Recovery fund: sconfitto chi vuole la morte dell’UE

Recovery fund: sconfitto chi vuole la morte dell’UE

Ogni volta che sui tavoli europei ci sono trattative e discussioni su temi spinosi e delicati c’è sempre qualcuno che sentenzia la morte dell’Unione Europea. Puntualmente mi viene in mente l’intro del pezzo di Fabri Fibra: “Oh, io non capisco perché ma ogni periodo c’è qualcuno che, se ne viene fuori dicendo che io sono morto”. “Che l’Europa è morta” in questo caso.

Se dovessimo ascoltare gli analisti da tastiera e i giornalisti catastrofisti, l’Europa e il suo progetto sarebbero già morti anni e anni fa. Forse perché non vedono l’ora di far uscire il coccodrillo che hanno scritto per l’occasione. (Per chi non lo sapesse il “coccodrillo” in gergo giornalistico è il necrologio commemorativo per un personaggio pubblico già scritto e pronto da pubblicare non appena muore).

Il Recovery Fund è parte del progetto franco-tedesco Next Generation EU, un piano di aiuti economici per superare la crisi economica dell’emergenza coronavirus. I fondi serviranno non per sussidiare l’economia per per accompagnarla verso un futuro più verde. Per la prima volta la Commissione europea chiederà ingenti prestiti sui mercati per finanziare i suoi programmi. Cioè un coronabond ma con un nome diverso. Con questo pacchetto da 750 miliardi si spiana la strada per creare gli Stati Uniti d’Europa.

Nel secondo negoziato più longevo dell’UE, sono certamente volati gli stracci tra i Paesi del Mediterraneo e i “frugali”, contrari all’idea di consentire all’UE di prendere in prestito denaro e distribuirlo come spesa di bilancio tra gli Stati membri. Peccato che questi ultimi sono arrivati ai tavoli negoziali già da sconfitti, sia perché è mancato l’appoggio della Cancelliera tedesca Angela Merkel e sia perché non avrebbero mai voluto un debito comune europeo.

Questi rigoristi capeggiati per l’occasione dall’Olanda hanno potuto ostacolare il processo soltanto discutendo dei dettagli anziché della sua fattibilità, quindi hanno tentato di porre condizioni nemmeno così tanto stringenti: come il “superfreno” ai fondi se un Paese non fosse convinto di come un beneficiario stia utilizzando le risorse comunitarie e una riduzione del budget iniziale.

Il freno così com’era stato formulato non è passato. Nel Consiglio Europeo un paese non può, da solo, porre il veto all’erogazione dei fondi ma deve limitarsi a proporre una discussione e in sede poi si vota a maggioranza.

Il programma proposto da Macron e Merkel e desiderato fortemente dai Paesi del Mediterraneo non ha dimenticato nessuno, nemmeno Ungheria di Orban e la Polonia, dove ultimamente è stata violata l’indipendenza della magistratura. I soldi saranno collegati al rispetto dello stato di diritto. Merkel e Krisjanis Karins, primo ministro lettone, hanno lavorato a un compromesso che avrebbe consentito a una maggioranza ponderata di governi dell’UE di bloccare i pagamenti a un paese per violazioni dello stato di diritto.

L’accordo non è perfetto ma è storico per il gruppo dei 27. Insomma i fondi ci sono tocca al Governo italiano ora. Per non buttare all’aria l’occasione deve presentare un programma ambizioso e coraggioso per evitare di sprecare l’ennesima occasione. Affrontare con questi soldi la costosa transizione verso la sostenibilità e l’economia verde. Evitare sussidi e piani pensionistici vantaggiosi per accaparrarsi voti. Perché peggio di una crisi, c’è solo una crisi sprecata.

AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

La storia della morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dagli agenti di polizia di Minneapolis, ha mostrato come negli Usa la polizia non ha fatto tesoro delle lezioni di Martin Luther King. Accade da così tanti anni che c’è chi si è abituato e ancora qualcuno che si chiede con tono irritato “ma ancora?!”.

George Floyd, morto dopo essere stato ammanettato e bloccato a terra dal ginocchio di un ufficiale, è solo l’ultimo caso del Minnesota. Non serve ricordare i numeri per ribadire quanti casi come questo si ripetono durante l’anno. L’anno scorso la 28enne Atatiana Jefferson è stata uccisa nella sua abitazione di Fort WorthTexas, mentre giocava col nipotino, raggiunta dai colpi esplosi da un poliziotto verso la finestra solo perché «l’agente ha percepito un pericolo». Un’episodio surreale. L’ennesimo.

