C’era una vodka – Parte seconda

C’era una vodka – Parte seconda

In copertina: The Train – EvenLiu Photomanipulation – Originale qui

Link prima partehttps://www.cronachefigli.com/domenica-letteraria-cera-una-vodka

Madre, perché piangi? Riesco a percepire la tua presenza da lontano e ad immaginare il tuo rammarico nel vedermi scalzo, vagabondo e immiserito nel freddo straniero. D’altronde se morissi assiderato, porrei fine alle tue sofferenze.

Ma non è oggi il mio turno, verrò ad abbracciarti.

Scorgo un uomo correre con palese nervosismo. Immagino sia un funzionario diretto verso casa: privo di cappotto com’è, avrà fatto una capatina da qualche vicino o da qualcuno di importante…

Poco più lontano due uomini camminano avanti e indietro sul bastione di una fortezza che sembra essere a tutti gli effetti ancora abitata.

Al mio arrivo, preceduto da una fragorosa risata, rimane soltanto il più giovane, seduto all’ombra con un bastoncino: ha il volto emaciato e sembra intento a disegnare qualcosa nella polvere.

-Salve, cosa sta disegnando?

-Arrivi al punto, scalzo miserabile.

-Ecco…mi chiedevo se avesse degli stivali e un posto in cui dormire. Soltanto per questa notte, promesso.

-Rachitico com’è, le scarpe della mia Bela le andrebbero alla perfezione. Oggi può dormire con lei.

-Come con lei? Non è forse la sua compagna?

-Tranquillo, è morta,- ride -dorma pure con lei. Maksim l’accompagnerà al suo capezzale. Io le procurerò gli stivali di cui ha bisogno.

-D’accordo, grazie. Mi permetta però di dirle che è un uomo insensibile e incapace d’amare.

-Io rido di ogni cosa al mondo, soprattutto dei sentimenti.  Attendo qualcosa di nuovo, ma nulla è nuovo sotto il sole. Su, ora vada a dormire e dissipi la sua allegria, ché mi intristisce il cuore. Dia un bacio a Bela da parte mia.

Dormire accanto al corpo pallido di una morta non è facile. Bevo un bicchiere di Jacques Senaux Black e mi addormento.

 

Sogno di lavarmi il viso nel sangue. Riflessa nello specchio c’è l’immagine di una vecchia col capo contuso che ride alle mie spalle. Rabbrividito, mi getto dalla finestra antistante. Atterro in un cortile circondato da muri completamenti ciechi. Sollevo un grosso masso e libero le tasche da un borsellino e da vari oggetti preziosi. Mi affretto a riporre il masso nella sua posizione, ma è più pesante del solito. Sento due mani callose stringermi le spalle…Devono essere i birri!

 

Sono sveglio, avvolto nel chiarore del crepuscolo mattutino. Ai piedi ho degli stivali di buona fattura, come promesso dall’uomo insensibile, ma accanto a me giace la cerea figura di quel funzionario che la notte prima sembrava far ritorno a casa. Deve essere morto per ipotermia. Oppure potrebbe essersi trattato di un colpo apoplettico. E se fossi stato io? Forse mi stanno cercando. E se non avessi affatto dormito?

Corro sfuggendo gli sguardi degli agenti fino a trovarmi in un cortile ignorato. A mezzo metro da me si trova lo stesso masso sognato la notte prima. Lo sollevo e traggo dalla buca il borsellino e i vari cimeli.

Sento di navigare nella ferita lacera di un sogno che si appresta a cicatrizzarsi pericolosamente. Comincio a preoccuparmi. Ciononostante ho denaro a sufficienza per poter lasciare questo lurido posto.

Prenderò un treno, ma diretto dove? Ancora non capisco dove diamine sia la mia casa, ma il pensiero di lei mi suggerisce che di certo non sia qui. Per di più, questa pioggia ossuta, intenta a leccarmi le ferite e a ricordarmi le sue amorevoli cure, ha un odore insolito, singolare, lontano.

Ah, al diavolo le mie dimenticanze!

-Un biglietto che mi porti alla stazione più distante.

 

Siedo su una panchina in attesa del mio treno. Un uomo dai capelli infuocati e la barba arruffata mi si avvicina vacillando e si rivolge dandomi del “voi”.

-Siete solo, e anche io sono solo. Permettetemi di sedermi accanto a voi.

-Prego, si accomodi.

-Ubriaco?

-Credo…o forse sono solo vittima di una serie di allucinazioni che non mi danno tregua dopo un viaggio passato accanto ad un tossicomane.

-Vi assicuro che io non sono un’allucinazione. E ditemi, – e fa per arricciarsi il baffo –dove siete diretto?

-Lontano

-Su, non siate così discreto…

-Le assicuro che non ho la più pallida idea di dove sia diretto. E’ solo che qualcosa mi dice che il mio posto non sia qui.

-Qualcosa o qualcuno?

