«Ma il secolo che iniziò pieno di fiducia in se stesso e nel trionfo definitivo della democrazia liberale occidentale sembra ormai prossimo a tornare, circolarmente, al punto dal quale è partito: (…) ad una vittoria incontrastata del liberalismo, politico ed economico.» (F. Fukuyama, «La fine della Storia?», The National Interest, n. 16, 1989)

«Our democracy has been hijacked!»(«Ci hanno sottratto la democrazia!»): con questo grido Zack de la Rocha, cantante dei Rage Against the Machine, apriva, nell’Agosto del 2000, uno degli ultimi concerti del suo gruppo, fuori dal palazzetto dello sport di Los Angeles nel quale contemporaneamente si teneva il Congresso nazionale del Partito Democratico statunitense, che avrebbe ufficializzato la nomina di Al Gore a candidato alla presidenza per le elezioni del Novembre di quell’anno (vinte da George W. Bush). La performance (parzialmente caricata su YouTube, frammista alle immagini dei violenti scontri con la polizia, che disperse l’assembramento) si inseriva nel più ampio contesto delle proteste indette in tale sede da un variegato conglomerato di sigle ed attivisti, generalmente riferibile a quell’area No Global che meno di un anno prima aveva ottenuto risonanza mondiale grazie alle infuocate proteste in occasione del summit della WTO di Seattle, contro il sistema politico, saldamente bipolare, statunitense. Tale sistema era accusato, appunto, di aver sostanzialmente svuotato di significato i meccanismi democratici, obbligando l’elettorato ad una scelta puramente formale, il cui esito sarebbe stato totalmente indifferente rispetto ad una pluralità di questioni, tra cui l’adesione ad una linea economica liberoscambista ed una politica estera aggressiva, mirante a profittarsi dell’apparente possibilità di instaurare un ordine internazionale unipolare.

L’attenzione del gruppo per questi temi non era nuova: pochi mesi prima, esso aveva pubblicato il videoclip della canzone «Testify», nel quale, con l’icastico sarcasmo proprio di Michael Moore (che ne curò la realizzazione), veniva messa alla berlina la pressoché totale interscambiabilità dei candidati dei due partiti maggiori, attraverso il rapido susseguirsi di identici spezzoni di loro discorsi. Questo video risulta particolarmente efficace nel mettere in luce quello che non pare azzardato ritenere il tratto saliente della vita politica nelle democrazie liberali consolidate nella nostra epoca, in grado di fornire un’efficace chiave di lettura dei fenomeni maggiormente degradanti e degradati della stessa, quali l’ascesa delle destre “populiste” e la crisi delle forze di sinistra: l’appiattimento delle posizioni dei partiti politici e la generalizzata instaurazione di sistemi bipolari.

LA FINE DELLA STORIA E IL BIPOLARISMO AD UNA DIMENSIONE

Tale fenomeno, che negli ultimi 25 anni ha rivestito carattere strutturale nella quasi totalità degli Stati riferibili al modello liberaldemocratico (dagli Usa, all’Italia, passando per gli altri Paesi dell’UE), è la precisa conseguenza di quello che il politologo statunitense Francis Fukuyama, nell’articolo «The End of History?»(citato in epigrafe) e nel successivo saggio «The End of History and the Last Man» (1992), che ne sviluppava ulteriormente le tesi, definì «fine della Storia». Tali opere, che godettero diuna fama notevole quanto immeritata (a fronte del dilettantismo col quale Autori come Hobbes, Hegel e Platone venivano diffusamente citati) negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione del blocco sovietico, sostenevano, sulla scorta di opinabili argomentazioni che non è qui la sede di approfondire, che, a seguito delle convulse vicende del biennio ’89-’91 (la perestrojka, la glasnost, il crollo del Muro di Berlino…), il sistema economico capitalista e il sistema politico liberaldemocratico occidentali, avendo vinto la competizione col rivale sovietico che aveva informato di sé la seconda metà del XX secolo, dopo aver fatto piazza pulita nei secoli precedenti degli altri antagonisti socioeconomici quali il fascismo e le società tradizionali, fossero ormai privi di competitori nell’arena dei possibili modelli sociali disponibili all’umanità, e che presto l’intero globo  vi avrebbe aderito. Fukuyama riteneva, infatti, che le forze storiche che avevano portato all’affermazione degli stessi secondo uno schema progressivo non fossero reversibili, né che tale progresso potesse condurre ad ulteriori evoluzioni: si era, insomma, giunti alla “fine della Storia” preconizzata da Hegel, essendosi ormai risolte tutte le contraddizioni che costituivano il propellente del cammino dell’umanità sul rettilineo della Storia stessa attraverso l’interazione dialettica tra opposti.

