Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La risorsa strategica del TAP

La risorsa strategica del TAP

Il Trans-Adriatic Pipeline, conosciuto come TAP, è la parte finale del progetto del Corridoio Meridionale del Gas che perforerà le coste salentine. Questo progetto è oggi al centro di contestazioni e accuse di sindrome di NIMBY (not in my backyards – non nel mio cortile) a causa dell’inevitabile espiantamento temporaneo degli ulivi secolari in Salento necessario per l’approdo e la connessione con l’Hub brindisino della rete nazionale, un tema delicato per la società civile se si pensa al problema xylella che ha colpito la regione.

Mappa Tap

Il progetto fa parte del Corridoio Meridionale del Gas che farà approdare 10 miliardi di metri cubi annui circa da fine 2020; il gas dal giacimento azero Shah Deniz 2 consta di tre gasdotti:

  • SCPX, che dall’Azerbaigian attraversa il Caucaso Meridionale fino all’ingresso georgiano in Turchia;
  • TANAP, che attraversa l’Anatolia turca fino al confine greco;

TAP, che dalla Grecia percorrerà 211 km dell’Albania meridionale fino a tuffarsi nell’Adriatico e raggiungere l’Italia. Dal terminale di ricezione (PRT) tra i comuni di Vernole e Melendugno si allaccerà alla rete nazionale di Snam rete Gas a Mesagne (Brindisi).

tap

Per l’UE è considerato uno dei progetti di iinteresse comunitario (PIC) incluso nel Terzo Pacchetto Energia per tre precise ragioni:

  • per diversificare le fonti di approvvigionamento;
  • per una maggiore indipendenza dalla Russia, a cui l’UE è strutturalmente legata per 1/3 delle importazioni (secondo la rivista dell’azienda russa Gazprom “Blue Fuel”);
  • per creare un sistema energetico continentale aspirando a migliorare la sicurezza energetica e la connessione tra i mercati dove l’energia possa viaggiare liberamente tra i confini a prezzi competitivi.

Tap

Per comprendere l’importanza geostrategica della struttura e l’evidente funzione anti-russa nel risiko del gas è bene avere sottomano una cartina geografica dell’area.

Secondo l’analisi di Limes un corridoio dal sud è stato sostenuto da USA e UE fin dagli anni Novanta. L’intenzione era di liberare le risorse caspiche dalla dipendenza infrastrutturale post-sovietica per ridurre l’influenza russa nell’area e la dipendenza europea dal gas di Mosca.

Negli anni successivi le ambizioni di indipendenza volevano concretizzarsi nei concorrenti progetti Nabucco (che avrebbe traghettato le risorse caspiche verso l’Austria) e TAP. Solo il secondo è risultato più economico e meno ambizioso. Oggi l’obiettivo di sottrarre alla Russia la possibilità di creare un legame stabile e duraturo con le politiche energetiche girerebbe intorno all’intenzione di iimpedire alla potenza eurasiatica un eccessivo rafforzamento della sua presenza in Medio Oriente (Iran, Iraq e Siria compresi) e quindi sul Mediterraneo.

Ma se consideriamo che le riserve di idrocarburi dell’area del Caspio sono comunque minori di quelle dei giacimenti del territorio russo, il Corridoio Sud perde comunque parte della sua rilevanza geopolitica, proprio perchè i 10 miliardi di metri cubi che entrerebbero in Europa rappresentano solo il 2,4% del consumo continentale di gas.

Il TAP servirà più a coprire il gap di produzione europeo che a contendere quote di mercato con quelle degli altri esportatori.

 

Questo progetto è importante per l’Italia? Si tratta comunque di “un progetto rivoluzionario perché consentirà di sfruttare delle risorse che oggi potrebbero essere accessibili solo attraverso la rete di Gazprom”, come ha spiegato a La Repubblica Giampaolo Russo, Country Manager di TAP Italia fino al 12 giugno 2015.