-Beh, sì, qualcuno: profuma di vaniglia e fiori di campo e leviga sapientemente gli spigoli della mia irascibilità.

L’uomo dai capelli infuocati sospira come sovrappensiero, poi dice:

-Non c’è niente di meglio che uccidersi all’alba. Ovviamente non con del veleno. D’altronde, un conto siete voi e un conto è il vostro stomaco. Lui non desidera morire. Fa resistenza. Invece spararsi all’alba è molto semplice, direi addirittura divertente.

Un brivido mi percorre lungo la schiena. Cerco di divincolarmi. Il treno viene in mio aiuto.

-D…devo andare. E’ stato un piacere.

-Aspettate! Sarei molto lieto se mi telefonaste ogni tanto. Questo è il mio biglietto da visita. Ora andate e fate buon viaggio!

 

Le porte si chiudono.  Il treno comincia a grattare la lunga schiena ferrata.

Respiro.

Domenica Letteraria: C’era una vodka

Domenica Letteraria: C’era una vodka

In copertina: originale qui

Una notte d’ottobre promisi a me stesso di esser leggero per potermi abbracciare, soffocare adagio o volare via come una lanterna nel Loy Krathong, finendo poi chissà dove. Da allora di me non è rimasto che un fine ramo di ciliegio irrobustito all’interno, che crepita nel freddo afoso di questo strano e novello ottobre o novembre. Di preciso non ricordo…Dove sono? Dov’è casa mia?

Devo aver bevuto troppo o mangiato troppo poco. O forse è colpa di quello stronzo impasticcato che mi sedeva accanto nel bus promettendomi un “viaggio in paradiso”.

Che diamine vi scansate? Non avete mai visto un giovane ubriaco? Tranquilli, non scoppio…a dispetto di questa barba intirizzita dal freddo. Questo viale pare la Promenade des Anglais: veste una lunga sciarpa di seta rosa e ricorda il suono di agili ossa rotte. Sento un sudicio ubriacone gridare da un’osteria: blatera qualcosa sul giudizio universale e parla di sua figlia Sonja.

-Una vodka al caramello, grazie!

Dopo aver commesso una simile eresia, esco senza pagare. Sento qualcuno alle calcagna: deve trattarsi di quel sudicio ubriacone. Mi ammonisce dicendo che la vodka debba essere bevuta liscia. Come se non lo sapessi…Poi sparisce sotto il ghigno spietato di un’auto.

Corro.

Mi arresteranno per omissione di soccorso! Ma no, sono già impegnati nel caso di quella vecchia trovata morta con il cranio diviso a metà.

Ansimante, arrivo in una vecchia stazione abbandonata. Mi stendo sui binari. Deve essere qui che ho conosciuto per la prima volta l’amore. Lei sapeva d’oppio e margherite ed era promessa sposa di una ciminiera con le orecchie a sventola. Io sapevo di caffè e subdolerie. Un treno l’ha portata via. Da allora la stazione è punicea, vuota, vecchia.

Da qui però il cielo è limpido, si può vedere Dio rimestare la zuppa di pesce delle stelle. Sento un uomo gridare da lontano. Inveisce nei Suoi confronti. Lo sgrida dicendo: «Non Vi dà noia inzuppare ogni giorno nella composta di nuvole gli occhi ingrassati?». Poi uno sparo…silenzio.

Corro.

“Piskarev, Piskarev! Datemi l’oppio del persiano!”. Ho bisogno di cavarmi gli occhi con gli spilli di un sogno.

Grondante di sudore, giungo in un sordido albergo. All’ingresso siede una donna impoverita e tisica, che costringe i suoi tre figli a cantare e ballare per racimolare qualche soldo. Le lancio quattro spicci e mi fiondo in reception.

-Una stanza singola, grazie!

La chiave oleosa reca il numero 38. Entro, apro la finestra, fumo il sigaro alla vaniglia “offerto dalla casa”, lancio un colpo di tosse, faccio il bagno e mi addormento…O cerco di farlo. Una mosca, proveniente da qualche sguaiata bettola del posto, si insinua nelle mie orecchie. Sembra volervisi accasare. Toh, morta! Puttana…

Sogno di essere un matto, di strappare i tre fiori rossi del male per salvare l’umanità ma, prima di esalare sorridente l’ultimo respiro, sento qualcuno adagiarsi accanto a me e sussurrare piano: «Morire non è nuovo sotto il sole, ma nuovo non è più nemmeno vivere».

Inorridito, mi sveglio. Nella 39 un uomo dondola, danzando al ritmo dei rintocchi di un orologio a pendolo. Corro scalzo facendomi spazio tra le grida generali di uomini curiosi.

Il vento ulula, è ancora notte. Un corvo gracchiando gira le viti del mondo. Di nuovo uno sparo. Silenzio. Un uomo, sospettato di omicidio e pedofilia, si è tolto la vita.

