Ministro degli Esteri nel Governo di Theresa May, il nuovo Premier Boris Johnson – subentratole il 24 luglio scorso – sta infiammando la scena europea. Come in una partita a scacchi dal finale imprevedibile, ogni mossa risulta fondamentale per rimettere tutto in discussione. Proprio quando la prospettiva di un’uscita dall’Unione Europea senza lo straccio di un accordo sembrava concretizzarsi, BoJo è costretto a rivedere le proprie mosse. 

Il 28 agosto Johnson aveva chiesto (ed ottenuto) la sospensione dell’attività parlamentare (cd. prorogation) per cinque settimane (fino al 14 ottobre) in modo da evitare qualunque sgradita (per quanto legittima) interferenza. Il Parlamento era corso ai ripari approvando in tempi record una legge anti no-deal che impone al Governo di chiedere una proroga dei termini di recesso al 31 gennaio 2020

Pur non essendovi certezza che il Consiglio Europeo la conceda (del resto, ad oggi, manca sul tavolo europeo una proposta realistica di accordo alternativo), la recente decisione della Corte Suprema del Regno Unito riporta Johnson alla realtà e ai valori democratici. Con sentenza del 24 settembre, gli 11 giudici del collegio presieduto da Lady Hale hanno unanimemente dichiarato l’illiceità della sospensione in quanto l’unico effetto di tale azione – data l’eccezionalità delle circostanze – era stato quello di “vanificare o impedire il ruolo costituzionale del Parlamento (tdr)” in vista della scadenza del 31 ottobre

A prescindere da come finirà, è lecito chiedersi: quale tipo di scenario prospetterebbe una Brexit no-deal? Un finale che i più definiscono come lo scenario peggiore possibile a differenza di chi, invece, ne sminuisce la portata rispetto agli effetti (ritenuti) ben peggiori che avrebbe una no-Brexit.

Backstop irlandese: le opzioni che potrebbero porre fine al caos Brexit

La backstop solution, nodo della discordia

Ha da subito infervorato il dibattito tra l’UE e lo UK: è il backstop. Il 10 Downing Street ritiene imprescindibile rinegoziare l’accordo ed eliminare tale clausola: diversamente, l’unica alternativa sarebbe una Brexit no-deal. Bruxelles continua a sostenere che l’accordo del 2018 sia il migliore possibile e che l’integrità del mercato unico ed il backstop irlandese vadano preservati. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?

È un meccanismo di sicurezza di ultima istanza volto a impedire l’istituzione di un confine rigido tra le due Irlande, in assenza di un miglior accordo di regolamentazione dei rapporti commerciali UE-UK. Qualora entro un periodo transitorio di due anni non dovesse raggiungersene uno valido, il backstop diverrebbe pienamente operativo e lo UK rimarrebbe nell’Unione doganale, l’area di libero scambio commerciale priva di dazi e frontiere rigide.

Un finale che nemmeno l’UE è interessata a perseguire, ma anche soluzione necessaria per preservare la pace nell’Irlanda del Nord consacrata con il Trattato del Venerdì Santo.

Brexit: gli scenari possibili

No-deal: meglio di un cattivo accordo?

Per ogni scenario, la conclusione è sempre la stessa: un’economia più povera. Tuttavia, un’hard Brexit avrebbe un impatto maggiore sul Pil in termini di decrescita economica pari a quasi l’8% per i prossimi 15 anni, con un impatto addizionale pari a 6.1 punti percentuale rispetto allo scenario EEA e di 2.9 punti percentuale rispetto allo scenario FTA. Una stima ottimistica che dà per scontate alcune soluzioni (fra cui la conclusione di accordi commerciali con Stati Uniti e UE) e non tiene conto degli impatti a breve termine, come il costo di adeguamento al nuovo regime doganale. Difatti, con la ricostituzione della frontiera, ne deriverebbero per le imprese maggiori costi oltre che notevoli ritardi: secondo le stime governative (operazione Yellowhammer), al porto di Dover si formerebbe una fila lunga ben 17 miglia con attese fino a due giorni e mezzo e disagi fino a tre mesi.

Il ritorno alle condizioni commerciali OMC avrà ripercussioni significative su produttori, fornitori di servizi e consumatori. L’attenuazione di tali effetti dipenderà dal successo dei negoziati con ogni membro OMC. La situazione si complicherebbe ulteriormente qualora i negoziati con l’UE si interrompessero, rivestendo quest’ultima un ruolo cruciale che va anche oltre l’aspetto meramente commerciale. 

Banca d’Inghilterra: rischio shock economico 

Le recenti stime della Bank of England lasciano presagire uno scenario poco raccomandabile: deprezzamento della sterlina, aumento dell’inflazione e rallentamento della crescita con un tasso di variazione del Pil dell’1,3% per il biennio 2019-2020 rispetto alle stime iniziali rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Crescita che, in caso di Brexit no-deal, potrebbe essere ancora più lenta

Un effetto domino che si ripercuoterebbe soprattutto sul settore trasporti, sull’industria chimica e su quella alimentare temendosi, tra l’altro, una grave interruzione nell’approvvigionamento di alimenti e medicinali come si legge nella contestata valutazione del rischio del Governo Johnson. 

Per approfondire:

Author: Veronica Pagano

Laureanda in Giurisprudenza a Messina, appassionata di diritto internazionale e penale e politica internazionale, racconto il mondo che ci circonda in tutte le sue sfaccettature. Già redattrice per l’Antro di Chirone, attualmente scrivo per Mangiatori di Cervello e Cronache dei Figli Cambiati.

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