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All’alba della pubblicazione del nuovo singolo di Brunori Sas, anche questo di una semplicità disarmante, possiamo dire che le sue non sono solo canzonette. Il cantautore di Cosenza comincia a narrarci l’Italia attraverso le lenti della sua storia personale. Come dimenticarlo quando a guisa di dandy citava Verlaine.

Brunori Sas in origine Dario Brunori sceglie il Sas come marchio d’origine perché sta per Società in accomandita semplice, come l’azienda dei suoi. Nome nomen dicevano i latini per indicare qualcosa che parlasse attraverso il nome. Il cantautore calabrese così rende cool un barbosissimo concetto giuridico arcinoto a giuristi e ragionieri.

Quello pubblicato due settimane fa è il primo singolo del prossimo album, dopo che Il cammino di Santiago in taxi, volume 3 della sua opera a puntate, aveva riscosso notevole successo tra fan e critica. Tanta semplicità nelle canzoni che raccontano storie di provincia come quella: di Rosa, alla vigilia di un matrimonio che non si compirà; o di Paolo che chiede a Dio e a Padre Pio una moglie.

In un panorama mediatico che spesso e volentieri usa arabeschi linguistici per trasmettere messaggi di scarso valore artistico con lo scopo di risultare graditi ad un certo tipo di pubblico, Brunori adotta la filosofia del semplice e diretto perché è poi anche vero che come si dice: nella semplicità si nasconde il divino. Brunori canta all’Italia malconcia, schiacciata dal peso della crisi finanziaria. Spesso le sue canzoni hanno come protagonisti imprenditori, giocatori d’azzardo sull’orlo del precipizio come Mario.

C’è anche l’altra faccia della medaglia. Nel penultimo album Il Cammino di Santiago in taxi si nota la maturità del cantautore calabrese in pezzi come Kurt Cobain o Mambo reazionario. Brunori finge di raccontare della sua infanzia in Calabria e invece racconta l’Italia rurale in maniera buffa ed esilarante in quelle che potremmo considerare, azzardando, analisi sociologiche fai-da-te di un contesto storico-geografico che sta cambiando. Un grido a non abbandonare ciò che di reale e genuino l’Italia ha il dovere di conservare. Non è l’unico, basti rammentare tra gli ultimi singoli di Niccolò Fabi che in Ha perso la Città esprime il suo dissenso all’avvento di abitudini consumistiche che stanno pian piano erodendo tradizioni, valori che sono da sempre pilastri del nostro modo di essere italiani.

La verità di Brunori Sas

La verità di Brunori Sas

Nell’ultimo singolo allora ci consegna La verità, dove parla in seconda persona, non si sa se a sé stesso o all’ascoltatore. Ci dice che in realtà non sappiamo rinunciare a quelle 4 o 5 cose in cui ormai nemmeno crediamo più. Non è la verità del singolo ma quella di un uomo disilluso che deve fare i conti col perdere il lavoro; non riuscire ad arrivare a fine mese; non poter pagare le bollette; e che forse non crede nemmeno più nel Partito. Infatti in Mambo reazionario, con arguti giochi di parole, ci dice che Che Guevara oltre a cantare insieme a Pinochet sulle basi di Beyoncé, resta solo sulle bandiere del concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni. Resta insomma un simbolo(?).

Questo ragazzo allora ha conservato e dipinto con sobrietà momenti di un’Italia che sempre più sta scomparendo, i mondiali dell’82; i matrimoni in paese; le parrocchie in Nana; l’infanzia contadina di ogni ragazzo cresciuto spesso e volentieri al sud sotto il sole delle estati meridionali in paesaggi da Cristo si è fermato a Eboli.
Per questo lui è anche un po’ la voce del Sud, ricorda un po’ i romanzi di Ignazio Silone e l’Italia contadina, quella del buon cibo, delle 127 scassate, dei santini attaccati sui cruscotti delle macchine, nonché delle feste di paese, quell’Italia che innumerevoli volte abbiamo ipotizzato di lasciare, ma che spesso è una zavorra di cui sempre si sente la mancanza. Paesaggi polverosi e venti di scirocco in cui i protagonisti dei suoi testi si muovono uniti dal fil rouge di una vita semplice e genuina sono lo sfondo delle sue canzoni. Sanno di primi film in technicolor, di ricordi che sono vivi nelle menti dei trentenni, sanno anche di Rino Gaetano, della stessa regione. Innegabile poi, che anche la sua voce roca ricorda il grande Rino.

Con tanta onestà, il cantautore calabrese ha rilasciato a SkyArte durante l’intervista lo scorso martedì sera, la Canzone contro la paura, dove afferma nel primo verso che le sue canzoni sono poco intelligenti. Brunori combatte la complessità e la tristezza della realtà a colpi di genuinità senza spocchia alcuna e arrivando a tutti. Questa canzone sa un po’ de L’avvelenata di Guccini perché è un manifesto artistico, meno polemico di quello del cantante Bolognese, ma rimane una rivoluzione vera, una dichiarazione d’intenti diretta sia all’ascoltatore che alla critica.

Basta questo a farcelo amare, a farci attendere con ansia il tour già annunciato collegato all’uscita dell’album, continuando ad accompagnarlo in questo cammino verso la maturità sempre pronti come lui e con lui ad esorcizzare sulle note delle sue canzoni da elevare ad inni generazionali, anche le nostre paure.

 

Foto: Open Spotify; Youtube.

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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