Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

“Nel 1989, il mondo ha scelto la pace; oggi dobbiamo tornare ad avere quella stessa prospettiva.

Il muro di Berlino, che per decenni aveva diviso non solo una città ma anche una nazione e l’Europa stessa, cadde nel novembre 1989 e la storia accelerò la sua marcia.

Quei momenti mettono alla prova la responsabilità e la saggezza degli statisti. I cambiamenti attesi da tempo nei paesi dell’Europa centrale e orientale avevano ricevuto un forte impulso dal processo democratico già in atto nell’Unione Sovietica. Le richieste della gente stavano diventando sempre più urgenti e radicali.

Nell’autunno del 1989 la situazione nella Germania dell’Est, la D.D.R., si fece esplosiva. Grandi gruppi di persone stavano lasciando il paese; la gente fuggiva in massa attraversando Ungheria e Cecoslovacchia, che nel frattempo avevano aperto i loro confini occidentali. Nelle principali città, i cittadini scesi in piazza, manifestarono pacificamente, ma la violenza con conseguenze al di fuori del controllo di chiunque non poteva essere esclusa.

Nell’ottobre 1989, partecipai ai festeggiamenti di Berlino Est, in occasione del 40° anniversario della D.D.R. Mentre ero in piedi sul podio, e salutavo le file dei partecipanti alla sfilata, sentii quasi fisicamente lo scontento della gente. Sapevamo che erano stati accuratamente scelti, il che rendeva il loro comportamento ancora più sorprendente.

Cantavano: Perestrojka! Gorbachev, aiutaci! Gli eventi successivi confermarono il rapido sgretolamento del regime della D.D.R. Le proteste e le richieste politiche – dalla libertà di emigrare alla libertà d’espressione e dallo scioglimento degli organi di governo alla riunificazione della Germania – stavano crescendo. La caduta del muro di Berlino non è stata quindi una sorpresa per noi.

Quel che accadde il 9 novembre 1989 fu il risultato di circostanze specifiche e dell’evoluzione dell’umore popolare. In quelle condizioni, il primo passo della leadership sovietica fu quello di rimpatriare la forza militare delle truppe sovietiche di stanza nella D.D.R. Allo stesso tempo, abbiamo fatto del nostro meglio per assicurarci che il processo procedesse lungo linee pacifiche, senza violare gli interessi vitali del nostro paese o minare la pace in Europa.

Ciò era estremamente importante, perché dopo la caduta del muro gli sviluppi nella D.D.R. si fecero turbolenti. La riunificazione della Germania era ormai all’ordine del giorno e questo processo era destinato a preoccupare anche i cittadini sovietici, molti dei quali si allarmarono.

La loro preoccupazione fu comprensibile, sia storicamente che psicologicamente. Dobbiamo fare i conti con la memoria della gente sulla guerra, sui suoi orrori e sulle sue vittime. Naturalmente i tedeschi erano cambiati; avevano imparato le lezioni del reich di Hitler e della seconda guerra mondiale. Ma ci sono cose che non possono essere cancellate dalla storia.

Dissi al cancelliere Kohl: “è importante che i tedeschi, nel gestire l’unificazione, rispettino i sentimenti degli altri popoli e i loro stessi interessi”. Non eravamo gli unici ad essere preoccupati. Gli alleati NATO della Repubblica Federale Tedesca (F.R.G.) – Francia, Gran Bretagna, Italia – non volevano una rapida riunificazione. L’ho capito dai miei colloqui con i loro leader.

In tutti quei paesi che erano stati aggrediti [dalla Germania], c’era il timore che l’unificazione della F.R.G. e D.D.R. avrebbe accresciuto molto il potere della Germania. Avevano serie ragioni non dette, storiche e politiche per tali paure. Credo che i paesi europei membri della NATO non sarebbero stati contrari a sfruttare Gorbachev per frenare l’unificazione.

