Quando pensate alle rivalità nello sport, probabilmente pensi a Messi-Ronaldo, Federer-Nadal , Hamilton-Vettel. Oggi vi porteremo 40 anni indietro.

Vi porteremo a Borg-McEnroe.

 

John e Bjorn hanno dato vita a quella che probabilmente è la rivalità tra le più belle nella storia dello sport.

Quello che questi 2 uomini hanno dato al gioco del tennis è cosi grande tanto da averne sconvolto i fondamenti.

Ma più del rovescio bimane di Borg e del serve&volley di McEnroe, quello che resta a noi sono gli uomini, prima che i tennisti.

Viaggio nel tempo. Estate 1980. Edoardo Bennato cantava “Sono solo canzonette”, i Pink Floyd stavano portando in tour l’album “The Wall”, l’Inter si era laureata campione d’Italia per la dodicesima volta Campione d’Italia. Nell’estate dei giochi di Mosca boicottati, del sangue delle stragi di mafia, Bjorn e John danno vita ad uno degli incontri più esaltanti della storia del gioco. L’anfiteatro della battaglia è, manco a dirlo, il centre court di Wimbledon.

(Bjorn Borg e John McEnroe sul Centrale nella finale di Wimbledon del 1981, Getty Images)

Così diversi nel look, nella tecnica, nel carattere, nelle scelte di vita. L’uno lo specchio dell’altro. Preciso e maniacale Borg, irascibile ed irriverente McEnroe: così diversi eppure così uguali. Entrambi avevano sviluppato due modalità diametralmente opposte (reprimere ogni sentimento per lo svedese, ed esternare qualsiasi emozione per l’americano) per raggiungere il medesimo fine: essere sempre focalizzati sull’obiettivo.

In uno sport che si gioca prima di testa che di braccio.

Borg e McEnroe venivano da due culture diverse, lontane, ma erano molto più simili di quanto non si dicesse. Volevano arrivare in cima, essere i migliori del mondo, e ci sono riusciti entrambi. Solo che, quando c’è riuscito John, Bjorn ha deciso che il mondo era troppo piccolo per ospitare due numeri 1, e si fece da parte.

 

“Sul campo da tennis sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio. In tutta sincerità, a volte mi chiedo come tutto questo sia potuto accadere. Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. “

 

Queste sono le parole tratte dall’autobiografia di uno dei tennisti, e atleti, più unici della storia dello Sport, John McEnroe.

John non ha cambiato solo la storia del tennis, ma anche la visione che noi, comunemente abbiamo di atleta. Aveva una personalità che definiremmo, banalizzando, spigolosa.

Del genere che non esitava a sputare in campo, a inveire contro l’arbitro per ogni punto dubbio e, naturalmente spaccava quante più racchette poteva ad ogni punto perso. Non a caso il suo nickname divenne superbrat, il ribelle.

 

A livello tecnico, probabilmente parliamo del giocatore che meglio ha espresso il concetto di serve&volley nella storia del tennis. È la trasposizione terrena del concetto di genio e sregolatezza. In campo vomita tutte le sue emozioni, e lo spettatore ne è quasi sovrastato, tanto da rimanerne impaurito.

Ma non è tanto il modo in cui si esprime, tanto il concetto che porta dietro a renderlo l’enorme stigma della sua vita sportiva, cosi come quella del collega svedese: la riluttanza verso la sconfitta.

(John McEnroe mentre serve a Wimbledon, 1980, Getty Images)

 

Il tennis di quegli anni, di McEnroe, di Borg, di Lendl, di Connors, era un tennis fatto di battaglie, di odi viscerali e probabilmente folli.

The Genius si ritirerà dal tennis nel 1992,ciò che ha portato al tennis rimane ancora oggi.

Ma nel 1980 McEnroe non è solo sull’erba di Wimbledon, c’è Borg contro di lui, dall’altra parte della rete.

La cosa concettualmente esaltante per chi commentava quella finale era il fenomeno di identificazione che quello scontro scatenava. Il pubblico doveva decidere da che parte stare e chi essere, se il freddo svedese da cui non traspariva emozione, oppure l’irascibile e spocchioso newyorkese.