Negli anni successivi, a fronte della vigorosa smentita delle sue concezioni offerta in particolare dall’area mediorientale e dall’area asiatica (delle quali, ad onor del vero, lo stesso Autore riconosceva la potenziale problematicità), Fukuyama ritrattò le proprie posizioni. Nella prassi politica degli Stati “occidentali” (termine che, qui come sopra, viene usato senza alcuna implicazione culturale, ma semplicemente per riferirsi ai già citati Stati aderenti al sistema liberaldemocratico), però, queste furono con ogni evidenza, esplicitamente o meno, accolte. In altre parole, i partiti che la animavano, a seguito del crollo del “socialismo reale”, agirono precisamente come se il sistema politico liberaldemocratico e (ciò che più conta in questa sede) quello del libero mercato globalizzato fossero modelli storicamente necessari, privi di contraddizioni e di alternative e nei confronti dei quali non si poteva assumere altro atteggiamento che quello dell’accettazione acritica e/o entusiastica.

Il risultato fu, pressoché ovunque, l’adozione del già ricordato sistema bipartitico: allo scioglimento dei partiti comunisti, piagati dal rapporto di dipendenza dal liberticida sistema sovietico e la cui dottrina non risultava più praticabile, a fronte del suo clamoroso fallimento storico e dal totale mutamento delle condizioni sociali in rapporto alle quali era stata elaborata, fece generalmente seguito la creazione di due “poli” antagonistici (ad esclusione di formazioni politiche minori); come nel modello anglosassone, la filosofia di fondo era quella di incoraggiare l’alternanza tra i due avversari, chiamati ciascuno a governare senza “scossoni” per un periodo prestabilito, al termine del quale sarebbero stati giudicati dall’elettorato, che, se insoddisfatto, avrebbe votato il polo “di opposizione”. Centrosinistra e centrodestra in Italia, socialisti e gaullisti in Francia, socialdemocratici e cristiano-democratici in Germania divennero così gli attori chiamati ad avvicendarsi ai ruoli di potere nei rispettivi Stati. In tutti questi casi, tanto l’uno quanto l’altro schieramento mostravano di avere aderito ai princìpi liberisti che, complice il vigoroso (e non casuale) rafforzamento della CE/UE tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, si ponevano alla base del sempre più strettamente integrato sistema economico globale. Eliminata in radice la possibilità stessa di concepire una critica dello stesso, il contrasto politico si spostava, nel migliore dei casi, sul piano dei diritti civili: accesi diverbi sulla depenalizzazione delle droghe leggere, dibattiti sui diritti LGBT, rigurgiti antiabortisti e correlative resistenze divennero temi di primo piano nei comizi e nei talk show. Nel peggiore dei casi, la contrapposizione tra l’un polo e l’altro si riduceva ad una mera contrapposizione tra i centri di interesse economico, mediatico e culturale che in essi trovavano espressione.

