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La droga che sta affamando lo Yemen

La droga che sta affamando lo Yemen

Lo Yemen è sull’orlo di una grave carestia. Le agenzie d’informazione danno spesso la colpa alla guerra civile, al blocco dei porti del nord imposto dall’Arabia Saudita e dal bombardamento delle infrastrutture vitali. Inoltre, il rifiuto del governo di pagare i salari nelle zone controllate dai ribelli e il deprezzamento del ryal yemenita, significa che molti non possono permettersi il cibo disponibile. Ma una delle maggiori cause della fame viene spesso omessa: una pianta fogliosa chiamata qat.

Questa pianta è la droga più popolare dello Yemen: il 90% degli uomini e oltre un terzo delle donne masticano abitualmente le sue foglie, e una volta masticate le conservano nelle guance finché la sostanza narcotica filtra nel flusso sanguigno. Nel passato gli yemeniti potevano permettersi questa droga una volta alla settimana, e la pratica era diffusa prevalentemente nelle montagne del nord-est, dove il qat cresce. In seguito all’unificazione del Paese, nel 1990, la sostanza si è diffusa anche al sud. Oggigiorno, invece, il mercato del qat interessa l’intero Paese.

Gli uomini spendono molto di più per soddisfare la loro dipendenza da questa droga che per provvedere alle loro famiglie, arrivando a spendere fino a 800$ al mese. I soldati, invece, piuttosto che dare la caccia a trafficanti d’armi e altri contrabbandieri, estorcono denaro a chi attraversa i check point per pagare i loro vizi, facendo aumentare di molto i costi di trasporto. E mentre il Paese è a corto di beni di prima necessità, come il grano, i campi più fertili sono tutti adibiti alla coltura del qat, che è più redditizio e la sua coltivazione è stimata crescere del 12% ogni anno. Le autorità, inoltre, parlano del qat come del “Viagra dello Yemen” e ne incoraggiano l’uso. Taher Ali al-Augaili, il capo dello staff dell’esercito, dice: “è il nostro whisky” e afferma che questa drogra fornisce agli uomini energia per combattere.

Quando le autorità locali di Hadramawt, la pronvincia più grande del Paese, provarono a ristabilire un divieto di consumo negli uffici pubblici, esse venero convocate a Riyadh per unirsi ad una masticata collettiva assieme al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi. Solo al-Qaeda nella penisola arabica ha avuto successo nell’imporre un bando all’uso qat.

Il nord dello Yemen è la regione che più soffre la minaccia della carestia, ma i ribelli Houthi controllano il valore del qat grazie al monopolio su di esso, allo stesso modo di come il presidente Hadi controlla le risorse petrolifere e di gas del Paese. E questo lascia strade aperte tra le linee nemiche (governative e dei ribelli). Decine di camion pieni di raccolto attraversano la città di Marib ogni giorno. Le tasse sul qat assicurano grandi entrate finanziarie ad entrambe le fazioni in guerra. Dati attuali scarseggiano, ma nel 2000 la Banca mondiale ha stimato che il qat rappresentava il 30% dell’economia yemenita. Anche gli affamati trovano dei vantaggi in questa droga: il qat sopprime l’appetito. Ma le assurdità non finiscono qui. Un ufficiale del sud dice: “Stiamo combattendo i ribelli Houthis con le nostre braccia e li stiamo finanziando con le nostre bocche”.


[Traduzione dall’originale: The drug that is starving Yemen per “The Economist” Fonte qui]

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

[In copertina: Re Salman di Arabia Saudita, a sinistra, parla con suo figlio, il principe ereditario, Mohammed Bin Salman, a Riyadh, Fonte qui]

Nel weekend, il principe al trono dell’Arabia Saudita ha annunciato l’arresto di 11 principi, tra cui alcuni dei più noti uomini d’affari del regno. Ha anche annunciato numerosi cambiamenti tra i ministri al governo, inclusa la creazione di un potente comitato anticorruzione. Perché? È stato un colpo di stato? La risposta ad un tentato golpe? O una sorta di purga?