Oggi, leggendo alcuni commenti e reminiscenze di quel tempo, si potrebbe avere l’impressione che il processo di riunificazione sia stato un gioco da ragazzi, che tutto sia sceso come la manna dal cielo, o che tutto sia avvenuto sulla scia di una buona opportunità o addirittura con l’ingenuità di alcune parti . Ma non fu così.

I due più quattro negoziati che coinvolsero le due Germanie, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna non potevano procedere facilmente. Ci furono discussioni controverse e scontri di opinioni, e talvolta sembrava che un solo malinteso avrebbe fatto saltare i negoziati. Ma si conclusero con successo, perché tutte le parti di questo complesso processo diplomatico mostrarono lungimiranza, nonché coraggio e un senso di alta responsabilità.

Tuttavia, quando mi chiedono chi considero l’eroe principale di quel periodo di drammaticità e tumulto, rispondo sempre: il popolo. Non sto negando il ruolo dei politici. Erano molto importanti. Ma erano le persone – i due popoli – che contavano di più. I tedeschi, che manifestavano il loro desiderio di unificazione nazionale e con un processo pacifico.

E naturalmente i russi, che capivano le aspirazioni dei tedeschi, credevano che la Germania fosse davvero cambiata e sostenevano la volontà del popolo tedesco. Russi e tedeschi possono essere orgogliosi del fatto che dopo il tragico spargimento di sangue della guerra si siano capiti.

Se non lo fossero, il governo sovietico non sarebbe stato in grado di agire come ha fatto. Abbiamo tirato una linea conclusiva alla guerra fredda. Il nostro obiettivo era una nuova Europa: un’Europa senza linee di demarcazione. I leader che sono venuti dopo non sono riusciti a perseguire questo obiettivo.

In Europa non sono state create delle moderne architetture per la sicurezza e nemmeno un’istituzione forte per prevenire e risolvere i conflitti. Oggi nascono da qui i dolorosi problemi e conflitti che affliggono il nostro continente. Esorto i leader mondiali ad affrontare questi problemi e a riprendere il dialogo per il bene del futuro.

Gorbaciov, vincitore del premio Nobel per la pace, era l’unico presidente dell’Unione Sovietica


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Questo articolo è apparso sulla rivista Time]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Due settimane prima di Natale, festeggiamenti invernali e presepi scolastici saranno sospesi per convertire le aule in seggi elettorali, per la terza volta in quattro anni.

Le prossime elezioni britanniche pre-natalizie saranno l’ennesimo colpo di scena di una Brexit che non pare trovare la sua strada. Quando il 23 giugno 2016 i cittadini del Regno Unito fecero prevalere l’exit sul remain nel referendum consultivo votarono a scatola chiusa senza conoscere i termini.

Quando poi sono cominciati i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea c’è chi ha sollevato alcuni dubbi sulla fattibilità della Brexit e delle sue varie sfumature Deal e No-deal; hard e soft brexit.

La prossima tornata elettorale, la terza in meno di 4 anni, potrebbe cambiare le cose. Sarà incentrata molto di più sul futuro delle relazioni con l’Europa che sul resto dei temi. Attualmente i deputati della camera dei comuni non hanno un’idea condivisa su come lasciare l’Unione Europea, o se restare.

Cosa vogliono Johnson e Corbyn

Il premier conservatore Boris Johnson promette che con una sua maggioranza porterà, in un modo o nell’altro, il paese fuori dall’UE. Jeremy Corbyn, l’avversario laburista, propone un secondo referendum, con la possibilità di annullare tutto.

Già queste due proposte basterebbero a farci capire che i cittadini saranno difronte a una scelta importante. Anche se il tema principale sarà la Brexit, sono in gioco molti altri temi che potrebbero condizionare la scelta nelle urne. La sinistra di Corbyn promette di mettere lo stato al centro dell’economia, mentre i Tories di Johnson preferiscono una forma statale più liberista.

Questa Christmas challange tra sondaggi volatili, partiti in crescita e nuovi poli ideologici, sarà la meno prevedibile. Secondo il settimanale The Economist, un secondo referendum sarebbe il modo migliore per rompere l’impasse.

