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Weird as fuck – The End of the Fucking World

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Premessa: in questo articolo scriverò di The End of the Fucking World, una black comedy britannica uscita lo scorso 5 gennaio su Netflix, che per chi non abita questo pianeta è una piattaforma di distribuzione di contenuti d’intrattenimento a pagamento. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni personali basati sulla visione del prodotto e non descrizioni delle trame degli episodi, questo articolo potrebbe contenere spoiler.

Il 2018 è iniziato da meno di una settimana ma Netflix, approfittando delle festività natalizie e del conseguente aumento nel flusso di fruizione dei contenuti sulla sua piattaforma, ha rilasciato lo scorso 5 gennaio questa black comedy che può per certi versi passare inosservata, ma che ha dentro di sé tanto materiale da renderla tra le serie rivelazione dell’anno.

The End of the Fucking World non è per tutti. Il prodotto uscito fuori dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, premiato tra i migliori del 2017, è sicuramente difficile da digerire e non troppo leggero da guardare: l’humor nerissimo, quasi esasperato che corre durante gli episodi e il continuo disagio che segue i due protagonisti compongono una fotografia amara ma mai forzata della mia, nostra generazione, sempre più priva di ideali e punti fermi, frutto di insicurezze e sbagli della generazione che l’ha preceduta.

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto sempre al meglio) di Forsman

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto non sempre al meglio) di Forsman

La serie è composta da 8 episodi da 20 minuti ciascuno, che costituiscono un’arma a doppio taglio per la serie, che si presenta scorrevolissima (praticamente un film di 2:30h) che si guarda agevolmente in binge watching in una serata libera, ma che non riesce a dare una completa costruzione alla trama e ai personaggi.

TEOTFW (sarà utilizzato l’acronimo, d’ora in poi) racconta il viaggio di una coppia di ragazzi ai margini, pesantemente segnati dal proprio passato, che legano e formano un mix pronto ad esplodere nello sviluppo della trama. Sono proprio i 2 protagonisti a rendere forte la serie grazie alle loro memorabili performances.

Abbiamo il catatonico e psicopatico James (interpretato da Alex Lawther, già visto in un incredibile episodio di Black Mirror) e la dissacrante e arrabbiata Alyssa (interpretata dalla strepitosa Jessica Barden, che probabilmente è la vera traghettatrice di questa serie).

Sono entrambi in fuga da un mondo dove rifiutano di vivere alla ricerca dell’El Dorado, rappresentato dalla casa del padre di Alyssa.

James & Alyssa

Il viaggio che li aspetta, però, è colmo di situazioni esagerate. La coppia si farà strada attraverso stupratori, molestatori, madri insicure e padri immaturi, che spingeranno chi guarda ad empatizzare la loro situazione, anche per la loro relazione che continua a maturare nel corso della breve trama.

Come nel giovane Holden di Salinger, i due ragazzi sono senza radici e probabilmente, senza futuro. La loro arroganza (specie quella di Alyssa) è uno scudo per la propria fragilità e frutto della paura del domani, come quella di rimanere soli o, peggio, aprirsi al prossimo e soffrire.

Il viaggio dei due ragazzi assume contorni spiccatamente indie (la scelta dei vestiti, delle auto completamente fuori dal contesto, a cui va aggiunto un plauso per la scelta della colonna sonora anni ’50 e per una scelta della fotografia davvero incredibile per la forza dell’impatto visivo che genera).

La costante ostentazione di una maturità, anche sessuale, in verità ancora lontana dal completo raggiungimento ci fa capire che, in fondo, James e Alyssa sono ancora dei ragazzini che giocano a fare gli adulti, non riuscendone a sopportare i problemi.

E forse sono proprio gli adulti e la loro inadeguatezza al ruolo il vero soggetto della trama, che ha spinto e spinge una generazione di giovani a navigare in un mondo fatto di ansie ed insicurezze.

Come già accennato in precedenza, la serie si guarda d’un fiato, e al termine degli otto episodi rimane un viaggio di epurazione e rifiuto, ma soprattutto una storia d’amore atipica quanto coerente con se stessa.