Quest’ultimo a discapito di George Floyd ha avuto una risonanza internazionale con i filmati amatoriali dei passanti. “I can’t breathe”. “Non riesco a respirare, per favore, non riesco a respirare” continuava a ripetere, come ha potuto ascoltare chi ha visto sui social o al Tg uno dei tanti video che girano.

I passanti cercano di intercedere in tutti i modi. George chiede aiuto con l’ultimo filo di voce ma i quattro agenti che dovrebbero averlo in custodia semplicemente lo ignorano. Ignorato finché George, ammanettato con la faccia sull’asfalto, si fa silenzioso e immobile. Più tardi arriva un medico dell’ambulanza e, allungando la mano sotto il ginocchio dell’ufficiale, sente un battito sul collo dell’uomo. Il medico si allontana e torna spingendo una barella. George viene quindi messo ammanettato sulla barella, caricato sull’ambulanza e portato via. Per lui non ci sarà più nulla da fare. Il ginocchio gli ha bloccato il respiro fino a soffocarlo.

Se il fatto fosse finito così basterebbe già a farci schifo. Ma non basta. Il giorno dopo la polizia parlerà di “incidente medico” quasi attribuendo ai medici la colpa. Nonostante i quattro agenti siano stati licenziati non sono indagati per alcun reato. Vuol dire che per George Floyd non si farà mai giustizia.

La visione di quel video mi ha sconvolto per la violenza. Mi ha disgustato. George è morto per il colore della sua pelle e la matrice razzista si conferma man mano che si approfondisce il caso. Lo stereotipo secondo cui ogni poliziotto pensa che un nero sia un potenziale pericolo più di ogni altro uomo o donna che incontra si riconferma. Gli agenti di Minneapolis per scagionarsi hanno raccontato di presunte resistenze all’arresto di George o che era sotto l’effetto di droghe. Una macchina del fango che mi ricorda la stessa che in Italia è passata sulla pelle di Stefano Cucchi per 10 anni. Il pregiudizio assassino.

Quando accade nel contesto statunitense mi indigna ancora di più. Avrei voglia di strillare “ma allora la marcia di Martin Luther King e le parole di Malcolm X non hanno cambiato le cose? Nemmeno la cultura, la musica e i film? Neanche la presenza di Obama nell’ufficio più importate del paese? Ancora una volta? Perché?”

L’occidente vuole una Cina democratica?

L’occidente vuole una Cina democratica?

Sia chiaro questo. La Repubblica Popolare presieduta da Xi Jinping “a suo modo” si considera una democrazia. Ma a differenza della caratteristica divisione dei poteri legislativo, giudiziario e esecutivo delle democrazie occidentali in quella cinese a bilanciare il potere statale c’è il partito unico. La divisione dei poteri però c’è nell’altra Cina, Taiwan.

Mi è capitato di chiedere, con insolente curiosità, di Taiwan ad alcuni conoscenti cinesi. La risposta è sempre la stessa: “loro sono nostri fratelli cinesi come lo siamo noi”.

Se la stessa domanda fosse posta a un ambasciatore o qualsiasi altra autorità della Repubblica Popolare ci direbbe che Taiwan è una “provincia ribelle”. Questo perché, come alcuni già sapranno, sull’isola che i portoghesi chiamarono Formosa (la Bella) la sovranità appartiene alla Repubblica di Cina e non alla Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante siano collegate da infrastrutture e storia non si riconoscono reciprocamente e de facto abbiamo due Cine, una democratica e una comunista. Uno status derivato dall’incompiuta guerra civile che nel 1949 portò al potere il Partito comunista in Cina di Mao e che costrinse il governo nazionalista deposto del Kuomintang (KMT) a fuggire. Il KMT ha continuato a sostenere l’esistenza della Repubblica di Cina dall’isola di Formosa rifiutando di riconoscere quella continentale guidata dai comunisti.

A Taiwan fino agli anni ’90 c’è stata una dittatura nazionalista. Quando la democrazia progressivamente ha preso piede è cresciuto il consenso dei politici indipendentisti, quelli che vedevano l’isola come un paese a sé stante, senza pretese territoriali verso la terraferma. Nel 2000 uno di questi partiti, il Partito Democratico Progressista (DPP), vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. L’affermazione del DPP ha fatto crescere tra i cittadini idee sull’indipendenza di Taiwan facendo sempre infuriare la Cina.

Ma se la Cina comunista gode di un ampio riconoscimento internazionale, quella democratica è riconosciuta soltanto da 15 stati di bassa caratura internazionale, compreso il Vaticano che però sta ricucendo lentamente i rapporti con “l’Impero di mezzo”. Questo perché negli ultimi anni Pechino ha persuaso molti paesi a chiudere le proprie ambasciate sull’isola per aprirle nella Repubblica Popolare. Nella diplomazia internazionale chi la riconosce e chi no, nel tentativo di non offendere nessuna delle parti, finisce per fare delle gaffe internazionali.

