Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Cari blogger e politicanti speculatori non sarà il vostro post a riportare la stabilità a Caracas.  Facciamo chiarezza dopo le speculazioni di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo e dei blogger da quattro soldi contro il turbo-capitalismo.

AGGIORNAMENTO 26/01/2019 alle 13:06
Francia, Spagna e Germania si dichiarano congiuntamente pronte a riconoscere Guaidò, se entro un periodo di otto giorni non ci sarà una convocazione di elezioni eque, libere e trasparenti in Venezuela.

Intanto, secondo un’inchiesta di Reuters, negli ultimi giorni sarebbero arrivati in Venezuela un certo numero di “contractors” russi, cioè mercenari che lavorano per società militari private, con l’obiettivo di difendere il regime del presidente Nicolás Maduro dai tentativi dell’opposizione di togliergli il potere. L’inchiesta sarebbe basata sulla testimonianza di diverse fonti. Il ministero della Difesa russo e il ministero dell’Informazione venezuelano non hanno commentato la notizia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato, riferendosi alla presenza di mercenari russi in Venezuela: «Non abbiamo questa informazione»

Ho deciso di scrivere dopo che ieri verso l’una ho visto un post su facebook di Giorgio Cremaschi esponente di Potere al Popolo. Cremaschi ha pubblicato un video messaggio sui social dal titolo: “A FIANCO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, CON IL LEGITTIMO PRESIDENTE MADURO.. No al golpe fascista di Trump, vergogna a chi lo sostiene, manifestiamo ovunque la condanna dei golpisti, ricordiamoci di Allende, non devono passare..L’impero americano nella spazzatura della storia ..NO PASARAN”. 

Personalmente trovo irritante lo speculare su queste vicende solo per il gusto di sentirsi di “quella sinistra lì” o “anti-americano” ecc.

Scrivo solamente per cercar di fare un po’ di ordine tra le distorsioni e le speculazioni che in queste ore blogger improvvisati, esponenti politici e intellettuali-contro-il-turbocapitalismo-finanziario stanno facendo su questa vicenda. Alcuni arrivando addirittura a schierandosi incondizionatamente a favore di Maduro e la rivoluzione bolivariana o anche a favore della sua controparte.

Solitamente evito di condizionare chi mi legge e di invitarlo incondizionatemente a schierarsi con una parte politica, che, non solo è difficile da comprendere riassunta così per ovvie ragioni di diverso contesto e soprattutto perché non possiamo effettivamente fare i “venezuelani con il culo degli altri”. Preferisco per tanto illuminarvi su quanto è accaduto utilizzando fonti più autorevoli a mia disposizione.

Ma torniamo alla vicenda.

COSA È SUCCESSO? e COSA STA SUCCEDENDO?
Il Venezuela ha da ieri due presidenti: Nicolás Maduro e Juan Guaidó.
Il trentacinquenne presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó si è autoproclamato presidente della Repubblica al posto di Nicolás Maduro, il capo di Stato erede di Hugo Chávez che ha iniziato il suo secondo mandato pochi giorni fa dopo aver vinto delle elezioni irregolari.

LECITO O ILLECITO?
Maduro è stato eletto nel maggio 2018 con elezioni non riconosciute dai vicini regionali e dall’Occidente per evidenti irregolarità e ma de facto sarebbe al secondo mandato. 

Il secondo, si è autoproclamato in piazza, capo di Governo e dello Stato pro tempore. Tutto lecito secondo gli art. 233, 333 e 350 della Costituzione venezuelana. Da principio ha scelto di giocarsi la carta della moderatezza, data la sua incerta situazione, dichiarando che nel caso in cui prendesse “effettivamente” le redini del Venezuela non escluderebbe un’amnistia per Maduro.

Per la piena regolarità dovrebbe godere però del sostegno della Corte Suprema. Ma è proprio questa la questione più controversa: 
1) non c’è un effettivo appoggio, anzi sono esplicitamente contrariati;
2) nella Corte Suprema ci sarebbero solo o maggioranza maduristi;
3) alcuni elementi della Corte Suprema sono fuggiti dal Paese e si sono rifugiati in USA;

CHE DICONO GLI ALTRI PAESI?
Maduro può godere dell’appoggio di: Russia, quasi incondizionatamente; Cuba, non solo per affinità ideologica ma perché l’Havana è il principale beneficiario dell’export venezuelano; Bolivia, come sopra ma sempre nei limiti delle possibilità; resta ambiguo il ruolo del Messico che per ora continua a riconoscere il governo; la Cina è un Paese non ideologo come in passato e come avvenuto per la Corea del Nord difficilmente metterebbe a rischio la sua stabilità per le follie altrui, resta comunque un player fondamentale per l’acquisto del greggio venezuelano; la Turchia a cui piacerebbe sostenere di più Caracas ma ha già sperimentato l’ira Usa contro la moneta nazionale; infine Iran e Siria.

Guaidó, già Presidente del parlamento venezuelano, è stato subito riconosciuto legittimamente da Usa, Canada e da quasi tutta l’America Latina (in maniera molto animata dal Brasile di Bolsonaro dal forum di Davos) e più timidamente dall’Unione Europea.


Presidente Nicolas Maduro con Vice-Presidente del Partito Socialista Diosdado Cabello (Dx) dietro il ritratto di Hugo Chávez. (Jorge Silva / Reuters)

E POI?
Dalla prospettiva di Maduro gli ultimi sviluppi sarebbero un “golpe”, vocabolo spesso usato molto spesso, in alcuni casi più lecitamente, per richiamare su di sè l’attenzione internazionale. Ha decretato la sospensione dei rapporti con gli USA e l’espulsione degli stessi diplomatici. Washington comunque non pare intenzionata a rimpatriare i propri funzionari.