Dietro a questi eventi c’è la progressiva centralizzazione del potere nelle mani del principe al trono Mohammed bin Salman, uno dei figli dell’attuale Re Salman. Negli ultimi due anni esso ha preso le redini degli aspetti chiave dell’economia e della sicurezza ed è emerso chiaramente come il più importante membro del governo. Il principe è anche vice primo ministro (appena sotto suo padre, il re, che è anche primo ministro) e ministro della difesa. Tutto questo all’età di 32 anni.

La continua appropriazione del potere ha dato vita ad una opposizione all’interno e all’esterno della famiglia reale saudita, e l’elevazione di Mohammed bin Salman a principe ereditario non fu votata all’unanimità quando i principi si incontrarono per approvarla. Nel sistema saudita, il potere viene tramandato tra i figli del fondatore del regno saudita, conosciuto come Ibn Saud, morto nel 1953. Questo rendeva il re più una figura primus inter pares che un monarca assoluto. Il secondo re del regno, Saud, venne costretto ad abdicare dai fratelli. L’ultimo re, Abdullah, fu a capo della Guardia Nazionale per decenni e dopo la sua morte fu il figlio Miteb bin Abdullah a prendere il suo posto; il principe Nayef ha servito come ministro dell’interno per 37 anni, per poi lasciare il posto al figlio; il principe Sultan è stato ministro della difesa per quasi mezzo secolo, e suo figlio Khalid suo vice.

Il principe ereditario Mohammed sta mettendo fine a tutto ciò, appropriandosi di alcune di queste cariche e cacciando altri da cariche che sembravano essere controllate in modo permanente da una parte della famiglia reale. Tutto il potere sta andando al suo ramo della famiglia reale – a suo padre, a se stesso e ai suoi alleati; uno dei suoi fratelli, ad esempio, è ora il nuovo ambasciatore saudita negli Stati Uniti.

Tra le mosse più rilevanti c’è stata la rimozione del principe Miteb – figlio e stretto consigliere del precedente re, Abdullah – dalla sua carica di capo della Guardia Nazionale. Non dovete essere dei fan di “Game of Thrones” per capire la logica di questa scelta: non lasciare mai che un potente rivale al trono tenga le mani su uno dei più importanti centri di potere militare del regno. Similmente, l’arresto dell’uomo più ricco del Paese, il miliardario e investitore internazionale Alwaleed bin Talal, non solo è servito a metterlo fuori gioco, ma anche a dare un segnale: nessuno è fuori portata.

Era possibile tramandare la carica di Re da fratello in fratello, in ordine di età, quanto c’erano solamente 36 fratelli adulti, ed è così che i sauditi hanno fatto dal 1953 fino alla salita al potere di Re Salman, nel 2015. Sarebbe impossibile governare in questa maniera oggigiorno, essendoci letteralmente centinaia di principi aventi diritto di successione al trono. Il principe Mohammed sta probabilmente portando avanti il suo desiderio di stabilire una unica linea di successione, che includa solamente i discendenti di suo padre, Re Salman. Per fare ciò, esso avrà bisogno del pieno potere.

Recentemente ho chiesto ad un amico saudita perchè re Salman ha scelto il principe ereditario Mohammed come suo successore, dato che non è il suo figlio più grande. La risposta è stata: ” Il re pensa che Mohammed sia il più tenace. Che premerà il grilletto quando ce ne sarà bisogno.” Questo weekend Mohammed ha fatto proprio questo.

Ma perché portare avanti un’azione così rapida anziché una lenta ma continua serie di cambiamenti? La risposta non è ancora chiara. Alcuni osservatori sauditi credono che un tentativo di golpe è stato scoperto o è iniziato, e il principe Mohammed l’ha interrotto. Tutti i sospettati di averne preso parte sono stati adesso purgati. Un incidente in elicottero è avvenuto la scorsa domenica lungo il confine con lo Yemen, uccidendo un principe e numerosi ufficiali, portando molti a chiedersi se davvero si è trattato di un incidente. Nel frattempo, tutti gli arrestati sono detenuti all’hotel Ritz-Carlton, a Ryadh. Solo in Arabia Saudita un Ritz-Carlton può essere usato come prigione.