Di questa democratica ribelle si torna a parlare spesso. Negli ultimi mesi per l’esemplare gestione dell’emergenza Covid-19, frutto della precedente epidemia di SARS del 2003. La presidentessa Cai Yingwen non ha imposto alcun lockdown preferendo intensificare controlli sul traffico aereo e sfruttando banche dati.

Il successo taiwanese ha suscitato tante simpatie in Occidente al punto che Germania e Usa in primis vorrebbero questa come membro osservatore dell’OMS. Uno status che ha già avuto tra il 2009 e il 2016 quando sulla poltrona più importante di Taipei c’era un governo che strizzava l’occhio a Pechino. Dopodiché le è stato impedito di partecipare, per volere della Cina.

Taiwan non pressa per partecipare alle riunioni dell’OMS ma continuerà a donare forniture mediche all’estero e a protestare contro il “comportamento a due facce” della Cina che lo esclude da tali forum, come ha affermato il ministro degli Esteri dell’isola.

Una riunificazione cinese pare assai improbabile al momento. Per i taiwanesi significa sottomettersi al Partito Comunista Cinese con la possibilità di ridursi come la scontenta Hong Kong o Macao abbracciando il principio “un paese, due sistemi”. Inoltre, Taipei gode del sostegno mediatico, diplomatico e militare degli Usa che impedisce alla Repubblica Popolare di invadere indisturbatamente Taiwan. Washington non intende lasciare a Pechino il controllo dell’isola per impedirle l’accesso all’Oceano Pacifico.

Geopoliticamente Taiwan è diventata l’argomento spinoso con cui Donald Trump punzecchia l’avversario cinese. Ci ha provato fin dall’inizio del suo mandato presidenziale quando il 2 dicembre 2016 per la prima volta dal 1979 un presidente USA aveva parlato direttamente con Taiwan. Nella chiamata, Tsai si congratulò per la vittoria alle elezioni presidenziali.

Con il Covid-19 la globalizzazione si è congelata. Con il disgelo l’occidente potrà disimpegnarsi sempre più dalla dipendenza cinese e molto più facilmente dato che i consumi devono ripartire quasi da zero. Fare a meno del mercato cinese sembra complicato, nonostante sia questa la direzione degli Usa. Anche se le amministrazioni non lasciano intravedere nulla sembra che il sogno nel cassetto sia quello di vedere una costituzione democratica come nel paese rosso. Non tanto per un principio di libertà dei popoli ma per indebolire e ridimensionare Pechino e salvaguardare la sua supremazia.

Brando Benifei: “Abbiamo bisogno dello stesso coraggio e determinazione di Altiero Spinelli”

Brando Benifei: “Abbiamo bisogno dello stesso coraggio e determinazione di Altiero Spinelli”

Brando Benifei è un giovanissimo del Partito Democratico ormai alla seconda legislatura nel Parlamento europeo, è stato eletto capodelegazione del PD al Parlamento europeo dal 22 luglio 2019. È anche il parlamentare più giovane della delegazione italiana del gruppo Socialisti e Democratici.

Brando dalle ultime attività social notiamo che lei è davvero attivo politicamente: era presente a Torino al congresso dei Giovani Democratici Piemonte, a Narni per la campagna elettorale per le regionali in Umbria ed è appena rientrato da Taiwan per una visita istituzionale. Com’è andata a Taiwan e di che cosa si è occupato?

«Noi come parlamentari europei abbiamo a disposizione alcune settimane “verdi”, cioè senza attività parlamentare, da poter dedicare ad attività sul territorio o internazionali o anche per riposarci. Nel mio caso nell’unica prevista quest’anno ho scelto di partecipare alla visita organizzata dalla nostra delegazione UE a Taiwan. Una delegazione informale perché Taiwan non è uno stato riconosciuto dall’UE e i Paesi membri perché, come noto, è uno stato che ha un contenzioso sulla sua stessa esistenza con la Repubblica Popolare Cinese. 

Attraverso il Parlamento europeo possiamo visitare questo paese per conoscere le organizzazioni politiche parlamentari, il parlamento e il suo governo e la società civile. Lo scopo è quello di favorire una comprensione reciproca e uno scambio di informazioni. Uno dei temi discussi è stato quello dei futuri accordi commerciali con la Cina continentale, sull’avanzamento eventuale di questi in cooperazione con l’UE e anche con Taiwan. 