Caracas si è avvitata progressivamente nel tempo in una spirale di crisi, in primo luogo socio-economica, ma anche diplomatica e migratoria. Maduro sta attraversando la fase più delicata del suo governo.

Le sorti del paese caraibico dipendono principalmente da alcuni fattori come:
1) il prezzo dell’export delle generossissime risorse naturali. Il Paese è membro OPEC per la forte presenza di petrolio greggio. Attualmente nonostante il prezzo del greggio sia in rialzo non è comunque abbastanza favorevole per sostenere la spesa pubblica (secondo ilSole24ore dovrebbe essere almeno oltre gli 80$ al barile. Oggi a 53$. Tempo reale qui: https://www.fxempire.it/markets/crude-oil/overview);

2) il ruolo importante delle Forze armate venezuelane, sinora fedeli al successore di Chávez, e confermatesi il vero grande “centro di gravità permanente” del governo, a meno di un intervento militare straniero che non pare all’orizzonte (esplicitamente escluso dal Brasile).

Elenco dei 12 Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC)

SCENARI FUTURI
Un embargo petrolifero di Washington contro Caracas ridurrebbe subito il regime in ginocchio. E si tratta di una prospettiva probabile da parte americana.

Un’operazione militare avrebbe lo stesso effetto ma in più peggiorerebbe i rapporti con tutti i Paesi dell’America Latina che hanno già sperimentato l’interventismo armato a stelle e strisce. Un’evento del genere potrebbe spingere gli attori regionali a contestare l’atto tirandosi fuori da una possibile cooperazione o addirittura in casi estremi, poco probabili, non a sostegno di Maduro ma a sostegno e difesa della sovranità venezuelana.

La speranza del governo americano è che la pressione diplomatica unita a quella popolare induca a cominciare un percorso di transizione post-madurista. Difficile da immaginare se ai militari non verranno garantite l’amnistia e la possibilità di godere almeno in parte delle ricchezze accumulate in un quindicennio di traffici.

Per adesso le proteste e il sentimento più forte di protesta si sta affievolendo proprio a causa dei dissidenti che fuggono e delle restrizioni.

I più informati ricorderanno il risultato del referendum costituzionale turco di Erdogan vinto non con molto distacco. Bene, questo risultato è stato favorito senz’altro dall’esilio o dall’arresto di molti oppositori successivamente al tentato golpe di una parte dell’esercito.

Non bisognerà stupirsi quindi se domani in Venezuela nei sondaggi saranno aumentati i sostenitori a Maduro.

RESTA UN SOGNO NEL CASSETTO… (?)
…il sogno del politico e generale venezuelano Simón Bolívar che contribuì all’indipendenza e fu presidente del Venezuela, del Perú, della Bolivia e della Gran Colombia. L’ultima tornata elettorale possiamo considerarla anche come un termometro dell’umore popolare. Il dato che si segnala è la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Ritratto di Simón Bolívar

Chávez in 14 anni ha cambiato il paese, ponendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi la loro devozione. Questo modello che ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica e fino a quando la rivoluzione non si è incancrenita.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, scarsità di generi alimentari, l’inflazione oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.

Altri due fenomeni piegano il Paese: la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Comunque vada per Maduro le strade percorribili sono solamente due: 
1) continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino;
2) oppure proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita

Come i populisti italiani stanno surriscaldando il clima elettorale

Come i populisti italiani stanno surriscaldando il clima elettorale

ROMA – L’estremista di destra, ex-candidato alle elezioni comunali, che ha ferito sei immigrati africani in una sparatoria a sfondo razziale a Macerata, trovato in possesso di una copia del Mein Kampf e di croci celtiche. Le fotografie svelano inoltre un tatuaggio neonazista sul viso; al momento del suo arresto invece aveva una bandiera italiana drappeggiata sulle spalle mentre eseguiva un saluto fascista.

L’uomo armato, Luca Traini, era candidato alle elezioni dello scorso anno non con un partito post-fascista e nazionalista, ma come rappresentante della ex lega secessionista del Nord sempre durante la leadership di Matteo Salvini, che il sicario ha descritto come il suo “capitano”. Il partito da poco rinominato ha perso la parola “Nord” per attirare il resto degli elettori italiani che condividono la rabbia anti-immigrati dell’attuale segretario.

In vista delle elezioni italiane del 4 marzo, ce n’è in abbondanza. Forse nessun problema ha colpito più gli elettori quanto l’immigrazione, e forse nessun politico italiano ha espresso preoccupazioni sull’immigrazione tanto quanto Salvini.

Nel precario clima politico europeo, Salvini si pone come una nuova minaccia all’establishment politico che negli ultimi mesi ha goduto di una tregua dopo che le forze populiste sono state in gran parte respinte nelle elezioni francesi e tedesche.

Non è solo il preferito della francese Marine Le Pen, del presidente russo Vladimir Putin e politici nazionalisti in tutta Europa. Alcuni temono addirittura che Salvini, attualmente in coalizione di centro-destra con Silvio Berlusconi, alla fine potrebbe unire le forze con il movimento populista Cinque Stelle, che riecheggia fortemente il messaggio anti-immigrazione e anti-Unione Europea. Insieme sarebbero un incubo anti-establishment.

“Il progetto di Salvini è un progetto nazionale. Le sue idee politiche, la sua idea di proteggere il territorio, sono viste allo stesso modo nel nord e nel sud”, ha detto Francesco Zicchieri, leader di NOI con Salvini, il ramo meridionale e centrale italiano della Lega Nord.