Un’altra teoria suggerisce che re Salman, che ha 81 anni e non gode di ottima salute, potrebbe presto abdicare, e il principe al trono Mohammed sta agendo ora, mentre suo padre è re, rimuovendo ogni rivale e critico.

Ma questo accentramento del potere è una buona cosa per gli Stati Uniti, o persino per l’Arabia Saudita? Questa domanda riceverà risposta solo a posteriori, tra una decina d’anni. Ciò che è chiaro adesso, tuttavia, è che il principe Mohammed ha annunciato ambiziose riforme economiche e sociali, dal permettere alle donne di guidare e partecipare con gli uomini agli eventi sportivi negli stadi, a vendere parte degli assett principali del regno, come la società petrolifera Aramco, fino a sfidare l’ideologia dei religiosi wahhabiti. Sembra che il principe sia convinto che queste azioni richiedano un potere assoluto, che gli consentano sia di vincere ogni opposizione che di portare il giovane ma ineducato popolo saudita (la metà dei cittadini ha meno di 25 anni) nel 21esimo secolo.

Il principe al trono Mohammed ha parlato di una Arabia Saudita più moderna, almeno per ciò che riguarda il ruolo della religione e dei diritti delle donne. Il mese scorso esso ha parlato di “un Islam moderato aperto al mondo e a tutte le religioni.” Nessun cenno però a maggiore liberta politica e democrazia. Anzi, un forte repressione è stata portata avanti negli ultimi due anni, inclusi lunghi tempi di detenzione per alcuni tweet che criticavano le autorità saudite. Il messaggio dal palazzo è chiaro: salite a bordo o ne pagherete il prezzo. Questo messaggio non vale solo per i cittadini del regno, ma anche per i membri della famiglia reale.

Pochi dubitavano delle ambizioni del principe Mohammed. Adesso saranno sicuramente certi della sua determinazione. Quelli che pensano che fallirà, o sperano che lo faccia, sono stati avvisati. Il modernizzatore pensa che la strada davanti sia quella di una monarchia assoluta. Toglietevi di mezzo.


[Traduzione dall’originale: Game of Thrones’ Comes to Saudi Arabia di Elliot Abrams per “The New York Times” Fonte qui]

Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

[ In copertina: la spianata delle moschee o monte del tempio, dove a pochi metri di distanza coesistono la moschea di Al Aqsa, il Muro del Pianto e la Basilica del Santo Sepolcro. Foto: Al Jazeera]

Ci risiamo. Il 14 Luglio a Gerusalemme tre arabi israeliani hanno usato armi da fuoco per sparare ed uccidere due soldati israeliani e ferirne un terzo all’interno della spianata delle moschee. Lo stesso giorno, Israele ha cancellato la preghiera del venerdì e chiuso l’accesso alla moschea di Al Aqsa ai fedeli. Immediatamente i riflettori si sono accesi. L’assassinio perpetrato dai tre giovani arabo-israeliani ha, senza dubbio, la colpa di aver riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Palestina, ma di certo non ha la colpa di aver riacceso le violenze, in una terra dove non passa giorno senza che ce ne siano.

Perché aver riportato l’attenzione sul conflitto è una colpa? Perché quando questo accade il pubblico che non segue sistematicamente le notizie provenienti dalla Palestina inizia a giudicare tutto ciò che avviene di conseguenza, prendendo come punto di partenza la notizia più in voga del momento. L’assenza di “Breaking News” e titoloni fa pensare che fino a quel momento la situazione fosse “normale” o perlomeno pacifica e che poi, di punto in bianco, per colpa di tre giovani esaltati tutto ripiombi nella violenza. In quest’ottica è chiaro che è colpa dei tre assassini se israeliani e palestinesi hanno ripreso a farsi la guerra.