È opinione di chi scrive, come accennato, che questa situazione si ponga alla base dei fenomeni, strettamente correlati, della crisi dei partiti di sinistra (o presunta tale) e del travolgente successo delle istanze “populiste”. Venuta meno la legittimazione storica dell’ideologia che ne aveva guidato l’azione per più di un secolo, e che aveva posto al centro del proprio programma la trasformazione dell’esistente partendo dai rapporti di forza economici, nella convinzione che a ciò sarebbe conseguita l’emancipazione dell’essere umano in ogni altro àmbito, le forze di sinistra istituzionale non trovarono di meglio, per perpetuare la propria esistenza, che il collocarsi nel campo “progressista” della citata contrapposizione sui temi delle libertà individuali. Era però inevitabile che la rinuncia a porre in discussione le logiche del mercato comportasse uno snaturamento di queste forze, tale da alienare da esse le simpatie elettorali degli irriducibili e sempre più sparuti sostenitori di un totale ripensamento, nell’ottica indicata, di un mondo che, d’altro canto, appariva sempre più sfuggente alle loro tradizionali categorie interpretative di «classe» e «proprietà dei mezzi di produzione», abiurate in blocco dai partiti in esame. Perduta ogni connotazione ideologica, in un generale contesto di declino di qualsiasi forma di fidelizzazione partitica, esse rimasero succubi della logica dell’alternanza, esposte alle incostanti oscillazioni di un elettorato a sua volta disorientato dalla ristrettezza di divergenze sulle visioni di lungo periodo tra le alternative politiche disponibili e cedevole alle lusinghe delle narrazioni, spesso mendaci, sull’operato del “potente” di turno.

La politica veniva così declassata ad amministrazione. In un clima di generale scollamento tra società ed istituzioni rappresentative, specialmente in Italia in costante aggravio fin dalla seconda metà degli anni ’70, divenne sempre più frequente il leitmotiv «sono tutti uguali»: un’eguaglianza che, generalmente, veniva ritenuta consisterein una spiccata tendenza al malaffare. In tale lamentela, troppo spesso demonizzata ed irrisa negli ambienti della sinistra, si nascondeva un’inquietante verità: dal punto di vista economico, effettivamente si era diffuso un consenso bipartisan sui princìpi cardine. Lungi dal proporre un disegno complessivo della società da portarsi avanti per la durata del proprio governo, i partiti finirono sempre più ad assomigliare a complessi apparati burocratici, impegnati a confrontarsi sulla gestione più o meno efficace delle finanze pubbliche e sulla percezione che di essa sarebbe giunta all’elettorato. Così, in Italia, l’ondata delle privatizzazioni e delle riduzioni della spesa pubblica degli anni ’90, imposta dall’UE come condizione per poter aderire all’Unione monetaria, poté proseguire senza soluzione di continuità nonostante i convulsi avvicendamenti delle maggioranze politiche, organizzatesi (almeno in linea ideale) secondo uno schema bipolare, nella narrazione dell’epoca (e non solo) indicato come la panacea di tutti i mali. Anzi, in questa fase il potere di governo fu per la maggior parte del tempo detenuta da quel centro-sinistra che si proponeva quale erede, almeno parziale, della tradizione del Partito Comunista Italiano.