Il finale di serie è amaro quanto sospeso, e sinceramente dubito che possa esserci un seguito ad un cerchio che sembra inevitabilmente essersi chiuso, anche simbolicamente, con la maggiore età di James, pronto per entrare in un mondo di adulti che non accetta.

Mi rendo conto di aver esplorato un mondo cosi variegato e cosi facilmente opinabile come quello delle serie tv, ma questa serie mi ha colpito come poche, e come nessuna mi ha ispirato, ho deciso di scriverne per condividerne il mio messaggio. Rispetto a TEOTFW ho da dire che la serie rispecchia, cogliendone il messaggio di fondo, fuori dall’esasperazione caratteriale dei personaggi, quello che è il conflitto tra la generazione dei giovani, la mia, contro quella degli adulti, di cui ogni giorno paghiamo le conseguenze e di cui probabilmente trasmetteremo gli stessi a quella successiva a noi. L’immaturità, inadeguatezza e il gap generazionale sono spesso lampanti nella società odierna, spaziando in molti dei campi sensibili alla nostra quotidianità: dalla politica, all’informazione, all’intrattenimento, all’amministrazione pubblica. Naturalmente questo discorso generalista merita di essere affrontato, ma non vedo questo come il palcoscenico adatto.

Cosa mi rimarrà di TEOTFW? La mano fritta di James, la scena del ballo tra James e Alyssa, sinceramente una delle cose più romantiche dell’ultimo periodo, Frodo e i 5 minuti più esilaranti della serie, e Alyssa, che è una bellissima risposta femminile a Begbie di Trainspotting.

Per i più audaci, che sono arrivati fin qui, significa che vi ho incuriosito abbastanza.

Ecco il trailer di TEOTFW, buona visione!

 

Vincenzo Matarrese

 

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

Antonio Cassano – What if?

Antonio Cassano – What if?

È il 24 luglio 2017 quando Antonio Cassano, ormai trentacinquenne, risolve consensualmente dopo soli 10 giorni il suo contratto con l’Hellas Verona, e dice addio al calcio.

Cosa ci resterà di questi 18 anni di professionismo di del Genio di Bari?

Prima di iniziare questo viaggio però, dobbiamo darci delle inevitabili coordinate spaziotemporali.

La nostra storia parte il 12 luglio 1982, a Bari.

Mentre l’urlo di Tardelli fa esplodere il Santiago Bernabeu, creando un momento iconico della storia dello sport italiano, mamma Giovanna cerca qualche medico che la faccia partorire. Antonio nascerà alle 3 del mattino, perché il reparto era vuoto, erano tutti a festeggiare.

L’urlo mundial. Bonus un nostalgicissimo Claudio Gentile.

Antonio cresce nella parte vecchia della città, la madre da casalinga si arrangia a vendere per strada la pasta fatta in casa e i dolci tipici baresi, ma evidentemente non basta.

Ha 13 anni quando il dirigente della Pro Inter lo toglie dalla strada per metterlo in un campo da calcio, e Antonio è pronto per esprimere tutto il suo potenziale.

Bari è una delle città più belle del sud Italia, e grazie alla presidenza Matarrese (casuale omonimo dell’autore di questo articolo) sta vivendo uno dei momenti migliori della sua storia.

Lo stadio San Nicola è una perla, frutto del genio di Renzo Piano, e in quel Bari Antonio è pronto ad esordire. Ha solo 17 anni quando il mister Fascetti decide di farlo esordire contro il Lecce in un insipido derby che finirà 1-0 per i giallorossi. Ma è il 18 dicembre il giorno che cambia la sua vita per sempre. Il mister, che stravede per lui, lo schiera titolare assieme ad un altro giovane nigeriano, Hugo Enyinnaya, che apre il match con un gol meraviglioso.