Ma le cose non stanno così, e di normalità proprio non si può parlare. Per spiegare il motivo per cui le cose non stanno così prendo a prestito le parole di un comunicato stampa della Commissione giustizia e pace, pubblicato dal Patriarcato latino di Gerusalemme, una voce direttamente riconducibile al Vaticano:

“La situazione in Israele e Palestina è lungi dall’essere normale, dato il conflitto che esiste senza soluzione di continuità tra i due popoli, palestinese e israeliano. Questo conflitto ha un profondo impatto sulla vita quotidiana delle due diverse realtà, lo Stato della Palestina e lo Stato di Israele secondo i confini anteriori al 1967.

Nello Stato di Israele, tutti i cittadini, ebrei e arabi, in linea di principio hanno gli stessi diritti. Ma in realtà i cittadini arabi subiscono discriminazioni in molti settori e in vari modi: nell’accedere allo sviluppo, all’istruzione, al lavoro, al finanziamento pubblico per i comuni arabi, ecc. Alcune di queste forme di discriminazione sono sancite nella Legislazione, ma altre sono indirette e nascoste.

Nello Stato della Palestina, nonostante l’esistenza dell’Autorità palestinese, i palestinesi continuano a vivere sotto occupazione militare, che ne condiziona la vita quotidiana: la costruzione di insediamenti e strade, la legalizzazione di costruzioni israeliane sulla terra palestinese, incursioni militari private, omicidi, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e punizioni collettive, confisca delle terre, demolizioni di case, posti di blocco che limitano la libertà di movimento e che creano molti ostacoli allo sviluppo economico, l’interdizione del ricongiungimento familiare, ossia la violazione del diritto naturale dei membri della stessa famiglia di vivere insieme.

In entrambe le società, israeliana e palestinese, la vita dei Palestinesi è lungi dall’essere normale. Comportarsi “come se” le cose fossero normali significa ignorare la violazione dei diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo, in entrambi le situazioni, la vita quotidiana richiede alcune relazioni con le Autorità israeliane. Tuttavia, tutte le persone e le istituzioni coinvolte nel mantenere questi rapporti devono essere consapevoli che qualcosa di “anomalo” necessita di essere rettificato invece di permettere che l’“anormale” diventi un dato di fatto.

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Forze di sicurezza israeliane controllano i fedeli palestinesi e i loro averi. [Alkharouf Mostafa/Anadolu Agency]

In Israele, gli Arabi che hanno la cittadinanza israeliana mantengono rapporti di reciprocità con le autorità civili e sono rappresentati nella Knesset. Oltre 300.000 cristiani vivono in Israele in Israele nel lungo periodo. I cittadini e i residenti di lungo termini rispettano le leggi dello Stato e quindi hanno il diritto e il dovere morale di utilizzare tutti i mezzi legali e non violenti a loro disposizione per promuovere pieni diritti e piena uguaglianza per tutti i cittadini. Ignorare o emarginare questo dovere significa “normalizzare”, collaborando con strutture discriminanti, che alimentano l’ingiustizia e l’assenza di pace.

In questo contesto, la Chiesa ha l’obbligo di garantire il corretto funzionamento delle parrocchie, delle scuole e di molte altre sue istituzioni, dovendo interagire con chi amministra i territori in cui opera. Tutto questo, però, non deve mai prescindere dall’impegno della Chiesa per la giustizia e per la denuncia di ogni ingiustizia.

In Palestina, l’Autorità palestinese è costretta a coordinarsi con le autorità israeliane per operare. Eppure i cittadini palestinesi hanno un controllo molto limitato sulla propria vita, e hanno bisogno di permessi e autorizzazioni degli israeliani per molti aspetti della loro vita quotidiana, per esempio: visitare i Luoghi Santi, avere accesso alle istituzioni palestinesi (parrocchie, scuole, ospedali) nella parte occupata di Gerusalemme, costruire case o avviare commerci nelle aree palestinesi controllate dalle Autorità israeliane.

Allo stesso modo la Chiesa, per le esigenze della vita quotidiana, non può vivere o lavorare senza chiedere permessi e visti alle Autorità israeliane. La Chiesa ha l’obbligo morale di discernere costantemente tra ciò che è inevitabile nei rapporti con la potenza occupante al fine di garantire le esigenze quotidiane e ciò che invece dovrebbero essere evitato, ossia non coinvolgendosi in relazioni e attività che alimentano la sensazione che “la situazione è normale”.”