L’Italia è collegata a sei fonti di gas ed è tra i Paesi più interconnessi del mondo. Secondo gli stress test sul gas della Commissione Ue, l’Italia sarebbe al primo posto perché è collegata con Algeria, Libia, Russia, Norvegia, Olanda. “Libia e Algeria – secondo il ministro Calenda – sono altri fornitori importanti e grandi. ma instabili, e i contratti per la fornitura di 35 miliardi di metri cubi di gas naturale scadranno nel 2020”.

Il TAP nel sistema energetico italiano si iinserisce in un piano di sviluppo di un hub mediterraneo del gas delineato dalla Strategia Energetica Nazionale del 2013, che mira alla rilevanza geopolitica del Paese per i partner europei. Attraverso pipeline multiple e rigassificatori e di ri-esportazione verso l’Europa e i recenti investimenti in reverse flow nei gasdotti che attraversano le Alpi, il nostro Paese godrebbe di un’ottima centralità.

Fra le maggiori incognite per la futura espansione del TAP rimangono le possibilità (molto incerte) che le grandi risorse di Iran e/o Turkmenistan possano confluire nel Corridoio del Sud; se il progetto russo Turkish Stream dovesse svilupparsi con una capacità superiore a quella necessaria per servire il mercato turco, il TAP potrebbe in futuro addirittura trasportare anche il gas russo. Infatti, una volta scaduto il regime di eccezione che garantisce al gas azero l’uso esclusivo del gasdotto per 25 anni, la capacità di questo sarà liberamente contendibile sul mercato in base alle regole stabilite nel terzo pacchetto energia approvato da Bruxelles nel 2009.

Frontiere: uno strumento politico?

Frontiere: uno strumento politico?

“Un bicchiere serve per bere. Ma può servire ache da portamatite, da fermacarte, per catturare una mosca, per tirarlo in testa a un seccatore, oppure per romperlo e tagliarsi le vene. Ogni oggetto ha una funzione primaria e numerose funzioni accessorie. Gli oggetti politici non fanno eccezione”

Si apre così il saggio “Frontiere” di Manlio Graziano, professore di geopolitica. Per rendere semplice e alla portata di tutti il concetto di Frontiera. Questo oggetto politico ha carattere pluridimensionale e multifunzionale perché il senso e l’impronta politica, sociale e morale cambia nel tempo.

Secondo Wikipedia “il confine internazionale più antico al mondo è quello fra Italia e Svizzera nel tratto di competenza del Canton Ticino e delle province di Como, Varese e Verbania: tracciato 500 anni fa dal trattato di Friburgo nel 1516, non fu da allora mai più spostato neanche transitoriamente.”

Proprio, quindi, nel ruolo politico e geopolitico che la frontiera manifesta se stessa al massimo grado la sua polivalenza, che sia essa un muro, una dogana, un fossato o un tagliente filo spinato. La sua importanza nell’attualità è indecifrabile: se fino a pochi anni fa la tendenza generale era il suo depauperamento e assorbimento in insiemi regionali più grandi, oggi la tendenza pare invertita.

Tuttavia anche se la frontiera è tornata ad essere un argomento d’attualità, non solo in Europa e nel mondo occidentale, non significa che questa corrisponda a ciò che il mondo oggi avrebbe bisogno. Storicamente nella forma più attuale possiamo studiarne la loro nascita con il Congresso di Vestfalia e il principio di sovranità, quando da semplici linee disegnate sugli atlanti diventarono l’aspirazione profonda dello Stato-nazione di quei popoli che, all’apice della loro gloria, le scolpivano nelle loro costituzioni proclamandole sacre e inviolabili nel principio di cuius regio eius religio (diritto del principe di imporre la propria religione e la propria autorità ai suoi sudditi senza inteferenze di altri Stati).

Nella Costituzione italiana all’articolo 5 possiamo leggere:La Repubblica [italiana], una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].