Nella camera dei comuni non piace a tutti l’accordo preso da Johnson con l’UE, così come non lo erano su quello negoziato dal suo predecessore, Theresa May, secondo alcuni più vantaggioso. La soluzione più chiara e trasparente sarebbe quella di chiedere nuovamente agli elettori, una volta comprese le condizioni sull’accordo per la Brexit, se vogliono continuare ad essere cittadini dell’UE.

Il Parlamento è stato incapace di organizzare un secondo referendum. E piuttosto che modificare la sua proposta, Johnson ha scelto le elezioni. Per ora, un referendum è fuori discussione.

Le proposte

Le proposte dei partiti sull’argomento Brexit sono formulate per soddisfare tutte le esigenze:
Brexit Party: no deal, uscita immediata senza accordo;
Tories: barebone deal o “Canada-minus” come preferisce Boris Johnson, accordo striminzito commerciale tradizionale che riduce le tariffe doganali. Non implica né pagamenti all’UE, né che il Regno Unito sia soggetto alla giurisdizione UE, né la necessità di accettare la libera circolazione;
Labour: nuovo referendum;
Liberal: annullare del tutto la Brexit.

Secondo gli analisti Corbyn, entrerebbe a Downing Street soltanto in coalizione con altre forze politiche, una strada in salita se prendiamo in considerazione il fatto che gli altri partiti non gradiscono molti punti del suo programma.

Anche i sondaggi rendono impossibile ogni previsione. Secondo i sondaggi i Tories sono 12 punti avanti rispetto ai Labour. Ma i sondaggi negli ultimi tempi sono altamente volatili. Solo pochi mesi fa i Tories erano al terzo posto. Theresa May ha iniziato la sua campagna nel 2017 con un vantaggio di 20 punti e in cinque settimane dopo ha perso la maggioranza.

I vecchi schieramenti di sinistra e destra resistono sulle argomentazioni economiche, ma hanno gradualmente lasciato sempre più spazio ad una nuova cultura politica. La Brexit ha accelerato il fenomeno ridisegnando il campo politico. I Tories si recheranno nei posti della classe operaia promettendo una Hard Brexit e conservatorismo sociale. I Labour, nel frattempo, saranno tra i ceti benestanti a predicare il Remain e il liberalismo sociale.

Le tattiche potrebbero non funzionare: Theresa May ha già tastato il polso agli operai del nord nel 2017, scoprendo che la classe operaia era ancora allergica ai Tories. Ma in generale i voti della classe media fanno gola a tutti i partiti, grandi e piccoli, solo che se le questioni economiche possono spesso essere risolte trovando un compromesso, le distanze ideologico-culturali no.

Ma esiste la possibilità che anche quest’ultimo esercizio democratico non riesca a produrre un risultato decisivo? Probabilmente si, perché l’ascesa dei partitini ha reso difficile per chiunque essere in maggioranza.

Le prossime elezioni avranno profonde conseguenze per la Gran Bretagna. Ma non dobbiamo sorprenderci se tra un anno il Paese starà ancora discutendo su come chiudere definitivamente il capitolo Brexit.

L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’interesse per Leonardo da Vinci non si è ancora esaurito, nemmeno 500 anni dopo la sua morte.

Leonardo da Vinci non era estraneo alla Francia. Trascorse i suoi ultimi tre anni nel paese, morendo a 67 anni in un castello della Valle della Loira esattamente 500 anni fa. La sua Gioconda, appesa al Museo del Louvre dalla Rivoluzione francese, caratterizza Parigi come una città di tesori d’arte.

E così è Parigi – nonostante l’irritazione di molti italiani, in particolare della città nativa di Leonardo, Firenze – che celebra quell’anniversario ospitando la più grande collezione delle sue opere di sempre.