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L’incontro tra Mahmoud Abbas e Xi Jinping. How Hwee Young/European Pressphoto Agency


Proprio negli stessi giorni
in cui a Gerusalemme si scatenava il putiferio, un’altra notizia passata in sordina ma non di poca importanza è quella che riguarda la visita del presidente palestinese Mahmoud Abbas in Cina. Abbas incontrava il presidente Xi Jinping in una quattro giorni a Pechino, portando a casa importanti accordi. Il più significativo impegno assunto dalla Cina è quello che prevede la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Ma Pechino si è impegnata anche nel sostegno al ministero degli Esteri palestinese, in attività di formazione di risorse umane, e altri accordi di cooperazione economica e culturale. Abu Mazen ha inoltre proposto di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa di impegnarsi di rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

Parliamo di un conflitto, quello israelo-palestinese, dove la sproporzione dei poteri e delle alleanze è evidente. Si rende, allora, sempre più necessario e fondamentale l’intervento di attori finora marginali, proprio come la Cina e il Vaticano. Sarebbero gli unici in grado di riequilibrare la sproporzione oggi esistente, che è il vero “lasciapassare” al comportamento illegale di Israele.


 

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

 [In copertina: rovine della Grande moschea di Al Nuri, Mosul. Foto da: nydailynews.com]

Nell’Ottobre 2016 l’esercito iraqeno lanciava la battaglia per riconquistare Mosul dallo stato islamico. Sotto il caldo cocente dei primi giorni di Luglio, cioè nove mesi dopo, gli scontri non sono ancora conclusi ma il califfato è alle strette. Poche centinaia di uomini dell’ISIS resistono negli ultimi ottocento metri quadri di Mosul ancora in mano al califfo. Secondo le stime più accurate sono ancora 300 i combattenti asserragliati nella città vecchia, mentre tutti gli altri sono morti in battaglia o fuggiti verso la città siriana di Deir el-Zor.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, ma ha una storia antichissima, essendo uno dei più antichi centri urbani formatisi in Mesopotamia. Prima dell’avvento del califfato ci vivevano 1.500.000 iraqeni, ma durante l’occupazione sono state almeno 850.000 le persone fuggite verso il sud del Paese o sfollati nei campi profughi. Oggi Mosul è ampiamente distrutta e porta i segni di combattimenti feroci durati mesi.

Durante la fuga degli ultimi giorni, gli uomini dell’ISIS hanno fatto esplodere la Grande moschea di Al Nuri, a dimostrazione del fatto che sono le ragioni militari e politiche, e non quelle religiose, a dettare le scelte del califfato. Resistita ai mongoli, all’impero ottomano, a Saddam Hussein e all’invasione americana, la storica moschea di Al Nuri è oggi distrutta, e con essa finisce simbolicamente l’era dello stato islamico in Iraq. Fu dal pulpito della stessa moschea, infatti, che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato il 29 Giugno del 2014, in quella che fu la sua prima e ultima apparizione pubblica. Esattamente tre anni dopo, il primo ministro iraqeno Haider Al-Abadi annuncia su twitter: “Stiamo assistendo alla fine del falso Stato di Daesh (Isis), e la liberazione di Mosul lo prova” e aggiunge “Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo di loro sarà stato ucciso o portato davanti alla giustizia“.

Esplosione della moschea di Al Nuri

Esplosione della moschea di Al Nuri. Fonte: RT.com

L’Iraq è dove l’incubo del califfato ha avuto inizio e dove certamente inizierà la sua fine. Militari e fedelissimi di Saddam, giovani reduci della tragedia dell’occupazione america e foreign fighters nel 2014 diedero inizio alla sciagurata marcia dell’ISIS. saccheggiando depositi di armi e munizioni dell’esercito iraqeno, ancora troppo debole e diviso. Molti miliziani sono morti in battaglia. Gli altri sono fuggiti, nascondendosi tra i fiumi di sfollati delle zone dei combattimenti. Chi invece viene oggi catturato dall’esercito iraqeno è sottoposto a processi che rapidamente si concludono in sentenze. Come racconta La Stampa, decine di ex miliziani dell’ISIS vengono giudicati ogni giorno in alcuni edifici di Qaraqosh, città cristiana alle porte di Mosul. Le pene minime sono di 15 anni, tutte per “terrorismo”.