Considerare quindi le frontiere da un punto di vista dinamico può significare che esse siano più uno strumento che un fine. Come ogni attrezzo politico il loro significato muta nel tempo anche opposto. a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Il crollo del Muro di Berlino dal 1989 ad oggi è diventato il simbolo di un entusiasmo unanime per l’inizio della fine di tutti i muri e barriere che separano gli individui. Il simbolo di quel crollo inaugurò la stagione della liberalizzazione dei mercati, l’espansione delle aree di libero scambio e la nascita di una nuova unione politicae monetaria che portò a credere che molte altre barriere sarebbero scomparse.

La stessa sensazione non si ebbe quando Saddam Hussein abbattè quel “muro”, disegnato dalla Gran Bretagna, che divideva l’Iraq dal Kuwait, una coalizione di 39 paesi a guida statunitense si scagliò contro. Oggi indigna una parte del mondo anche l’ipocrisia russa che annette la Crimea e allo stesso tempo disegna confini nel Caucaso e nei Balcani, o anche Israele che si espande raddoppiando la lunghezza della linea di armistizio del 1949.

Dalla crisi economica del 2008, con la fobia del terrorismo ma soprattutto col notevole l’esodo di migranti e profughi sono aumentate le campagne per il ristabilimento della sovranità nazionale. Questo ha portato a credere che la frontiera, da luogo astratto, sia diventata una necessità di tipo fisico dove la sovranità “deve” (secondo la retorica dei sovranisti) tornare ad essere visibile, invertendo la tendenza “post-muro di berlino”.

Queste campagne sono diventate decisive in contesti elettorali. Basti pensare al referendum britannico della Brexit sull’uscita dall’Unione Europea o anche nell’elezione di Donald Trump (in merito alla barriera sul confine messicano o sulle tesi isolazioniste).

Ma se oggi le frontiere sono l’ostacolo dei popoli, il futuro è un mondo senza frontiere? La risposta a questo quesito potrebbe essere pescata dal passato. John Lennon, quasi in contrapposizione al concetto di nazione e nazionalità inserì nel testo di Imagine “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do”. Prima di lui il filosofo francese Montesquieu nel 1748 inaugurava il pensiero cosmopolita moderno scrivendo: “sono necessariamente uomo, e francese solo per caso”. Il suo pensiero attiribuisce all’uomo la cittadinanza del mondo, ritenendo irrilevanti le differenze tra le nazioni.

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo!

Scrivere e parlare di Antonio Gramsci, o anche solo riassumerne l’essenza, evitando banalità o superficialità, non è affatto un compito semplice. “Chi è Gramsci? Cosa è stato? Perché è importante ricordarlo?” In queste brevissime domande molteplici si nascondono gli argomenti su cui è possibile riflettere.

Per parlare di Gramsci ho ritenuto opportuno, con un’analisi personale e totalmente spontanea, far riferimento al titolo di una canzone di Francesco De Gregori. Il cantautore nel testo citava un certo Pablo, e ritornano frasi come “parlava strano e io non lo capivo”, “il padrone non sembrava poi cattivo”, “il pane con lui lo dividevo”, ed alludeva ad un uomo di sinistra che aspirava a coinvolgere tutti nella sua causa, ma che il protagonista, a causa della sua ignoranza, non riusciva a capire.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo” ricorda anche la frase di Ernesto Che Guevara: “sparami, ucciderai solo un uomo”. Come per dire che Pablo è stato ucciso ma le sue idee restano vive. Come l’essenza di Gramsci.
Lui è morto  ma i suoi pensieri sono rimasti vivi e lo stesso vale per le sue lezioni che sconfinano al di là dell’uomo comunista che fu. Non esiste solo un Gramsci politico…

Questa sua ubiquità negli anni successivi alla sua morte, si percepisce dai testi di scienze politiche, antropologia, linguistica, pedagogia, cinema e letteratura fino agli atenei delle università che vanno dal Pacifico all’Atlantico. A ottant’anni dalla morte (1937) proprio il suo lessico l’ha portato ad essere tra i pensatori italiani più citati e tradotti al mondo.