Mandatory Credit: Photo by Thibault Camus/AP/Shutterstock (10452900i) Journalists watch the painting “La Belle Ferronniere” by Leonardo Da Vinci, at the Louvre museum, in Paris, . The Louvre, the home of the “Mona Lisa,” is commemorating the 500th anniversary of Leonardo Da Vinci’s death with a landmark new exhibit Da Vinci, Paris, France – 22 Oct 2019

Dopotutto, il Louvre possiede già cinque dei suoi 15 dipinti che ci rimangono. “Leonardo da Vinci” è il titolo della mostra che dal 24 ottobre resterà aperta al pubblico per quattro mesi. È già un successo straordinario, con gli oltre 410.000 prevendite staccate nei primi 5 giorni. E passeggiando per le stanze scure, si capisce il perché del successo.

Le quasi 120 opere spaziano da schizzi di quaderni a dipinti magistralmente illuminati, come la Madonna Benois e San Giovanni Battista, nonché i grafici a raggi infrarossi. Tutti esposti con l’obiettivo di far cogliere allo spettatore le inarrestabili indagini di Leonardo nelle varie discipline: biologia, architettura, meccanica, luce e trama.

La realizzazione non è stata facile. Il Louvre ha trascorso dieci anni per sollecitare gli altri musei, compresi quelli negli Stati Uniti, per farsi prestare i pezzi delle loro collezioni su Leonardo.

Foto del Museo del Louvre: Xinhua

Così, il celebre disegno dell’uomo vitruviano è arrivato da Venezia pochi giorni prima dell’apertura dopo una difficile battaglia giudiziaria in Italia sul fatto che fosse troppo fragile per sopportare il viaggio fino a Parigi.

Mancano all’appello Salvator Mundi e Monna Lisa!

“Nessun offerta riuscirà a portare a Parigi il dipinto Salvator Mundi”, venduto nel 2017 per 450,3 milioni di dollari, secondo quanto da detto il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. L’opera fa parte di una collezione privata ad Abu Dabi.

La Gioconda non sarà tra le opere esposte all’interno della mostra. L’opera occuperà infatti il suo classico posto al Louvre, dove ogni giorno oltre 30.000 persone passano davanti alla sua teca per scattarsi i selfie.

Il Louvre non voleva che quell’ossessione travolgesse la sua mostra di Leonardo, che richiede un biglietto a parte che include però un’esperienza della Gioconda in realtà aumentata.

“Se fosse presente la Gioconda, non ci sarebbe più una mostra generale su Leonardo” ha detto Louis Frank alla rivista americane TIME, uno dei curatori della mostra. “È l’opera più venerata nel museo.”

La Gioconda, dicono alcuni operai del Louvre, crea una calca massiccia di persone. A maggio, lo staff del museo ha scioperato, perché i 10,2 milioni di visitatori annuali stavano trasformando il Louvre in una “Disneyland culturale”, rendendo insostenibile il loro lavoro. “Il Louvre è soffocante”, ha dichiarato il loro sindacato. Questa mostra di successo di Leonardo farà poco per alleviare questa cosa.

Ma dato che tutti i biglietti dovranno essere prenotati in anticipo, sarà almeno per questo un’esperienza più ordinata, che potenzialmente attirerà i parigini che in genere si tengono alla larga dal Louvre. “Le persone vogliono vedere opere che conoscono, che riconoscono”, dice Frank. E la Francia, dopo tutto, non è di certo impermeabile a Leonardo.

Pegasus l’app israeliana che spia giornalisti e dissidenti

Pegasus l’app israeliana che spia giornalisti e dissidenti

L’app Pegasus, creata dal gruppo israeliano NSO, è uno spyware che sfrutta alcune vulnerabilità di Whatsapp per impossessarsi di dati e funzioni degli ignari possessori di smartphone che subiscono l’attacco. Un’indagine durata sei mesi ha portato a galla l’uso improprio dei clienti che hanno utilizzato quest’app che ha messo a rischio le libertà individuali delle persone.

L’indagine di sei mesi effettuata da Whatsapp ha mostrato l’uso improprio dello spyware da parte degli utenti che utilizzavano il prodotto dell’azienda israeliana.

