Il caso Weinstein e la piaga del sessismo

Il caso Weinstein e la piaga del sessismo

Il caso Weinstein ha raggiunto anche l’Italia e, ovviamente, come sempre, il dibattito riesce a focalizzare il punto della questione ed a suscitare riflessioni di grande importanza. O forse no…

Ma prima, per chi non fosse al corrente della faccenda: Harvey Weinstein è un produttore cinematografico statunitense, fondatore, insieme a suo fratello Bob, della Miramax, e famoso per aver contribuito alla fama di molte pellicole di successo, come Pulp Fiction, Clerks o Shakespeare in Love. Di recente, un articolo del New York Times ha aperto il vaso di Pandora, accusandolo di aver richiesto favori sessuali ad alcune attrici hollywoodiane in cambio di avanzamenti di carriera.

Per tornare all’Italia, il caso si è imposto all’attenzione pubblica quando alle accuse delle attrici summenzionate si è aggiunta quella di Asia Argento e, soprattutto, in seguito ad un editoriale di Renato Farina su Libero. La tesi dell’autore è la seguente: ciò che è successo non è stupro, ma prostituzione, le donne in questione avrebbero potuto accogliere o respingere le avances, e là fuori è pieno di signore che hanno scelto di non piegarsi ai ricatti del produttore. Il problema è che questa tipologia di ragionamento si schiera, ancora e sempre, contro le vittime (poco importa, in questo caso, se di stupro, di proposte indecenti o di un sistema corrotto) e a fianco del carnefice. Il problema è che «buttare in pasto al giudizio pubblico la scena che inizia dalla porta della stanza d’hotel e stopparla ai fazzolettini nel cestino subito dopo», ignorando il contesto e le dinamiche di potere, contribuisce a polarizzare una situazione in cui le donne sono e devono essere costrette a scegliere tra il diventare prostitute e il diventare martiri (è facile per ognuno affermare da dietro uno schermo che si avrebbe il coraggio e la forza di volontà di rinunciare ai propri sogni e di non cedere all’estorsione).

Il problema è, ancora, che, nascondendosi dietro affermazioni a cui è facile dare l’assenso in teoria (perché è vero che ogni adulto è responsabile delle proprie azioni, ed è vero che nessuno è costretto a ricambiare un ruolo in un film con una prestazione sessuale), questa linea di pensiero fa scivolare sottopelle il messaggio che alla fine è colpa loro, che, sì, lui è un maiale, ma che ci vuoi fare?, Il mondo dello spettacolo è così. Tra parentesi, quando è un uomo ad essere molestato, le argomentazioni messe in campo sono le stesse? Non credo, e penso che pochi in questo caso si sogneranno di accusare Terry Crews di essere un gigolò.

Un altro punto fermo nelle trattazioni di questi temi è appunto la tendenza a circoscrivere il sessismo e le violenze di genere a certi ambienti o a certi gruppi soltanto. Riguardo ancora al caso Weinstein, infatti, molti opinionisti si chiedono come mai questo polverone sia stato alzato solamente ora, visto che si sa già da molti anni che di vicende simili il mondo dello spettacolo è costellato: la reazione è, più o meno, “embé? Non è una novità”. Tuttavia, per quanto questa affermazione sia vera e per quanto sia giusto condannare dinamiche simili, il concentrarsi esclusivamente sull’ambiente mediatico rischia di comportare un oblio del fenomeno nel suo complesso e delle tendenze che coinvolgono la società intera. Perché il mondo dello spettacolo non è una bolla sospesa nel vuoto, ma vi partecipano persone che condividono usi e costumi con tutti gli altri, e i messaggi che vi si trasmettono sono quasi sempre quelli a cui il pubblico è già assuefatto: basta prendere in considerazione due esempi, il servizio sulle donne dell’est del programma Parliamone Sabato e lo “scherzo” ad Emma Marrone durante la trasmissione Amici. Questi episodi sono paradigmatici di una propensione a trattare le donne alla stregua di oggetti e a giustificare apprezzamenti e soprusi che è ancora fin troppo diffusa.