Dopo la marcatura di Vieri che sembra bloccare la partita sul pareggio, Simone Perrotta, campione del mondo e uno dei giocatori più sottovalutati degli ultimi anni, disegna un lancio perfetto per il campione barese, che con uno stop di tacco si libera di Blanc e Panucci, due difensori titolari nelle rispettive nazionali, e trafigge Fabrizio Ferron, portiere che era subentrato a Peruzzi. L’intervista post partita è una delle cose più belle che il giornalismo sportivo ci abbia regalato dai tempi dei neologismi di Gianni Brera.

20 giorni dopo è il turno della Roma. La squadra capitolina vince 3-1, ma la marcatura barese è un colpo di testa di Antonio su Pluto Aldair. Fabio Capello è impressionato, e decide portarlo a Roma.

Antonio si trasferisce nel 2001 alla Roma per 60 miliardi di lire, con un contratto plurimiliardario.

Il figlio di nessuno è già leggenda.

Gli anni a Roma sono probabilmente i più felici della sua carriera. Segna e fa segnare, e il pubblico romano si innamora della sua maglia numero 18. Francesco Totti, che da quelle parti gode di un certo rispetto, lo adora, e la coppia sforna siparietti comici inimitabili. Youtube contribuisce ancora a regalarci queste emozioni con le mitiche barzellette che Totti & Co sfornavano in ritiro nazionale.

Già, la nazionale. Antonio avrà un rapporto travagliato con la nazionale.

Esordisce contro la Polonia, e segna nel giorno della tragedia dell’attentato ai Carabinieri di Nassiriya.

Fa parte dei 23 di Trapattoni per la spedizione italiana in Portogallo.

Struggenti le sue lacrime quando, pur avendo segnato il gol della vittoria contro la Bulgaria, vede che nessuno dei compagni che lo abbraccia. La Danimarca ha appena segnato il 2-2 contro la Svezia, condannando gli azzurri a tornare a casa.

Il pianto di Antonio è il pianto di tutti gli Italiani.

La stagione 2003/2004 è probabilmente la migliore di Antonio. Il 4-0 alla Juventus dell’8 febbraio 2004 forse il punto più alto della sua carriera.

Da quel momento in poi, probabilmente non vedremo mai più il vero Antonio. A fine stagione Capello va via alla Juventus. Gli allenatori successivi non riescono a mantenere la sua sregolatezza, e Antonio giochicchia per 2 stagioni. Fino al gennaio del 2006.

Perché si concretizza uno dei trasferimenti più incredibili della storia del calcio. Antonio Cassano, il ragazzo di strada di Bari Vecchia, arriva al Real Madrid, il miglior club al mondo.

Quella giacca probabilmente costa più della mia macchina.

Non lascerà un bel ricordo in terra spagnola. Il gordito, cosi lo chiamano i tifosi merengues, non entra mai nel cuore della tifoseria. E proprio quando arriva Fabio Capello al Real Madrid, e sembra chiudersi il cerchio, Cassano ne fa una delle sue, e finisce fuori rosa.

Nel 2007 il Real lo sbologna. La meta scelta dal Pibe di Bari è Genova, sponda Samp.

Genova lo adora, e la tifoseria impazzisce per lui, che lo coccola come un figlio. Walter Mazzarri, tecnico con buone idee ma bruciatosi troppo presto, fa fare a Cassano la sua stagione migliore dai tempi dei 2004. Antonio si carica la squadra sulle spalle, gioca 35 (!) partite e segna 12 gol, un unicum della sua carriera.

Porta la squadra alla finale di Coppa Italia, persa ai rigori contro la Lazio.

I mondiali 2010 si avvicinano, e tutti gli italiani implorano che Lippi convochi Cassano. Ma Antonio ha schiaffeggiato pubblicamente fuori da una discoteca il figlio Davide, e quella convocazione non arriverà mai. Qui di seguito un contributo video di un tifoso barese che gentilmente consiglia a Marcello Lippi di schierare il talento di casa.

Antonio cerca di non pensarci, perché ad agosto si giocano i preliminari di Champions League contro il Werder Brema, che prevalse ai supplementari. Alla fine dell’anno la Samp retrocesse, ma Antonio aveva lasciato a gennaio direzione Milano, sponda rossonera. Quegli anni a Milano scorrono leggeri, tra la sponda milanista e rossonera. Tranne il gol al derby su rigore, che regalò di fatto al Milan di Allegri l’ultimo scudetto meneghino, poco altro.