Lemmi come egemonia; società civile; rivoluzione passiva; concetto di classe sono oggi presenti nei dibattiti politici del partito spagnolo Podemos e di altre sinistre nel mondo. Negli USA, dov’è fortemente apprezzato, è stato installato da Thomas Hirschhorn il “Gramsci Monuments” nel South Bronx. In Cina dopo gli anni in cui il suo pensiero è stato condannato per “idealismo” è stato tradotto e studiato, nonostante gli evidenti problemi lessicali. Nei paesi arabi I quaderni dal carcere sono applicati alla comprensione dei movimenti degli ultimi anni da studiosi costretti all’esilio.

Leggere i testi politici del leader sardo in quest’era di post-verità e di post-ideologia, che fortemente condiziona i pensieri e i risultati elettorali, fa presupporre che molto ci sia ancora da dire e da fare.

Ne La città futura l’11 febbraio 1917 scriveva “Odio gli indifferenti”. Questo sentimento è giustificato dal paragone dell’indifferenza accostato all’abulia, il parassitismo e la vigliaccheria. Per Gramsci l’indifferenza non si ferma ad essere un peso morto della storia, ma finisce per operare inconsciamente fino a sconvolgere i programmi e i piani meglio costruiti fino a rovesciarli.

L’indifferenza strozza l’intelligenza abbattendosi sulle masse che abdicano a loro volta, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Il suo pensiero è vivo nell’attualità della lotta contro le disuguaglianze e della complessità dei processi di modernizzazione, argomenti che spesso sono stati tacciati di anacronismo. È presente nella nozione di egemonia politica e culturale, che oggi nelle sue carenze coinvolge in particolar modo le democrazie occidentali, se si tiene conto della corruzione nella società civile. È presente anche nei discorsi pieni d’odio, nella circolazione delle false informazioni e dall’espressione pubblica di risentimenti razzisti. Dato di fatto è il demagogo che oggi sostituisce la figura del leader politico. Bisogna sempre ricordare che per Gramsci il softpower dell’egemonia culturale non dura senza l’hardpower del controllo delle risorse economiche.

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Dietro le parole di quest’uomo cosa c’è? Perché continuiamo a studiarlo? Forse per necessità e/o voglia di fare una riflessione rigorosa? Probabile! A maggior ragione  nell’epoca dove i pensieri di pancia sono i più forti. Questo è un richiamo non solo alla sua figura, ma anche al desiderio di recuperare quel pensiero politico non violento che oggi pare perduto.

Il titolo del mio articolo è frutto di un personale pensiero casuale e non vuole assolutamente alludere alla pubblicazione di Giovanni Zanardelli; Hanno ammazzato Gramsci, Gramsci è vivo; Prospettiva Editrice; 2017.

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Nessuna illuminazione in Europa per la tragedia di San Pietroburgo. Un atteggiamento né giusto né intelligente.

Qualsiasi cosa si possa pensare delle illuminazioni sugli edifici pubblici con i colori delle bandiere straniere per mostrare solidarietà dopo un tragico evento, esse sono ormai diventate una consuetudine, per questo l’assenza della bandiera rossa,bianca e blu della Russia di Putin dopo l’attentato terroristico a San Pietroburgo di lunedì 3 aprile non è passata inosservata. Nel contesto è stata persa un’occasione in più per neutralizzare una notizia pericolosa.

Naturalmente, siamo nel bel mezzo di una guerra fredda rinnovata e ci sono tutte le ragioni per cui l’Europa debba sentirsi ostile nei confronti della Russia: dall’annessione della Crimea fino alla sua aggressiva attività d’intelligence. Tuttavia, v’è una vocazione superiore d’umana empatia, la sensazione di essere tutti uniti di fronte alla minaccia inaspettata e indiscriminata del terrorismo. È improbabile che uno qualsiasi dei passeggeri della metropolitana di San Pietroburgo abbia scatenato gli “omini verdi” in Crimea, o architettato misure attive nelle capitali europee. Ci può essere lutto anche al di là della condotta dei governi.

Per coloro che sono meno convinti, ecco la spietata logica pragmatica.