Una studentessa di Amsterdam ha lanciato una campagna su Instagram per denunciare la diffusione delle molestie; è interessante notare le fotografie che la ragazza ha scattato insieme agli uomini coinvolti, la maggior parte dei quali sembra assolutamente convinta di non aver fatto nulla di male. Atteggiamenti simili non sono casi isolati, sono anzi sintomi di una malattia che è ben lungi dall’essere completamente debellata, e che colpisce la società nel suo complesso, al di là delle sue divisioni in Oriente e Occidente. Per questo motivo è paradossale la tendenza a voler strumentalizzare le violenze sessuali con l’obiettivo di portare acqua al proprio mulino. È, tuttavia, quanto accaduto in seguito alle vicende di Rimini e Firenze: l’esecrabile scontro si è svolto tra lo schieramento di quanti pretendevano di ravvisare una qualche natura intrinsecamente violenta dei “neri” e lo schieramento di quanti volevano invece dimostrare che lo stupro non è prerogativa degli stranieri, ma può essere commesso anche da due carabinieri bianchi e italiani.

Per quanto questa seconda compagine muova da premesse giuste, essa ha perso l’occasione di ribadire con forza che la violenza è sempre violenza, a prescindere da chi la compie, e che non esistono stupri di serie A e stupri di serie B; si è lasciata invece coinvolgere in un botta e risposta a suon di dati e statistiche, teso a scoprire se stuprino di più gli italiani o gli stranieri. Nel frattempo, le vittime che avevano subito le violenze venivano relegate sullo sfondo, il loro stato d’animo e le ripercussioni sulla loro persona non venivano minimamente prese in considerazione (per non parlare dei tentativi di attribuire parte della colpa alle vittime stesse, anche attraverso la diffusione di informazioni false, come quella secondo la quale le due studentesse statunitensi coinvolte nei fatti di Firenze fossero assicurate contro lo stupro).

La donna diventa quindi quasi una res extensa, una materia che accoglie passivamente ciò che proviene dall’esterno. Ella è incapace di autodeterminarsi, di costruire da sé il proprio essere persona e di trovare il proprio ruolo all’interno della società; deve, invece, piegarsi all’adempimento di quei compiti che vengono supposti come tradizionalmente o naturalmente femminili. È indecoroso osservare che anche un organo come il Ministero della Salute si sottomette a questa logica: anche postulando la buona fede del Ministero, la campagna per il Fertility Day ha finito per trasmettere un messaggio ben preciso: per realizzarti come donna devi fare figli.

Quanto ho cercato di mostrare è che, fermi restando gli innegabili progressi e plaudendo alle condizioni più favorevoli che le donne sono riuscite a conquistarsi, è ancora assai diffuso un atteggiamento patriarcale e sessista che mira a identificare il
sesso femminile con una riproduzione artificiale di esso: la donna può essere subdola e meschina, disposta a ingannare e sedurre per raggiungere i suoi scopi (punto di vista riscontrabile nelle discussioni sul caso Weinstein o nella storia delle studentesse e dell’assicurazione contro lo stupro), ma può anche essere una donzella di romantica memoria, una preda da cacciare, e, anche s’ella dice no, non è mai un no risoluto, poiché vuole farsi conquistare. Quest’idea fa capolino ogni volta che atteggiamenti ambigui o sensuali vengono interpretati come un via libera e ogni volta che si ritiene che un abbigliamento provocante costituisca un invito ad allungare le mani.