Fino a pochi anni fa, la Lega Nord era un partito separatista costruito sull’antagonismo nei confronti di Roma (la grande ladrona) e del sud terrone. Il sogno era la sovranità per la Padania, una mistica terra del nord Italia intrisa della santità del fiume Po.

Salvini, 44 anni, ha assunto la direzione del partito nel 2013 dal suo fondatore, Umberto Bossi, che era stato indebolito da un ictus e da scandali di corruzione. Da allora Salvini è stato un candidato instancabile per il primo ministro e una figura mediatica onnipresente, mentre separava il partito dalle sue radici secessioniste.

Ha usato il crescente malcontento economico del paese, e in particolare la sua diffidenza verso gli immigrati, come mezzo per raggiungere gli elettori nell’ex territorio nemico.

La macchina del sospettato, Luca Traini, 28 anni, che ha aperto il fuoco sui migranti africani a Macerata durante il fine settimana. Una volta era candidato come candidato alla festa di Salvini. Credits carabinieri italiani, da Reuters

Anche se il governo di centro-sinistra italiano – come altri paesi europei precedentemente più accoglienti – ha represso l’immigrazione clandestina, il messaggio di Salvini continua a risuonare in un paese in prima linea in una grande migrazione che ha rimodellato la politica europea.

Più di 600.000 migranti, molti dall’Africa, sono sbarcati sulle coste italiane negli ultimi quattro anni, provocando un contraccolpo che ha alimentato il centro destra.

L’estate scorsa, un candidato del partito di Salvini ha scioccato l’Italia vincendo a Cascina, una roccaforte liberale in Toscana, liberata dai soldati americani nella seconda guerra mondiale. Nel sobborgo romano di Ostia, i sostenitori del partito post-fascista CasaPound hanno dichiarato che voteranno per Salvini alle elezioni nazionali.

“Salvini è un brav’uomo”, dice Sonia Valentini, 53 anni. “Mi piace perché mette gli italiani al primo posto. E immagino che anche lui sia un fascista. Cosa sai fare?”

Il sentimento anti-immigrati alimentato da Salvini ha costretto il governo a rinunciare allo IUS SOLI, una proposta di legge per concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia.

A settembre, Salvini – che ha espresso dubbi sulle vaccinazioni – ha accusato la morte di un bambino dalla malaria di migranti che “riportano in Europa” malattie un tempo sradicate.

Nelle scorse settimane un candidato della Lega nella regione settentrionale della Lombardia ha detto alla stazione radio di Padania che l’Italia deve porre fine agli arrivi di migranti perché hanno messo in pericolo la “razza bianca”.

Questo sentimento si sta diffondendo.

Dopo la sparatoria di Macerata, l’alleato politico di Salvini, Berlusconi, ha promesso di mandare a casa 600.000 immigrati senza documenti, definendoli “una bomba sociale pronta ad esplodere”. In un’intervista televisiva italiana ha aggiunto: “Tutti questi migranti vivono di inganno e crimine “.

Proprio lui che sarebbe dovuto essere l’influenza moderatrice della coalizione.

In un centro di assistenza legale per migranti a Milano, Pierangelo Lopopolo ha detto che la paura ha reso le vite delle persone più difficili.

“Salvini sta approfittando del malcontento nel sud e l’immigrato è il nemico ideale” – continua poi – “Non hai un lavoro? Colpa degli immigrati. Paghi troppe tasse? I servizi vanno agli immigrati. C’è troppa criminalità? Sono sempre gli immigrati. Questa è la routine.”

Persino alcuni dei vecchi partner di Salvini nella Lega Nord pensano che sia andato troppo lontano.

“Con Salvini, l’immigrazione è tutta una questione di paura. Se togli l’immigrazione di cosa parla? Ha mai offerto una soluzione oltre a buttarli tutti fuori?”, dice Roberto Bernardelli, un socievole proprietario di un albergo e membro della vecchia guardia della Lega Nord a Milano che ha recentemente fondato un partito scissionista, Grande Nord.

Edifici occupati da migranti nell’ex villaggio olimpico di Torino. L’Italia ha faticato ad accogliere gli oltre 600.000 migranti che sono arrivati ​​nel paese negli ultimi quattro anni. Credit Siegfried Modola / Reuters

Bernardelli, che è attualmente accusato di aver finanziato l’armamento di un carro armato militare per separatisti, ha aggiunto: “Bossi ci ha regalato il sogno dell’indipendenza nel nord. Quando Salvini trasforma la Lega Nord in una lega nazionalista, sta distruggendo il nostro sogno”.

Salvini è un politico profondamente ambizioso e ha il suo sogno. I critici dicono che è principalmente egoista, indipendentemente da chi si farà male. Attualmente ha circa il 12% dei voti, ma è diventato uno sfidante per Berlusconi e un partner potenzialmente ribelle nella loro alleanza di centro-destra.

Salvini, molto scettico sull’Unione Europea nonostante sia un deputato pagato al Parlamento europeo, era solito riservare la sua ostilità ai meridionali. Nel 2009, al festival annuale della Lega a Pontida, ha cantato: “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivano i napoletani”.

Una volta viaggiando verso Roma rinominò il suo treno “Nerone Express”, in riferimento all’imperatore incolpato di aver bruciato la città.

Quest’estate invece ha condotto una campagna elettorale in tutta la Sicilia su un treno regionale lento e recentemente ha diretto una manifestazione a Roma per mostrare la sua portata nazionale del suo partito.

Nella stessa manifestazione alcuni sostenitori hanno sventolato la bandiera padana con le sei foglie verdi. Clara Agnoletti ha addirittura sfilato con il simbolo della Lega Nord fatto a mano con 4.000 cristalli verdi per manifestare la sua esasperazione nell’aver eliminato la parola Nord dal nome del partito.