C’è ovviamente un dibattito in corso riguardo ad alcune tensioni per la natura politica di Taiwan: non riconosciuto come stato indipendente ma con una situazione di fatto; analoga al Kosovo non riconosciuto dalla Spagna mentre per altri Paesi europei si. La realtà taiwanese osserva attentamente le recenti pressioni politiche su Hong Kong, come vediamo dalle proteste, che gode di una speciale autonomia all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Non sappiamo se a Taiwan manterranno sempre lo status quo oppure se c’è da aspettarsi un’involuzione aggressiva militare cinese o un tentativo di isolamento. 

Quindi un paese interessante che fino agli anni 80 viveva sotto l’autorità militare e che dopo la fine della guerra fredda è progredito verso un sistema democratico pluripartitico con magistratura autonoma e una stampa libera. È l’unico paese asiatico che riconosce i matrimoni omosessuali, dove c’è libertà di organizzazione sindacale e quindi anche un mondo di organizzazioni giovanili attive attente alle attività di partecipazione democratica e di formazione politica.

Il modello democratico taiwanese è circondato da paesi con forme di governo autoritarie o in cui la democrazia si sta deteriorando; penso alle Filippine di Duterte che governa con metodi sanguinari, violenti e autoritari. Taiwan ha un’industria tecnologica e dell’innovazione forte ed è quindi molto interessante la cooperazione scientifica, culturale e economica sviluppata con l’UE. Questo era uno degli obiettivi dell’incontro e che ci ha permesso di approfondire i rapporti. E io che sono appassionato al tema dello sviluppo della società civile ho preso contatti con alcune organizzazioni giovanili studentesche con cui abbiamo fatto diverse discussioni, anche per portarle in attività qui in Europa».

Siamo in un periodo davvero denso di aperte sfide internazionali. Partendo temporalmente da gennaio 2019 solo per indicarne qualcuna abbiamo: Maduro e Guaidò in Venezuela; Francia e Italia in Libia; tensioni commerciali USA; Turchia in Siria contro i curdi. Tutte questioni di cui lei stesso si è occupato, tra l’altro in alcuni casi rivolgendosi a un’aula semi deserta. Viene spontaneo chiedersi se è l’Europa di fronte a queste questioni si riconferma un gigante economico e nano politico o se in realtà i suoi sforzi sono poco visibili?

«Intanto una postilla sull’aula: spesso è poco affollata perché il meccanismo dei lavori, che è discutibile e riformabile, attualmente prevede moltissime riunioni di commissioni, gruppi di lavoro, di negoziati sui file delle leggi e incontri che si svolgono in parallelo della plenaria. Tranne che per alcune sedute particolarmente fondamentali in realtà i dibattiti in generale sono seguiti da coloro che seguono l’argomento e che vogliono intervenire e quindi capita spesso che in aula ci siano meno partecipanti. Non è una bellissima immagine ma ha un motivo. Stiamo discutendo sulla riorganizzazione del metodo delle attività per ridurre questa incidenza.

Sicuramente l’UE è un gigante economico e un abbastanza nano politico. La politica estera comune dell’Unione rientra in uno schema di unanimità fra gli Stati membri. Federica Mogherini ha potuto svolgere un ruolo importante, oggi purtroppo altamente fragilizzato dagli ultimi eventi ma che per molti anni è stato molto solido. Basti pensare al completamento e il mantenimento in piedi dell’accordo sul nucleare iraniano. In questo caso è stato fatto un comune lavoro di negoziazione diplomatico. Quello dell’alto rappresentante è stato un mandato denso. 

In generale l’Unione ci appare spesso molto frammentata, divisa tra interessi nazionali contrapposti e dove una sintesi comune è difficoltosa quando invece oggi si richiede unanimità di vedute per poter prendere delle posizioni comuni. Quello di rivedere il metodo decisionale dell’Unione sulla politica estera sarà un tema di discussione per i prossimi anni.

Sarà utile magari costruire alleanze variabili, delle strutture di integrazione rafforzata con alcuni paesi su alcuni temi che hanno un’attinenza con la politica estera. Può essere sul tema migratorio come su quello della difesa. Io credo che sia importante immaginare formazioni differenziate perché forse con tutti e 28/27 non si riesce a fare tutto. Si può immaginare una differenziazione che può essere un passaggio verso una politica estera comune decisa meno farraginosa meno lenta e difficoltosa di come è oggi.

Aggiungo che oggi attraverso alcuni strumenti di politica collaterale alla politica estera l’UE fa già una sua politica estera comune parallela. Ne è un esempio la politica commerciale che fa l’UE. La politica commerciale è pienamente comunitaria e in mano agli organismi dell’UE. Non c’è più oggi la possibilità per gli Stati membri singolarmente di fare accordi commerciali da soli, e questo spostamento sul piano comunitario della competenza a trattare la politica commerciale ha provocato alcune conseguenze.