La consapevolezza del progresso ed il successo di molte battaglie femministe non possono farci abbassare la guardia: occorre esercitare la capacità critica ed individuare il sessismo ogni volta che esso si presenta, perché, con il raggiungimento di uno stato migliore, si corre sempre anche il rischio che problemi esistenti vengano ignorati o minimizzati. Programmi televisi come The Big Bang Theory poggiano su una misoginia di fondo e ci permettiamo di lasciar correre le innumerevoli affermazioni misogine di Trump come se fossero delle battute, trasformando il Presidente degli Stati Uniti in una sorta di personaggio da sitcom. Ma, come affermato precedentemente, questi sono indicatori di un sentimento che è ancora ben radicato nella nostra Weltanschauung, che ci coinvolge anima e corpo e con cui dobbiamo fare i conti, avendo come obiettivo il suo totale sradicamento.

Di Adrian Rusu

Top e flop di Suburra – La serie

Top e flop di Suburra – La serie

[ Foto in copertina da superguidatv.it ]

Lucidi e neri sampietrini, buche e pozzanghere. È questo il leit-motiv della prima serie tv italiana targata Netflix, uscita in Italia il 6 ottobre 2017 e distribuita in 190 Paesi. Suburra – La serie, questo il titolo scelto per il prequel di Suburra, film diretto da Stefano Sollima nel 2015, con cui condivide oneri e onori. In una Roma primaverile del 2008, le strade di tre giovani delinquenti si scontrano al crocicchio delle vie del centro. Aureliano Adami (Alessandro Borghi), figlio di un boss di Ostia, Alberto “Spadino” Anacleti, fratello del boss sinti che controlla Roma Sud, e Lele (Eduardo Valdarnini), piccolo spacciatore e figlio di un poliziotto, decidono di mettersi in società e acquisire un ingente lotto di terreni edificabili al lido di Ostia.

L’affare fa gola a Samurai (Francesco Acquaroli), uno spietato burattinaio a servizio della mafia, e Sara Monaschi (Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. A spadroneggiare sul pasticciaccio, la corruzione e la collusione tra Stato e Chiesa, nella persona di un politico solo all’apparenza irreprensibile e di un monsignore tutt’altro che affidabile. La trama va sul sicuro, funziona, non manca nulla, e ammicca ad alcune produzioni compagne come Romanzo Criminale – La serie, in primis, e alla maestria di Gomorra – La Serie. E non è, infatti, casuale che, ad uno sguardo d’insieme, si possa avvertire il desiderio di raggiungere quegli alti livelli di regia. Tuttavia, la delusione è alle porte: i primi due episodi, girati da Michele Placido, non reggono la sfida e risentono di una confusione quasi programmatica. Mostrare subito tutto e tutti comporta una fatica che è palpabile e ne risentono fotografia e sceneggiatura – vedi i dialoghi e i contesti in cui Sara Monaschi si ritrova con la mentore Contessa: sì, anche voi avete ripensato all’F4 di Boris e alle luci smarmellate di Duccio, vero?!

Al di là di ulteriori scivoloni, il format flash-forward funziona moltissimo, soprattutto perché caratterizza ogni singola puntata e incolla lo spettatore allo schermo. Particolarmente apprezzabile, perché sincero e profondo, è il rapporto tra Aureliano e “Spadino”, il primo, bad boy alla Caligari, e il secondo, un pout-pourri di spacconeria, danza e sensibilità che rende il personaggio il favorito dello spettatore. Con il trio Aureliano-“Spadino”-Lele, si assiste al desiderio giovanile di sfondare prepotentemente nel mondo, di superare le frustrazioni e i legami familiari per tentare di edificare, più o meno lecitamente, le fondamenta della propria vita. Tenaci e combattive le figure femminili di Livia Adami (Barbari Chichiarelli) e Isabelle (Lorena Cesarini), rispettivamente sorella e compagna di Aureliano e Angelica (Carlotta Antonelli), moglie di “Spadino”, che paiono essere sempre nel giusto e vincenti, seppur infine inesorabilmente sopraffatte.

Il ritmo di ripresa pone e impone insistenza, preme sulla trama, accelerandola, costringe lo spettatore a piegarsi e alzarsi simultaneamente alle cadute e alle rivincite dei personaggi, come se per risalire la china, fosse necessario immergersi dapprima nella suburra di classicheggianti echi latini.