Dopo la sconfitta definitiva dell’ISIS, in Iraq, resterà lo spettro dell’ideologia politica di cui il califfato faceva le veci, quell’ideologia che ha raccolto molti vecchi iraqeni orfani di Saddam Hussein, prima, e molti giovani iraqeni vittime dell’occupazione americana, dopo.

Ma non finisce qui. L’Iraq dovrà affrontare la ricostruzione di intere città e infrastrutture del nord dell’Iraq. Dovrà risolvere il problema delle possibili vendette e dei profughi adulti e bambini. Proprio i bambini, oggi, rappresentano una situazione difficilissima. Migliaia sono nati sotto lo stato islamico, registrati con certificati di nascita del califfato o non registrati affatto. Ancor peggio, molti dei bambini in età scolastica sono stati indottrinati dai miliziani dell’ISIS, gli hanno inculcato l’odio per tutti quelli che non facevano parte del califfato e gli hanno insegnato come combatterli con le armi. Molti di loro sono stati usati nei combattimenti, e i sopravvissuti portano con sè orribili memorie e un grande dilemma: cosa fare, oggi, con i figli inconsapevoli dell’ideologia del califfo?

La riconquista quasi totale di Mosul, seppur pregna di grande valore simbolico e militare, non significa la sconfitta dello stato islamico. I territori dell’ISIS si sono ridotti di due terzi tra il 2015 e il 2017 e 4 milioni di persone che prima vivevano sotto il califfato oggi sono state liberate.

Perdita di territorio dello Stato Islamico

Perdita di territorio dello Stato Islamico dal 2015 al 2017

Questo significa che la presenza territoriale del califfato si è ampiamente ridotta ma non è finita. L’ISIS controlla Raqqa e buona parte della Siria sud orientale, e dall’Iraq continuano a giungere i jihadisti in fuga dai combattimenti. La battaglia di Raqqa è iniziata appena un mese fa, e sarà solo la caduta di questa città a segnare la sconfitta dello stato islamico.

 


 

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

[In copertina: un uomo prega e legge il Corano. Fonte: middleeastmonitor.com]

Quando si tratta di trovare una soluzione all’attuale violenza politica nel nome dell’Islam, la risposta più comune è che “l’Islam ha bisogno di essere riformato” per essere reso compatibile con i principi politici liberali. Una valutazione del genere lascia piuttosto perplessi, perchè riforme religiose sotto l’influenza dei valori liberali sono state fatte quasi due secoli fa.

Tali riforme sono iniziate sotto la spinta dell’era ottomana, in particolare grazie a due eventi: la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, nel 1798 e il Trattato di Parigi del 1856. Il primo ha stabilito le basi dell’infinito dibattito su Islam e modernità, con la nascita di movimenti riformisti-modernisti come il movimento Salafita e il pan-Islamismo, progetto politico di coesione politica basato sull’appartenenza all’Islam. Il trattato di Parigi, invece, provocò la simbolica inclusione dell’Impero Ottomano nell’ordine polito occidentale, quando per la prima volta dalla guerra di Crimea, un rappresentante dell’Impero Ottomano fu invitato a negoziati diplomatici.

Dopo questa simbolica inclusione, tre diversi fattori hanno contribuito all’adozione, in terre musulmane, del sistema statale vestfaliano (Stato nazionale, con sovranità sui propri confini, ndr) nella prima metà nel 1900:

  1. La caduta del governo imepriale nella regione;
  2. la nascita di movimenti nazionalisti locali in centri urbani come Cairo, Tunisi, Baghdad e Damasco;
  3. l’emergere di Stati nazionali con confini definiti che perseguivano propri interessi e dispute territoriali con gli Stati vicini.