Adesso il Parlamento europeo è un codecisore, cioè oltre ad avere una decisione a maggioranza sull’argomento commerciale e avere questa competenza trasferita a livello comunitario, il Parlamento europeo è un codecisore. 

Cosa porta a questo? Riporto la mia esperienza diretta nella scorsa legislatura: sono stato relatore dell’accordo commerciale con l’Uzbekistan sul cotone. Con paesi di media o piccola caratura internazionale come l’Uzbekistan, paese di media rilevanza, l’UE quando è unita fa sentire molto la sua forza commerciale e con questa può perseguire obiettivi politici. 

I governi europei volevano sorvolare un po’ sul tema del lavoro minorile per la raccolta del cotone, molto diffuso in Uzbekistan, su cui il Parlamento europeo ha imposto uno stop all’accordo fintanto che non ci fosse una soluzione. Dopo che il Parlamento europeo ha bloccato per 3 anni con questa motivazione l’accordo è stato fatto un lavoro con: noi del Parlamento europeo e la Commissione, con la supervisione dell’ONU e dell’Organizzazione internazionale del lavoro. 

Sono state fatte operazioni di monitoraggio, io stesso sono stato in Uzbekistan, dove abbiamo perseguito e ottenuto con risultato misurabili, la eradicazione con quasi cancellazione del lavoro minorile in quel paese. Questo è stato possibile attraverso il meccanismo di “carota e bastone”, realizzato con l’utilizzo della competenza esclusiva comunitaria sul fronte della politica commerciale.

Abbiamo quindi perseguito una politica di diritti di lavoro; dei diritti umani e diritti dell’infanzia attraverso competenze politiche commerciali, dove c’è una maggior forza dell’azione comune tra i Paesi membri rispetto alla politica estera su cui in generale prevalgono limiti procedurali e di interesse rispetto a paesi, più restii a una vera condivisione, che in parte è comprensibile.

In fondo la politica estera di paesi come la Finlandia e Cipro e Portogallo si può capire che sia diversa, quando si parla della Russia, della Turchia o sud-america. Ovviamente per le loro specifiche storie, ed è chiaro che questo ha un peso che non si può cancellare in maniera ingenua. Dicendo: “dovremmo avere una politica estera comune” si fa un lavoro di approssimazione che non tiene conto che, probabilmente, servono dei compromessi.

Ma non si può neppure lasciare le cose come stanno oggi, dove indubbiamente la politica estera comune vive una situazione di stallo quando capita di fare alcune scelte di grande politica. L’UE in Siria è stata la più tempestiva riguardo agli aiuti umanitari e ma sulla capacità di dare una risposta per ricostruire il paese e le sue istituzioni ha avuto un ruolo ancillare, rispetto a USA, Iran, Turchia e Russia, arrivando in ritardo».

Pensando alle ultime vicende politiche europee che coinvolgono i suoi cittadini, dai gilet gialli in Francia, la Brexit, i sentimenti indipendentisti di Scozia e Catalogna o la fiducia nell’uomo forte (Salvini, Orban). Il filo conduttore che lega questi fenomeni è il sovranismo. Fatta eccezione per alcune frange dei movimenti indipendentisti, tutti questi sono polarizzati in senso opposto all’Europa. Come pensa che debba muoversi l’europa per far fronte a questo fenomeno e come lo sta affrontando adesso?

«Io penso si debba fare una pulizia lessicale secondo me il sovranismo è un termine fuorviante. La sovranità nazionale oggi è indubbiamente erosa dai fenomeni di globalizzazione, la trasformazione del mondo intorno a noi e della crescita di grandi paesi continente. Una situazione che noi vediamo evolvere in questi anni in maniera rapida che ha portato verso lo sviluppo di una finanza difficile da regolare, una evasione fiscale transnazionale sempre più complessa da affrontare e a fenomeni come cambiamento climatico e le grandi migrazioni. 

Tutte queste cose hanno portato a un’effettiva erosione della sovranità nazionale e alla conseguente difficoltà per gli Stati nazione europei, piccoli medi rispetto al globo, di elaborare una risposta all’altezza della dimensione dei problemi.  

Con una UE con bilancio modesto e con un deficit di capacità decisionale sulla fiscalità e sulla politica estera ci ritroviamo a fenomeni di questo tipo. Abbiamo poi una risposta sbagliata dei “sovranisti” che non coltivano una vera ambizione per la costruzione di sovranità, che è una cosa positiva, ma si tratta di una vecchia risposta nazionalista. Illudendoci sul fatto che nel mondo, com’è oggi, questa risposta possa riuscire a dare una scossa per un recupero di sovranità.