Forte il pezzo musicale di Piotta ft. Il Muro del Canto, per intero soltanto nell’ultima puntata: Roma è un volto stanco, di Madonna con le lacrime
gelosa, invadente, custode d’anime
curiosa, indolente, infedele, preghiera
Roma mani infami dentro l’acquasantiera.


Agnese Lovecchio

Sei un mito

Sei un mito

[In copertina: Leonardo da Vinci, Gioconda, 1503-1506)

 

Chi non riconoscerebbe questo celeberrimo dipinto? A chi piacerebbe ammirarlo senza le barriere ‘antisommossa’ del Louvre?               

C’è stato addirittura chi ha pensato di poterlo riportare in “patria”, e malamente ci ha provato, senza riuscirci!

 

È dal ‘900 che la Gioconda riscuote il successo che tutti applaudiamo, forse per l’aura che la circonda forse per il mistero che ne cela le origini.

La moglie di Messer del Giocondo non è né la prima né l’ultima ad esser dipinta nelle sembianze di dama rinascimentale dal sorriso enigmatico. Raffaello Sanzio dipinge la sua Monna nelle sembianze di Giovanna Feltri, figlia del noto Federico da Montefeltro e meglio conosciuta come La Muta. Facile capirne il perché: oltre alle labbra serrate, gli occhi, anche se un po’ strabici, troppo severi. Mentre il suo ritratto non lascerà l’Italia, quello della Gioconda approderà in Francia col suo artefice, Leonardo da Vinci. Ma nessuna fonte parla della donna misteriosa fino al ‘700.

 Donna con una perla

Jean-Baptiste Corot, Donna con una perla, 1868

Jean-Baptiste Corot, un pittore francese ottocentesco, passa molto tempo nel Lazio e si appassiona, oltre che alla Ciociaria anche a chi li popola e la rende così caratteristica. Al ritratto della giovane contadina, che viene mostrato al grande pubblico intorno al 1880, viene dato il titolo Donna con una perla. Ma sui capelli è apposta una coroncina, da cui pende una foglia di edera che si abbassa sulla fronte. Il titolo erroneo farebbe invece riferimento alla suggestione dovuta alla riscoperta negli stessi anni della Ragazza con l’orecchino di perla del celebrew pittore olandese Vermeer. Impossibile non riconoscere nelle mani della fanciulla italiana, le medesime compostezza e posa di quelle della Gioconda!

All’improvviso, quella di Leonardo diventa famosissima grazie al movimento simbolista che impazza in tutta Europa all’inizio del Novecento. I letterati impazziscono all’idea di riscattarne i tre secoli di oblio e gli artisti copiano il famoso sfumato paesaggistico sul fondo, firma leonardesca di questa e altre celebri opere

L.H.O.O.Q.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

Il tentativo lestofante di un decoratore italiano, Vincenzo Peruggia, la consacra alla celebrità: per la prima volta, un quadro e una donna fanno così tanto scalpore sulle testate giornalistiche. Diventa il mito del museo più famoso del mondo e allo stesso tempo un quadro feticcio.
Se ci sono artisti che condannano apertamente la sua bellezza, ce ne sono altri, come Marcel Duchamp, che travalicano la critica e si appigliano ai suoi ‘difetti’: L.H.O.O.Q. il titolo dell’opera pronunciato in francese ([el aʃ o o ky]) dà il risultato fonetico di Elle a chaud au cul [sic!]. Oltre alla demistificazione del baffo, la Gioconda sopporta anche un titolo non troppo lusinghiero che Duchamp, si sa, regala più a noi che a lei…

Nel 1914, l’astrattista geometrico Kazimir Malevič dipinge un quadro “futurista” in cui compare un pezzo di Gioconda, distruzione simbolica del logo dell’arte classica. La Gioconda è il simbolo che tutti vogliono sfregiare per affermare la propria libertà creativa, la propria presenza. Nel collage di Malevič, la Gioconda è strappata, c’è una croce rossa sul suo viso, come se qualcuno l’avesse tirata al bersaglio.