L’ultima vera avventura di Antonio è a Parma.

La parentesi biancoscudata è il canto del cigno dell’artista barese.

Una piazza difficile, ma il primo anno va davvero tutto bene. La squadra parmense, nell’anno del suo centenario, finisce sesta. Ma il mancato ottenimento della licenza UEFA e la stravagante amministrazione della società la portano al naufragio, complice la cessione della società dall’allora presidente Ghirardi a tale Giampietro Manenti. Il Parma è ormai destinata al fallimento, e Antonio a gennaio si svincola. È il punto più basso della sua carriera.

Il ritorno alla Samp è molto nostalgico, ma ormai FantAntonio non ha più motivazioni.

Le due settimane veronesi sono l’esempio più tipico della sua personalità.

Viene da chiedersi se la parabola di questo campione porti con sé più rimpianti che compiacimenti.

Come ha scritto Daniele Manusia, quella di Cassano non è stata neanche un’autodistruzione ma «una pacifica rinuncia a raggiungere il meglio di se stesso». Per questo il suo declino è stato così lento, insignificante e poco luminoso. Cassano non ha brillato come le bombe ma si è lasciato spegnere poco a poco, invecchiando e perdendo la luce nelle sue giocate, nelle sue dichiarazioni, nel suo senso dell’umorismo.

Cassano siamo un po’ tutti noi, che non facciamo nulla per migliorarci.

Cassano è la spensieratezza di chi non ha mai avuto fronzoli per la testa.

Cassano è un talento unico nella storia italiana. Il suo gusto sprezzante per la giocata, la sua continua provocazione in un Paese cattolico che odia l’eccesso, e che invece preferisce il pragmatismo, la sobrietà, il sacrificio. Io adoro i grandi 10 della storia italiana, rispetto l’eleganza senza tempo di Rivera o Del Piero, la classe di Totti, il genio triste di Baggio, ma la sfrontatezza spaccona di Cassano è stata quanto di più divertente io abbia visto su un campo di calcio.

Per certi versi Antonio è molto più vicino ad essere un giocatore sudamericano che italiano.

Cassano è, probabilmente, il più grande “what if” della storia del calcio.

Vincenzo Matarrese

Borg McEnroe – Come eravamo

Borg McEnroe – Come eravamo

Quando pensate alle rivalità nello sport, probabilmente pensi a Messi-Ronaldo, Federer-Nadal , Hamilton-Vettel. Oggi vi porteremo 40 anni indietro.

Vi porteremo a Borg-McEnroe.

 

John e Bjorn hanno dato vita a quella che probabilmente è la rivalità tra le più belle nella storia dello sport.

Quello che questi 2 uomini hanno dato al gioco del tennis è cosi grande tanto da averne sconvolto i fondamenti.

Ma più del rovescio bimane di Borg e del serve&volley di McEnroe, quello che resta a noi sono gli uomini, prima che i tennisti.

Viaggio nel tempo. Estate 1980. Edoardo Bennato cantava “Sono solo canzonette”, i Pink Floyd stavano portando in tour l’album “The Wall”, l’Inter si era laureata campione d’Italia per la dodicesima volta Campione d’Italia. Nell’estate dei giochi di Mosca boicottati, del sangue delle stragi di mafia, Bjorn e John danno vita ad uno degli incontri più esaltanti della storia del gioco. L’anfiteatro della battaglia è, manco a dirlo, il centre court di Wimbledon.

(Bjorn Borg e John McEnroe sul Centrale nella finale di Wimbledon del 1981, Getty Images)

Così diversi nel look, nella tecnica, nel carattere, nelle scelte di vita. L’uno lo specchio dell’altro. Preciso e maniacale Borg, irascibile ed irriverente McEnroe: così diversi eppure così uguali. Entrambi avevano sviluppato due modalità diametralmente opposte (reprimere ogni sentimento per lo svedese, ed esternare qualsiasi emozione per l’americano) per raggiungere il medesimo fine: essere sempre focalizzati sull’obiettivo.