Salvini, alzando le spalle ha risposto: “Metterò un po di carta bianca sulla parola nord”.

Dietro di lei, un gruppo di nazionalisti bianchi che si definivano “Giovani Identitari”, manifestavano contro lo Ius Soli. I sudisti della regione Puglia invece tenevano uno striscione pro-Salvini.

“Liberarci del nord sul cartello ha permesso a molti di avvicinarsi alla Lega”, ha detto Silvano Contini, coordinatore del gruppo meridionale. “La causa degli immigrati ci rende tutti uniti.”

Salvini, che indossava un maglione color cipria in armonia con la sua panatica estetica da uomo, ha fatto le sue solite osservazioni contro l’euro e l’islam radicale e in difesa dei pensionati e dei disoccupati.

Ma i suoi più grandi applausi riguardavano gli immigrati. “Sono stufo di vedere gli immigrati negli alberghi e negli italiani che dormono in auto”, ha detto Salvini allegramente. “Questo paese è razzista”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di   per New York Times qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Cosa aspettarsi se le cose cadono a pezzi

Da un po’ di tempo i funzionari USA sono d’accordo con la famosa affermazione di Mao Zedong sui rapporti tra Cina e Corea del Nord: i due paesi sono come “labbra e denti”Pyongyang dipende principalmente da Pechino per l’energia, il cibo e la maggior parte del suo magro commercio con il mondo esterno, proprio per questo motivo le amministrazioni statunitensi hanno cercato di arruolare i cinesi nei loro tentativi di denuclearizzare la Corea del Nord. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su questa base logica, ha supplicato un aiuto cinese alternando minacce di provvedimenti per un impegno maggiore. Allo stesso modo, i policymakers hanno ipotizzato che un collasso o un conflitto con gli Stati Uniti della Corea del Nord, avrebbe spinto la Cina a sostenere il suo caro cliente da lontano e a schierare le sue truppe lungo il confine per impedire che una crisi umanitaria la coinvolgesse.

Ma questa teoria è pericolosamente obsoleta. Negli ultimi due decenni, le relazioni Cina-Corea del Nord sono peggiorate drasticamente dietro le quinte, poiché la Cina è stanca dell’insolente vicino e ha rivalutato i propri interessi sulla penisola. Oggi la Cina non è più legata alla sopravvivenza della Corea del Nord. In caso di un conflitto o del collasso del regime, le forze cinesi interverrebbero in misura non prevista in precedenza, non per proteggere il presunto alleato di Pechino, ma per tutelare i propri interessi.

Nell’attuale ciclo di provocazione e di escalation, capire dove si regge realmente la Cina nella Corea del Nord non è un esercizio accademico. Lo scorso luglio, la Corea del Nord ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere la costa occidentale statunitense. E a settembre, ha fatto esplodere una bomba all’idrogeno 17 volte più potente di quella lanciata su Hiroshima. La retorica americana, nel frattempo, ha infiammato la situazione. Trump ha preso in giro il leader nordcoreano Kim Jong Un definito “Little Rocket Man”, ha minacciato la Corea del Nord dicendo che “non sarà ancora per molto tra i piedi” e ha annunciato che “le soluzioni militari sono ora completamente a posto, bloccate e caricate”. Con queste minacce, gli Stati Uniti hanno portato i loro bombardieri a lunga gittata e le loro navi militari vicino alla Corea del Nord.

La reale possibilità del caos sulla penisola significa per gli Stati Uniti che è necessario aggiornare il loro approccio sui moventi di Pechino. Nel caso di un’escalation, la Cina probabilmente cercherà di impadronirsi dei punti chiave, compresi i siti nucleari della Corea del Nord. La presenza su vasta scala di truppe americane e cinesi nella penisola coreana solleverebbe il rischio di una guerra in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti, cosa che nessuna delle due parti vuole. Ma viste le deboli relazioni di Pechino con Pyongyang e le preoccupazioni cinesi riguardo al programma nucleare della Corea del Nord, le due grandi potenze potrebbero trovare un terreno comune sorprendente. Con un po’ di lungimiranza, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il rischio di un conflitto accidentale e sfruttare il coinvolgimento cinese per ridurre i costi e la durata di una seconda guerra coreana.

AGGIORNARE I DATI

A differenza di quello che la saggezza convenzionale possa pensare, la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord a denuclearizzarsi a causa delle sue stesse insicurezze. Questo pensiero si basa su tre presupposti: che Cina e Corea del Nord sono alleati, che la Cina teme l’instabilità della penisola e il problema dei rifugiati che ne può risultare, e che Pechino ha bisogno che la Corea del Nord sopravviva come stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, un alleato chiave degli Stati Uniti. Queste ipotesi erano vere 20 anni fa, ma da allora le visioni di Pechino si sono evolute in modo significativo.

Xi a Pechino, ottobre 2015

Xi a Pechino, ottobre 2015

La Cina e la Corea del Nord hanno goduto a lungo di una vicinanza nata dalla reciproca dipendenza. Appena un anno dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Pechino venne in aiuto del suo vicino comunista alle prime armi durante la guerra di Corea. Per prevenire la futura “aggressione” contro Pyongyang, i due firmarono un patto di mutua difesa nel 1961. E quando la fine della Guerra Fredda depredò la Corea del Nord del suo benefattore sovietico, Pechino intervenne per fornire assistenza economica e militare. Ma oggi, la Cina e la Corea del Nord difficilmente possono essere caratterizzati come amici, per non parlare degli alleati. Il presidente cinese Xi Jinping non ha mai nemmeno incontrato Kim e, secondo gli studiosi cinesi con accesso governativo o legami con il Partito comunista cinese, disprezza il regime nordcoreano. La voce nei circoli di politica estera cinese è che persino l’ambasciatore cinese a Pyongyang non ha incontrato Kim.