Gioconda Magritte

René Magritte, La Gioconda, 1960

In Fernand Léger, poliartista francese e protagonista delle avanguardie del Novecento, Monna Lisa diventa un simulacro, un immagine “da portachiavi”: distratta e severa, non ammalia più nessuno. Tra il 1958 e il 1960, si diffonde la giocosa operazione di tagliare la sagoma del viso della Gioconda inserendoci la propria faccia: della serie, oltre al danno, la beffa.

Nel 1960, il pittore belga René Magritte fa addirittura a meno di dipingere la Gioconda: sostituisce Monna Lisa col suo paesaggio natio (il cielo annuvolato), mentre l’enigmatico sorriso diventa una palla da tennis tagliata, non comunica più nessun mistero. L’unicità e la singolarità del dipinto si perde anche in Robert Rauschenberg che con la sua interpretazione dà l’idea di cosa ospitano i muri delle grandi città, un po’ sporchi e po’ colorati da una Monna Lisa in formato ridotto e abbastanza street. È l’inizio della Gioconda

Robert Rauschenberg, Monna Lisa, 1958

spazzatura.

Come se fosse una diva della storia dell’arte, Andy Warhol la accomuna a quelle cinematografiche, Marilyn Monroe e Liz Taylor: sono queste fotografie serigrafate riprodotte nei quattro colori di campionatura di stampa, gli stessi dei giornalini di gossip. Da ritratto nobiliare, a esaltazione mitica, osannato e masticato, demistificato e impoverito, rimane pur sempre il gioiello italiano più invidiato di sempre.


Agnese Lovecchio

 

23 maggio 1992: la stagione delle bombe

23 maggio 1992: la stagione delle bombe

Mancano pochissimi minuti allo scoccar delle 18:00. È tardo pomeriggio di un 23 maggio, il 23 maggio del 1992. L’orologio segna precisamente le 17:58. Giovanni Falcone è il direttore degli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia e insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e sotto scorta, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. All’altezza dello svincolo per Capaci, cinque quintali di tritolo provocano un’esplosione da cui ne uscirà vivo solo Giuseppe Costanza, l’autista della Fiat Croma marrone che trasportava “l’obiettivo”. L’attentato, radiocomandato da Cosa Nostra e “celebrato” dai mafiosi del carcere dell’Ucciardone, diventa l’emblema di una forza malvagia che pare ora più che mai invincibile. L’episodio, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, si sarebbe verificato con l’intenzione di danneggiare il senatore Giulio Andreotti, in quanto proprio in quei giorni il parlamento era riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo era considerato il più accreditato per la carica, ma l’accaduto orientò la scelta su Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio, due giorni dopo.

Antefatto:

Giovani Falcone dal 1979 era impegnato nella realizzazione di inchieste sulle famiglie mafiose siciliane. Durante l’inchiesta su Rosario Spatola, imprenditore edile che riciclava il denaro della mafia, si rese conto, attraverso dei trasferimenti di denaro e transazioni finanaziarie, di una connessione tra l’organizzazione criminale siciliana e la criminalità statunitense. In seguito a questa scoperta intraprese ua collaborazione molto fruttuosa con la polizia di New York e l’FBI e fondò insieme a Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e ad altri importanti nomi il “pool antimafia” del tribunale di Palermo. Mediante il lavoro del pool prende vita il più grande processo per mafia tenuto in Italia, il “Maxiprocesso”, grazie al quale nel 1987 vengono condannate oltre 360 persone.

Nel settembre-ottobre 1991, durante le riunioni della “Commissione regionale” di Cosa Nostra presiedute dal boss Salvatore Riina, si stabilì di rispondere agli arresti con azioni terroristiche rivendicati con la sigla “Falange Armata” e subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne la riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche personalità politiche:

  • Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana;
  • Sebastiano Purpura, assistente di Salvo Lima;
  • Calogero Mannino, ministro DC per gli interventi straordinari del Mezzogiorno;
  • Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia del Partito Socialista;
  • Carlo Vizzini, Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, socialista;
  • Salvo Andò, Ministro della difesa, socialista.