IL (GIUSTIFICATO?) SENTIMENTO ANTI-ESTABLISHMENT

Crediamo che a questa situazione, e al suo protrarsi pressoché ininterrotto nei passati 25 anni, debba essere imputata l’ascesa dei movimenti “populisti”. La stessa “sinistra” che (giustamente) irride lo sboccato berciare sessista e xenofobo di Trump dovrebbe (e, fortunatamente, lo sta facendo) sottoporsi ad un severo esame di coscienza: essa è, infatti, la maggior responsabile della creazione di quel “establishment” in contrapposizione al quale l’attuale presidente USA ha costruito il proprio consenso, e che ha posto le condizioni che fanno sì che Marine Le Pen sia da taluni indicata come plausibile vincitrice delle prossime elezioni presidenziali francesi. Quando Grillo urlava che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, «mandando a casa» la Casta dei corrotti «tutti uguali», essa ha preferito girarsi disgustata dall’altra parte, senza rendersi conto di come l’aver impostato tutta la propria azione politica dalla fine della Guerra Fredda in avanti sulla (sacrosanta ed irrinunciabile) battaglia per l’espansione dei diritti civili avesse lasciato quello che, nell’odierno linguaggio giornalistico, è definito “ceto medio impoverito”, totalmente privo di rappresentanza.  C’era un fondo di verità in quello scomposto vociare, indubbiamente e visceralmente di destra, sulla non attualità della distinzione tra destra e sinistra, sull’interscambiabilità dei rappresentanti di quel “sistema” che rincorreva il mito dell’alternanza bipolare e della stabilità. L’accettazione supina, da parte della sinistra, delle logiche del mercato globale, o, peggio, l’essersene essa stessa fatta la principale portabandiera, recando come unico segno distintivo rispetto al polo avversario il progressismo e l’accoglienza rispetto alla questione migratoria, ha anzi favorito una perversa associazione di idee tra il fenomeno dell’impoverimento e queste istanze. Questo sta alla base del coagularsi di quella parte di elettorato, che non è andata ad ingrossare le sempre più spaventose ed ormai strutturali file dell’astensionismo,intorno a chi tuona contro “l’establishment”, e dell’inquietante recrudescenza di posizioni reazionarie, che credevamo di aver debellato, sui temi della sfera individuale. La traumatica provocazione di Žižek, teorico tra i più in vista dell’odierna sinistra non istituzionale, che nell’imminenza dell’elezione di Trump dichiarò che, se fosse stato chiamato a votare, la sua scelta sarebbe ricaduta su Trump stesso, per «scuotere la sinistra dall’immobilismo», pur non condivisibile negli esiti, offre tragici spunti di riflessione. Lo stesso Žižek, poco più tardi, scrisse:

«È evidente che il loro (di Trump, Brexit, Le Pen e il partito polacco “Diritto e giustizia”, ndr) spazio è stato aperto dal fallimento delle sinistre: intendendo ora per sinistra i residui della socialdemocrazia, la sinistra istituzionale, o la sinistra liberale, che forse non dovremmo neppure chiamare sinistra.(…)La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori.»

Per quanto la visione del filosofo sloveno non appaia priva di contraddizioni («ingenti trasferimenti sociali» e «sostegno serio ai lavoratori» appaiono evidenti forzature dei programmi politici di un miliardario che progetta di deregolamentare i mercati finanziari, avvalendosi dell’operato di una squadra di governo composta anch’essa da “Paperoni”), è innegabile che la sinistra del XXI secolo, di modello Blairiano, abbia negli ultimi anni sostenuto politiche ben lontane non già da un programma di radicale redistribuzione della ricchezza, ma anche dalle politiche socialdemocratiche di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e di stemperamento delle diseguaglianze più radicali causate dal mercato che furono tanto in voga nell’immediato dopoguerra: in ciò non distinguendosi affatto dai partiti della destra liberale coalizzatisi a livello europeo nel Partito Popolare, e lasciandosi sorpassare sulla linea dell’assistenzialismo dalle forze populiste, abili nel catalizzare consensi attribuendo le colpe della crisi del Welfare State ai migranti (mentendo) e, per quanto riguarda l’Europa, all’Unione Europea (dicendo, almeno parzialmente, il vero).

CHE FARE?

Crediamo, dunque, che sia evidente come, almeno in parte, allo slogan «Destra e sinistra non esistono più» debba essere riconosciuta una certa dignità. Se, inteso come proposizione assoluta, esso è certamente mistificatorio e, come già sostenuto, intrinsecamente destrorso, non si può negare che esso contenga una parte di verità, nella misura in cui lo si riferisca alla politica istituzionale maggioritaria: a questo livello, infatti, si è assistito per un ventennio ad un’egemonia incontrastata della destra economica e ad una totale estromissione di quelle istanze che dovrebbero formare il nerbo di una vera sinistra, essendo necessario, ma non sufficiente, battersi per i diritti civili per reindirizzare la società in una direzione egualitaria.