Xi ha dichiarato pubblicamente che il trattato del 1961 non si applicherà se la Corea del Nord provoca un conflitto, uno standard facilmente raggiunto. Nei miei viaggi in Cina negli ultimi dieci anni per discutere della questione nordcoreana con accademici, responsabili politici e funzionari militari, nessuno ha mai sollevato il trattato o l’obbligo cinese di difendere la Corea del Nord. Invece, i miei colleghi cinesi [] raccontano del deterioramento della relazione e degli sforzi di Pechino nel prendere le distanze da Pyongyang, un cambiamento che suggerisce che un sondaggio di opinione pubblica del Global Times suggerisce un ampio sostegno. Come ha sostenuto lo studioso cinese Zhu Feng in Foreign Affairs, rinunciare alla Corea del Nord sarebbe popolare a livello nazionale e strategicamente concreto.

In effetti, le relazioni bilaterali sono diventate così gravi che gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) mi hanno suggerito in riunioni private che Pechino e Pyongyang potrebbero non prendere la stessa parte in caso di una nuova guerra coreana. I militari cinesi presumono che saranno contrari a sostenere le truppe nordcoreane. La Cina si sarebbe impegnata non a difendere il regime di Kim, ma a modellare una penisola post-Kim a suo piacimento.

Queste politiche si sono mosse di pari passo alla crescente fiducia della Cina sulle sue capacità e sull’influenza regionale. La filosofia cinese non è più dominata dalla paura dell’instabilità coreana e dalla conseguente crisi dei rifugiati. La pianificazione di emergenza del PLA si era precedentemente concentrata sulla chiusura del confine o sulla creazione di una zona cuscinetto per trattare con i rifugiati. In effetti, per decenni, probabilmente tutte le forze cinesi potevano sperare di ottenere. Ma negli ultimi 20 anni, l’esercito cinese si è evoluto in una forza molto più sofisticata modernizzando le sue attrezzature e riformando la sua struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cina ora ha la capacità di gestire simultaneamente l’instabilità ai suoi confini e condurre importanti operazioni militari sulla penisola.

Se il regime di Kim crollasse, la Polizia armata popolare, che ha circa 50.000 persone nelle province nord-orientali della Cina, sarebbe probabilmente incaricata di proteggere il confine e gestire l’afflusso previsto di rifugiati nordcoreani, liberando il PLA per operazioni di combattimento più a sud. La Cina ha attualmente tre “gruppi armati” nel Northern Theatre Command, uno dei cinque comandi teatrali del PLA, che confina con la Corea del Nord. Ognuno di questi eserciti è composto da 45.000 a 60.000 soldati, oltre alle brigate dell’esercito e delle forze speciali. E se fosse necessario, la Cina potrebbe anche estrarre le forze dal suo Central Theater Command e mobilitare l’aviazione in modo più esteso. Quando la Cina riorganizzò le sue regioni militari in “zone di guerra” nel febbraio 2016, incorporò la provincia dello Shandong nel suo Northern Theater Command, anche se non è contiguo al resto del comando, molto probabilmente perché i leader militari richiederebbero l’accesso al litorale per schierare le forze in Corea del Nord via mare. Gli ultimi due decenni di modernizzazione e riforma militare, insieme ai vantaggi geografici della Cina, hanno assicurato che l’esercito cinese sarebbe stato in grado di occupare rapidamente gran parte della Corea del Nord, prima che i rinforzi USA potessero schierarsi in Corea del Sud per prepararsi ad un attacco.

Kim saluta in Pyongyang, Luglio 2013

In passato, parte di ciò che spiegava l’attaccamento della Cina alla Corea del Nord era l’idea che quest’ultimo servisse da cuscinetto tra la Cina e un tempo capitalista ostile, e successivamente democratico, la Corea del Sud. Ma l’accresciuta potenza e il peso della Cina hanno completamente eliminato quella logica. Pechino potrebbe essere stata in precedenza diffidente nei confronti di una Corea riunificata guidata da Seoul, ma non più. Alcuni eminenti studiosi cinesi hanno iniziato a sostenere l’abbandono di Pyongyang in favore di una migliore relazione con Seoul. Anche Xi è stato sorprendentemente esplicito sul suo sostegno alla riunificazione coreana a lungo termine, anche se attraverso un processo di pace incrementale. In un discorso del luglio 2014 all’Università Nazionale di Seoul, Xi ha affermato che “la Cina spera che entrambe le parti della penisola miglioreranno le loro relazioni e sosterranno l’eventuale realizzazione di una riunificazione indipendente e pacifica della penisola”.

Tuttavia, il calcolo cinese sulla Corea del Sud non è completamente cambiato. L’entusiasmo per la riunificazione ha raggiunto il picco tra il 2013 e il 2015, quando il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha dato la priorità alle relazioni bilaterali con Pechino. Ma dopo un test nucleare all’inizio del 2016 da parte della Corea del Nord, Seoul ha rafforzato la sua alleanza con Washington e ha accettato di dispiegare il THAAD, un sistema di difesa contro i missili balistici, causando costernazione tra i funzionari cinesi che il loro fascino offensivo non stava ottenendo abbastanza trazione. La principale preoccupazione della Cina rimane la prospettiva delle forze statunitensi in una Corea riunificata. Anche se la Cina sostiene ancora la riunificazione della Corea, vuole anche modellarne i termini. E il suo approccio dipenderà probabilmente dallo stato delle sue relazioni bilaterali con la Corea del Sud.