Un’impostazione del tipo “noi ci chiudiamo, stiamo per i fatti nostri, stiamo chiusi per riuscire a recuperare così la capacità di intervento dove oggi siamo scoperti” è in realtà un’illusione e una romantica immaginazione di un mondo che non esiste e che si possa difendere dalle cose chiudendosi.

Serve invece costruire una vera sovranità democratica più forte, che oggi è fragile, perché l’UE fa fatica sui diversi fronti già citati ad avere uno sguardo di orizzonte di medio termine. Ne abbiamo bisogno perché questa è l’unica possibilità per dare una risposta vera ai problemi reali che ci sono nel gestire un mondo sempre più complesso e per fronteggiare le disuguaglianze che sono esplose negli ultimi 10 anni di crisi economica sociale democratica in Europa. 

L’UE e il suo progetto com’è oggi è arrivato a un esaurimento di funzione ma la risposta non può essere lo smantellamento dell’integrazione che adesso c’è, serve farla salire di livello, di forza e sviluppo attraverso un rafforzamento dell’integrazione comunitaria, ovviamente attraverso una maggiore democratizzazione dei processi. 

Io credo che questa sia una risposta sensata e che può dare concretezza alla ricerca di un’identità e risposte di senso che ci sono dietro la deriva nazionalista. Abbiamo bisogno di appassionare le persone a un progetto che dia un senso e una appartenenza.

Lo stato nazione come lo conosciamo, messo da solo rischia di apparire oggi come una cosa di cui non ci si riesca più a fidare. Come un’entità che si difende in maniera semplicistica e romantica ma senza poi sapere e capire come ridargli un senso vero per difendere le persone e dare loro protezione. 

Oggi bisogna dimostrare che stando insieme in maniera convinta con più forza si può dare una risposta a questi bisogni attraverso una costruzione comune. Una federazione. Io sono molto netto e penso che serva una federazione europea. Una federazione leggera, diversa da altri progetti federali conosciuti nella storia.

Abbiamo bisogno della costruzione di un’organizzazione dove sui grandi temi e questioni si apra davvero a un fronte comune per stare all’altezza delle sfide e dei contesti che oggi abbiamo nel mondo. Dobbiamo difendere questo modello unico europeo, unico, della congiunzione di democrazia e stato sociale. 

Non lo abbiamo da nessun’altra parte nel mondo e io credo che, nonostante i suoi acciacchi e limiti sul fronte democratico e stato sociale, valga comunque la pena che sia difeso nei suoi principi, che oggi sono minoritari ormai nel mondo. Siamo in una situazione in cui questo modello è sotto attacco da altri modelli politici, sociali, politici e economici diversi dal nostro e in aperta competizione come quello della Cina, USA, Russia. 

Oggi serve ritrovare una forza per difendere questo modello. Credo sia qualcosa di cui non dico andare fieri, che non vuol dire niente, ma di cui non dobbiamo dimenticarci che non è scontato nel resto del mondo».

L’ex segretario Matteo Renzi ha lasciato il partito democratico parlando di “Scissione Consensuale”. Questo nuovo soggetto ITALIA VIVA è un progetto aperto alle nuove generazioni, lei che idea si è fatto? Glielo chiedo perché sembra un partito che ambisce ad attrarre nuovi giovani e lei sembrerebbe un target potenziale.

«Io penso che Renzi abbia sbagliato anche perché ha consumato una reputazione positiva che aveva anche nel mondo progressista europeo. Era considerato un leader che, seppur con tante contraddizioni e limiti discutibili, aveva fatto battaglie in Europa per politiche umane, economiche, vicine alle ragioni della crescita sviluppo ed equità. 

Godeva di una buona reputazione anche nel mondo della sinistra europea, dove invece questa rottura è apparsa come la volontà di indebolire per ragioni di egoismo personale il governo che aveva mandato via Salvini e aveva aperto la speranza di un ruolo utile dell’Italia forte in Europa per riformare l’UE e dare una spinta verso una direzione giusta. 

Nessuno capisce bene cosa sia Italia Viva se non un veicolo oggi di una ambizione personale. Io mi auguro che continui a dare un contributo utile di riflessione tematica sui temi oggetto dell’azione di governo ma credo che nel complesso sia stata una impresa politica più dannosa che altro. Ma dannosa per lo stesso Matteo Renzi che è apparso come un politico alla ricerca di una ribalta per la perdita del ruolo di Primo Ministro e di segretario di un grande partito ricercando un proprio protagonismo.

Viene vista come una mossa poco seria da moltissimi osservatori, anche in europa, e vorrei sottolineare che l’effetto concreto della natura sul piano europeo è nullo. In Europa a nessuno interessa questa scissione. Perché ha prodotto che un collega ha deciso di aderire e rispetto la sua scelta, ma a parte questo la rottura nei palazzi romani non ha alcun rilievo né per l’UE né per il mondo politico europeo. Con questa mossa Renzi di fatto si è eclissato. Scompare dalla geografia perché ha creato un partitino le cui sorti sono considerate diciamo evanescenti e comunque di scarsa importanza per la politica europea.