In uno sport che si gioca prima di testa che di braccio.

Borg e McEnroe venivano da due culture diverse, lontane, ma erano molto più simili di quanto non si dicesse. Volevano arrivare in cima, essere i migliori del mondo, e ci sono riusciti entrambi. Solo che, quando c’è riuscito John, Bjorn ha deciso che il mondo era troppo piccolo per ospitare due numeri 1, e si fece da parte.

 

“Sul campo da tennis sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio. In tutta sincerità, a volte mi chiedo come tutto questo sia potuto accadere. Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. “

 

Queste sono le parole tratte dall’autobiografia di uno dei tennisti, e atleti, più unici della storia dello Sport, John McEnroe.

John non ha cambiato solo la storia del tennis, ma anche la visione che noi, comunemente abbiamo di atleta. Aveva una personalità che definiremmo, banalizzando, spigolosa.

Del genere che non esitava a sputare in campo, a inveire contro l’arbitro per ogni punto dubbio e, naturalmente spaccava quante più racchette poteva ad ogni punto perso. Non a caso il suo nickname divenne superbrat, il ribelle.

 

A livello tecnico, probabilmente parliamo del giocatore che meglio ha espresso il concetto di serve&volley nella storia del tennis. È la trasposizione terrena del concetto di genio e sregolatezza. In campo vomita tutte le sue emozioni, e lo spettatore ne è quasi sovrastato, tanto da rimanerne impaurito.

Ma non è tanto il modo in cui si esprime, tanto il concetto che porta dietro a renderlo l’enorme stigma della sua vita sportiva, cosi come quella del collega svedese: la riluttanza verso la sconfitta.

(John McEnroe mentre serve a Wimbledon, 1980, Getty Images)

 

Il tennis di quegli anni, di McEnroe, di Borg, di Lendl, di Connors, era un tennis fatto di battaglie, di odi viscerali e probabilmente folli.

The Genius si ritirerà dal tennis nel 1992,ciò che ha portato al tennis rimane ancora oggi.

Ma nel 1980 McEnroe non è solo sull’erba di Wimbledon, c’è Borg contro di lui, dall’altra parte della rete.

La cosa concettualmente esaltante per chi commentava quella finale era il fenomeno di identificazione che quello scontro scatenava. Il pubblico doveva decidere da che parte stare e chi essere, se il freddo svedese da cui non traspariva emozione, oppure l’irascibile e spocchioso newyorkese.

 

Nel 1980 il popolo svedese ripartiva le sue priorità nel seguente ordine: Borg a Wimbledon, premio Nobel, famiglia reale, tutto il resto. E Bjorn Borg era il talento sportivo più fulgido e rivoluzionario che si fosse mai visto in Scandinavia.

 

Nel tennis esiste un Avanti Borg e un dopo Borg, lo sport non è più stato lo stesso: il tennista svedese è stato il primo ad usare il rovescio bimane con quel top spin esagerato, conseguenza dell’hockey praticato sin da bambino, abbandonato poi per l’amore sconfinato per il tennis.

Borg, molto semplicemente, è un vincente perché non concepisce la tangibilità della sconfitta: la semplice idea lo rende riluttante perché sa che potrebbe battere chiunque, sempre, in una specie di vittoria perenne.

 

Per quanto io non creda nella matematica, snocciolare alcune statistiche può far capire quanto il suo fosse un talento da predestinato: Borg esordisce a 15 anni in Coppa Davis, vince il match. Ha vinto il 40% degli Slam a cui ha partecipato, il 90% dei match singoli disputati all’interno di quei tornei, in carriera è uscito vincente nell’82% dei match a cui ha partecipato.

Dovendo sintetizzare cosa caratterizza Borg, possiamo parlare di potenza e geometria. Borg vede e crea passanti che non esistono: l’avversario che lo attacca a rete assiste inebetito a palle che lo sorpassano, imprendibili.