CHE COSA VUOLE REALMENTE LA CINA

Dati i costi di una guerra nella penisola coreana, i pianificatori statunitensi hanno a lungo pensato che la Cina avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di impigliarsi in una grande conflagrazione che coinvolgesse le forze sudcoreane e statunitensi. Un intervento della Cina avrebbe portato i politici a presumere che Pechino avrebbe limitato il suo ruolo nella gestione dei rifugiati vicino al confine o sostenendo il regime di Kim da una distanza attraverso aiuti politici, economici e militari. Ad ogni modo, Washington riteneva che il ruolo della Cina non avrebbe avuto un impatto significativo sulle operazioni statunitensi.

Questo non è più un presupposto sicuro. Invece, Washington deve riconoscere che la Cina interverrà estensivamente e militarmente sulla penisola se gli Stati Uniti sembrano pronti a spostare le proprie forze verso nord. Questo non vuol dire che la Cina intraprenderà un’azione preventiva. Pechino cercherà ancora di impedire a entrambe le parti di condurre tutti sulla via della guerra. Inoltre, se un conseguente conflitto fosse limitato a uno scambio di missili e attacchi aerei, la Cina sarebbe probabilmente rimasta fuori. Ma se i suoi tentativi di dissuadere gli Stati Uniti dall’escalation della crisi a una grande guerra fallita, Pechino non esiterebbe a inviare considerevoli forze cinesi nella Corea del Nord per garantire che i suoi interessi fossero presi in considerazione durante e dopo la guerra.

La probabile determinazione strategica della Cina in una guerra coreana sarebbe guidata in gran parte dalle preoccupazioni per l’arsenale nucleare del regime di Kim, un interesse che costringerebbe le forze cinesi ad intervenire precocemente per ottenere il controllo sugli impianti nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Shen Zhihua, un esperto cinese sulla Corea del Nord, “Se una bomba nucleare coreana esplodesse, chi sarà la vittima della fuga nucleare e delle ricadute? Sarebbe la Cina e la Corea del Sud. Il Giappone è separato da un mare e gli Stati Uniti sono separati dall’Oceano Pacifico “.

La Cina è ben posizionata ad affrontare la minaccia. Sulla base delle informazioni fornite dalla Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione no-profit statunitense, se le forze cinesi si spostassero per 100 chilometri (circa 60 miglia) attraverso il confine verso la Corea del Nord, controllerebbero il territorio che contiene tutti i siti nucleari con la priorità più alta del paese e due terzi di i suoi siti missilistici con la priorità più alta. Per i leader cinesi, l’obiettivo sarebbe quello di evitare la diffusione della contaminazione nucleare, e sperano che la presenza di truppe cinesi in queste strutture possa prevenire una serie di scenari spaventosi: la Cina potrebbe prevenire incidenti negli impianti; dissuadere gli Stati Uniti, la Corea del Sud o il Giappone dallo sciopero; e impedisci ai nordcoreani di usare o sabotare le loro armi.

Pechino è anche preoccupata che una Corea riunificata possa ereditare le capacità nucleari del Nord. I miei interlocutori cinesi sembravano convinti che la Corea del Sud voglia armi nucleari e che gli Stati Uniti sostengano quelle ambizioni. Temono che se il regime di Kim cadrà, l’esercito sudcoreano si impadronirà dei siti e dei materiali nucleari del Nord, con o senza la benedizione di Washington. Sebbene questa preoccupazione possa sembrare inverosimile, l’idea di andare al nucleare ha guadagnato popolarità a Seul. E il principale partito di opposizione ha chiesto agli Stati Uniti di ridistribuire le armi nucleari tattiche nella penisola, un’opzione che l’amministrazione Trump è stata riluttante a escludere .

Al di là delle preoccupazioni sul nucleare, la posizione della Cina sulla Corea del Nord si è spostata come parte della sua più generale asserzione geopolitica sotto Xi. A differenza dei suoi predecessori, Xi non è timido riguardo alle grandi ambizioni della Cina. In un discorso di tre ore e mezza pronunciato in ottobre, ha descritto la Cina come “un paese forte” o “un grande paese” 26 volte. Questo è ben lontano dal detto che uno dei suoi predecessori, Deng Xiaoping, preferiva: “Nascondi le tue forze, aspetta il tuo tempo”. Sotto Xi, la Cina sta sempre più assumendo il ruolo di una grande potenza, e ha spinto per le riforme militari per garantire che il PLA possa combattere e vincere guerre future.

Più importante, una guerra nella penisola coreana rappresenterebbe una cartina di tornasole della competizione regionale della Cina con gli Stati Uniti. In effetti, le preoccupazioni cinesi circa l’influenza futura di Washington spiegano meglio perché la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord nella misura in cui l’amministrazione Trump vuole. La Cina non rischierà l’instabilità o la guerra se il risultato potrebbe essere un ruolo più ampio degli Stati Uniti nella regione. Detto questo, la Cina non si sente più a suo agio seduta ai margini. Come un ufficiale del PLA mi ha chiesto, “Perché gli Stati Uniti dovrebbero esserci ma non noi?” Per questa ragione, solo studiosi cinesi e leader militari sostengono che la Cina dovrà essere coinvolta in qualsiasi contingenza sulla penisola.