Una sinistra moderna, per essere definita come tale, deve dunque recuperare la propria identità: la qual cosa non passa certo attraverso la rinuncia, come paiono sostenere alcuni irriducibili nostalgici del ‘900, al proprio progressismo culturale e alle politiche di accoglienza sulla questione migratoria, ben lungi dall’essere gli «strumenti del capitale» che li si taccia da rappresentare in certi ambienti estremistici, ma avendo il coraggio di affiancare loro una linea economica alternativa al libero mercato ed un’analisi critica della globalizzazione e dei suoi effetti distorsivi. L’ultimo ventennio ci ha consegnato un mondo per interpretare il quale il retaggio culturale della sinistra otto-novecentesca è in larga parte inadeguato, ma rinunciare ad elaborare strumenti alternativi significa rassegnarsi a vagabondare smarriti tra le macerie di cui questo mondo è composto, nell’attesa che sia una destra populista sempre più sdoganata, probabilmente peggiore dei nazionalismi del secolo scorso cui sovente la si paragona (depotenziandone una reale critica), a costruirvi sopra il proprio aberrante disegno sociale.

È positivo, in quest’ottica, che i traumatici eventi del 2016 (l’incanalamento del disagio nei confronti dell’Unione Europea – la quale, non dimentichiamolo, ha in ogni caso giocato un ruolo fondamentale nell’eliminazione dal dibattito pubblico di qualsiasi posizione ideologica alternativa al liberoscambismo – nella cieca direzione della Brexit e l’elezione di Trump) abbiano, come auspicato da Žižek, creato più di un tumulto a sinistra. Sono recenti le notizie di un sussulto d’orgoglio contro il neoliberismo da parte del PSOE in Spagna e del rinnovato attivismo, costellato di termini che invero rappresentano poco più che una strategia retorica («Compagne e compagni», «Rivoluzione socialista», «Capitalismo sregolato»), ma contribuiscono a spazzare via sul piano culturale la bambagia bipolare e neutralizzata che ci ha avvolti negli ultimi anni, di Enrico Rossi in Italia. Per quanto non si possano non nutrire perplessità nei confronti di soggetti che fino all’altro giorno si sono prestati al gioco delle parti dell’immobilismo sopraindicato, si può sperare che questi siano i primi passi su un lungo percorso di rifondazione della Sinistra (l’utilizzo della maiuscola non è casuale).

È quindi ora di rispondere, a chi per anni ha ripetuto «Destra e sinistra sono morte e sepolte», che esse sono state solo occultate dall’illusione di poter creare un mondo interamente basato sul, ed unito dal, liberismo. Quest’illusione, ben lungi dal rappresentare un tramonto delle categorie di cui sopra, altro non è stata che una stagione di dominio incontrastato di una destra individualista che ha anestetizzato le coscienze politiche, frammentato la società civile e distrutto la relazione tra di essa e le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, producendo l’odiosa immagine dell’establishment e creando l’humus più adatto per una destra ancor più becera, priva perfino di quell’adesione alla retorica dei diritti umani, ora sprezzantemente irrisa come “politicamente corretto”, che rendeva minimamente accettabile la cultura “politica” (se tale può essere definita) maggioritaria. In un’epoca in cui il termine “ideologico” è ormai carico di disvalore, è tempo di accettare nuovamente la possibilità di elaborare modelli interpretativi dell’esistente per poterlo cambiare, e di abbandonare la chimera del bipolarismo, per sua stessa natura volto a produrre stagnazione, immobilismo e conformismo. Insomma, di rifondare la Sinistra.

Paolo Mazzotti

foto da: independent.co.uk

Author: Paolo Mazzotti

Studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento. Tra i suoi principali interessi rientrano la politica, la letteratura e la musica (in particolare, il metal nelle sue varie sfaccettature).

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