 

Se McEnroe canalizza la sua concentrazione attraverso la rabbia, Borg lo fa attraverso l’annullamento e l’ossessività. Wimbledon potrebbe essere San Pietro per lui, e la partita un rito religioso da ripetere costantemente.

Quando gioca il torneo, per annullare tutta la pressione che il mondo ripone su di lui perché sa che nemmeno il pubblico concepisce la sua sconfitta, Borg ha dei rituali che vanno ripetuti ogni giorno o quantomeno prima della partita: la sua fidanzata deve sistemargli la valigia riponendo ogni indumento nello stesso posto ogni volta, ogni notte prima di un match lui e il suo allenatore controllano a mano e piazzandosi coi piedi sopra esse, l’incordatura di tutte le racchette.

Da quando nel 1976 ha vinto il primo Wimbledon, Borg indossa lo stesso modello di completino, non colpisce con i piedi sulla riga di fondo perché il gesto porta sfortuna.

La finale del 1980 è psicologia applicata al tennis: al campo due re vanno stretti, ne deve rimanere uno soltanto.

Il tie break del quarto set è la battaglia più dura: il tie break si chiude solo quando ci sono due punti di vantaggio e Borg ha per sette volte la possibilità di chiuderlo e vincere la partita. Non lo fa, il tie break lo vince John che porta la partita all’ultimo set.

Bjorn Borg è possibile spiegarlo così: dove ogni uomo dopo sette volte in cui può raggiungere l’obiettivo e lo manca, si rassegna a seguire un destino che evidentemente lo vuole perdente, Bjorn forza il fato e vince, perché mentalmente vede prima degli altri la vittoria, ed è tutto ciò a cui anela.

Lo stesso campo l’anno dopo vedrà Borg perdere proprio dalla mano a cui aveva tolto il trofeo l’anno prima. E’ McEnroe a condannare Borg ad un’umanità che sembrava impensabile. E’ l’inizio della fine, la sconfitta agli Us Open sempre dall’americano in finale, lo condanna a un secondo posto che lui non vuole.

Meglio il ritiro, piuttosto.

Le somiglianze presenti in personalità così opposte, l’amore per il gioco e la leggenda che si respira ogni volta che i loro nomi sono pronunciati, hanno fatto sì che quando si parla di Borg o McEnroe i loro due nomi prima o poi si incrocino, in un legame lapalissiano. Ed è una cosa che fa bene allo sport, lo eleva e gli dà la dignità di essere qualcosa di più estetico e letterario.

Lo fa diventare vita.

 

Gilbert Arenas: From 0 to hero

Gilbert Arenas: From 0 to hero

L’NBA è probabilmente l’idea meglio riuscita dello sport americano.

Quasi nessuna lega riesce a riunire a sé tutti i migliori giocatori del pianeta, e contornare il tutto con uno spettacolo televisivo fuori dal comune. Non a caso è uno dei prodotti televisivi più appetibili di sempre.

Ma chi recita la parte principale in questo palcoscenico luccicante sono i giocatori: omoni di oltre 2 metri che, oltre ad avere uno strapotere fisico ed atletico, sono dei personaggi totali, fuori dal comune.

L’Underdog di oggi viene da quel mondo li. Ed in quel mondo non c’è finito per caso, ma ha sudato ogni singolo minuto della sua vita per arrivarci.

Gilbert nasce in Florida, ma grazie a papà Gilbert Sr, che si era messo in testa di fare l’attore ad Hollywood, si trasferisce a LA. Qui Gibby cresce, e trova nella pallacanestro il modo per sfogare il suo carattere troppo “irrequieto”. A 16 anni si presenta alla porta di UCLA, che risponde con un poco gentile “no grazie”. È quindi all’università dell’Arizona (la stessa di Steve Kerr e del magnifico Andre Iguodala) dove si forma cestisticamente. Si dichiara eleggibile per il Draft del 2001. Ha soli 19 anni, ma si sente pronto per fare il grande salto.