Soldatesse nordcoreane pattugliano lungo le rive del fiume Yalu, vicino alla città nordcoreana di Sinuiju

LAVORARE INSIEME

La linea di fondo, quindi, è che Washington dovrebbe assumere che qualsiasi conflitto coreano che coinvolga operazioni militari su larga scala innescherà un significativo intervento militare cinese. Ciò non significa che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di dissuadere la Cina: una tale risposta quasi certamente fallirebbe e aumenterebbe le possibilità di uno scontro militare diretto tra le forze cinesi e statunitensi. Le mosse che potrebbero danneggiare il rapporto tra Pechino e Washington ostacolerebbero anche la pianificazione o il coordinamento delle contingenze prima e durante una crisi, aumentando i rischi di errori di calcolo.

Invece, Washington deve riconoscere che alcune forme di intervento cinese sarebbero effettivamente vantaggiose per i suoi interessi, specialmente per quanto riguarda la non proliferazione. In primo luogo, i funzionari statunitensi dovrebbero notare che le forze cinesi probabilmente arriveranno nei siti nucleari della Corea del Nord molto prima delle forze statunitensi, grazie ai vantaggi in termini di geografia, forza fisica, manodopera e accesso agli indicatori di allarme precoce. Questa è una buona cosa, dal momento che ridurrebbe la probabilità che il regime al collasso di Pyongyang utilizzi armi nucleari contro gli Stati Uniti o i loro alleati. La Cina potrebbe anche dimostrarsi utile identificando i siti nucleari (con l’assistenza dell’intelligence statunitense), assicurando e tenendo conto del materiale nucleare in quei siti, e infine invitando esperti internazionali a smantellare le armi.

Nel frattempo, più di ogni altra cosa, i politici statunitensi devono cambiare mentalità per considerare il coinvolgimento della Cina come un’opportunità anziché come un limite alle operazioni statunitensi. Ad esempio, l’esercito americano e i marines devono accettare che, sebbene la sicurezza degli impianti nucleari sia attualmente una missione chiave in Corea del Nord in caso di conflitto, essi dovranno cambiare i loro piani se i cinesi arrivassero per primi.

A livello politico, Washington deve essere disposta a correre rischi maggiori per migliorare il coordinamento con la Cina in tempo di pace. Ciò potrebbe significare una consultazione bilaterale con Pechino, anche se ciò sarebbe in conflitto con la preferenza di Seoul di tenere la Cina a distanza nel mercato. Certo, una condivisione d’intelligence con la Cina nel pianificare e addestrare congiuntamente le contingenze sembrerebbe innaturale, dal momento che gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in una competizione strategica a lungo termine con la Cina. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considera la Cina una delle sue prime cinque minacce globali, insieme a Iran, Corea del Nord, Russia e organizzazioni estremiste. Ma le sfide strategiche e le gravi minacce spesso mettono in contatto potenziali avversari. Con la Corea del Nord di mezzo, gli Stati Uniti avrebbero più risorse a disposizione per affrontare altre minacce.

Certamente, un tale sforzo di cooperazione richiederebbe un grado elevato di coordinamento. La Cina si è a lungo opposta alle discussioni con gli Stati Uniti su come si sarebbe comportata in caso di un conflitto nella penisola coreana o nel crollo del regime nordcoreano a causa della sua sfiducia nei confronti delle intenzioni degli Stati Uniti e dei timori che Washington avrebbe usato quelle conversazioni per sabotare Pechino tenta di risolvere pacificamente la crisi nucleare. Ma la Cina sembra attenuare la sua posizione. In un op-editor di settembre nel Forum per l’Asia orientale Jia Qingguo, professore all’Università di Pechino, ha affermato che la Cina dovrebbe cooperare con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, in particolare sulla questione dell’arsenale delle armi nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Jia, “I presagi di guerra nella penisola coreana appaiono più grandi di giorno in giorno. Quando la guerra diventerà una possibilità reale, la Cina dovrà essere preparata. E con questo in mente, la Cina deve essere più propensa a considerare i colloqui con i paesi interessati sui piani di emergenza “.

Se Pechino continua a resistere alle proposte per lavorare insieme, Washington dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di comunicare unilateralmente gli aspetti dei piani di emergenza degli Stati Uniti per ridurre il rischio di scontri accidentali. Potrebbe persino fornire al lato cinese l’intelligence per aiutare il PLA a proteggere le più importanti strutture nucleari. In alternativa, i due paesi potrebbero utilizzare meccanismi stabiliti per la cooperazione in materia di sicurezza nucleare nel settore civile, come il Centro di eccellenza sulla sicurezza nucleare istituito congiuntamente o organizzazioni come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per condurre una formazione tecnica. Nessun paese ha più esperienza nello smantellare e proteggere le armi nucleari degli Stati Uniti. Sebbene la Cina abbia la manodopera per impossessarsi del controllo dei siti, non è chiaro se abbia le competenze necessarie per rendere sicuri, i trasporti, o distruggi armi nucleari e materiale. La condivisione delle migliori pratiche contribuirebbe a garantire che la Cina possa gestire in sicurezza ciò che troverà in questi siti.

Ogni strategia ha i suoi compromessi. Coordinare o concedere il coinvolgimento cinese in una contingenza coreana ha un certo numero di aspetti negativi, come i critici sono tenuti a sottolineare. Per cominciare, i sudcoreani si oppongono completamente all’idea di un coinvolgimento cinese sulla penisola, per non parlare degli stivali cinesi sul terreno. Le mosse degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi con la Cina danneggerebbero le relazioni degli Stati Uniti con Seoul , anche se il vantaggio di gestire la scomparsa della Corea del Nord a un costo inferiore sarebbe valsa la pena.