La civilizzazione-nazionalistica di stampo liberale, sul modello Europeo-occidentale, divenne il paradigma dominante anche dei riformisti e modernisti ottomani, nonostante la forte resistenza interna, da sempre contraria all’imperialismo occidentale. Questa opposizione nasceva dall’ostilità del popolo verso le critiche fatte dall’occidente, secondo cui il califfato non era abbastanza civilizzato da ottenere la lealtà delle entità cristiane. Questa resistenza guidò successivamente verso due differenti movimenti: pan-Islamismo e pan-Arabismo.

L’obiettivo del pan-Islamismo era l’unità politica della popolazione islamica, che andava unita sotto l’Islam piuttosto che sotto una razza o nazionalità. Il pan-Arabismo, invece, riconosceva le affinità culturali e linguistiche tra gli arabi e voleva riunire tutti i popoli arabi sotto una unica nazione. Nonostante gli scopi politici differenti, questi due movimenti si svilupparono entrambi nello stesso periodo, cioè durante l’ultima fase dell’impero ottomano, e furono entrambi ispirati da principi politici europei.

Dalla metà del XIX secolo, con la nascita del movimento dei Giovani Turchi, il costituzionalismo e il parlamentarismo furono supportati in quanto considerati prerequisiti necessari ad una rinascita imperiale, e per la volontà di conciliarli con le norme islamiche, come il concetto di shura (consultazione). I Giovani Turchi, spesso presentati come un modello di elite occidentalizzata, non concepiva un regime secolare (laico, ndr); piuttosto, immaginavano la shari’ah come il fondamento per riforme e libertà. Il culmine delle conquiste fatte dai Giovani Turchi, la costituzione ottomana del 1876, che fu stesa sull’esempio di quella Belga del 1831 – stabili un senato nominato e una camera eletta con autorità legislativa.

Una serie di eventi simili ma ancor più rilevanti accaddero in Egitto sotto Muhamad Ali (1805-1848) e i suoi successori, i quali sperimentarono le assemblee rappresentative che furono la scena principale per la teorizzazione islamica modernista di politica.

Questi cambiamenti politici furono affiancati dal pensiero politico riformista noto come Salafiyyaanche se non è provato che tale termine venisse utilizzato in quanto tale dai modernisti dell’epocaSalafiyya, che prende Salaf (compagni vicini al profeta Muhammad e i legittimi predecessori) come riferimento ha ottenuto significati molto confusi, a causa dell’uso odierno da parte dei seguiaci della dottrina di Muhammad Ibn Abd Al-Wahhab, o Wahabismo, che si differenzia notevolmente nel suo orientamento  e negli obiettivi, dal movimento riformista modernista del XIX secolo. Il primo rigetta gli insegnamente delle quattro scuole sunnite di giurisprudenza o madhahib e supporta l’imitazione del profeta enfatizzando la Ahadith (le trascrizioni delle parole e dei gesti del profeta). Il secondo rifiuta allo stesso modo l’osservazione delle scuole di giurisproduenza ma, a differenza del Wahabismo, incoraggia nuove interpretazioni.

Il movimento riformista-modernista è passato come un tentativo di resistere all’influenza culturale occidentale ed è quindi presentato come un modello di religiosità autentica, che ha assorbito l’eredità culturale islamica per competere con gli input culturali occidentali. All’inizio, il movimento Salafiyya non prevedeva una diretta opposizione al governo imperiale europeo sui musulmani. Piuttosto, le figure intellettuali del movimento, lo vedevano come una riforma islamica interna per competere con il potere scientifico ed economico dell’occidente, attraverso istruzione e scolarizzazione. Quello che viene sempre minimizzato è che il revivalismo religioso fu influenzato in realtà da concetti culturali e politici occidentali. Questa influenza cambiò irrimediabilmente il significato di concetti tradizionali quali shari’ah, ijtihad, ummah jihad. Nel periodo coloniale, e ancora di più dopo le indipendenze nazionali, l’assoggettamento dell’Islam agli Stati consolidò la connotazione politica di questi concetti tradizionali, rendendoli “naturali” per le masse e per i clericali. Esplorato meno frequentemente, ma in realtà molto importante, è che questo pensiero islamico “occidentalizzato” ha cambiato irrimediabilmente i principi della tradizione islamica. Tuttavia, è totalmente sbagliato discutere sulla natura dell’Islam politico facendo riferimento a concetti medievali a cui stiamo assistendo nei dibattiti sulla radice islamica dell’Isis/Daesh. È fuorviante, infatti, pensare che gli islamisti si riferiscono ai termini shari’ahijtihad nel loro significato “pre-modernizzazione”.