Sono circa 100 giornalisti, tra attivisti per i diritti umani e dissidenti politici, vittime di attacco spyware sui loro smartphone. L’intrusione è avvenuta sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp, il secondo servizio di messaggistica più usato al mondo di proprietà di Facebook.

Le vittime dell’attacco, scoperto dal Financial Times a maggio, sono state contattate da WhatsApp martedì.

L’intrusione nei loro cellulari sarebbe avvenuta attraverso Pegasus, uno spyware progettato dal gruppo NSO, con sede in Israele. Questo software una volta installato sarebbe entrato in azione attivando semplicemente la funzione di chiamata di WhatsApp verso la vittima. Così una volta effettuata la chiamata l’utente di Pegasus avrebbe preso possesso di tutte le funzioni dello smartphone.

Lo spyware si è infiltrato anche se un utente non ha risposto alla chiamata di WhatsApp. Le chiamate perse venivano spesso cancellate dai registri delle chiamate, lasciando gli utenti ignari del fatto che il loro telefono fosse stato contagiato. 

WhatsApp, dopo la rivelazione del Financial Times, ha presentato una denuncia al tribunale degli Stati Uniti al servizio di NSO. “Questa è la prima volta che un provider di messaggistica crittografata intraprende un’azione legale contro un soggetto privato che ha effettuato questo tipo di attacco” hanno dichiarato da WhatsApp.

Tra le vittime spiate c’erano politici, personalità religiose di spicco, avvocati e attivisti che combattono la corruzione e le violazione dei diritti, e persone che hanno subito tentativi di omicidio e minacce violente.

Da WhatsApp dichiarano di aver trascorso sei mesi a indagare su questa violazione, scoprendo che gli aggressori hanno utilizzato quest’app per colpire circa 1.400 telefoni in un periodo di due settimane la scorsa primavera. A maggio ha chiesto ai suoi 1,5 miliardi di utenti di aggiornare le loro app al fine di colmare la lacuna.

NSO afferma che Pegasus è stato venduto solo alle forze dell’ordine e alle agenzie d’intelligence per prevenire criminalità e terrorismo. Ma WhatsApp, in collaborazione del Citizen Lab dell’Università di Toronto ha scoperto che a spiare c’è una parte considerevole della società civile, affermando che c’è un “palese utilizzo abusivo” dello spyware.

“Esiste un selvaggio west legislativo sull’utilizzo di queste tecnologie spyware e antintrusione” secondo John Scott-Railton, ricercatore senior presso Citizen Lab. “Se fornisci ai governi autoritari il potere di curiosare senza in questo modo, è quasi scontato che prima o poi abuseranno di questa tecnologia”.

Martedì le vittime degli attacchi spyware sono state contattate da WhatsApp.

WhatsApp ha collaborato con Citizen Lab contattando alcune potenziali vittime tra attivisti e giornalisti specializzati in diritti umani per comunicare loro che i loro telefoni potrebbero essere stati compromessi dalle persone che utilizzano lo spyware di NSO.

Gli utenti che utilizzano lo spyware Pegasus possono leggere tutti i messaggi e le e-mail memorizzate su un telefono infetto; ascoltare le chiamate in entrata o in uscita; accendere la videocamera e il microfono per registrare le conversazioni. 

L’indagine di WhatsApp è la prima su larga scala di come gli utenti di NSO sono in grado di utilizzare e abusare di questo spyware.

All’inizio dell’anno, la società ha dichiarato ai potenziali investitori di aver venduto Pegasus ad almeno 20 paesi dell’UE e che metà dei suoi ricavi del 2018 di $ 251 milioni provenivano da clienti dal Medio Oriente.

WhatsApp ha chiesto “una rigida supervisione legale e garanzie sulle armi informatiche, affinché non vengano utilizzate per violare i diritti e le libertà individuali di tutte le persone ovunque siano nel mondo”.