Potenzialmente più preoccupante è il fatto che l’intervento cinese nella Corea del Nord comporterebbe la perdita di qualche influenza degli Stati Uniti sull’insula della penna. A un livello fondamentale, la Cina agirà non per aiutare gli Stati Uniti ma per assicurare che una Corea riunificata non escluda le truppe statunitensi. Ma potrebbe non essere così male, dopo tutto. In franche discussioni, gli interlocutori cinesi hanno insinuato che Pechino potrebbe ancora aderire a un’alleanza degli Stati Uniti con una Corea riunificata. In tal caso, la fine di una presenza militare statunitense permanente nella penisola sarebbe un prezzo ragionevole da pagare per garantire che una seconda guerra coreana avesse il miglior risultato possibile.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di per Foreign Affair qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

Canosa, se l’antipolitica è chiamata a far politica

Canosa, se l’antipolitica è chiamata a far politica

Fonte immagine: CanosaLive.com

Sarà per colpa del suo tipico modus operandi oppure per la difficoltà nell’aprirsi al resto degli schieramenti politici classici, eppure anche a Canosa c’è una forza centripeta che circonda il Movimento 5 Stelle e lo pone al centro di polemiche e contestazioni.

La prima seduta del nuovo consiglio comunale, seppur con le dovute precauzioni diplomatiche, non si è svolta serenamente. Nell’aula consiliare arieggiava l’atteggiamento di sfida tra la maggioranza pentastellata e le forze politiche d’opposizione. E non solo, dato che i canosini venuti ad assistere alla prima seduta si sentivano coinvolti ad applaudire o disapprovare con frasi di sdegno i singoli interventi dei consiglieri.

Quasi come una lotta tra il bene e il male.

Appena cominciata la seduta i due consiglieri più anziani (di esperienza) Francesco Ventola e Mariangela Petroni, entrambi di Direzione Italia, hanno rifiutato l’incarico di presiedere la seduta in segno di protesta alle ingiurie e alle pesanti accuse ricevute durante la campagna elettorale proprio dal Movimento 5 Stelle.

Ma la miccia del vero scontro è stata quella sollevata dallo “spoiler” del giornalista di Telesveva Roberto Straniero che nel suo servizio sull’insediamento della nuova amministrazione comunale ha riportato oltre alla lista delle 5 nomine degli assessorati anche la decisione del Movimento 5 Stelle di voler nominare Antonio Marzullo come Presidente del Consiglio comunale, eletto poi quasi esclusivamente dai consiglieri della maggioranza dato che quasi tutta l’opposizione ha consegnato scheda bianca o si è astenuta nonostante le esortazioni a votare dai 5 Stelle.

 

Che sia proprio questo il motivo di quell’atmosfera strana e di quelle facce adirate tra gli esponenti dell’opposizione? Pare che, l’aver appreso dal sevizio di Telesveva, e non da un confronto come si aspettavano le forze politiche dell’opposizione che la maggioranza aveva già deciso unilateralmente a chi assegnare quell’incarico abbia disturbato parecchio i consiglieri dell’opposizione.

La consigliera Nadia Landolfi prima, e più aspramente Giovanni Patruno poihanno sollevato la questione prima della votazione. Entrambi hanno criticato la decisione della maggioranza pentastellata, rea di aver escluso i consiglieri dell’opposizione dalla decisione e dal confronto per la scelta in merito alla carica.

Per la consigliera Landolfi, il presidente del consiglio comunale, come primus inter pares (primo tra pari), è il rappresentante dell’intero consiglio e non può essere eletto unilateralmente senza un confronto seguito da un percorso democratico. Nella retorica del sindaco Morra, è invece il risultato dell’elezione a scrutinio segreto dei consiglieri a sancire democraticamente la carica bypassando inutili discussioni esterne all’aula.

Nella secca replica di Massimo Lovino alla Landolfi è venuta fuori una critica ai metodi delle precedenti amministrazioni che si accordavano per assegnare questa carica specificando che il loro gruppo è impermeabile a questo modo di fare.

Seppur legittima, la decisione della maggioranza di nominare un presidente del consiglio, come prevede il sistema democratico e come è accaduto anche per la precedente amministrazione La Salvia che elesse Di Fazio, lascia un tantino perplessi. Sarebbe opportuno che questo tipo di decisioni siano apertamente manifestate nelle sedi competenti, anche come segno di apertura ad una collaborazione prolifica e che combaci con il volere dell’elettorato. È inoltre importante evitare che questo tipo di battibecco si sposti sulla banale “retorica delle poltrone” e sulla gara del più bravo cittadino fra tutti.

“L’elezione del presidente del consiglio comunale – come ha anche detto in un successivo servizio Roberto Straniero – è il biglietto da visita dell’amministrazione entrante, quando tale elezione diventa difficoltosa o mancano dei voti significa che la consiliatura inizia male”

Se l’amministrazione sarà all’altezza del suo incarico potremo solo saperlo durante il prossimo lustro. E’ ancora presto per criticare il lavoro del sindaco Morra, ma le prime impressioni lascerebbero presagire ad uno scontro futuro con le opposizioni, già partite sul piede di guerra.

L’auspicio è che il Movimento 5 Stelle ricordi ciò per cui è stato eletto: amministrare la città nel presente e nel futuro. Tutto il resto, comprese le considerazioni politiche sulle precedenti amministrazioni, conta ben poco, ed interessa probabilmente solo a giornalisti ed “addetti ai lavori”. I cittadini hanno invece bisogno di guardare al presente e al futuro. Conteranno i risultati e non le gare di dialettica. Nelle seconde, il M5s non ha mai mancato di mostrare la propria forza. Ed a ben vedere, trattasi di vivace forza insita nell’antipolitica, la cui retorica pare elettoralmente funzionare. Saper amministrare è tuttavia qualcosa di diverso, poiché trasporta quell’antipolitica nella vera politica. Quella dei fatti.

con la collaborazione di: Cosimo Cataleta

Pin It on Pinterest