In realtà la vicenda Falcone è stato un lucido esempio di come il rigore umano e professionale non sia stato seguito e tutelato dall’autorità statale. Anzi, tutto il contrario. In seguito al successo giudiziario del Maxiprocesso grazie all’azione del Pool Antimafia di Palermo, per Falcone si è aperta una fase dove si è scontrato più volte con la politica e gli organi statali.

(Falcone, Borsellino e Caponnetto, ai tempi del Pool Antimafia fondato da Rocco Chinnici, Archivio famiglia Borsellino)

La prima di una lunga serie di delusioni, la ebbe quando nel 1988, candidatosi al posto lasciato vacante da Antonino Caponnetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, il CSM gli preferì Antonino Meli,nonostante l’instancabile lavoro e gli innumerevoli meriti di servizio. Caponnetto aveva lasciato il posto su assicurazione del posto per Falcone, inoltre indicando in lui la persona più consona a prenderne la pesante eredità.

Falcone stesso ebbe a dichiarare all’indomani della nomina, amaro:“Mi avete crocefisso. Perché mi avete inchiodato come bersaglio. Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”. In altre parole, il fatto che Falcone apparisse distaccato totalmente, rese palese la sua solitudine, dando vita a un clima di incomprensione e rivalità. Non fu l’ultima carica che venne soffiata a Falcone, che un mese dopo si vide rifiutare la nomina all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. Al suo posto venne eletto Sica, nonostante le indagini da lui seguite sul caso Orlandi di fatto non avevano confermato nessuno degli scenari emersi dalle indagini.

Uno degli episodi più infausti fu però quello del fallito attentato dell’Addaura su cui tuttora le indagini sono aperte: la mattina del 21 giugno 1989, vengono ritrovati 58 cartucce di esplosivo nella zona antistante la villa che Falcone aveva affittato per un breve periodo di vacanza. Il giudice era in attesa di alcuni colleghi per esaminare la documentazione relativa all’inchiesta “Pizza Connection”, che aveva curato con la collaborazione dell’FBI e di Rudolph Giuliani. Negli ambienti della DC e del PCI a Palermo, venne fatta circolare la voce che Falcone avesse addirittura montato l’avvenimento per un caso  mediatico e ricavarne pubblicità, accuse infamanti che piovvero su di lui quasi a volerne minare il valore professionale e umano.

L’isolamento costante da parte dello Stato rese Falcone un “dead man walking” ed è giusto parlare di connivenza e di responsabilità non solo mafiose ma anche istituzionali. Tutto questo concorse a quella nube di fumo nero denso che si levò allo svincolo per Capaci, nera come le condizioni di uno Stato che trovò grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino in seguito, la forza di combattere il fenomeno mafioso.

Tenendo viva la memoria di Giovanni Falcone dovremmo cercare di non pensare a lui come ad un martire, ma innanzitutto come ad un fulgido esempio di etica morale e straordinario talento professionale messo al servizio della vita pubblica.


Di Roberto Del Latte e Walter Somma

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

La crisi dei migranti: uno sguardo “oltre il confine”

È necessario essere consapevoli che esistono fondamentalmente due modalità dello sguardo: la prima riguarda gli oggetti, considerati non solamente come cose che si stagliano davanti a noi in sé stesse, ma anche come mezzi per un fine, come strumenti caratterizzati da quella che Heidegger chiamava «fidatezza», ossia la fiducia che riponiamo nel fatto che essi adempiano alla loro funzione.

La seconda modalità è quella che attiene, o dovrebbe attenere, agli esseri umani e agli animali: è d’uopo, in questo caso, tenere in considerazione l’imperativo categorico kantiano, che impone di trattare gli uomini anche come fini, e mai semplicemente come mezzi (è interessante notare, al riguardo, le critiche che Schopenhauer mosse a Kant perché egli, nella stesura del suo imperativo, non prese minimamente in considerazione gli animali).