Il collega è rimasto nei S&D?

«Si e sono contento se la nostra famiglia politica mantiene la sua consistenza in Parlamento, anche se va detto che ad oggi Italia Viva ancora non sappiamo dove si collocherà».

Lei è un giovanissimo del Partito Democratico a cui ha aderito nel 2007. È stato coordinatore provinciale dei Giovani Democratici, in questa legislatura europea è stato il 1° dei candidati liguri; 1° fra gli uomini deputati uscenti nel nord-est e dal 22 luglio è capo delegazione del gruppo PD al Parlamento europeo.  Nel gennaio 2016 la rivista americana FORBES la indicava come uno dei trenta giovani politici più influenti in Europa. Inoltre, a marzo del 2018 è stato premiato come miglior eurodeputato dell’anno (MEP Awards) nella categoria “Lavoro e Affari Sociali”, grazie al suo impegno per l’occupazione giovanile.

Come nasce questa sua passione politica? E chi è la personalità che l’ha ispirata maggiormente, se c’è?

«La mia passione per l’Europa nasce da molti fattori, ma il momento più importante di sviluppo è quando a 19 anni ho visitato il Parlamento europeo con un’organizzazione politica di cui facevo parte, la Sinistra Giovanile. Al tempo il capo delegazione di sinistra che ho incontrato era Nicola Zingaretti, che oggi è il segretario del PD. Oggi quel capo delegazione sono io, ho l’onore di questa “eredità storica”, mentre prima di me c’erano Patrizia Toia e David Sassoli, l’attuale presidente del Parlamento europeo.

Io li quando feci quella visita rimasi colpito perché la sede principale del Parlamento europeo a Bruxelles era intitolata a un italiano. Altiero Spinelli. lo è ancora oggi. Mi sono appassionato e mi sono studiato la figura di Spinelli e tuttora mi ispira e mi affascina. 

Il Manifesto di Ventotene scritto da confinato antifascista a Ventotene è ancora un testo profetico perché parla di questioni migratorie, innovazione tecnologica, cambiamenti climatici, con capacità di previsione delle sfide che l’Europa avrebbe avuto dopo la seconda guerra mondiale che in quel momento era ancora una realtà purtroppo per chi scriveva a quei tempi. Avrebbe avuto queste sfide da affrontare soltanto se fosse stata unita». 

È stato anche membro del Parlamento europeo.

«Si lo è stato negli anni 80 è stato anche un parlamentare che ha saputo sfidare i governi europei nel dare seguito a una vera costruzione più integrata e dare un ruolo più forte al Parlamento europeo».

Cosa sono gli Xinjiang Papers pubblicati dal New York Times?

Cosa sono gli Xinjiang Papers pubblicati dal New York Times?

I documenti trapelati non hanno precedenti e confermano che il Partito Comunista Cinese sta facendo una pulizia etnica del suo popolo con la scusa di combattere il terrorismo. L’obiettivo reale è invece quello di dominare le religioni in favore del partito.

I corrispondenti asiatici del New York Times Austin Ramzy e Chris Buckley sabato scorso hanno pubblicato gli Xinjiang Papers, una raccolta di 403 pagine di documenti governativi riservati, compreso i discorsi del presidente cinese Xi Jinping e di altri funzionari del PCC sulla deportazione e repressione della minoranza musulmana uigura nella regione autonoma dello Xinjiang.

Questa fuga di documenti dalla Cina non ha precedenti. Uno dei giornalisti ha twittato che a consegnare questi documenti è stata una persona dell’establishment politico cinese con “la speranza che la divulgazione impedisca ai leader del partito, incluso Xi Jinping, di sfuggire alla colpevolezza per le detenzioni di massa”. Gli Xinjiang Papers aprono una finestra sul PCC e sulla pulizia etnica della minoranza uigura.

Torture, stupri e campi di prigionia

Per costringere questi civili a collaborare le autorità ricorrono a torture; arresti e detenzioni; esecuzioni sommarie; stupri e aggressioni sessuali; gravi lesioni fisiche ai civili; ghettizzazione dei civili in aree ristrette; prelievi forzati; sfollamenti e deportazioni. Accade nello Xinjiang, “territorio autonomo” nel nord-ovest della Cina e sede di molte minoranze etniche.

