi non fosse al corrente della faccenda: Harvey Weinstein è un produttore cinematografico statunitense, fondatore, insieme a suo fratello Bob, della Miramax, e famoso per aver contribuito alla fama di molte pellicole di successo, come Pulp Fiction, Clerks o Shakespeare in Love. Di recente, un articolo del New York Times ha aperto il vaso di Pandora, accusandolo di aver richiesto favori sessuali ad alcune attrici hollywoodiane in cambio di avanzamenti di carriera.

Per tornare all’Italia, il caso si è imposto all’attenzione pubblica quando alle accuse delle attrici summenzionate si è aggiunta quella di Asia Argento e, soprattutto, in seguito ad un editoriale di Renato Farina su Libero. La tesi dell’autore è la seguente: ciò che è successo non è stupro, ma prostituzione, le donne in questione avrebbero potuto accogliere o respingere le avances, e là fuori è pieno di signore che hanno scelto di non piegarsi ai ricatti del produttore. Il problema è che questa tipologia di ragionamento si schiera, ancora e sempre, contro le vittime (poco importa, in questo caso, se di stupro, di proposte indecenti o di un sistema corrotto) e a fianco del carnefice. Il problema è che «buttare in pasto al giudizio pubblico la scena che inizia dalla porta della stanza d’hotel e stopparla ai fazzolettini nel cestino subito dopo», ignorando il contesto e le dinamiche di potere, contribuisce a polarizzare una situazione in cui le donne sono e devono essere costrette a scegliere tra il diventare prostitute e il diventare martiri (è facile per ognuno affermare da dietro uno schermo che si avrebbe il coraggio e la forza di volontà di rinunciare ai propri sogni e di non cedere all’estorsione).

Il problema è, ancora, che, nascondendosi dietro affermazioni a cui è facile dare l’assenso in teoria (perché è vero che ogni adulto è responsabile delle proprie azioni, ed è vero che nessuno è costretto a ricambiare un ruolo in un film con una prestazione sessuale), questa linea di pensiero fa scivolare sottopelle il messaggio che alla fine è colpa loro, che, sì, lui è un maiale, ma che ci vuoi fare?, Il mondo dello spettacolo è così. Tra parentesi, quando è un uomo ad essere molestato, le argomentazioni messe in campo sono le stesse? Non credo, e penso che pochi in questo caso si sogneranno di accusare Terry Crews di essere un gigolò.

Un altro punto fermo nelle trattazioni di questi temi è appunto la tendenza a circoscrivere il sessismo e le violenze di genere a certi ambienti o a certi gruppi soltanto. Riguardo ancora al caso Weinstein, infatti, molti opinionisti si chiedono come mai questo polverone sia stato alzato solamente ora, visto che si sa già da molti anni che di vicende simili il mondo dello spettacolo è costellato: la reazione è, più o meno, “embé? Non è una novità”. Tuttavia, per quanto questa affermazione sia vera e per quanto sia giusto condannare dinamiche simili, il concentrarsi esclusivamente sull’ambiente mediatico rischia di comportare un oblio del fenomeno nel suo complesso e delle tendenze che coinvolgono la società intera. Perché il mondo dello spettacolo non è una bolla sospesa nel vuoto, ma vi partecipano persone che condividono usi e costumi con tutti gli altri, e i messaggi che vi si trasmettono sono quasi sempre quelli a cui il pubblico è già assuefatto: basta prendere in considerazione due esempi, il servizio sulle donne dell’est del programma Parliamone Sabato e lo “scherzo” ad Emma Marrone durante la trasmissione Amici. Questi episodi sono paradigmatici di una propensione a trattare le donne alla stregua di oggetti e a giustificare apprezzamenti e soprusi che è ancora fin troppo diffusa.