Ciò deriva dalla consapevolezza delle responsabilità morali che abbiamo verso gli altri in quanto esseri viventi capaci di nutrire sentimenti e di provare dolore. Un’altra differenza tra le due tipologie di sguardo è che, mentre nel primo caso ci troviamo propriamente di fronte ad oggetti, nel secondo caso siamo inseriti in un rapporto tra soggetti, in cui non si può e non si deve ridurre l’altro a cosa materiale, senza prestare attenzione alle sue qualità di soggetto. Mentre nel rapporto con, ad esempio, una sedia non c’è alcuna reciprocità, nella relazione con un’altra persona o con un altro animale noi guardiamo e allo stesso tempo siamo guardati.

Quando si affronta la “questione migranti”, bisogna innanzitutto avere chiari i punti sopra enunciati: si sta parlando di persone che fuggono da guerre, persecuzioni, miseria o povertà (l’ingiusta discriminazione dei cosiddetti “migranti economici”, termine utilizzato assai spesso in un’accezione fortemente negativa e denigrante, meriterebbe un approfondimento a parte). Ebbene, i vertici europei questo l’hanno dimenticato: tale è l’impressione suggerita dalle recenti accuse – provenienti da varie parti, tra cui il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – mosse alle ong che si occupano dei salvataggi in mare. Esse agirebbero da fattori di attrazione per i migranti, intralcerebbero il lavoro delle autorità o lavorerebbero per accrescere il business dell’accoglienza.

È forte il sospetto che queste accuse siano tese a delegittimare le ong stesse e a bloccare i migranti prima della partenza o lasciarli morire prima che i barconi raggiungano un punto in cui la guardia costiera è autorizzata ad intervenire. Quasi come si trattasse del passaggio di uno sgradito testimone che, diciamola tutta, sarebbe meglio non ci arrivasse tra le mani.
Occorre recuperare, perciò, la dimensione della reciprocità dello sguardo cui si accennava prima.

Di fronte alle sempre crescenti ondate di populismo e xenofobia forse l’unico antidoto è questo penetrare e lasciarsi penetrare che caratterizza l’incontro con gli occhi dell’altro. Si può, in questo modo, prendere finalmente piena consapevolezza del fatto che dietro le pupille di ogni singolo individuo si nasconde un mondo completamente diverso dagli altri, un mondo che non ci si può concedere il lusso di ignorare o reificare. Ci si può, inoltre, sganciare dalla narrazione dominante dei media, che nella maggior parte dei casi presenta i migranti come merci stipate su una nave da carico. È significativo, in questo senso, l’atteggiamento dell’Unione Europea stessa, che ferma i viaggiatori prima della partenza con il pretesto di salvare le loro vite, dimostrando però allo stesso tempo di non prendere minimamente in considerazione le esigenze di quelle che sono persone ma vengono maneggiate come oggetti: subappaltiamo i nostri problemi alla Turchia, che in cambio di qualche miliardo di euro custodisce i migranti come in un magazzino, e giriamo poi lo sguardo dall’altra parte per ignorare le condizioni dei “campi di accoglienza” turchi.

È doveroso, a questo punto, fare una precisazione: non si vuole qui sostenere che l’Unione Europea debba farsi carico della totalità dei problemi del resto del mondo, ed è sicuramente drammatica l’assoluta indifferenza o aperta avversione dimostrata dai paesi del Golfo di fronte alla questione dell’accoglienza. Tuttavia, è significativo che si continui a parlare di emergenza se l’Europa deve accogliere poco più di un milione di persone, quando la Giordania e il Libano offrono asilo rispettivamente a 600 mila e ad un milione di rifugiati siriani. Preoccupa, peraltro, leggere gli innumerevoli racconti di Stati che in questi ultimi anni hanno eretto barriere psichiche o fisiche tese ad arginare una supposta e fantomatica invasione: basti pensare alla chiusura della cosiddetta rotta balcanica, alle politiche del governo Orbán in Ungheria o al Regno Unito e alla campagna per la Brexit, condotta in larga parte sui binari di una bieca retorica razzista e xenofoba.