 

Nel 1980 il popolo svedese ripartiva le sue priorità nel seguente ordine: Borg a Wimbledon, premio Nobel, famiglia reale, tutto il resto. E Bjorn Borg era il talento sportivo più fulgido e rivoluzionario che si fosse mai visto in Scandinavia.

 

Nel tennis esiste un Avanti Borg e un dopo Borg, lo sport non è più stato lo stesso: il tennista svedese è stato il primo ad usare il rovescio bimane con quel top spin esagerato, conseguenza dell’hockey praticato sin da bambino, abbandonato poi per l’amore sconfinato per il tennis.

Borg, molto semplicemente, è un vincente perché non concepisce la tangibilità della sconfitta: la semplice idea lo rende riluttante perché sa che potrebbe battere chiunque, sempre, in una specie di vittoria perenne.

 

Per quanto io non creda nella matematica, snocciolare alcune statistiche può far capire quanto il suo fosse un talento da predestinato: Borg esordisce a 15 anni in Coppa Davis, vince il match. Ha vinto il 40% degli Slam a cui ha partecipato, il 90% dei match singoli disputati all’interno di quei tornei, in carriera è uscito vincente nell’82% dei match a cui ha partecipato.

Dovendo sintetizzare cosa caratterizza Borg, possiamo parlare di potenza e geometria. Borg vede e crea passanti che non esistono: l’avversario che lo attacca a rete assiste inebetito a palle che lo sorpassano, imprendibili.

 

Se McEnroe canalizza la sua concentrazione attraverso la rabbia, Borg lo fa attraverso l’annullamento e l’ossessività. Wimbledon potrebbe essere San Pietro per lui, e la partita un rito religioso da ripetere costantemente.

Quando gioca il torneo, per annullare tutta la pressione che il mondo ripone su di lui perché sa che nemmeno il pubblico concepisce la sua sconfitta, Borg ha dei rituali che vanno ripetuti ogni giorno o quantomeno prima della partita: la sua fidanzata deve sistemargli la valigia riponendo ogni indumento nello stesso posto ogni volta, ogni notte prima di un match lui e il suo allenatore controllano a mano e piazzandosi coi piedi sopra esse, l’incordatura di tutte le racchette.

Da quando nel 1976 ha vinto il primo Wimbledon, Borg indossa lo stesso modello di completino, non colpisce con i piedi sulla riga di fondo perché il gesto porta sfortuna.

La finale del 1980 è psicologia applicata al tennis: al campo due re vanno stretti, ne deve rimanere uno soltanto.

Il tie break del quarto set è la battaglia più dura: il tie break si chiude solo quando ci sono due punti di vantaggio e Borg ha per sette volte la possibilità di chiuderlo e vincere la partita. Non lo fa, il tie break lo vince John che porta la partita all’ultimo set.

Bjorn Borg è possibile spiegarlo così: dove ogni uomo dopo sette volte in cui può raggiungere l’obiettivo e lo manca, si rassegna a seguire un destino che evidentemente lo vuole perdente, Bjorn forza il fato e vince, perché mentalmente vede prima degli altri la vittoria, ed è tutto ciò a cui anela.

Lo stesso campo l’anno dopo vedrà Borg perdere proprio dalla mano a cui aveva tolto il trofeo l’anno prima. E’ McEnroe a condannare Borg ad un’umanità che sembrava impensabile. E’ l’inizio della fine, la sconfitta agli Us Open sempre dall’americano in finale, lo condanna a un secondo posto che lui non vuole.

Meglio il ritiro, piuttosto.

Le somiglianze presenti in personalità così opposte, l’amore per il gioco e la leggenda che si respira ogni volta che i loro nomi sono pronunciati, hanno fatto sì che quando si parla di Borg o McEnroe i loro due nomi prima o poi si incrocino, in un legame lapalissiano. Ed è una cosa che fa bene allo sport, lo eleva e gli dà la dignità di essere qualcosa di più estetico e letterario.

Lo fa diventare vita.

 

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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