Tutto è simbolico, e non mostrando la solidarietà, l’Europa ha assecondato la retorica del Cremlino basata più e più volte su vaghe motivazioni. Il Cremlino sostiene che l’Occidente, fondamentalmente russofobico, goda nel vedere la Russia impantanata in guai di ogni genere. Sostiene inoltre che l’Occidente voglia diffondere in Russia: confusione e sgomento, sospetto e incertezza. (Ha un non so che di familiare? Sì, è esattamente ciò che Mosca sta facendo con l’Europa).

Il corollario è che quando la Corte europea dei diritti dell’uomo censura Mosca, quando una delegazione dell’Unione Europea chiede una maggiore trasparenza e ogni volta che un osservatore occidentale rileva difetti nei processi elettorali, ogni azione può essere interpretata nel migliore dei casi come “european mischief-making” (perfidia europea), e nel peggiore come proseguimento della “guerra ibrida”.

Si tratta di una deprimente performance di judo retorico che consente di trasformare osservazioni (abbastanza) corrette in terreno fertile per incentivare una massiccia chiusura mentale (n.d.t.) e di respingere gli invasori ideologici. E tristemente, funziona.

Così segue l’alternativa, o meglio il complemento della strategia europea: il proseguimento di una linea dura contro gli abusi e le aggressioni russe; il sostentamento della filosofia NATO con 2% del PIL per la difesa; la costituzione di una contro-intelligence e di una sicurezza finanziaria europea e la battaglia nel contrastare la disinformazione e sovversione politica.

Ma questo non basta. Allo stesso tempo, ogni volta – nel vero senso della frase – che è umanamente possibile, l’Europa dovrebbe cercare di mostrare alla Russia l’affetto che può. Un affetto duro, forse, ma comunque affetto. Condividendo il lutto per le loro perdite, celebrando i loro trionfi culturali, lodando i russi quando fanno qualcosa di giusto (perché accade anche questo, ogni tanto), vietando il denaro sporco dei loro oligarchi e le loro legislazioni paranoico-patriote, ma allo stesso tempo accogliendo i suoi studenti, turisti, artisti e imprenditori.

Prima di tutto, questo modo di fare nega ai propagandisti del Cremlino facili occasioni. Tutto questo per minare attivamente la loro perniciosa narrazione che cerca di forzare i russi a una scelta artificiosa del tipo “o noi o loro”, “o patriota o traditore”.

In secondo luogo, ricordate quegli ideologisti oscuri che vedono la “guerra ibrida” – o forse più correttamente “guerra politica” – dietro ogni cosa? In un certo senso, hanno ragione. Questa è una lotta di memes e valori, di slogan e simboli. Coloro che mirano alla sicurezza dell’Europa a lungo termine in cambio di regime al Cremlino dovrebbero avere la possibilità di mettere in discussione le affermazioni incombenti che i russi sono soli e circondati.

Arrendersi ai meschini individui che in qualche modo pensano che San Pietroburgo non “merita” simpatia a causa di Sebastopoli, che affermano che ogni incidente terribile è una sorta di operazione “false flag”* istigato da Putin per generare una sorta di sentimento “rally-round-the-flag”**, non è solo sbagliato ma anche pericoloso. Sono loro ad essere, ironia della sorte, i suoi migliori alleati.

Alimentate l’affetto verso il Cremlino, alimentatene così tanto da soffocarlo. Fatelo perché lo ritenete giusto o fatelo perché è intelligente, ma fatelo in ogni caso.

Articolo originale qui

*False Flag: Tattica segreta nell’ambito di operazioni militari o attività di spionaggio, condotte per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni, anche attraverso l’infiltrazione o lo spionaggio di questi ultimi. “Bandiera falsa” deriva dall’espressione inglese l’idea è quella di “firmare” una certa operazione “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione.

**Rally around Flag: Maggiore sostegno popolare di breve periodo al Presidente durante i periodi di crisi internazionale o di guerra, riducendo la critica delle politiche governative.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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