Persino l’Italia, nonostante sia certamente uno dei paesi più impegnati sul fronte accoglienza, dimostra di condividere tale sentimento di paura e ostilità, e il successo riscosso negli ultimi tempi dalla Lega Nord e dal Movimento 5 Stelle sono un segnale del rigetto dell’altro che serpeggia nella società civile. Questo contegno indica, d’altronde, un completo oblio della storia italiana, costruita anche e specialmente attraverso migrazioni e peregrinazioni. Una menzione d’onore merita, infine, la Francia, che con la chiusura della frontiera a Ventimiglia ha fornito un altro esempio di dimenticanza non solo del proprio passato coloniale, ma anche del proprio presente sfacciatamente e allo stesso tempo celatamente neocoloniale (il riferimento è, in questo caso, al franco CFA, moneta utilizzata da 14 paesi africani ma controllata dal ministero delle Finanze francese).

Di fronte ai naufragi che in questi anni hanno affondato nel mare migliaia di vite l’auspicabile silenzio ammutolito cede malvolentieri il passo a polemiche, accuse di complotti e rigurgiti sovranisti. Ciò non riguarda solamente personaggi come Le Pen, Salvini o Trump, ma la maggioranza assoluta dei leader europei e non; sembra che ormai, per timore di una ricaduta sulle urne, nessuno sia disposto a trasmettere un radicale messaggio di ospitalità e fratellanza. Continuiamo a crogiolarci nelle nostre conquiste democratiche e a bearci della nostra bontà, contrapposta alla malvagità di una certa destra, ma ai risultati raggiunti con l’acquis di Schengen (messi in dubbio anche questi, figuriamoci) corrisponde una netta ripulsa a chi non si qualifica come cittadino europeo. Si tratta, peraltro, di un disconoscimento della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dinanzi al quale è necessario porsi una fondamentale domanda: un essere umano ha dei diritti in quanto essere umano, o solamente in quanto individuo dotato di un passaporto o una carta d’identità, in quanto particula circoscritta da confini nazionali contingenti e storicamente dati? Se, come ritengo, la risposta è la prima, occorre ricostruire dalle fondamenta tutto il discorso intorno ai migranti.

Quanto detto finora non significa che si debba lasciare mano libera agli scafisti, anzi, la battaglia contro di essi dev’essere un obiettivo primario. Tuttavia, questo non deve tradursi nel tentativo di bloccare il flusso della migrazione, tentativo che si è già dimostrato fallimentare tanto quanto la cosiddetta war on drugs: come una lotta senza quartiere alla droga non ha portato e non può portare a un abbattimento dei consumi di sostanze stupefacenti, così non è pensabile impedire ai migranti di partire alla ricerca di condizioni di vita migliori, poiché, per ogni blocco, si aprirà un’altra via d’accesso. E, in mancanza delle garanzie istituzionali, le persone non possono che affidarsi all’illegalità, ai trafficanti e agli aguzzini.

Pertanto, la necessità primaria dev’essere quella di garantire un ponte legale e sicuro tra Europa e Africa/Medio Oriente, perché, al di là di ogni buonismo, sono la dignità degli individui coinvolti e il nostro rispetto per essi ad esigerlo.
In conclusione, due link per rendersi maggiormente conto delle condizioni in cui versa chi intraprende il viaggio verso l’Europa:
http://www.internazionale.it/video/2017/04/26/the-game-lmigranti
http://www.fanpage.it/migranti-le-tariffe-degli-scafisti-2-500-euro-per-il-viaggio-100-euro-per-acqua-e-sardine/

Autore:Adrian Rusu

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