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 [ Foto in copertina da comingsoon.it ]

Dopo aver fatto molto parlare di sé per la regia di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese si fa abituè del grande schermo con una pellicola per niente banale che ambisce a sovvertire i luoghi comuni della morale dello spettatore.

Nato come un remake della serie televisiva statunitense The Booth at the End, il neonato The Place racconta i tormenti e i desideri di nove personaggi che frequentano un bistrot ad angolo, il the place appunto, abitato giorno e notte da un uomo misterioso. Valerio Mastrandrea interpreta un deus ex machina meticolosamente seduto ogni giorno allo stesso tavolino del bar, intento a scrivere appunti su una poderosa agenda, mentre ascolta i suoi “clienti” parlare di se stessi. Interpretando un moderno Faust in giacca e camicia, l’uomo sottopone soluzioni a coloro che disperati gli si rivolgono per le più svariate ragioni: una giovane suora vuole ritrovare il suo Dio, un poliziotto riavvicinarsi a suo figlio, una giovinetta desidera essere più bella, una moglie riconquistare la passione di un giovane e annoiato marito, o un attempato meccanico passare una sola notte con una pin-up. Qualsiasi richiesta essi facciano, la soluzione è letteralmente a portata di mano, nascosta tra le fittissime righe di quell’agenda. A sancire il patto col diavolo, i richiedenti però hanno l’obbligo di svolgere un compito, pagando il pegno delle loro velleità con un’azione crudele e, il più delle volte, criminale.

La questione centrale di The Place sta tutta in “cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri”. E a quanto pare la sceneggiatura indovina realisticamente l’acme del punto di non ritorno: i personaggi raschiano il fondo, e, prima di subire le pesanti conseguenze dei loro gesti, decidono di risalire la china.

La tecnica narrativa è costruita grazie ad una impalcatura stilistica che non annoia, e anzi canalizza l’attenzione dello spettatore sulle preoccupazioni dei personaggi attraverso un linguaggio estetizzante. Sta qui, infatti, il pregio della sceneggiatura, che funzionerebbe debolmente se l’intera pellicola non fosse girata in un’unica unità di luogo e d’azione. Il bistrot riecheggia evidentemente l’appartamento di Perfetti sconosciuti, e, nonostante inquadrature siano sicure, fisse, tra campi e contro-campi attorno ad un tavolino, condivide con quello il format narrativo: i dialoghi si nutrono dell’immaginazione dello spettatore, che, dal canto suo, vive i flash-back dei personaggi senza assistervi. Non c’è azione, non c’è suspance; non c’è lotta, non c’è sangue. Eppure tutti ne escono trafitti, come confessa Angela (Sabrina Ferilli), cameriera in cerca di felicità e personaggio funzionale più nel finale, che nella trama.

Probabilmente un po’ troppo ingombrante il sottofondo musicale di Maurizio Filardo che aiuta tuttavia le emozioni a srotolarsi e a scandire il ritmo della recitazione. Gli attori, più che mostrare un approccio cinematografico alla recitazione, sembrano interpretare la corale di una pièce teatrale, mentre trasmettono allo spettatore l’emozione nei volti e la vibrazione nelle voci. A conti fatti, The Place soddisfa le aspettative, a patto che esse siano superiori all’umile e tradizionale sceneggiato tv, ma lascia spazio a sbavature e lacune su cui è necessario ritornare.


Agnese Lovecchio

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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