Ci sono circa 14 milioni di musulmani uiguri che vivono nello Xinjiang. Dal 2014, uno su tre di loro è finito in “campi di rieducazione”, la maggior parte senza particolari capi d’imputazioni. In questi campi queste persone devono giurare fedeltà verso il PCC e rinunciare all’Islam, cantare elogi per il comunismo e ad imparare il cinese mandarino.” Sono circondati da telecamere e microfoni per controllare ogni mossa o espressione come in una prigione di massima sicurezza. Un tribunale internazionale ha le prove del prelievo forzato e della deportazione in questi campi.

Le donne uiguri, che solitamente non sono al sicuro neanche fuori da questi campi, sono quelle che se la passano peggio: sono vittime di stupri, aggressioni, costrette a prendere contraccettivi e persino ad aborti forzati. Ci sono notizie di matrimoni forzati con uomini cinesi Han contro la volontà di queste. Nel caso in cui i loro mariti sono finiti nei campi, gli uomini cinesi hanno il compito di sorvegliare queste donne uiguri e di dormire nello stesso letto.

Oltre a indicibili sofferenze umane, gli uiguri stanno man mano perdendo i loro siti religiosi e il loro patrimonio culturale. È stato riferito che tantissime moschee e siti religiosi musulmani sono stati demoliti nello Xinjiang.

Fonte: Internazionale

Questa demolizione culturale supera quella della rivoluzione culturale di Mao (1966-1976). Gli uiguri temono che i loro bambini, in assenza di genitori e luoghi di culto, cresceranno senza coscienza della loro identità culturale e religiosa. Ciò che le autorità di Pechino hanno fatto e continuano a fare nello Xinjiang è a dir poco una pulizia etnica.

Gli Xinjiang Papers confermano che tutto questo rientra esattamente nei piani del PCC. Nel 2014, successivamente ad alcune aggressioni di alcuni uiguri musulmani, il presidente cinese Xi Jinping nei discorsi privati ​​ai membri del PCC si è lamentato del fatto che gli strumenti e i metodi utilizzati dalla polizia dello Xinjiang erano “troppo primitivi”. Voleva che “le armi della dittatura democratica popolare dovevano essere usate senza alcuna esitazione” per estirpare il radicalismo islamico dallo Xinjiang. In una registrazione dice: “Dobbiamo essere duri come lo sono loro, senza mostrare assolutamente pietà”.

Nonostante Xi si sia espresso in favore della tolleranza religiosa in alcuni dei suoi discorsi e sul rispetto del culto degli uiguri, addirittura ammonendo i suoi compagni troppo zelanti, tutto questo rientra in un piano più ampio. Nutre l’ambizione di “sinicizzare” tutte le religioni, cioè di riadattate in modo che possano servire il PCC. Le chiese cristiane sanzionate dal governo in Cina devono appendere il ritratto di Xi vicino alla croce, uniformando il suo status a Dio.

Lo scorso marzo è stato raggiunto un accordo tra Xi Jinping e Papa Francesco sulla nomina dei vescovi. Il Papa ha dovuto accettare che oltre a lui anche il governo cinese può nominare i vescovi, dopo che la Cina ha incominciato a farlo autonomamente molto prima dell’accordo godendo così di una schiera di cattolici filo-governativi.

All’inizio di quest’anno, il governo cinese ha pubblicato un piano per “un’islam compatibile con il socialismo cinese”. Queste direttive spiegano la repressione del PCC verso queste minoranze che non si limitano allo Xinjiang e ha poco a che fare con la lotta al radicalismo. Sappiamo inoltre che la repressione sta ora coinvolgendo altri due gruppi etnici in Cina, Hui Muslim e Dongxiang.

Dagli Xinjiang Papers non emergono soltanto le modalità e i piani repressivi del governo cinese ma anche la retorica seguire e come Pechino intende mentire al riguardo.

Un trattamento speciale è riservato agli studenti uiguri, figli di genitori deportati. Farli ritornare a casa da altre parti della Cina attirandoli con la menzogna. Sono monitorati sui social network WeChat, Weibo e altre piattaforme per verificare le loro posizioni verso il governo cinese.

I funzionari locali e la polizia sono incaricati di incontrarli al ritorno il più presto possibile: se gli studenti si chiedono dove siano le loro famiglie gli rispondono che “sono in scuole di formazione istituite dal governo” e che “sono trattate molto bene, con un alto standard di vita, vitto e alloggio gratuiti”.

Se uno studente chiede quando potrà rivedere la sua famiglia o quando saranno liberi, ai funzionari viene chiesto di rispondere che la loro famiglia “è stata infettata dal virus del radicalismo islamico e deve restare in quarantena”.

La direttiva impone anche di fare minacce velate agli studenti, avvertendoli che il loro comportamento determinerà per quanto tempo le loro famiglie rimarranno nei campi. Agli studenti viene anche detto di essere grati per la benevolenza e la generosità del PCC.