È un Draft strano quello del 2001, e Gilbert sbuffa quando, al primo giro di chiamate, il suo nome non è ancora stato chiamato. Alla fine sono i Golden State Warriors (che nel 2001 non erano il carro armato di oggi) a selezionarlo, come 31° scelta. In quegli anni nella Baia di Oakland non tira una bell’aria, e i GSW finiscono ultimi nella loro conference.

La cosa più brutta di tutte è che nessuno reputa Gilbert importante: il suo coach ad Arizona dice che è insensato candidarsi per l’NBA, che non avrà speranza e giocherà 0 minuti nella lega.

Gilbert Arenas con la maglia 0 dei Washington Wizard, che l’ha fatto passare alla storia come “Agent Zero”

Non si può dire che il coach non abbia avuto ragione. Arenas passa le prime 40 (QUARANTA) partite della regular season senza entrare in campo, praticamente aveva più chances uno spettatore in prima fila di entrare sul parquet. Sembrava che nessuno si fosse accorto del suo talento. Da li prese la decisione di giocare con la canotta numero zero, per esorcizzare quel nefasto destino. Li si allena, si allena duro, e finalmente riesce ad esordire. Esordisce con la maglia Warriors, e al secondo anno di NBA, a 21 anni, viene eletto come il Giocatore più Migliorato della lega. Alla fine del secondo anno, si dichiara free agent, che significa sostanzialmente svincolarsi, e passa ai Washington Wizards, che proprio l’anno prima erano rimasti orfani di un certo Michael Jordan, che diciamo non ha reso le cose facili per l’Agent Zero.

Gli anni passano, e Gibby cresce, cresce davvero. Diventa una point guard di livello, che ogni tanto si prende la briga di fare triple insensate.

Quella volta che, in un match di beneficenza, ingaggiò una gara di triple da centrocampo con un altro tipo niente male, Tracy McGrady aka T-MAC

Cresce fino ad essere votato dai fan per entrare a far parte dell’East team dell’All Star Game 2007. Una cosa impensabile solo qualche anno prima. Probabilmente dovuta al fatto che il 17 dicembre, qualche mese prima, ne aveva messi SESSANTA ai “suoi” Lakers.

È ormai padrone dello spogliatoio a Washington, e riesce a divertire sé e la squadra come solo uno come lui sa fare. La gamma degli scherzi è enorme: si va dagli escrementi depositati nelle scarpe dei compagni, alla simulazione di furto delle auto parcheggiate al campo d’allenamento, durante le trasferte.

Gilbert però è troppo discontinuo, ed è forse questo che, pur diventando una star della Lega, non riuscirà mai a portare a casa un anello.

Federico Buffa, la luce nel buio del giornalismo sportivo italiano, lo definisce un giocatore “terminale”. Gustatevi il video.

 

Dopo un infortunio al ginocchio nell’aprile del 2007, Arenas non sarà più lo stesso.

Tra incidenti di percorso, come una squalifica per storie tese in spogliatoio a seguito di grossi debiti di gioco, e la naturale propensione a mettersi nei guai, finirà la sua carriera in Cina, con gli Shanghai Sharks.

Qualche settimana fa, per dirla tutta, ha iniziato a condurre uno show con Mia Khalifa, il che lo rende un giocatore ancora più totale di quanto non lo sia già.

Immagino sia andata più o meno così: “Ehi Gibby, cerchiamo uno che conduca un programma di sport su YouTube con un ex pornostar, ci stai?E lui:“Dove devo firmare?

Gilbert avrebbe potuto rimanere lì in panchina, ad amareggiarsi di quanto le sue scelte fossero state sbagliate, ma si è rialzato.

Non era più solo basket, era dimostrare che tutti, alla fine del gioco, si sarebbero sbagliati sul suo conto.

Bisogna inseguire i propri sogni, anche quando tutti continuano a dirci che non siamo adatti per farcela.

Grazie Gilbert.

Vincenzo Matarrese

P.S. Se avete voglia seguitelo su Instagram (@no.chill.gil). Merita solo per le stories sui calzini incredibili che indossa.

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