Questo è quanto ho saputo da una donna incontrata nel mio peregrinare. Diceva di chiamarsi Sonja e di essere pronta a recarsi in Siberia dopo che “il suo uomo”, ex studente universitario accusato dell’omicidio di una vecchia usuraia, si era costituito.

Sembra tornarmi in mente qualcosa: Sonja, l’assassinio di una vecchia…No, forse mi sbaglio. Devo essere ancora sotto gli effetti dell’alcol.

Esausto, mi accascio al suolo.

Chi sono? Dove sono? Dov’è casa mia?

Forse l’ho dimenticato, o meglio, l’ho voluto dimenticare. Di una cosa sono certo però: giocando a rimpiattino coi miei ricordi, ho finito per perderli. Nessuno di loro è tornato per dire “Campo!”. Nessuno di loro è tornato per salvare tutti.

Allora li ho cercati consumandomi finché di me non è rimasto nulla, se non quel ramoscello di ciliegio che desidera volare nei cieli di Chiang Mai.

Comincio a ricordare.

Una notte d’ottobre dissi a me stesso: “Mi sto per slegare”.

Una mano angelica mi tirò giù: amava il caffè (per quanto la eccitasse terribilmente) e leggeva Ivanov. Se n’era talmente appassionata da imparare a memoria il primo capitolo dei suoi Peterburgskie zimy. Mentre mi raccontava di quanto le piacesse un’altra delle sue opere, Raspad atoma, io trovavo sempre il pretesto per inserire nel discorso Dostoevskij e Majakovskij.

Ieri eravamo a Chiang Mai a ridere di come le coppie sperassero che le proprie lanterne volassero insieme come simbolo del proprio amore. Tu, invece, continuavi a tenermi giù.

Ti dicevo:

-Non pensi che Tolstoj sia un po’ logorroico?

-Beh, anche tu lo sei a volte.

E ridevi.

Allora come sono finito qui?

Sto tornando a casa.

Domenica Letteraria – Salti in bianco

Domenica Letteraria – Salti in bianco

The Tightrope Walker A,  della Stars Collection illustrazione di Roberto Weigand, originale qui

Spiegare questo lavoro significherebbe spogliarlo di tutta una serie di allusioni (più o meno evidenti) che preferisco il lettore possa o non possa scoprire da solo, a seconda dell’approccio da lui scelto: godersi il flusso di parole o navigarci all’interno. A muovere le redini del testo, però, non è soltanto l’amore. D’altronde lui “non sa stare sul filo”.

Salti in bianco

 

Era inevitabile farsi del male,

due funamboli non possono

camminare sulla stessa fune,

a meno che siano esperti.

Ma non è questo il caso.

E, allora, perché questo ostinato

venirsi incontro,

questo farsi equilibrio

sulle altrui membra

per finire poi tremuli

a guardare un’apnoica Pietroburgo

e riderne felici?

Questa notte, però, non andrà così:

promettimi di venirmi incontro

con una spada di legno

ed io ti raggiungerò di bianco incipriato,

dai piedi dell’altro cavo,

con un ridicolo papillon

e il naso arrossato.

Uno dei due dovrà

pur abbandonare questo posto.

E già m’immagino

plotoni di formiche cianotiche

strofinarsi le zampe

con le antenne al cielo,

fiere delle proprie divinazioni

da quattro soldi.

Prima di porre fine allo spettacolo, però,

sputerò sulle loro teste

e poi sul mio viso,

piscerò a dirotto

e griderò contro il disco della Luna.

D’altronde, “non tutti sono capaci di cantare”,

ma “non a tutti è dato di cadere”.

Ma è arrivata l’ora

e ti vedo da lontano:

hai accorciato i capelli

e ti è caduto qualche sogno.

Diamine, se sei bella…

E hai portato la spada?

Di cosa ridi?

Ti fa ridere il papillon o il naso rosso,

la cipria o il mio volto inebetito?

E perché mi accarezzi poi…

Io ti odio quanto odio Pietroburgo

e ti amo quanto amo questo inverno.

C’è elettricità nell’aria

e l’amore non sa stare sul filo.

Tu dammi la spada o taglia quel filo:

saremo cristalli conditi al mirtillo

o stupide pulci di un vello scurito.

Sussurro

Sussurro

Man Rain Biker Tank di Gerard Russo. Originale qui

Sparire, persino da se stessi, lasciarsi tutto alle spalle in un masochistico ripiegamento interiore che, partendo da un intimo amore inconfessato, diventa un ripiegamento cosmico. Il tempo è lento, il vento è forte. La mente è ferma, il cuore corre. In virtù di questo parallelismo intimo e naturale, il nostro uomo di carta comprende “che il potente spettacolo continua”, che l’amore forse non è poi così lontano, perché nella corsa dei suoi pensieri c’è un’Euridice che, al contrario del mito, non aspetta altro che l’uomo di carta si volti.

(altro…)

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