Senza dubbio, c’è il sostegno da parte di diversi gruppi islamici, ad includere la legge islamica all’interno di sistemi legali laici, ma il sostegno alla legge islamica non tiene conto che essa non è aggiornata ai principi di legge classici, perchè non c’è nulla che possa essere considerato legge di stato nella tradizione dell’Islam. Gli islamisti, infatti, stanno operando su concetti di “legge islamica” occidentalizzati, così come fanno i nazionalisti laici. La differenza è che gli islamisti vogliono espandere le loro regole verso nuovi territori, mentre i laici preferiscono lo status quo. Ad esempio, nessun attore laico si è mai domandato perchè una certa visione dell’Islam è stata “nazionalizzata” mentre altre visioni dell’Islam o altre religioni non sono nemmeno riconosciute, permesse o trattate equamente dalla legge. I laici non contestano nemmeno il fatto che il diritto civile e il diritto di famiglia siano regolati da principi islamici nei Paesi musulmani (tranne in Turchia). Per questo motivo, la distinzione tra riformismo islamico e nazionalismo occidentale non è così chiara come sostengono gli attori politici. In altre parole, solo perchè il primo (riformismo islamico) sia opposto al secondo (nazionalismo), non significa che il primo non ne sia stato influenzato. Infatti, il riformismo islamico fu il risultato dell’importazione di idee europee all’interno di concetti e metodologie tradizionali. Nella sua fase iniziale, come detto in precedenza, il riformismo islamico era effettivamente modernista e pro-occidentale. In sè, non era ne buono e ne cattivo, ma la sua transizione anti-occidentale è avvenuta dopo, al tempo della decolonizzazione e sotto la grande pressione degli autoritari Stati-nazione.

Inoltre, la ragione principale di mancanza di democrazia e della violenza politica è un certo tipo di cultura politica che chiamo Islam egemonico (The Awakening of Muslim Democracy; Religion, Modernity and the State, Cambridge University Press, 2014). Egemonia si riferisce all’assorbimento di istituzioni di una religione dentro l’amministrazione di uno stato, nel suo sistema legale e nella sua politica di istruzione. In netto contrasto con la storia politica europea, la riforma dell’islam ha portato alla sua subordinazione al potere politico, in maniera sconosciuta fino a prima della fonadzione degli Stati nazione. Quando erano gli imperi musulmani a governare, le istituzioni islamiche, educazione e il clero erano strutturalmente e finanziariamente indipendenti dal potere politico. Ho evidenziato la correlazione tra egemonia e mancanza di democrazia, ma al di là dal caso dell’Islam, ad esempio, c’è il caso del Buddhismo in Sri Lanka.

In queste condizione, non è una riforma dell’Islam la cosa necessaria, ma un ritorno al suo modo di pensare tradizionale, indipendente dal potere politico. Questo non significa necessariamente separazione tra Islam e Stato, ma un trattamento equo di tutte le religioni da parte dello Stato. Ciò vuole anche dire il ritorno di modi tradizionalmente islamici di pensare, che sono stati seriamente indeboliti da politiche statali verso le istituzioni di scuola Islamica così come la invasiva influenza della dottrina religiosa Saudita, cioè il prima menzionato Wahabismo.


[ Traduzione di Samy Dawud. Articolo originale di Jocelyne Cesari per Middle East Monitor qui ]

I punti di vista e le opinioni espresse in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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