Una studentessa di Amsterdam ha lanciato una campagna su Instagram per denunciare la diffusione delle molestie; è interessante notare le fotografie che la ragazza ha scattato insieme agli uomini coinvolti, la maggior parte dei quali sembra assolutamente convinta di non aver fatto nulla di male. Atteggiamenti simili non sono casi isolati, sono anzi sintomi di una malattia che è ben lungi dall’essere completamente debellata, e che colpisce la società nel suo complesso, al di là delle sue divisioni in Oriente e Occidente. Per questo motivo è paradossale la tendenza a voler strumentalizzare le violenze sessuali con l’obiettivo di portare acqua al proprio mulino. È, tuttavia, quanto accaduto in seguito alle vicende di Rimini e Firenze: l’esecrabile scontro si è svolto tra lo schieramento di quanti pretendevano di ravvisare una qualche natura intrinsecamente violenta dei “neri” e lo schieramento di quanti volevano invece dimostrare che lo stupro non è prerogativa degli stranieri, ma può essere commesso anche da due carabinieri bianchi e italiani.

Per quanto questa seconda compagine muova da premesse giuste, essa ha perso l’occasione di ribadire con forza che la violenza è sempre violenza, a prescindere da chi la compie, e che non esistono stupri di serie A e stupri di serie B; si è lasciata invece coinvolgere in un botta e risposta a suon di dati e statistiche, teso a scoprire se stuprino di più gli italiani o gli stranieri. Nel frattempo, le vittime che avevano subito le violenze venivano relegate sullo sfondo, il loro stato d’animo e le ripercussioni sulla loro persona non venivano minimamente prese in considerazione (per non parlare dei tentativi di attribuire parte della colpa alle vittime stesse, anche attraverso la diffusione di informazioni false, come quella secondo la quale le due studentesse statunitensi coinvolte nei fatti di Firenze fossero assicurate contro lo stupro).

La donna diventa quindi quasi una res extensa, una materia che accoglie passivamente ciò che proviene dall’esterno. Ella è incapace di autodeterminarsi, di costruire da sé il proprio essere persona e di trovare il proprio ruolo all’interno della società; deve, invece, piegarsi all’adempimento di quei compiti che vengono supposti come tradizionalmente o naturalmente femminili. È indecoroso osservare che anche un organo come il Ministero della Salute si sottomette a questa logica: anche postulando la buona fede del Ministero, la campagna per il Fertility Day ha finito per trasmettere un messaggio ben preciso: per realizzarti come donna devi fare figli.

Quanto ho cercato di mostrare è che, fermi restando gli innegabili progressi e plaudendo alle condizioni più favorevoli che le donne sono riuscite a conquistarsi, è ancora assai diffuso un atteggiamento patriarcale e sessista che mira a identificare il
sesso femminile con una riproduzione artificiale di esso: la donna può essere subdola e meschina, disposta a ingannare e sedurre per raggiungere i suoi scopi (punto di vista riscontrabile nelle discussioni sul caso Weinstein o nella storia delle studentesse e dell’assicurazione contro lo stupro), ma può anche essere una donzella di romantica memoria, una preda da cacciare, e, anche s’ella dice no, non è mai un no risoluto, poiché vuole farsi conquistare. Quest’idea fa capolino ogni volta che atteggiamenti ambigui o sensuali vengono interpretati come un via libera e ogni volta che si ritiene che un abbigliamento provocante costituisca un invito ad allungare le mani.

La consapevolezza del progresso ed il successo di molte battaglie femministe non possono farci abbassare la guardia: occorre esercitare la capacità critica ed individuare il sessismo ogni volta che esso si presenta, perché, con il raggiungimento di uno stato migliore, si corre sempre anche il rischio che problemi esistenti vengano ignorati o minimizzati. Programmi televisi come The Big Bang Theory poggiano su una misoginia di fondo e ci permettiamo di lasciar correre le innumerevoli affermazioni misogine di Trump come se fossero delle battute, trasformando il Presidente degli Stati Uniti in una sorta di personaggio da sitcom. Ma, come affermato precedentemente, questi sono indicatori di un sentimento che è ancora ben radicato nella nostra Weltanschauung, che ci coinvolge anima e corpo e con cui dobbiamo fare i conti, avendo come obiettivo il suo totale sradicamento.

Author: Adrian Rusu

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