NSO ritiene che le accuse di uso improprio dei suoi prodotti siano basate su “informazioni errate” dichiarando inoltre che contesta le accuse e che le combatterà duramente. “La nostra tecnologia non è progettata o concessa in licenza per l’uso contro attivisti e giornalisti per i diritti umani.”

Dopo aver respinto le critiche secondo cui i suoi utenti fanno un uso improprio del software. NSO ha detto che a maggio avrebbe introdotto ulteriori riforme per prevenire gli abusi.

David Kaye, relatore delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, ha scritto a Shalev Hulio, amministratore delegato di NSO, questo mese, affermando che le sue nuove politiche erano inadeguate, soprattutto riguardo alle indagini sulle violazioni dei diritti sollevate dagli informatori.

“Il record di NSO Group è preoccupante”, ha dichiarato Kaye al FT. “A peggiorare le cose, le sue attività sono opache e soggette a vincoli minimi, in alcuni casi si tratta di vincoli governativi. La mia speranza è che accuse come queste incoraggino i governi a intraprendere forti azioni normative per limitarle”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Mehul Srivastava dal Financial Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Il presidente Trump può vantare, grazie al supporto dei curdi e dei russi, di aver sconfitto finalmente il capo dell’ISIS. Ma si sbaglia se pensa che adesso la missione è compiuta.

Il raid dei commando americani in Siria annunciato dal presidente Trump domenica è riuscito a sconfiggere Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Una vittoria significativa nonostante l’annuncio del ritiro delle forze americane.

I cani dei militari americani hanno inseguito Abu Bakr al-Baghdadi fino in fondo al tunnel dov’era nascosto mentre lui “piagnucolando, piangendo e urlando” correva accompagnato da tre bambini. Addosso aveva un giubbotto esplosivo che poi ha fatto esplodere, per non farsi catturare vivo, uccidendo anche i bambini, secondo l’insolito racconto di Trump.

Aggiungendo poi nello stesso discorso televisivo in diretta dalla Casa Bianca “Ieri sera, gli Stati Uniti hanno fatto giustizia sul leader terrorista numero 1 al mondo, Abu Bakr al-Baghdadi è morto.”

Nonostante il corpo di al-Baghdadi sia stato martoriato dall’esplosione i test hanno confermato la sua identità. Trump ha continuato incessantemente a ritrarlo come un “pazzo depravato” e i suoi seguaci come “perdenti” e “cuccioli impauriti”. Il lessico infuocato e orgoglioso è stato diverso rispetto ai classici approcci solenni dei suoi predecessori. “È morto come un cane”“È morto come un codardo.”

Secondo il racconto del presidente le forze americane a bordo di otto elicotteri hanno attraversato lo spazio aereo controllato dalla Russia con il lasciapassare di Mosca. Sono atterrate nonostante il fuoco ostile nemico e sono entrate nell’edificio designato attraverso un buco nel muro anziché posizionare una trappola esplosiva all’ingresso principale. Nessun americano è morto durante l’operazione, anche se Trump ha detto che uno dei cani dell’esercito è rimasto ferito.

Sabato la Casa Bianca ha pubblicato una foto di Trump circondato dai suoi consiglieri nella Situation Room mentre assisteva al raid, rievocando la stessa scena di Barack Obama che assisteva al raid contro Osama bin Laden nel 2011. Trump sembrava persino suggerire che uccidere al-Baghdadi fosse più importante che uccidere Bin Laden.

Eppure Al-Baghdadi non ha mai intimorito gli americani come Bin Laden pur essendo di fatto un nemico tenace e pericoloso per gli Stati Uniti e suoi alleati in Medio Oriente.

Al-Baghdadi, 48 anni, figlio di un pastore iracheno fu arrestato dagli americani nel 2004. Si è radicalizzato durante gli 11 mesi di prigionia formando poi una forza terroristica più pericolosa di Al Qaeda. Predicava un Islam virulento ed è arrivato a controllare una fascia di territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.

La sua posizione è stata scoperta quest’estate dopo l’arresto e l’interrogatorio di una delle sue mogli e di un corriere, come riferito dai funzionari americani. Abitava nel profondo interno della Siria nord-occidentale, fatto che ha sorpreso gli americani perché si tratta di una zona controllata da gruppi di al Qaeda, rivale dell’ISIS.

La presenza di Baghdadi nelle aree dominate da Al Qaeda potrebbe significare molte cose. C’è il pericolo che tra loro siano ripartiti i negoziati per la riunificazione e/o una collaborazione con elementi di Al Qaeda per gli attacchi contro l’Occidente.

Partendo da questo primo indizio, la CIA ha lavorato a stretto giro con l’intelligence curda in Iraq e Siria – compresi quelli presi colti di sorpresa dalla decisione di Trump di ritirare le truppe americane dal nord della Siria all’inizio di questo mese – per identificare la posizione di Baghdadi e sfruttando le spie per monitorare i suoi movimenti.

Per Trump, la missione compiuta contro al-Baghdadi potrebbe essere sia una vittoria strategica nella guerra allo Stato Islamico sia un contrappunto politicamente utile per zittire i critici che lo hanno assalito nelle ultime settimane dopo la scelta di ritirare le truppe, che ha permesso alla Turchia di attaccare e respingere gli alleati curdi dalla Siria settentrionale.

La morte di al-Baghdadi è un’altra importante vittoria nella campagna contro lo Stato islamico, ma gli esperti di antiterrorismo hanno avvertito che l’organizzazione potrebbe essere ancora una potente minaccia.

“Il pericolo qui è che Trump decida ancora una volta di spostare l’attenzione dall’ISIS ora che il suo leader è morto”, ha dichiarato Jennifer Cafarella, direttrice dell’Istituto per lo studio della guerra a Washington. “Sfortunatamente, uccidere i leader non sconfigge le organizzazioni terroristiche. Avremmo dovuto imparare quella lezione dopo aver ucciso Osama bin Laden, dopo di che Al Qaeda ha comunque continuato ad espandersi a livello globale. “

Lo stato islamico ha le sue radici in Al Qaeda in Iraq, un gruppo sunnita fondato nei primi anni della guerra in Iraq da Abu Musab Al-Zarqawi. Nel giugno 2006, Al-Zarqawi è stato ucciso nella sua dimora blindata dalle bombe americane, ma il suo gruppo ha continuato la sua devastante violenza in Iraq e la guerra civile è degenerata nel corso dell’anno successivo. Anni dopo, il Al-Baghdadi, dopo un periodo di debolezza per il gruppo, trasformò l’organizzazione in Stato Islamico, con l’aiuto di funzionari un tempo fedeli a Saddam Hussein.

Se la morte di Al-Baghdadi fosse confermata, darebbe inizio a una lotta di successione tra i massimi leader dello Stato islamico. Negli ultimi anni molti altri leader sono morti negli attacchi e nei raid americani con i droni. Anticipando la propria morte, Al-Baghdadi ha delegato le autorità a luogotenenti regionali e funzionali per garantire che le operazioni dello Stato islamico continuassero.

  • Peter Baker è il principale corrispondente della Casa Bianca e ha ricoperto gli ultimi quattro presidenti per The Times e The Washington Post. È anche autore di cinque libri, di recente “Impeachment: An American History”. @PeterbakernytFacebook 
  • Eric Schmitt è uno scrittore senior che ha girato il mondo occupandosi di terrorismo e sicurezza nazionale. Era anche il corrispondente del Pentagono. Membro del personale del Times dal 1983, ha condiviso tre premi Pulitzer. @EricSchmittNYT
  • Helene Cooper è una corrispondente del Pentagono. In precedenza era redattrice, corrispondente diplomatica e corrispondente della Casa Bianca, e faceva parte del team che ha ricevuto il Premio Pulitzer 2015 per i rapporti internazionali, per la sua copertura dell’epidemia di Ebola. @helenecooper

[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Peter Baker, Eric Schmitt, Helene Cooper dal New York Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Pin It on Pinterest